Discorso in lode della stampa

Introduzione

Come alla maggior parte dei concittadini anche a chi scrive è toccato in sorte nei mesi passati di doversi imbattere, presso che quotidianamente, in una gigantesca immagine a mezzo busto (in puro stile `realismo socialista'!) dell'attuale capo del governo; quella che si parava sul mio abituale percorso era accompagnata da una didascalia che prospettava il futuro della nuova scuola, la scuola "delle tre i: inglese, internet, impresa". Costretto dall'invadenza del messaggio a ripensare a quella che fu l'educazione un tempo impartita dalla scuola italiana, veniva pian piano a formarsi in me l'immagine dei futuri studenti delle tre i: imbecilli, perché la debolezza di mente non può non essere conseguenza inevitabile quando la disciplina formativa diventa l'inglese in luogo del latino; ignoranti, perché non vi può essere paragone tra quanto trasmesso dai libri e quanto offre la navigazione in rete; intriganti, perché allo spirito di impresa, almeno nella più recente tradizione del nostro paese, non può non associarsi un comportamento, se non proprio truffaldino, almeno assai disinvolto nell'ottemperare a norme etiche e giuridiche.

A fronte di simili future prospettive, per non farsi pervadere da un desolato scoramento, può soccorrere anche l'incompiuto Discorso in lode della stampa di Sperone Speroni; in lode della stampa da parte di un autore che in vita tentò di non pubblicare nulla, o quasi1, e che sempre mostrò la più tenace diffidenza verso l'innovazione tecnologica che aveva modificato il sistema della comunicazione ai suoi tempi. La comparsa di tale discorso in questa rassegna on line mi è parsa dunque particolarmente opportuna: non si può infatti nascondere che gli inventori dello Stracciafoglio sono tutt'altro che persuasi del fatto che Internet rappresenti una luminosa invenzione e che essa contribuisca a migliorare le magnifiche sorti e progressive dell'umanità, mentre hanno maturato il più acuto disgusto per l'enfasi tanto tronfia quanto vacua dei magnificatori delle potenzialità della rete, intesi a far credere che un'idiozia una volta inserita nel circuito telematico si possa trasformare in aurea dottrina per miracolosa virtù palingenetica. Tuttavia lo Speroni ci convince anche del contrario: "Né vale a dir che la stampa sia stata cagione di moltiplicar troppo i libri, e scemar la dottrina; e che non manco siano in numero li libri cattivi che li boni, e di ciò è cagione la stampa". Ed ecco dunque la necessità di tentare di produrre buone pagine web, per quanto in odio sia la pedagogia delle tre i.

Al di là dell'indebito paragone, numerose sono le ragioni per proporre alla lettura il Discorso dello Speroni, e innanzi tutto la necessità di richiamare l'attenzione su di un letterato che fu tra i maggiori del suo secolo ma che, anche nella cerchia degli specialisti2, è ricordato quasi soltanto con riferimento alla, sciaguratamente errata3, sua identificazione con l'antipatico Mopso, personaggio dell'Aminta tassiana. Anche in un breve testo incompiuto, come è questo Discorso, appare invece la sua eccellenza, non fosse altro per la fluente magniloquenza di una prosa che persegue felicemente l'obiettivo propugnato dal maestro del letterato patavino, Pietro Pomponazzi, ovvero l'unione di sapienza ed eloquenza. Altro motivo di interesse è nel meditare, a partire da questo testo, sull'opzione critica del supposto anti-umanesimo speroniano, che parrebbe qui confortata da un argomentare deliberatamente volto a criticare la pretesa umanistica della superiorità della cultura antica su quella dei moderni.

