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Discorso in lode della stampa Introduzione |
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Come
alla maggior parte dei concittadini anche a chi scrive è toccato in
sorte nei mesi passati di doversi imbattere, presso che quotidianamente,
in una gigantesca immagine a mezzo busto (in puro stile `realismo socialista'!)
dell'attuale capo del governo; quella che si parava sul mio abituale
percorso era accompagnata da una didascalia che prospettava il futuro
della nuova scuola, la scuola "delle tre i: inglese, internet, impresa".
Costretto dall'invadenza del messaggio a ripensare a quella che fu l'educazione
un tempo impartita dalla scuola italiana, veniva pian piano a formarsi
in me l'immagine dei futuri studenti delle tre i: imbecilli, perché
la debolezza di mente non può non essere conseguenza inevitabile quando
la disciplina formativa diventa l'inglese in luogo del latino; ignoranti,
perché non vi può essere paragone tra quanto trasmesso dai libri e quanto
offre la navigazione in rete; intriganti, perché allo spirito di impresa,
almeno nella più recente tradizione del nostro paese, non può non associarsi
un comportamento, se non proprio truffaldino, almeno assai disinvolto
nell'ottemperare a norme etiche e giuridiche. Per affrontare tale questione è tuttavia necessario interrogarsi preliminarmente sulla possibile destinazione del Discorso, e in particolare va verificata l'ipotesi che si possa estendere a questo testo l'eventualità segnalata da Mario Pozzi commentando il trattatello Dell'arte oratoria, e cioè che "molti dei trattatelli di vario argomento stampati nel quinto volume delle Opere, [siano] piuttosto l'abbozzo di un dialogo"4. Se la lode della stampa fosse stata concepita come tesi cui contrapporre, a voce di un interlocutore, uno speculare biasimo della stampa, cadrebbe infatti ogni motivo di sorpresa in merito all'ambigua posizione di un lodatore che per l'oggetto della propria lode non mostrò in realtà alcuna simpatia. Non credo però che il Discorso possa essere letto come parte abbozzata di un dialogo: ampia e consequenziale ne è l'argomentazione e gli stessi passaggi logici risultano scanditi da elementi di raccordo interni e non paiono presupporre interventi a contrasto; né lo svolgimento ha il carattere paradossale dell'encomio sofistico, come è ad esempio nello speroniano Dialogo dell'usura, ove appunto non vi sono interlocutori ma un unico discorso epidittico. Indirizza ulteriormente a tale conclusione, a mio modo di vedere, sia l'esplicito invito a considerare una sorta di "proemio" la prima parte della concione, sia quello a intendere la lode della stampa come parte di un più ampio progetto inteso a sostenere come "il nostro ingegno moderno" possa "operar oltre l'antico, e far perfetto il suo imperfetto". Di un vero intervento oratorio dovrebbe insomma trattarsi, ma della cui destinazione si è persa ogni notizia, così che non si può non concordare con Mariella Magliani che ammette di non saper "stabilire la datazione e l'occasione per cui il discorso fu composto"5. È certo però che la lode della stampa viene dall'autore presentata come parziale "prova" utile a rendere persuasivo "il principio del ragionare" in una "materia [... ] li fondamenti della quale sono assai ampii", e cioè in quella materia che sarebbe stata poi definita, oltre un secolo dopo, con l'espressione querelle des anciens et des modernes. E qui già si suggerisce al lettore uno spunto di riflessione, ovvero la constatazione che la troppo scarsa conoscenza delle vicende storiche della cultura italiana porta necessariamente a sopravvalutare autori e testi espressioni di altre lingue e di altre culture, laddove questi spesso sono, quando non propriamente plagiari6, quasi dei semplici divulgatori di idee sviluppate con altra profondità e più acuta sottigliezza argomentativa già decenni prima, quando non secoli. E quanto qui si afferma a proposito della querelle vale altrettanto per altri problemi affrontati dalla cultura europea, a partire dal progetto enciclopedico che fu al centro delle riflessioni dei letterati italiani del Cinquecento e venne attuato due secoli dopo con semplificazioni fin troppo pragmatiche. Insomma il Rinascimento italiano affrontò in modo problematico nodi teorici che la speculazione successiva ha frequentemente preteso di considerare risolti in virtù di grossolane semplificazioni, e tale è anche il giudizio espresso in merito all'idea umanistica di un'ineguagliabile eccellenza dell'antichità nel