La rugiada

Introduzione

Le poche notizie riguardanti Francesco Ellio lo dicono appartenente a una famiglia illustre, probabilmente originaria di Ello (paese dei colli brianzoli all'interno della pieve di Oggiono), nei pressi del lago di Annone. Il suo esordio poetico si ebbe nel 1612 con l'edizione, a Milano presso il Lantoni, di un breve componimento in ottave, La Sirena del Mar Tireno. Stanze in lode della Signora Virginia Ramponi, riproposta nello stesso anno in una silloge di idilli stampata da Giovan Battista Bidelli. Più consistente il suo apporto alla nuova, molto più copiosa, raccolta edita sempre a Milano dallo stesso Bidelli nel 1618: Gl'idillii di diversi ingegni illustri del secol nostro. Accanto alla Sirena del Mar Tirreno compaiono qui due idilli dell'Ellio, l'Endimione e La Rugiada (da questa edizione è tratto il testo proposto). Il seguito della sua attività letteraria ebbe il momento più importante nella traduzione dal castigliano, edita a Venezia presso Fontana (1626), I travagli di Persile e Sigismonda, dell'omonima opera di Cervantes. Un suo sonetto encomiastico venne poi stampato nella Maffeide di Agostino Terzago, panegirico in quattro libri in onore di papa Urbano VIII (al secolo Maffeo Barberini), edito a Milano nel 1624. L'Argelati infine, principale fonte per queste notizie, informa che l'Ellio fu dedicatario di alcuni componimenti di altri letterati minori, e in particolare della giunta di Mariangelo Sanbenedetto alla Grammatica Filosofica di Pascasio Grosippo (alias Gaspare Scioppio), edita a Milano nel 1629.

L'idillio La Rugiada appartiene al genere diffuso nel primo decennio del XVII secolo, portato al suo massimo splendore da Girolamo Preti con la Salmace (1608) e più tardi concluso dall'esperienza mariniana de La Sampogna (1620). Di materia assai varia, da quella mitologica all'encomiastica a quella sacra, il genere si caratterizzò, in una commistione di toni epici, lirici e bucolici, soprattutto per l'uso del metro misto di settenari ed endecasillabi sciolti1, presente anche nel componimento dell'Ellio, ove è liberamente trattato il repertorio mitologico, con l'accostamento di personaggi di invenzione a figure tradizionali, in una vicenda che stupisce per la deformazione degli sviluppi e dei legami fra i protagonisti, in una dialettica tradizione-capriccio basata su un procedimento di reinvenzione della cultura classica, che spinge il poeta a immaginare e creare oltre la materia data. Il gusto per il dettaglio naturalistico e per l'invenzione erudita si fondono facendosi racconto, in un processo che rinnova il mito facendone una favola eziologica sull'origine della preziosa rugiada, nata dal pianto di Venere sconsolata per la sorte della figlia sua e di Adone, Amimone, amata contesa tra Bacco e Nettuno. Alla fine del componimento si svela il gioco ad incastro delle voci, in simmetrica circolarità con l'incipit: la storia di Venere e Amimone è infatti raccontata da un pastorello che, all'alba, nelle vicinanze delle mura di Milano, narra all'amata ninfa Roscida la poetica origine della rugiada. La favola si rivela così un piacevole, se pure un po' farraginoso nello svolgimento narrativo, intrattenimento del poeta per la sua amata, associando, in una rete di rimandi ben calibrati, il nome della muta destinataria all'oggetto della poesia.

Peraltro, il riferimento al mito di Adone rende ovviamente il componimento di particolare interesse come testimonianza della fortuna che il tema ebbe in quei decenni, fino alla comparsa del poema mariniano. Lo stesso Marino rivisitò il mito anche in un componimento idillico, il Pianto d'Adone, edito a Venezia nel 16272, ove però la descrizione si concentra sul lamento di Venere e sulla partecipazione al suo dolore da parte della natura e delle creature che la popolano, mentre Ellio sceglie la situazione sotto alcuni aspetti opposta: dal pianto della dea infatti, fecondato da Amore (assimilato ad un `cultor agreste' che semina il campo, in una scena da Baccanale poussiniano), nascerà una serie di splendidi fiori, prodigio che provocherà lo stupore dello stesso Amore e delle divinità accorse a contemplare lo spettacolo. La rassegna delle quali si chiude su una vivace iperbole, sconfinante nell'“argutezza” della duplice immagine delle campagne che si meravigliano del cielo sgombro di stelle (le cui figure eponime si sono appunto recate ad ammirare gli effetti della rugiada) e di Atlante, alleggerito nel suo compito di reggitore del mondo. Il dolore di Venere diviene così occasione per il tripudio della natura, grazie all'abilità del poeta che, da un fenomeno quotidiano, è in grado di creare un cosmo attraverso il linguaggio immaginifico del mito. La rappresentazione del paesaggio, complice l'eredità della tradizione bucolica classica e volgare, è connotata da una rapida successione paratattica di quadri descrittivi e di sentimenti, modulati e ritmati su immagini cangianti, venendo a raggiungere l'effetto della fusione dei vari elementi della scena, in un quadro panico di esaltata piacevolezza.