Per affrontare tale questione è tuttavia necessario interrogarsi preliminarmente sulla possibile destinazione del Discorso, e in particolare va verificata l'ipotesi che si possa estendere a questo testo l'eventualità segnalata da Mario Pozzi commentando il trattatello Dell'arte oratoria, e cioè che "molti dei trattatelli di vario argomento stampati nel quinto volume delle Opere, [siano] piuttosto l'abbozzo di un dialogo"4. Se la lode della stampa fosse stata concepita come tesi cui contrapporre, a voce di un interlocutore, uno speculare biasimo della stampa, cadrebbe infatti ogni motivo di sorpresa in merito all'ambigua posizione di un lodatore che per l'oggetto della propria lode non mostrò in realtà alcuna simpatia. Non credo però che il Discorso possa essere letto come parte abbozzata di un dialogo: ampia e consequenziale ne è l'argomentazione e gli stessi passaggi logici risultano scanditi da elementi di raccordo interni e non paiono presupporre interventi a contrasto; né lo svolgimento ha il carattere paradossale dell'encomio sofistico, come è ad esempio nello speroniano Dialogo dell'usura, ove appunto non vi sono interlocutori ma un unico discorso epidittico. Indirizza ulteriormente a tale conclusione, a mio modo di vedere, sia l'esplicito invito a considerare una sorta di "proemio" la prima parte della concione, sia quello a intendere la lode della stampa come parte di un più ampio progetto inteso a sostenere come "il nostro ingegno moderno" possa "operar oltre l'antico, e far perfetto il suo imperfetto". Di un vero intervento oratorio dovrebbe insomma trattarsi, ma della cui destinazione si è persa ogni notizia, così che non si può non concordare con Mariella Magliani che ammette di non saper "stabilire la datazione e l'occasione per cui il discorso fu composto"5. È certo però che la lode della stampa viene dall'autore presentata come parziale "prova" utile a rendere persuasivo "il principio del ragionare" in una "materia [... ] li fondamenti della quale sono assai ampii", e cioè in quella materia che sarebbe stata poi definita, oltre un secolo dopo, con l'espressione querelle des anciens et des modernes.

E qui già si suggerisce al lettore uno spunto di riflessione, ovvero la constatazione che la troppo scarsa conoscenza delle vicende storiche della cultura italiana porta necessariamente a sopravvalutare autori e testi espressioni di altre lingue e di altre culture, laddove questi spesso sono, quando non propriamente plagiari6, quasi dei semplici divulgatori di idee sviluppate con altra profondità e più acuta sottigliezza argomentativa già decenni prima, quando non secoli. E quanto qui si afferma a proposito della querelle vale altrettanto per altri problemi affrontati dalla cultura europea, a partire dal progetto enciclopedico che fu al centro delle riflessioni dei letterati italiani del Cinquecento e venne attuato due secoli dopo con semplificazioni fin troppo pragmatiche.

Insomma il Rinascimento italiano affrontò in modo problematico nodi teorici che la speculazione successiva ha frequentemente preteso di considerare risolti in virtù di grossolane semplificazioni, e tale è anche il giudizio espresso in merito all'idea umanistica di un'ineguagliabile eccellenza dell'antichità nel campo dell'operare umano. La soluzione qui suggerita dallo Speroni, e cioè il riconoscimento di una superiorità degli antichi nel campo delle lettere e delle arti e viceversa di un'eccellenza dei moderni per i progressi scientifici e tecnologici compiuti (ad esempio nell'arte della stampa), anticipa nella sostanza il più ponderato esito della querelle, ma suscita interesse per taluni corollari che aiutano a meglio comprendere la prospettiva da cui muove il discorso. Innanzi tutto è interessante la giustificazione addotta a spiegare l'ineguagliabilità dei letterati e degli artisti dell'antichità: non un dono naturale che rendeva quelle culture superiori alla barbarie della modernità, ma un ben concreto "accidente" connaturato all'organizzazione della vita sociale, ovvero l'importanza assegnata allo sviluppo delle lettere e delle arti tramite il mecenatismo, la protezione politica, gli onori sociali ed economici conferiti a quanti primeggiavano in tali campi dell'agire umano; e ancora, con particolare riferimento allo sviluppo dell'arte oratoria, la libertà politica, giacché "la libertà nutrica la eloquenzia". Altrettanto interessanti sono poi le osservazioni in merito ai progressi della moderna navigazione nelle quali è anche indirettamente citato un gustoso aneddoto riferito da Bruno Nardi riguardante una lezione accademica di Pietro Pomponazzi7. Commentando nel corso del 1523 le Meteore aristoteliche, e in particolare le dimostrazioni apodittiche del commento di Averroè sull'impossibilità che la fascia torrida tra i tropici fosse abitata da esseri umani, pare che il Pomponazzi interrompesse la lezione per esibire la lettera di un amico veneziano (che era poi Antonio Pigafetta) il quale, avendo attraversato per nave la zona torrida al largo delle coste africane, gli rendeva conto delle popolazioni ivi incontrate e dei territori e isole visitati. La conclusione dell'aristotelico maestro dello Speroni fu ovviamente che l'esperienza dei sensi doveva necessariamente prevalere su qualunque speculazione astratta, chiunque ne fosse l'autore, e che anzi di tali speculazioni non comprovate dall'esperienza fosse bene dubitare. L'episodio è qui ricordato con analogo intento polemico nei confronti dei "filosofanti" che "si fondano sopra le loro imaginate ragioni allontanandosi dal sentimento", ovvero dalla verifica dell'esperienza sensibile, e perciò rimangono più lontani dalla verità dei "mercatanti" che si danno alla navigazione "per disiderio di farsi ricchi" e così viaggiano in terre "ove non si crede che fossero uomini" scoprendone l'esistenza.

