<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<?xml-stylesheet type="text/xsl" href="Stile/Nannini.xslt"?> 
<teiCorpus.2 xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance" xsi:noNamespaceSchemaLocation="Schema/schema.xsd">
	<TEI.2>
		<teiHeader>
			<fileDesc>
				<titleStmt>
					<title>Dalle <hi rend="corsivo">Lettere familiari</hi></title>
					<author>Remigio Nannini</author>
					<respStmt>
						<resp>Curatore</resp>
						<name>Massimo Scorsone</name>
					</respStmt>
				</titleStmt>
				<publicationStmt>
					<publisher>Edizioni Res</publisher>
					<pubPlace>Internet</pubPlace>
					<date>I semestre 2005</date>
				</publicationStmt>
				<seriesStmt>
					<title>Lo Stracciafoglio</title>
					<respStmt>
						<resp>Redazione</resp>
						<name>Andrea Donnini</name>						
						<name>Domenico Chiodo</name>
						<name>Roberto Gigliucci</name>
						<name>Paolo Luparia</name>
						<name>Massimo Scorsone</name>
						<name>Rossana Sodano</name>
					</respStmt>
				</seriesStmt>
				<noteStmt>
					<note type="genere">Rassegna semestrale di italianistica</note>
					<note type="numero">Nuova Serie - Anno I n. 1</note>
					<note type="frammento">pp. 197-200</note>
									</noteStmt>
				<sourceDesc>
					<bibl>
						<title>
						Considerationi civili sopra l’Historie di M. Francesco Guicciardini,
e d’altri Historici. Trattate per modo di Discorso da M. Remigio Fiorentino. Dove si contengono Precetti e Regole
per Principi, per Rep., per Capitani, per Ambasciatori, e per ministri di Principi. E s’hanno molti avvedimenti del
viver civile, con l’essempio de’ maggior Principi e Rep. di Christianit&#x00e0;. Con alcune Lettere Familiari dell’istesso sopra
varie materie scritte a diversi Gentil’huomini. E CXLV Advertimenti di M. Francesco Guicciardini nuovamente posti
in luce
						</title>
						<author>Vari</author>		
						<editor>Damiano Zenaro</editor>				
						<pubPlace>Venezia</pubPlace>						
						<date>1547</date>
					</bibl>
				</sourceDesc>
			</fileDesc>
		</teiHeader>
		<text>
			<front>
				<div type="introduzione">
				   <div1 type="intro">
					<head type="intro">Introduzione
					</head>
					
					<p>
«M’avete fatto durar fatica in ricercar l’inezie, et inavvertenze de’ poeti, delle quali in
ultimo non si cava se non molta perdita di tempo, e poco frutto per l’intelletto»: suggellata
in questa guisa, con uno scatto un po’ risentito di fastidio appena mitigato da una cortese,
epper&#x00f2; convenzionale protesta di compiacenza affettuosa («ch’il durar fatica per un amico &#x00e8;
cosa giocondissima, quando a quella segue il contento della satisfazione»), l’epistoletta a carattere
filologico-antiquario indirizzata «di Fiorenza, il 9 di Settembre 1547» da un letteratissimo
frate Remigio Nannini domenicano, fecondo non meno che felice volgarizzatore di
scrittori sacri e profani, oltrech&#x00e9; lirico di qualche fama<ref target="1">1</ref>, al suo inidentificato corrispondente
anconetano (ma confronta la Nota al testo posta in calce a questa introduzione), testimonianza
anch’essa fededegna di «vasta erudizione» (n&#x00e9; tuttavia, con ogni evidenza, asettica o impersonale,
e anzi di quando in quando arditamente periclitante) e di «gusto sicuro», come a
ragione &#x00e8; stato scritto<ref target="2">2</ref>, al pari di ogni altro frutto del suo pi&#x00f9; che florido ingegno, non poteva
non rivelarsi pure documento di inclinazioni antimanieristiche spiccate. Di un antimanierismo
indubitabile, e tanto pi&#x00f9; radicale quanto pi&#x00f9; espresso nelle forme di un distacco - di una
repulsione, addirittura - che non ammetter&#x00e0; repliche («questo &#x00e8; quanto so, e posso dirvi in
s&#x00ec; fatta materia: la qual m’ha dato occasione di veder molti libri, e legger molti versi, ma
con pochissimo frutto»), e tale insomma da risultare quasi una condanna senza possibilit&#x00e0; di
appello non gi&#x00e0;, o non necessariamente, per tutte le «voci disperse» nel confuso tumulto
della ‘barbarie’ postclassica, ma s&#x00ec; per i rozzi e artificiosi espedienti formali - dai versi cosiddetti
leonini, ibrido compromesso («un composto, per non dire un Monstro») tra <hi rend="corsivo">numerus</hi>
latino e <hi rend="corsivo">consonantia</hi> volgare, ai calligrammi di puerile scaltrezza laboriosamente intessuti a
cavaliere tra <hi rend="corsivo">Spätantike</hi> ed Et&#x00e0; di Mezzo - escogitati dall’artigrafia nel corso degli otto secoli
di ferrea oscurit&#x00e0; (o di «silenzio», volendo proseguire sulle tracce dell’indicazione carducciana)
che preluderebbero al «miracolo improvviso» dell’aurora dantesca. Ovvero, per meglio
dire, e pur tenendo nel debito conto l’ipotesi, da considerarsi ormai accreditata, che ravviserebbe
in Remigio certa precoce attitudine per le steganografie poetiche, per l’esoterica
espressivit&#x00e0; di un <hi rend="corsivo">trobar clus</hi> di segno supremamente mistico e allegorico, petrarchesca<ref target="3">3</ref>.
					</p>