Un ulteriore scarto dal patrimonio mitologico noto sposta l'attenzione del lettore da una possibile scena epico-drammatica (la morte di Adone) ad una ben più domestica, e forse anche più consona, rispetto ai potenziali sviluppi erotici della relazione Venere-Adone, ai dettami morali della Milano borromea: infatti il pianto di Venere, prima ancora che dalla morte di Adone, è provocato dall'impossibilità di conciliare il dissidio tra “i duo superbi proci” della figlia, e dalla conseguente rinuncia a una sua collocazione nuziale. Benché la sproporzione tra il dolore di Venere e la causa del suo lutto rischi di degenerare nella comicità involontaria, l'autore riesce tuttavia a ottenere un effetto lirico-patetico che ingentilisce il pianto, avvicinandolo senza bruschi salti alla delicata rugiada. Le lacrime della dea, infine, corrispondono all'afflizione d'amore del pastore-poeta, il cui pianto, più che essere legato ad un'effettiva ritrosia della ninfa (come si deduce dalla fine dell'idillio), è espressione di un topos del genere. La favola cerca di prolungare il piacere, ma è costretta a cedere al brillare del sole, che chiama il pastore-poeta al suo lavoro: rovesciando il topos bucolico, che fa coincidere la fine del canto del pastore con il sopraggiungere dell'oscurità notturna, Ellio adotta un'altra immagine canonica, la separazione degli amanti all'inizio del giorno. Come il pastore (detto, con un'interessante spia autoreferenziale, “a tutt'il mondo ignoto”), anche il poeta è richiamato ad altri doveri e forse ad altri generi più elevati, travalicanti la breve esperienza di un'alba-idillio.