La diffidenza speroniana nei confronti dei "gramatici" che si fermano "al suono delle parole" senza interrogarsi sulla "cagion delle cose" più che prova di un atteggiamento anti-umanistico pare invece esemplare testimonianza di quello spirito anti-dogmatico ereditato dal Pomponazzi, del cui insegnamento esso fu il più durevole e significativo lascito. Il fatto che l'arte della stampa fosse finita in mano a speculatori senza remore né scrupoli, come il Sansovino reo di aver pubblicato come anonime due orazioni di cui ben conosceva autore lo Speroni, poté comportare certamente l'ostilità di questi nei confronti di tale mondo, ma dal cattivo uso del mezzo egli non si fece tuttavia trasportare a inferire una condanna aprioristica del medesimo, anzi avvertì la necessità di sostenerne le potenzialità come "fertilissimo artificio della scrittura" che va "purgata delle immondizie" affinché "produca solo le bone cose". Ma se di pragmatismo più che di spirito anti-umanistico è giusto parlare a proposito dell'atteggiamento dello Speroni, non si può però nemmeno tacere che l'evoluzione della modernità pare dare ragione alle tesi da lui contraddette: il moltiplicarsi dei libri (e delle informazioni inutili propinate dai mezzi di comunicazione in generale) sembra una delle principali cause dello scemare della dottrina, soffocata dal ciarpame dell'industria culturale.

NOTA AL TESTO


L'unica edizione del Discorso in lode della stampa è quella contenuta alle pp. 447-454 del III tomo delle Opere (Venezia, Occhi, 1740; ma se ne ricordi la già citata riedizione anastatica); il testo, incompiuto, è conservato autografo nel sesto tomo dei manoscritti speroniani conservati presso la Biblioteca Capitolare di Padova, per la cui descrizione rimando al già citato intervento di Mariella Magliani. Come è noto, Natale Dalle Laste e Marco Forcellini, curatori dell'edizione settecentesca, operarono con grande cura alla trascrizione degli autografi speroniani, pur adottando quel sistema di ammodernamento ortografico illustrato in un articolo ben conosciuto dagli studiosi dello Speroni: M. R. LOI - M. POZZI, Le lettere familiari di S. Speroni, in "Giorn. Stor. della Lett. Ital.", CLXIII (1986), pp. 383-413.

Badando, speronianamente, alla sostanza, ho scelto di riprodurre il testo secondo la lezione stabilita nell'edizione del 1740, ma ripristinando pochi luoghi corrotti grazie a una collazione dell'autografo compiuta dall'amico Franco Tomasi, cui vanno tutti i miei ringraziamenti. In particolare l'edizione settecentesca presenta una considerevole lacuna, già segnalata dalla Magliani, qui integrata tra parentesi quadre, soluzione adottata per segnalare anche altre piccole omissioni dei curatori settecenteschi; tra parentesi angolari sono invece minime integrazioni congetturali. Si aggiunga ancora che sono state ripristinate alcune lezioni dell'autografo (tra le più ricorrenti: "boni" anziché "buoni", "gioco" anziché "giuoco", alcuni raddoppiamenti delle preposizioni articolate), di cui elenco qui le più significative: p. 7 r. 41 preciose in luogo di preziose, p. 8 r. 3 cagione in luogo di ragione, p. 8 r. 14 argento in luogo di ariento, p. 8 r. 16 sono ora in luogo di ora sono, p. 10 r. 21 istoria in luogo di storia.