campo dell'operare umano. La soluzione qui suggerita dallo Speroni, e cioè il riconoscimento di una superiorità degli antichi nel campo delle lettere e delle arti e viceversa di un'eccellenza dei moderni per i progressi scientifici e tecnologici compiuti (ad esempio nell'arte della stampa), anticipa nella sostanza il più ponderato esito della querelle, ma suscita interesse per taluni corollari che aiutano a meglio comprendere la prospettiva da cui muove il discorso. Innanzi tutto è interessante la giustificazione addotta a spiegare l'ineguagliabilità dei letterati e degli artisti dell'antichità: non un dono naturale che rendeva quelle culture superiori alla barbarie della modernità, ma un ben concreto "accidente" connaturato all'organizzazione della vita sociale, ovvero l'importanza assegnata allo sviluppo delle lettere e delle arti tramite il mecenatismo, la protezione politica, gli onori sociali ed economici conferiti a quanti primeggiavano in tali campi dell'agire umano; e ancora, con particolare riferimento allo sviluppo dell'arte oratoria, la libertà politica, giacché "la libertà nutrica la eloquenzia". Altrettanto interessanti sono poi le osservazioni in merito ai progressi della moderna navigazione nelle quali è anche indirettamente citato un gustoso aneddoto riferito da Bruno Nardi riguardante una lezione accademica di Pietro Pomponazzi7. Commentando nel corso del 1523 le Meteore aristoteliche, e in particolare le dimostrazioni apodittiche del commento di Averroè sull'impossibilità che la fascia torrida tra i tropici fosse abitata da esseri umani, pare che il Pomponazzi interrompesse la lezione per esibire la lettera di un amico veneziano (che era poi Antonio Pigafetta) il quale, avendo attraversato per nave la zona torrida al largo delle coste africane, gli rendeva conto delle popolazioni ivi incontrate e dei territori e isole visitati. La conclusione dell'aristotelico maestro dello Speroni fu ovviamente che l'esperienza dei sensi doveva necessariamente prevalere su qualunque speculazione astratta, chiunque ne fosse l'autore, e che anzi di tali speculazioni non comprovate dall'esperienza fosse bene dubitare. L'episodio è qui ricordato con analogo intento polemico nei confronti dei "filosofanti" che "si fondano sopra le loro imaginate ragioni allontanandosi dal sentimento", ovvero dalla verifica dell'esperienza sensibile, e perciò rimangono più lontani dalla verità dei "mercatanti" che si danno alla navigazione "per disiderio di farsi ricchi" e così viaggiano in terre "ove non si crede che fossero uomini" scoprendone l'esistenza. La
diffidenza speroniana nei confronti dei "gramatici" che si fermano "al
suono delle parole" senza interrogarsi sulla "cagion delle cose" più
che prova di un atteggiamento anti-umanistico pare invece esemplare
testimonianza di quello spirito anti-dogmatico ereditato dal Pomponazzi,
del cui insegnamento esso fu il più durevole e significativo lascito.
Il fatto che l'arte della stampa fosse finita in mano a speculatori
senza remore né scrupoli, come il Sansovino reo di aver pubblicato come
anonime due orazioni di cui ben conosceva autore lo Speroni, poté comportare
certamente l'ostilità di questi nei confronti di tale mondo, ma dal
cattivo uso del mezzo egli non si fece tuttavia trasportare a inferire
una condanna aprioristica del medesimo, anzi avvertì la necessità di
sostenerne le potenzialità come "fertilissimo artificio della scrittura"
che va "purgata delle immondizie" affinché "produca solo le bone cose".
Ma se di pragmatismo più che di spirito anti-umanistico è giusto parlare
a proposito dell'atteggiamento dello Speroni, non si può però nemmeno
tacere che l'evoluzione della modernità pare dare ragione alle tesi
da lui contraddette: il moltiplicarsi dei libri (e delle informazioni
inutili propinate dai mezzi di comunicazione in generale) sembra una
delle principali cause dello scemare della dottrina, soffocata dal ciarpame
dell'industria culturale. |
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Discorso
in lode della stampa |
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Anticamente
tali furono li filosofi, li oratori, i poeti, gli istorici e i matematici,
li pittori appresso, li statuarii, li architetti, ed altri tali, che
morti loro non è poi nato chi li somigli. E con questi possiamo ancor
numerare li indovini d'ogni maniera. Ciò avvenire molti istimano perciocché
noi altri rispetto a quelli siamo barbari per natura, e non come essi
atti a saper ciò che essi seppero, o almeno non tanto perfettamente.