MARIA ELISA RAJA


La rugiada

di Francesco Ellio

Mira, Roscida, mira,
Come vezzosa imbianchi
Il solito sentiero al nuovo sole,
Ed il suo biondo crine
Sovra il Gange spiegando,
E felice e sereno
N'apra l'Aurora in Oriente il giorno.
Qual si vide giamai
Di Tiro o di Sidone
Preziosa murice
Di questa bella Dea
Uguagliar nel color l'umide rose?
Nelle tue guancie solo,
Alba che squarci il tenebroso velo
Dell'amorose pene
All'afflitto mio core,
Roscida, avvien ch'io vegga
Emulo a lor fiorir natio cinabro.
O come ben l'erbette
Di mille e mille gemme
Vaghe rendi, e lucenti 3
Delle rugiade il liquido cristallo,
Da cui tran esse, e nutrimento, e vita.
Care e dilette goccie,
Che a noi dal ciel cadendo,
Venite a fecondar l'antica madre,
Che senza voi sarebbe
Da' raggi omai del sole arsa e distrutta:
Ben è ragion, che se già pria vi trasse
E dagli occhi e dal core
Dell'amorosa Dea pietoso affetto
Ver l'amata sua figlia, 4
Voi anco imitatrici
Della di lei pietade,
A noi, che per lei sola
E viviamo e cresciamo,
Siate propizie in mantenere il vitto.
Voi nasceste di pianto,
E pur ai prati, ai semi
Nel cader vostro ognor destate il riso.
Tu forsi mai, quanto fu questa, o Ninfa,
Di cui parlo e contemplo,
Sì piacevole ancora
Altra istoria ascoltasti, or, se diletto
Hai d'udirla, dirolla;
Ma pria di questo mirto
Sotto l'opache frondi
Sedianci uniti entrambi,
Dov'altre volte pure
Sui matutini albori,
Ape d'amor vagante,
Meco avvinta suggesti
Dalle cime de' fior manne celesti.
Ne' più remoti campi Dell'Assiria felice,
Di Nino antica reggia,
Alla cui monarchia
Soggiacquero già vinti
Co' Persi il Medo, il Battriano, e 'l Scita,
Alle radici a punto
Del Libano pregnante
Di tali, e tanti odori,
Che invidiar non ne può l'onda sabea,
Terra ricca e beata
Di semplici cultori,
Di festosi pastori,
E più di cielo amico,
Spiega fiorito ed odorato lembo.
Da se stessa ivi suole
Mantenersi lasciva
Eterna Primavera,
E l'istessa Ciprigna,
Dell'altro sole in vece,
Con più benigno e temperato raggio
Il suo calor gl'infonde:
Dovunque il piè leggiadro
Posa la Dea ridente
In su 'l fiorito prato,
Si veggono spuntar gigli, e viole;
Dovunque e guata e spira,
L'aura d'amor ferisce,
L'aura, che mormorando
Accolta in bei respiri,
Corre subitamente
Per le cime de' cedri e degli allori
Ad infiammar di quell'ardor gli augelli.
O quante volte ella di balzo in balzo
Per quelle verdi rive
Seguì pargoleggiando
Il suo cor, la sua vita,
Il suo diletto Adone,
Mentre alle caccie intento,
Col corno e con la voce
Egli incitar godea
Dietro al cervo leggier l'aspro molosso.
O quante volte, o quante
Nel suo grembo l'accolse
Stanco anelante, e molle
De' sparti suoi sudori,
E dal dorato crine
Con mano innamorata
Scosse l'invida polve,
Che per entro fraposta
Quasi parea volesse
In giovenil età farlo canuto.
Ma, poi che del garzone
Il mentito cinghiale
Fe' scempio dispietato,
Dal grave duol conquisa,
La Dea pietosa il riso
In essilio mandando,
Preda si fe' d'un sempiterno lutto;
Non tanto il bel perduto amato amante,
Quanto il crudel destino D'Amimone sua figlia,
D'Amimone la bella,
Piangendo lassa, e lacrimando in vano,
Che da Nettuno amata,
E dal Padre Lieo,
Era all'insidie lor ben degna meta.
Su le rive del fonte,
Cui Biblide poc'anzi
Dato avea fugitiva
Dal fraterno furor l'esser e 'l nome,
La Dea figlia del mar, la Dea più bella,
Adone il caro amante
Di questa giovinetta,
Segno evidente del suo amor, fe' padre;
In cui mesta mirando,
Ed in essa scorgendo
Del genitor estinto
Effigiata la verace imago,
Temprar talor solea
Con qualche stilla d'allegrezza il duolo
Della sua vedovezza.
Venne a sorte veduta
Questa vaga fanciulla
Dal generoso Dio
Che da Semele audace
Fu in Tebe aborto, partorito a Giove,
Mentre sul carro trionfale assiso,
Tutto di spoglie onusto,
Tornava glorioso
Dalla vittoria altera
Che in poco spazio riportò degl'Indi:
Mirolla, e 'l core acceso
Dall'animata face
De' suoi tremuli lumi
Sentì tantosto incenerirsi in seno.
D'Amor dunque cattivo,
Disse ai Satiri volto
In stupida sembianza:
Fermate, oimè, fermate,
Cari e fidi compagni, il piè veloce,
Ecco, ecco Citerea,
Che dalla terza sfera
Scesa su questo monte ha sciolto il cinto,
Quel sì mirabil cinto,
Che del suo figlio Amore
I piaceri mostrando,
Insidioso in sé cela le pene.
O, se pur non è dessa,
Della beltà materna
Qualche sua figlia a noi dimostra il vivo.
Non meno in grembo all'acque
All'incontro fervente
Della vergine ardea
Colui cui diede il fato
Le procelle acquetar, frenar i venti,
Colui che col tridente
All'immenso Oceano
E freno e legge ad un sol cenno impone.
Or che far dee confusa
L'afflitta genitrice?
Quinci il fastoso nume
Che pria piantò la vite,
Onde il vino ne trasse
Farmaco solo alle gravose menti,
Insta, prega, richiama;
Quindi il padre Nettuno
Al suo voler s'oppone,
E nasce al fin tra loro
In arringo d'Amor pugna di Marte.
Sta dubbiosa Ericina,
Che pesato ugualmente
Dell'un e l'altro il merto,
In tutto il trova pari.
Solo per chieder ambo
Dunque l'amato pegno,
E l'un e l'altro ne riman fraudato.
Più volte, al carro aggionte
Le pennute corsiere,
Le candide colombe,
Pallida in vista, addolorata in atto,
Ne va la Dea veloce,
E con lacrime amare
Tenta pur affrenar gl'impeti e l'ire,
E por d'accordo insieme
Della fanciulla i duo superbi proci:
Or sul lido sonante
De' maritimi flutti,
Ove vide una volta
Emulo ai raggi suoi
Febo nascente
Il suo dorato crin sorger dall'onde,
Agli amorosi augelli
Raccoglier fa precipitosa i vanni,
E 'l Dio ceruleo punto
D'invitar non desiste
Alla bramata pace, e prega, e piange;
Ora l'amenità posta in oblio
Del Libano frondoso,
Suo caro dianzi, e placido soggiorno,
Per ritrovar Lieo
Ripigliar falle in altra parte il volo.
A cui fattesi incontro
Le due rabbiose tigri
Con la tenera man fermar non teme,
E con longhi sospiri,
E con singulti interni
Prova se nel suo petto
Destar può di pietà qualche scintilla:
Ma là, dove la face
Agita furioso
L'altro suo figlio, il faretrato arciero,
Poco ponno di lei pianti e parole,
Né basta imbelle e sola
Di duo numi feroci
Quetar gli sdegni, ed amicarli in pace.
Misera, or che far deve?
Altro non può, che lacrimando solo
Il nitido alabastro
Delle sue belle gote
Intepidir d'un lucido rigagno:
Piange, piange Ciprigna,
Piange d'Amor la Dea,
E seco ancor a gara
Della sua gran sventura
Piangono gli elementi, e la Natura.
In ripa all'onde assisa
Di Biblide, che ancora
Con rauco mormorio,
Stesa il lubrico passo
Infra rose e viole,
Parea del caso suo mesta dolersi,
Del suo Libano al piede
Solinga si giacea,
Passando sempre i giorni in pianto, e l'ore.
Tre volte il suo splendore,
Tolto di Teti al sen, l'aureo pianeta
Face dell'universo
A noi fe' lampeggiar dall'Oriente,
Tre volte la sua morte
Onorando la Notte,
Gran regina dell'ombre, Fece all'aria vestir lugubre il manto,
Pria che, cessato alquanto
Quell'interno dolore,
Ella dai dolci lumi
Restasse di versar tepide piogge;
Di cui lucide e molli
Non pur eran le porte,
E la magion aurata, e 'l prato istesso,
Ma dell'umor crescente
A poco a poco ognor gonfiato il rio,
Parea baciar volesse
Le più distanti a lui fiorite sponde.
Quando ecco ignudo a punto,
Che ai fiori e l'erbe in mezzo
Scherzando se ne stava,
Posto l'arco da canto,
L'arco picciol e lieve,
Unico domator d'uomini e Dei,
A lei ne vien Amore,
Amor, che cieco essendo,
S'avvien che ai cori altrui
Dirizzi il fero strale,
Apre subito in lor piaga mortale.
Egli la madre scorta
Starsi dal dolor vinta,
Spargendo amaramente
Lacrime da' begli occhi a cento, a mille,
In un tosto raccolte
Quelle perle cadenti,
Qual di cultor agreste
Imitator giocoso,
Ricco ne fece seminando il suolo:
Ed (o chi 'l crederia?)
Meraviglia infinita,
Ecco di quella asperso
Immantinente il prato,
Sovra il lor verde stelo,
In men ch'io dir non so, nate e cresciute.
All'altra parte volto,
Spuntar non men s'accorge
Viole, acanti, gigli,
Papaveri, narcisi,
E tra tutti eminente
Girar Clizia la faccia
Al vario troppo, ed infedel amante.
Dallo stupore oppresso
Muto si sta gran pezza.
Al fin, chiamato a parte
Di quella maraviglia
L'altro degli amoretti