Segnalo infine che nell'ultima pagina dell'autografo compare la scritta "rescr." (ovviamente per `rescritto') e che nel margine superiore, e in parte in quello laterale, della prima pagina si legge invece, sempre di mano dello Speroni, la seguente frase (una parola della quale risulta illeggibile perché coperta dalla legatura): "come la scrittura non solamente va molte miglia, il che non può la parola, ma conserva per secoli la parola, così la stampa porta in un punto la parola per mille parti del mondo, et la conserva per molti secoli generando per un punto molte scritture, et moltiplicandole, il che la man non può fare. È dunque la stampa un […] di molte mani".


DOMENICO CHIODO



Discorso in lode della stampa
di Sperone Speroni

Anticamente tali furono li filosofi, li oratori, i poeti, gli istorici e i matematici, li pittori appresso, li statuarii, li architetti, ed altri tali, che morti loro non è poi nato chi li somigli. E con questi possiamo ancor numerare li indovini d'ogni maniera. Ciò avvenire molti istimano perciocché noi altri rispetto a quelli siamo barbari per natura, e non come essi atti a saper ciò che essi seppero, o almeno non tanto perfettamente. E di questa opinione sarei io ancora, se io non sapessi due cose, l'una che io vedo, l'altra che io leggo. Leggo io che le scienzie degli antichi furono non pur trovate da' barbari, ma da loro fatte perfette, come furono i Caldei e gli Egizii, li quali furono padri di molte delle sopranomate professioni, sì come afferma anche Averroè; vedo poi che la età nostra novella in alcune arti ha di gran lunga superate tutte le antiche, in tanto che quelle rispetto alla nostra si possono con gran ragione dir barbare. Adunque nella perfezione delle scienze e delle arti non siamo vinti dagli antichi per altezza d'ingegno, il che saria natural cosa, ma siamo vinti per qualche accidente, che allora potea negli uomini qualche cosa, or non può nulla: e questo credo esser vero discorrendo per le professioni sopradette. Eccellentissimi furono li filosofi di quel tempo, nel quale erano sommamente da imperadori e da principi onorati ed arricchiti: Platone da Dionisio, Aristotile, Calistene, Senocrate da Alessandro, Senofonte da Ciro, Cinea da Pirro; ed oltre di ciò tutte le leggi che le cittati osservavano erano date da filosofi. Li poeti erano anche essi sommamente onorati e premiati, e così gli istorici: Archia da Murena, Ennio e con lui Polibio da Scipione, Plutarco da Traiano, Virgilio, Orazio ed altri da Pollione, da Messala, da Mecenate e da Ottaviano, e dal medesimo Ottaviano Ario filosofo alessandrino, da Archelao Euripide, da Ierone Simonide, ed Anacreonte da Ipparco. Ma li poeti anticamente per un altro accidente moltiplicavano in numero ed in virtute: perciocché in Atene era il certame tra essi, come in Roma de' gladiatori, ed altrove degli atleti. Li oratori erano allora quasi infiniti, e tutti grandi ed illustri; ed i retori per conseguente, perciocché tutta la Grecia era ripiena di città libere, e la libertà nutrica la eloquenzia. Però in Roma, la quale non pur fu libera, ma signora degli altri popoli, fu la eloquenzia perfetta: perciocché l'oratore con la sua arte si facea di privato principe, né era principe in Roma, da pochi in fuora, che non fosse, o fosse stato, grande oratore, come Cesare, Pompeo, Crasso, ed altri tali. Le matematiche erano il gioco e la esercitazione de' fanciulli, li quali così le imparavano, come or si fa da noi altri la lingua greca e latina. La milizia si facea da' soldati, li quali acquistavano a se medesimi e non ad altrui la gloria e la utilità: ecco Romani, Ateniesi, Lacedemonii, Argivi, Corinzii, Siracusani, Rodiani, ed altri molti, nelli quali in mare e in terra la milizia era in somma eccellenza; e con questi erano anche Cartaginesi, la miglior parte dell'esercito de' quali, se non la maggiore, era di essi Cartaginesi, come di Lacedemonii era il lacedemonio, e tale era la miglior parte dello esercito d'Alessandro e di Filippo. Li tiranni poi, il cui esercito era mercenario, non si fidando de' cittadini, talmente premiavano li lor soldati che ben poteano mettersi al rischio della vita per li loro signori, benché pochi tiranni fossero eccellenti nella milizia. Queste al mio giudizio sono state le vere cagioni per le quali le sopradette professioni fossero allora in sulla cima della eccellenzia. La pittura, la scoltura, l'architettura furono ancora tanto eccellenti quanto si può veder per tante