                   <p>
Tuttavia, pur prescindendo da ogni petizione di principio, l’ostensione - chiara ed esauriente,
nei limiti del possibile - dei fatti stilistici e linguistici rassegnati (minime rivelazioni
per una pur breve e per nulla pretensiosa catabasi<ref target="4">4</ref>) si dimostra senza meno condotta con
coscienza, e con la dovuta e sofferta umilt&#x00e0; che ogni didattica esige. E se, al pari di ogni
altra virt&#x00f9;, l’onest&#x00e0; intellettuale ha da essere almeno riconosciuta, premio a se stessa anche
quando corra il rischio di fruttare risultati opposti alle idee professate, non si potr&#x00e0; non rilevare
come, dietro il blando tono sprezzante, anche il discorso occasionalmente atteggiato
a circostanziata denuncia di solecismi d’ogni genere sortisca in realt&#x00e0; effetti inopinati. Al
punto che, pazientemente e ripetutamente saggiata dal Nannini nel vile metallo delle campionature
prodotte, financo la <hi rend="corsivo">poetria</hi> mediolatina, la spuria tradizione versificatoria che una
mera collettanea di irregolarit&#x00e0; e astruserie recidive illustrerebbe (quantunque con una certa
approssimazione) nei suoi esiti pi&#x00f9; reprensibili finisce, inevitabilmente, per apparirci dotata
di una segreta, tenace coerenza, del tutto irriducibile alla dominante presunzione di inettitudine,
non tardando a persuaderci - nonch&#x00e9; di un calcolo, o di un ben ponderato arbitrio
sotteso alle opzioni poetiche deplorate - dell’esistenza di una progettualit&#x00e0; vasta e diffusa,
organica e a suo modo ben definita nel cerchio delle proprie anomalie, e di costituzione
eguale e contraria rispetto agli ideali dichiarati con altrettanto strenuo puntiglio in nome di
un diverso concetto di poetica<ref target="5">5</ref>. In tale prospettiva interpretativa, che non sarebbe illecito
immaginare inaugurata da Remigio Fiorentino, involontario ricognitore di frontiere critiche
oggi meglio note, neppure periodiche e risorgenti oltranze<ref target="6">6</ref> potranno essere pi&#x00f9; trattate alla
stregua di fenomenologie casuali, e men che meno assimilate alle supposte trascuratezze rinvenute
nei modelli tr&#x00e0;diti attraverso l’ipercritico occhiale di lettore sperimentato degli <hi rend="corsivo">auctores</hi>,
essi stessi colti talvolta - e perci&#x00f2; censurati, in nome di un ormai intangibile principio
di concinnit&#x00e0; - in flagrante <hi rend="corsivo">dormitare</hi>, fatta salva la possibilit&#x00e0; di assolverli, almeno a <hi rend="corsivo">posteriori</hi>
(«che s&#x00ec; fatta sorte di versi [<hi rend="corsivo">scil</hi>. leonini] non piacesse a Virgilio, si pu&#x00f2; manifestamente vedere
in quell’opere ch’egli emend&#x00f2; da se stesso […] perch&#x00e9; nello scriver di quelle forse poteva
averne fatto qualcuno, come appare nell’Eneide, ma nell’emendarle poi […] gli lev&#x00f2; via, come
goffi et indegni del nome d’Eroico»), dall’accusa di occasionale negligenza<ref target="7">7</ref>.
                   </p>
                   </div1>
                   