E di questa opinione sarei io ancora, se io non sapessi due cose, l'una
che io vedo, l'altra che io leggo. Leggo io che le scienzie degli antichi
furono non pur trovate da' barbari, ma da loro fatte perfette, come
furono i Caldei e gli Egizii, li quali furono padri di molte delle sopranomate
professioni, sì come afferma anche Averroè; vedo poi che la età nostra
novella in alcune arti ha di gran lunga superate tutte le antiche, in
tanto che quelle rispetto alla nostra si possono con gran ragione dir
barbare. Adunque nella perfezione delle scienze e delle arti non siamo
vinti dagli antichi per altezza d'ingegno, il che saria natural cosa,
ma siamo vinti per qualche accidente, che allora potea negli uomini
qualche cosa, or non può nulla: e questo credo esser vero discorrendo
per le professioni sopradette. Eccellentissimi furono li filosofi di
quel tempo, nel quale erano sommamente da imperadori e da principi onorati
ed arricchiti: Platone da Dionisio, Aristotile, Calistene, Senocrate
da Alessandro, Senofonte da Ciro, Cinea da Pirro; ed oltre di ciò tutte
le leggi che le cittati osservavano erano date da filosofi. Li poeti
erano anche essi sommamente onorati e premiati, e così gli istorici:
Archia da Murena, Ennio e con lui Polibio da Scipione, Plutarco da Traiano,
Virgilio, Orazio ed altri da Pollione, da Messala, da Mecenate e da
Ottaviano, e dal medesimo Ottaviano Ario filosofo alessandrino, da Archelao
Euripide, da Ierone Simonide, ed Anacreonte da Ipparco. Ma li poeti
anticamente per un altro accidente moltiplicavano in numero ed in virtute:
perciocché in Atene era il certame tra essi, come in Roma de' gladiatori,
ed altrove degli atleti. Li oratori erano allora quasi infiniti, e tutti
grandi ed illustri; ed i retori per conseguente, perciocché tutta la
Grecia era ripiena di città libere, e la libertà nutrica la eloquenzia.
Però in Roma, la quale non pur fu libera, ma signora degli altri popoli,
fu la eloquenzia perfetta: perciocché l'oratore con la sua arte si facea
di privato principe, né era principe in Roma, da pochi in fuora, che
non fosse, o fosse stato, grande oratore, come Cesare, Pompeo, Crasso,
ed altri tali. Le matematiche erano il gioco e la esercitazione de'
fanciulli, li quali così le imparavano, come or si fa da noi altri la
lingua greca e latina. La milizia si facea da' soldati, li quali acquistavano
a se medesimi e non ad altrui la gloria e la utilità: ecco Romani, Ateniesi,
Lacedemonii, Argivi, Corinzii, Siracusani, Rodiani, ed altri molti,
nelli quali in mare e in terra la milizia era in somma eccellenza; e
con questi erano anche Cartaginesi, la miglior parte dell'esercito de'
quali, se non la maggiore, era di essi Cartaginesi, come di Lacedemonii
era il lacedemonio, e tale era la miglior parte dello esercito d'Alessandro
e di Filippo. Li tiranni poi, il cui esercito era mercenario, non si
fidando de' cittadini, talmente premiavano li lor soldati che ben poteano
mettersi al rischio della vita per li loro signori, benché pochi tiranni
fossero eccellenti nella milizia. Queste al mio giudizio sono state
le vere cagioni per le quali le sopradette professioni fossero allora
in sulla cima della eccellenzia. La pittura, la scoltura, l'architettura
furono ancora tanto eccellenti quanto si può veder per tante statue
preciose, per le terme, per gli archi, per lo coliseo, per l'arena di
Verona, per tanti ponti, per le piramidi ed altre cose cotali, e quanto
si legge nelle istorie di Pausania e di Plinio: che le imagini de' dipintori
non si veggono a' nostri tempi. Ma la cagione di questa tanta eccellenzia
non fu tanto il naturale ingegno di que' pittori e scultori, quanto
fu la ricchezza e liberalità di que' principi e popoli che allor regnavano
e viveano, e con queste la vanità onde aspirarono di farsi immortali,