statue preciose, per le terme, per gli archi, per lo coliseo, per l'arena di Verona, per tanti ponti, per le piramidi ed altre cose cotali, e quanto si legge nelle istorie di Pausania e di Plinio: che le imagini de' dipintori non si veggono a' nostri tempi. Ma la cagione di questa tanta eccellenzia non fu tanto il naturale ingegno di que' pittori e scultori, quanto fu la ricchezza e liberalità di que' principi e popoli che allor regnavano e viveano, e con queste la vanità onde aspirarono di farsi immortali, la qual vanità non è or veramente tra gli uomini, ma tutti cercano di questa rara felicità, religiosamente vivendo chi in bona, e chi in non bona religione. Ma alcune arti, le quali sono utili e comode universalmente ad ognuno, e per esercitarle non è bisogno che una repubblica o un principe faccia grazia all'artefice di grande onore o gran premio, queste tali non son men belle ne' nostri tempi che esse fossero anticamente. Noi abitiamo, vestiamo, e mangiamo gentilissimamente, quanto facessero Latini, Greci e Barbari; non parlo de' principi, ma del vulgo: li nostri panni di lino, di seta, di lana, e d'oro non son men comodi e gentili che fosser quelli degli antichi; li ornamenti delle donne, li anelli, le catene che comunemente si usano non cedono punto agli antichi, il che si vede ne' lavori d'oro e d'argento che si sono trovati seppelliti alcune volte; per terra non è men comodo il nostro andare in cocchio, in carretta, in lettica, a cavallo, o in sulle mule, che fosse quel degli antichi. Né men pratichi sono ora li marinari del navigare che fusser quelli del tempo antico, anzi chiara cosa è che questa arte anticamente fu imperfetta e che a' dì nostri, e non prima, ha acquistata la sua ultima perfezione. E ciò si prova per la navigazione fatta dallo stretto [insino in India, costeggiando l'Africa; e molto più per la navigazione che tutto il mondo ha circondato uscendo dallo stretto verso occidente, ed in Levante passando per mezzo il mare in]sino in India, e dell'India ritornando nello stretto: cosa miracolosa e da noi per divino indicio trovata, acciocché 'l nome di Gesù Cristo col suo vangelio per tutto il mondo si divulgasse, come egli stesso profeteggiò. Quindi son conosciuti gli antipodi, anticamente da' filosofi e da' nostri santi derisi8; quindi la origine del fiume Nilo non più veduta, e la cagione perché egli inondi in così stranio tempo, si è conosciuta, di che tanto parlarono e favoleggiarono li filosofi e li poeti; quindi si è conosciuto che nella superficie di questa spera da noi abitata, la quale comprende in sé l'acqua e la terra, la superficie dell'acqua è assai minor di quella della terra, cosa da alcuni filosofanti già riputata impossibile, mentre si fondano sopra le loro imaginate ragioni allontanandosi dal sentimento. E questo hanno operato li mercatanti navigando, per disiderio di farsi ricchi, ove non si credea che fossero uomini; né fare il seppero quelli antichi così possenti di armata, Ateniesi, Cartaginesi, e Romani, li quali furono così ignoranti di cotale arte che al tempo di Scipione Affricano non si sapea novella alcuna della costa della Biscaglia, della Guascogna, della Normandia, e della Brettagna, e la isola della Inghilterra non fu lor nota se non al tempo di Cesare con tanto danno delle sue navi; ed al tempo di Nerone le favole di Scilla e Cariddi erano credute per vere, se a Pausania vogliamo dar fede. Né in così grande ed insolita navigazione solamente appar la perfezion di questa arte, ma nel governo delle galee, ove il temone oggidì è nel dritto mezzo delle lor poppe, che anticamente soleva esser da' lati. De' venti ancora si ha sottilissima e distintissima cognizione, che da prima non si ebbe: però gli antichi di quattro venti si contentavano, ove i nostri di trentadoi non si appagano. Né del numero solo sono esperti li marinari presenti, ma della loro natura, conoscendo quattro e sei [mille] miglia di lunge che 'l vento vegna da terra; e con questo indicio giudicò il Colombo la navigazione dover farsi verso ponente con certezza di ritrovarlo pieno tutto di bone terre abitate. Ma che diremo della cognizione che hanno i marinari del cielo? come qui si governino con la calamita e la tramontana, senza vederla, per lo scuro e nelle fortune? come, navigando in alcuna parte ove né per chiaro né per oscuro si veda, si governino col quadrante? quali siano le loro carte da navigare? quante miglia per puro mar navigando senza vista di terra facciano