                   <div1 type="notealtesto">
                     <head>Nota al testo</head>
                     
                     <p>
                     La lettera di Remigio Nannini &#x00e8; riprodotta da: <hi rend="corsivo">Considerationi civili sopra l’Historie di M. Francesco Guicciardini,
e d’altri Historici. Trattate per modo di Discorso da M. Remigio Fiorentino. Dove si contengono Precetti e Regole
per Principi, per Rep., per Capitani, per Ambasciatori, e per ministri di Principi. E s’hanno molti avvedimenti del
viver civile, con l’essempio de’ maggior Principi e Rep. di Christianit&#x00e0;. Con alcune Lettere Familiari dell’istesso sopra
varie materie scritte a diversi Gentil’huomini. E CXLV Advertimenti di M. Francesco Guicciardini nuovamente posti
in luce,</hi> In Venetia, Appresso Damiano Zenaro, MDLXXXII.
                     </p>
                     
                     <p>
                     In tale edizione le <hi rend="corsivo">Lettere familiari</hi> occupano le pp. 150-220; quella qui edita si legge alle pp. 197-200; sulla
composizione e la raccolta di tali <hi rend="corsivo">Lettere familiari</hi> si veda ancora quanto &#x00e8; detto in D. CHIODO , Introduzione …,
cit., p. X e n.
                     </p>
                     
                     <p>
                     A proposito dell’identit&#x00e0; del destinatario dell’epistola sui versi leonini si noti che la lettera successiva (pp.
200-202) &#x00e8; indirizzata “A l’istesso in Fiorenza”: si pu&#x00f2; di conseguenza avanzare un’ipotesi di identificazione nel
“Magnifico M. Girolamo Gerini Fiorentino Mercante in Ancona”, destinatario di un’altra lettera del Nannini;
ma ovviamente si tratta di una possibilit&#x00e0; affatto aleatoria.
                     </p>
                     
                     <p>
                     Allestendo per la pubblicazione il testo che qui presentiamo si &#x00e8; provveduto (come altre volte, secondo consuetudini
ormai invalse da qualche tempo presso «Lo Stracciafoglio») a corredare di acconci volgarizzamenti i
componimenti mediolatini pi&#x00f9; o meno estesamente citati da Remigio - e di massima, peraltro, comprensibilissimi
anche al lettore non specialista - mettendo forse qualche cura in pi&#x00f9; del solito nell’ormeggiarne le peculiarit&#x00e0;:
nel caso specifico, ricalcandone pure in traduzione gli approssimativi giochi di assonanze e di «rime interne». E
ci&#x00f2; non certo per l’ambizione di «mostrar di saper far d’ogni cosa», al modo dei fatui di cui scrive il Nannini,
nel vano tentativo di emulare partiti tecnici sempre poco soddisfacentemente riproducibili (o decisamente impervi:
si pensi, nella fattispecie, allo scampolo di carme figurato menzionato dall’autore della <hi rend="corsivo">Lettera</hi>, in cui il plesso
inestricabile di valori verbali-semantici e visivi oppone un limite oggettivo alla buona volont&#x00e0; dell’interprete, per
il quale la mera glossa si riveler&#x00e0; pi&#x00f9; che sufficiente allo scopo), quanto piuttosto vagheggiando discretamente
il conseguimento di un’adesione alla lettera, ma soprattutto allo spirito, degli <hi rend="corsivo">exempla</hi> illustrati, in grado di consentire
una misura di conformit&#x00e0; a quel gusto per il <hi rend="corsivo">lusus</hi> che unicamente potrebbe giustificare, in prospettiva
‘poetica’, l’esercizio - l’ostinata, perseverante pratica - di tali futili diletti.
                     </p>
                     
                   </div1>
				</div>
			</front>
			
			<body>
				<div type="testo">
				   <div1 type="introtesto">
					<head type="originale"/>
				
				    <lg type="introtesto">	
				   
					<l>Al Magnifico Signor … in Ancona.</l>
<l>Dell’invenzione de’ versi latini in Roma detti Leonini,</l>
<l>delle cose ingegnose fatte in quelli, e s’appresso scrittori buoni se ne trovano</l>
                        </lg>                      
                        