la qual vanità non è or veramente tra gli uomini, ma tutti cercano di
questa rara felicità, religiosamente vivendo chi in bona, e chi in non
bona religione. Ma alcune arti, le quali sono utili e comode universalmente
ad ognuno, e per esercitarle non è bisogno che una repubblica o un principe
faccia grazia all'artefice di grande onore o gran premio, queste tali
non son men belle ne' nostri tempi che esse fossero anticamente. Noi
abitiamo, vestiamo, e mangiamo gentilissimamente, quanto facessero Latini,
Greci e Barbari; non parlo de' principi, ma del vulgo: li nostri panni
di lino, di seta, di lana, e d'oro non son men comodi e gentili che
fosser quelli degli antichi; li ornamenti delle donne, li anelli, le
catene che comunemente si usano non cedono punto agli antichi, il che
si vede ne' lavori d'oro e d'argento che si sono trovati seppelliti
alcune volte; per terra non è men comodo il nostro andare in cocchio,
in carretta, in lettica, a cavallo, o in sulle mule, che fosse quel
degli antichi. Né men pratichi sono ora li marinari del navigare che
fusser quelli del tempo antico, anzi chiara cosa è che questa arte anticamente
fu imperfetta e che a' dì nostri, e non prima, ha acquistata la sua
ultima perfezione. E ciò si prova per la navigazione fatta dallo stretto
[insino in India, costeggiando l'Africa; e molto più per la navigazione
che tutto il mondo ha circondato uscendo dallo stretto verso occidente,
ed in Levante passando per mezzo il mare in]sino in India, e dell'India
ritornando nello stretto: cosa miracolosa e da noi per divino indicio
trovata, acciocché 'l nome di Gesù Cristo col suo vangelio per tutto
il mondo si divulgasse, come egli stesso profeteggiò. Quindi son conosciuti
gli antipodi, anticamente da' filosofi e da' nostri santi derisi8; quindi
la origine del fiume Nilo non più veduta, e la cagione perché egli inondi
in così stranio tempo, si è conosciuta, di che tanto parlarono e favoleggiarono
li filosofi e li poeti; quindi si è conosciuto che nella superficie
di questa spera da noi abitata, la quale comprende in sé l'acqua e la
terra, la superficie dell'acqua è assai minor di quella della terra,
cosa da alcuni filosofanti già riputata impossibile, mentre si fondano
sopra le loro imaginate ragioni allontanandosi dal sentimento. E questo
hanno operato li mercatanti navigando, per disiderio di farsi ricchi,
ove non si credea che fossero uomini; né fare il seppero quelli antichi
così possenti di armata, Ateniesi, Cartaginesi, e Romani, li quali furono
così ignoranti di cotale arte che al tempo di Scipione Affricano non
si sapea novella alcuna della costa della Biscaglia, della Guascogna,
della Normandia, e della Brettagna, e la isola della Inghilterra non
fu lor nota se non al tempo di Cesare con tanto danno delle sue navi;
ed al tempo di Nerone le favole di Scilla e Cariddi erano credute per
vere, se a Pausania vogliamo dar fede. Né in così grande ed insolita
navigazione solamente appar la perfezion di questa arte, ma nel governo
delle galee, ove il temone oggidì è nel dritto mezzo delle lor poppe,
che anticamente soleva esser da' lati. De' venti ancora si ha sottilissima
e distintissima cognizione, che da prima non si ebbe: però gli antichi
di quattro venti si contentavano, ove i nostri di trentadoi non si appagano.
Né del numero solo sono esperti li marinari presenti, ma della loro
natura, conoscendo quattro e sei [mille] miglia di lunge che 'l vento
vegna da terra; e con questo indicio giudicò il Colombo la navigazione
dover farsi verso ponente con certezza di ritrovarlo pieno tutto di
bone terre abitate. Ma che diremo della cognizione che hanno i marinari
del cielo? come qui si governino con la calamita e la tramontana, senza
vederla, per lo scuro e nelle fortune? come, navigando in alcuna parte
ove né per chiaro né per oscuro si veda, si governino col quadrante?