Volubil anco, e suo germano stuolo,
Dopo longhe dimore
Dell'inconsulta torma,
Per ottimo consiglio
Fu pur da lei conchiuso
Esser debito e giusto
Di Clori il lieve sposo
A questa novitade ancor chiamarsi.
Ver lor donque richiesto
Spirando aura soave,
Per volger presto i passi
Zefiro il lusinghiero,
Che della Dea d'Amor segue i vestigi,
E di lei nell'albergo
Prende placidamente
Delle fatiche sue dolce ristoro,
Di nettare celeste
Scote l'umide piume,
E senza danno e senza pena arriva
Al tributario suo ben noto loco.
Mossi dal dolce fiato
I semplici virgulti
Si piegan mollemente
Più basso ad abbracciar l'erbe vicine.
Ogni arboscel ne gode,
La terra si rinveste
Di candido color, vermiglio, e giallo,
E s'aprono bramose
Esser da lui baciate anco le rose.
Egli all'amica schiera
De' lascivi fratelli
Volto subito il guardo,
Mira tra 'l gioco e 'l riso
La meraviglia a lor pinta nel volto;
Onde perciò dubbioso
Saper brama l'origo,
Produr vede le rose
Né troppo il tien Cupido
In quel desio suspeso.
Mostrali infra i cespugli
Le goccie cristalline
Germogliar quinci e quindi
Di fior nobil famiglia;
Mostrali, ed in mostrando
Sparge le lacrimuccie,
E di quelle in un punto
Mirabilmente nati,
Viole e gigli accoglie.
Vede veracemente,
Dovunque il prato bagna
Quel prezioso umore,
Ivi vaga e ridente
Schiera di nuovi fior nata odorosa,
Vede sì, ma non crede,
Sì lo stupor l'opprime
Agli occhi propri il Dio;
Chiama la bella Clori,
L'amata sua consorte,
Ed ella similmente
Delle sue Ninfe il coro
Frettolosa conduce
A sì raro spettacolo, e sì nuovo.
Le Driadi le selve,
L'Elie con le Napee fonti e paludi,
Le Nereidi il mar lascian veloci:
Dalla felice Arcadia
Non men presto v'accorre,
Tutto d'intorno cinto
Di Fauni, di Silvani,
Di Satiri saltanti,
Il semicapro Pan, della zampogna
Torvo gonfiando l'incerate canne.
Vider tutte le stelle
In quell'instante vote
Della magion superna
Le beate campagne,
E men grave ad Atlante
Delle sfere rotanti
Parve l'incomparabil magistero;
Di lor sola arricchita,
Dell'alma Dea di Cipri
Trionfava la corte,
La corte avventurosa,
Ove in più dolce suono
Cantar s'odon i cigni,
Che sul natio Meandro
Qualor, e vecchio e stanco,
Della sua vita sente
Approssimarsi alcun l'estremo occaso.
Al fin piacer cotanto
Prese la Dea, che sendo
Qual mai sempre di cor tenero e molle,
Della sua figlia il caso,
Ancor che acerbo e duro,
Tosto in oblio mettendo,
Non puote più versar di pianto stilla:
Ma ben Zefiro avendo
Raccolte in ogni loco
Quei preziosi, ed umidetti globi,
Onde la meraviglia
Fosse a' posteri nota,
Lievemente n'asperse
Le sue dorate e porporine piume:
Quindi poi nasce, ch'egli
Qualor per le colture aride e secche
Muove soffiando il volo,
Sempre con quello umor le fa ridenti,
Qual a punto pur ora
Questa campagna di veder n'è dato.
Delle lacrime altrui
Incredibil suggetto, 5
Ride dunque la terra,
E ben anco vorrebbe
La lieta genitrice degli amori
In questo modo spesso
Versar da' suoi begli occhi
Lacrime di piacer, non già di duolo.
Così le goccie ch'ora
Fan questo suol fecondo
Fur da dolor prodotte.
Furo lacrime, furo
Di pianto interno segni,
Queste che sì lucenti ancor rimiri
Matutine rugiade,
E d'amoroso mele
Rugiadoso il tuo nome
Traesti tu da quelle,
Roscida, fior dell'altre pastorelle.
Così su la bell'ora,
Che risvegliando l'alba
In su 'l mattin gli adormentati augelli,
A noi produce il giorno,
Sotto quasi alle mura
Della città che tra gl'Insubri è reggia,
Narrò favoleggiando
Alla diletta ninfa
Un pastorello ancora
(Tranne le selve) a tutt'il mondo ignoto.
Indi di lei godendo,
Si stette in ozio dolce,
Sinché contro sua voglia, Si vide richiamar dal sol già nato
Ben tosto a ricondur gli armenti al prato.

1. Su tale materia si veda l'introduzione a AA. VV., Idilli, a cura di Domenico Chiodo, Torino, Res, 1999.
2. Ora leggibile nella raccolta citata alla precedente nota.
3. Riflettenti “il liquido cristallo” delle gocce di rugiada.
4
. Amimone, la figlia concepita con Adone, come si dirà più avanti.
5. Nel senso di 'materia che soggiace'.