alla ora con le lor navi e galee? Troppo carta bisognerebbe per contenere le laudi di questa arte quale or si trova nelli moderni, e di questa arte non parlo ora principalmente: però passiamo ad un'altra per dimostrare che la età nostra non cede alle antiche per sua natura. Li antichi per far la caccia d'un sol cinghiale scriveno molte favole di Meleagro, e di que' tanti e sì grandi che si adunarono a uccider quel porco calidonio; e ora uno uomo solo uccide in sulle caccie due e tre porci: ed è questa arte [della caccia] comoda al popolo, che se ne pasce, ed utile al cacciatore, che vende altrui la sua preda e libera le vigne sue ed altrui dal danno che soglion fare cotali bestie; però è or perfetta la caccia non pur ne' nobili, ma ne' villani. Ma lasciamo la caccia degli animali terreni per non entrar nel contrasto con quelli antichi, e con chi vuole che l'antichità sola sapesse ogni cosa. Che diremo della caccia degli uccelli? Questa è pur tutta moderna, né si legge che ricco o principe alcun degli antichi andasse mai a sparviere, ad astore, o a falcon, o a smeriglio, o a girifalco, né che con questi uccelli prendessero altri uccelli, o qualche bestia terrena. Ecco che né anche ne' piaceri non cede il secolo presente al passato. Questa caccia è pur nostra, [e] non sua: e nel Perù o là intorno si va alla caccia de' pesci con altri pesci domesticati, come noi domestichiamo gli uccelli detti. Ma fra tutte le arti per le quali la nostra età si de' riputar all'antica superiore, e per la quale chiaramente si vede il nostro ingegno moderno operar oltre l'antico, e far perfetto il suo imperfetto, si è l'arte della stampa, per la quale non so qual più laudi, o l'ingegno moderno perché ello la ritrovasse, o la intenzion sua, o il fin suo per lo quale la ritrovasse: e di questa ho da parlar al presente. Dirà alcuno: dopo sì lungo e così nobil proemio sarà dunque materia di questo nostro ragionamento una tale arte, per non dir peggio, assai vile, se nelli artefici la contempliamo? A che rispondo, che a questo fine al presente si è cominciato a parlare per non finire9 nella materia proposta, parlando ora come ho veduto edificare qualche cosa, li fondamenti della quale sono assai ampii, ma solamente sopra una parte si edifica, lasciando però ne' muri alcuni segni, onde si veda che più oltre si de' proceder a qualche tempo. Certo il principio del ragionare promette a tutti una prova, che l'uomo adesso sia così uomo, e meglio uomo per avventura che quelli antichi non furono: dico una prova, perciocché molte prove possiamo usare, ed ora di una ci contentiamo, la quale è l'arte della stampa da noi trovata e perfetta, ed agli antichi non nota, né da essi mai pensata o sognata, con poco onore de' loro ingegni e delle loro erudizioni in ogni sorte di disciplina. Della quale arte parlando, io direi che la stampa non pare altro che impressione d'alcuna imagine fatta dallo esemplare nella materia atta a ricever cotale imagine. La stampa è questo, ma è anche altro che questo, come diremo: ma al presente questo poco si chiarirà. Poria a ciò fare cominciare dalle idee, e venir giuso in tutti i corpi e in tutte l'anime, ma ciò sarebbe un ambizioso trattato: però stando in queste cose materiali, i sigilli son stampe, e stampano nella cera quelle imagini che sono in essi; la creta è stampa delle statue di bronzo; le sepie son stampe dei lavori degli orefici10; e si dice da' poeti che 'l sole stampa in terra l'ombre de' nostri e degli altrui corpi. E dico questo per dimostrar che la stampa non era ignota agli antichi, ma che troppo materialmente la conosceano, non si pensando che si potesse stampare, come noi femo, le lettere. Stampa adunque il libraro con le lettere di piombo in sulla carta le lettere che si scriveano già solamente. È dunque il libro stampato imagine in carta di quelle lettere che si scolpiscono, o ver si fondono, o si conflanno11 per così dire nel piombo. Questa arte ha per fine la intelligenzia di tutte le arti e scienzie che sono scritte anticamente, le quali non sariano ora con noi se la scrittura non fosse stata: e la stampa è scrittura non scritta di lettera in lettera, ma pur scritta o formata in un tratto di mille parole insieme, forse come è differente la scoltura dalla fusile o conflatile12, ed il lavorio fatto con l'ago di punto in punto dal lavorio che fa il telaro. E come la fusile o conflatile è artificio che fa la imagine della imagine del nostro corpo, così la stampa è artificio