quali siano le loro carte da navigare? quante miglia per puro mar navigando
senza vista di terra facciano alla ora con le lor navi e galee? Troppo
carta bisognerebbe per contenere le laudi di questa arte quale or si
trova nelli moderni, e di questa arte non parlo ora principalmente:
però passiamo ad un'altra per dimostrare che la età nostra non cede
alle antiche per sua natura. Li antichi per far la caccia d'un sol cinghiale
scriveno molte favole di Meleagro, e di que' tanti e sì grandi che si
adunarono a uccider quel porco calidonio; e ora uno uomo solo uccide
in sulle caccie due e tre porci: ed è questa arte [della caccia] comoda
al popolo, che se ne pasce, ed utile al cacciatore, che vende altrui
la sua preda e libera le vigne sue ed altrui dal danno che soglion fare
cotali bestie; però è or perfetta la caccia non pur ne' nobili, ma ne'
villani. Ma lasciamo la caccia degli animali terreni per non entrar
nel contrasto con quelli antichi, e con chi vuole che l'antichità sola
sapesse ogni cosa. Che diremo della caccia degli uccelli? Questa è pur
tutta moderna, né si legge che ricco o principe alcun degli antichi
andasse mai a sparviere, ad astore, o a falcon, o a smeriglio, o a girifalco,
né che con questi uccelli prendessero altri uccelli, o qualche bestia
terrena. Ecco che né anche ne' piaceri non cede il secolo presente al
passato. Questa caccia è pur nostra, [e] non sua: e nel Perù o là intorno
si va alla caccia de' pesci con altri pesci domesticati, come noi domestichiamo
gli uccelli detti. Ma fra tutte le arti per le quali la nostra età si
de' riputar all'antica superiore, e per la quale chiaramente si vede
il nostro ingegno moderno operar oltre l'antico, e far perfetto il suo
imperfetto, si è l'arte della stampa, per la quale non so qual più laudi,
o l'ingegno moderno perché ello la ritrovasse, o la intenzion sua, o
il fin suo per lo quale la ritrovasse: e di questa ho da parlar al presente.
Dirà alcuno: dopo sì lungo e così nobil proemio sarà dunque materia
di questo nostro ragionamento una tale arte, per non dir peggio, assai
vile, se nelli artefici la contempliamo? A che rispondo, che a questo
fine al presente si è cominciato a parlare per non finire9 nella materia
proposta, parlando ora come ho veduto edificare qualche cosa, li fondamenti
della quale sono assai ampii, ma solamente sopra una parte si edifica,
lasciando però ne' muri alcuni segni, onde si veda che più oltre si
de' proceder a qualche tempo. Certo il principio del ragionare promette
a tutti una prova, che l'uomo adesso sia così uomo, e meglio uomo per
avventura che quelli antichi non furono: dico una prova, perciocché
molte prove possiamo usare, ed ora di una ci contentiamo, la quale è
l'arte della stampa da noi trovata e perfetta, ed agli antichi non nota,
né da essi mai pensata o sognata, con poco onore de' loro ingegni e
delle loro erudizioni in ogni sorte di disciplina. Della quale arte
parlando, io direi che la stampa non pare altro che impressione d'alcuna
imagine fatta dallo esemplare nella materia atta a ricever cotale imagine.
La stampa è questo, ma è anche altro che questo, come diremo: ma al
presente questo poco si chiarirà. Poria a ciò fare cominciare dalle
idee, e venir giuso in tutti i corpi e in tutte l'anime, ma ciò sarebbe
un ambizioso trattato: però stando in queste cose materiali, i sigilli
son stampe, e stampano nella cera quelle imagini che sono in essi; la
creta è stampa delle statue di bronzo; le sepie son stampe dei lavori
degli orefici10; e si dice da' poeti che 'l sole stampa in terra l'ombre
de' nostri e degli altrui corpi. E dico questo per dimostrar che la
stampa non era ignota agli antichi, ma che troppo materialmente la conosceano,
non si pensando che si potesse stampare, come noi femo, le lettere.
Stampa adunque il libraro con le lettere di piombo in sulla carta le
lettere che si scriveano già solamente. È dunque il libro stampato imagine
in carta di quelle lettere che si scolpiscono, o ver si fondono, o si
conflanno11 per così dire nel piombo. Questa arte ha per fine la intelligenzia
di tutte le arti e scienzie che sono scritte anticamente, le quali non
sariano ora con noi se la scrittura non fosse stata: e la stampa è scrittura
non scritta di lettera in lettera, ma pur scritta o formata in un tratto
di mille parole insieme, forse come è differente la scoltura dalla fusile
o conflatile12, ed il lavorio fatto con l'ago di punto in punto dal
lavorio che fa il telaro. E come la fusile o conflatile è artificio
che fa la imagine della imagine del nostro corpo, così la stampa è artificio
che |
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Lo Speroni ad esempio curò l'edizione dei propri Dialogi costrettovi
dalla necessità di correggere la stampa procurata nel 1542 da Daniele
Barbaro senza il suo consenso. |