che la imagine della imagine del nostro animo. La voce è imagine del nostro animo, la scrittura è imagine della voce, e la stampa è scrittura fatta, come ho già detto, non di lettera in lettera, come si fa con la mano, e come si scolpisce con la mano, ma di assai lettere in una volta, come in una volta si fa tutto 'l corpo nella fusile e nella conflatile: se non che in quella, fatta la imagine del bronzo, la stampa della creta resta disfatta; il che non è nella stampa, ove con le medesime stampe si fanno le migliara de' libri. Dunque tutto 'l bene che si può dire ed imaginare della scrittura, si può dire anche della stampa; e tanto più che della scrittura, ché la stampa facilmente fa quello che la scrittura fa con fatica, però opra più tosto ed a maggior beneficio del mondo: che quello stesso che in Roma si stampa si può leggere in India restando in Roma il suo simile. Costa manco il libro stampato che lo scritto, cento per uno, però il beneficio della stampa si estende a infiniti poverelli, alli quali la scrittura sarebbe roina delle facultà o del tempo se si mettesse a voler scrivere Livio, santo Agostino, e simili altri che hanno composto tante opere. Né vale a dire che lo scrittore in un tratto scriverebbe ed imparerebbe lo scritto: che ciò non è vero, se non lo impara a mente come s'impara la istoria; ma a senno scrivendo nol può imparare, che non si può essere attenti in un punto a due cose diverse, cioè alla lettera che si scrive ed alla intelligenzia della scrittura, che una cosa impedisce l'altra. E quando ciò fosse, poche cose impareria l'uomo in sua vita dovendo tanto imparare quanto scrivesse, e mentre imparasse una cosa, si scorderia dell'altra imparata. Chi insegnasse alla donna di partorir dieci figlioli in un tratto con manco suo male che non ha quando un solo ne partorisce, saria adorato; e farli tutti belli ad un modo. Se scrivendo si fa uno errore, non si acconcia se non con far brutta la carta, ma la stampa corregge l'errore senza guastare il libro. In tanto tempo che si scrivesse un sol libro, cento si stampano in varie lingue e di varie cose, e tutti cento si possono leggere. Un libro scritto a mano può durar poco tempo: però si scriveano libri in carta bona, perché durassero, sendo il scriverli una intollerabile spesa. Ma è anche peso intollerabile un libro grande scritto in carta bona. La stampa adunque ha proveduto a ogni inconveniente, e par che tale sia questo artificio alla scrittura in rifarla mille fiate, se tante bisogna, quale è agli animali la natura, che li conserva in specie, poiché in individuo non può: anzi tanto è la stampa migliore che ella conserva in individuo la istessa scrittura, anzi a guisa di sole che in uno istante spande i suoi raggi per tutto 'l mondo, ella spande i suoi libri in diverse parti, e non raggi diversi, ma un raggio istesso, onde paia che non pur l'anima e l'angiolo possa esser in uno istante in diversi luoghi, e così il corpo glorificato, ma il libro che noi leggiamo, corporale e materiale. È dunque la stampa glorificazion della scrittura. Lo scolare volendo imparare porta seco il suo libro, e non gliele dà il precettore; ben dà il fabbro il martello e l'incude al garzone che va imparar la sua arte. Dunque per mancamento di libri quanti boni intelletti hanno lasciato lo studio? o per aver copia di libri si ferono frati? Val più un libro scritto che uno stampato non per la sua perfezione, ma per la fatica e tempo speso in scrivere, benché non si dovria comparare un libro scritto a uno stampato, ma alli mille stampati, li quali in tanto tempo si stampano tutti mille in quanto si scrive un solo: in quanto tempo partorirà uno elefante una volta, la donna partorirà due e tre. Né vale a dir che la stampa sia stata cagione di moltiplicar troppo i libri, e scemar la dottrina; e che non manco siano in numero li libri cattivi che li boni, e di ciò è cagione la stampa. Perciocché il buon campo e grasso produce da sé molte cose cattive, più che non fa il magro e sterile; e ciò è segno della bontà della sua natura: che bisogna dunque fare? Bisogna che lo agricola il lavori, e lo purghi delle cose cattive, e lo semini delle bone. Così la stampa, la quale come fertilissimo artificio della scrittura può da sé moltiplicare di male erbe, dee esser regolata dal principe, e lavorata in tal modo che purgata delle immondizie produca solo le bone cose. Né la moltitudine de' libri è cagione della ignoranzia, come la moltitudine de' cibi …


Note

l. Lo Speroni ad esempio curò l'edizione dei propri Dialogi costrettovi dalla necessità di correggere la stampa procurata nel 1542 da Daniele Barbaro senza il suo consenso.
2. Per i quali si ricordano qui le indicazioni bibliografiche indispensabili, a partire dalle edizioni moderne delle sue opere: dialoghi e lettere in Trattatisti del Cinquecento I, a c. di MARIO POZZI, Milano-Napoli, Ricciardi, 1978; la Canace e Scritti in sua difesa, a c. di CHRISTINA ROAF, Bologna, Commissione per i Testi di lingua, 1982; senza dimenticare l'anastatica defl'edizione settecentesca (Venezia, Occhi, 1740) defle Opere, a c. di MARIO POZZI, Manziana, Vecchiarelli, 1989. Per quanto riguarda i contributi critici il rimando d'obbligo (utile anche per ulteriori ragguagli bibliografici) è al numero II di Filologia veneta: Sperone Speroni, Padova, Editoriale Programma, 1989.
3. In proposito si veda D. CHIODO, Il 'supercilio'di Mopso non cela Speroni: alle radici di un equivoco con qualche riflessione, in "Giorn. Stor. della Lett. Ital.", CLXXVII (2000), pp. 273-282.
4. M. POZZI, Sperone Speroni e il genere epidittico, in Sperone Speroni, cit., p. 75. Si consideri comunque che il Discorso in lode della stampa non fa parte dei frammenti stampati nel quinto volume, ma delle orazioni del terzo.
5. M. MAGLIANI, Bibliografia delle opere a stampa di Sperone Speroni, in Sperone Speroni, cit., p. 276n.
6. Trattandosi qui dello Speroni, non si può non ricordare in proposito Joachim Du Bellay la cui Deffence et illustration de la Langue Françoyse in massima parte altro non è che una versione in lingua francese del Dialogo delle lingue speroniano.
7. Cfr. B. NARDI, Studi su Pietro Pomponazzi, Firenze, Le Monnier, 1965, pp. 377-378. La lezione è tràdita da due fonti manoscritte, l'una all'Ambrosiana di Milano, l'altra alla Bibliothèque Nationale di Parigi.
8. L'esistenza di popolazioni abitanti gli antipodi è negata, oltre che da Aristotele e dai filosofi aristotelici, anche da Tommaso d'Aquino; si noti che con il termine "antipodi" Speroni intende qui non il luogo geografico, ma appunto le popolazioni.
9. Cioè, non per esaurire ("finire") la questione proposta, ovvero quella della preminenza degli antichi sui moderni, ma con l'intenzione, come è chiarito nella metafora successiva, di lasciarne "ne' muri alcuni segni" per un successivo ampliamento del discorso.
10. Gli ossi di seppia erano utilizzati dagli orefici per ricavarne le impronte dei modelli da eseguire.
11. Sciolgono, fondono.
12. Endiadi sinonimica, `arte della fusione'.