				   </div1>
				   
				     <div1 type="paragrafo">
				     <p type="par">
				     Io certamente non posso credere che altri fusse inventore di quei versi che oggi si chiaman
Leonini, se non un certo Leone, l’origine del quale io non ho ancor trovata, n&#x00e9; so chi, n&#x00e9;
d’onde ei si fusse<ref target="8">8</ref>. Questa sorte di versi cominci&#x00f2; aver credito in tutta l’Europa allora che
crebbe un costume per tutto, che ciascuna provincia componendo versi in rima nella sua
lingua gli andavon cantando per le strade. Onde i versi in lingua volgare cominciorno venir
in tanto credito che nessuna composizione o poema era tenuto in pregio se non era fatto in
rima e non aveva quel numero e dolcezza di consonanza che suole apportar seco la rima.
Quindi avvenne che gli studiosi delle Sacre lettere pigliando ancor essi occasione da quell’uso,
o abuso che si fusse, di quei tempi, e desiderando che le cose sacre fussero lette dagli uomini
di quel secolo dati al verso et alla rima, presero da’ Latini e da’ Volgari le parti principali
e fecero un composto, per non dir un monstro, che aveva dell’uno e dell’altro; e da’ Latini
antichi presero le parole et il numero de’ piedi, e da’ Volgari la consonanza della rima, la
qual collocavano or nella fine di due versi, ora nel mezzo e nel fine del verso, secondo che
tornava lor pi&#x00f9; commodo o avevano pi&#x00f9; riputazione nella composizione: di che vi dar&#x00f2; gl’essempi
qui di sotto<ref target="9">9</ref>. Qualche volta attendevano ancora a certe invenzioni ingegnose, come
dire che in duo versi non fussero pi&#x00f9; che tante littere col perfetto numero de’ piedi, con la
rima pur nell’ultimo; e ne furon fatti con tanto artificio che alcune lettere et anche sillabe
servivano a due exametri, mettendole nel mezzo senza guastar il senso e ’l numero del verso;
vi furono ancor di quelli che con grande artificio, molta fatica e spesa di molto tempo s’ingegnorno,
oltre all’egual numero delle lettere, far che alcune di quelle lettere secondo il sito
loro dove erano poste formassero qualche figura, come fece Rabano Mauro vescovo maguntino,
il qual, scrivendo un suo poema in lode della croce<ref target="10">10</ref>, dispose talmente alcune lettere
nel mezzo, che leggendole per i lati della croce accompagnavano il senso del verso e ne
formavano da loro stesse due altri, come qui nell’essempio suo si vede<ref target="11">11</ref>.
				     </p>
				   </div1>
				   
				   <div1 type="croce">
				   <lg type="div1">
<l>f r o</l>
<l>o u f</l>
<l>r c u</l>
<l>m i l</l>
<l>a s g</l>
<l>s u e</l>
<l>a e t</l>
<l>c n a</l>
<l>r e m</l>
<l>a r i</l>
<l>t a c</l>
<l>a n t</l>
<l>c d u</l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div2">
<l>magnu </l>
<l>onor; l</l>
<l>uor ho </l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div3">
<l>stit h </l>
<l>us loq</l>
<l>tioni </l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div4">
<l>Arbor odore potens</l>
<l>Quo summa uere sacr</l>
<l>Hortus ditatus est, pa</l>
<l>Floribus, et foliis,  </l>
<l>Omnes excedens alt</l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div5">
<l>Cum totam pie </l>
<l>Ambit uerus h</l>
<l>Stans homo, li</l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div6">
<l>Daemonis horrendus</l>
<l>Arbor sola tenens u</l>
<l>Purpureo regis sub</l>
<l>Aeterna es radio: st</l>
<l>Aedes turritae, ex ho</l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div7">
<l>ndoso uertice nata,</l>
<l>luit ordine bertas,</l>
<l>i nullus in orbe fuit</l>
<l>leno germine diues,</l>
<l>rauitudine syluas.</l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div8">
<l>onosque, decusque,</l>
<l>uitur ea uoto</l>
<l>denegat atrae</l>
				   </lg>
				   
				   <lg type="div9">
<l>sciri, laude moueri. os</l>
<l>uirtute colores, tu</l>
<l>roscida fulgens in te</l>
<l>nam pie uinctae </l>
<l>dum es nomine beata. </l>
				   </lg>
				   				   
				   </div1>
				   
				   <div1 type="paragrafo">
				     <p type="par">
				     I duo versi son questi:
				     </p>
				   </div1>
				   
				   <div1 type="citato">
				    <lg type="cit">
<l>Forma sacrata Crucis venerando fulget amictu,</l>
<l>Magnus vestit honor, laetus loquor hoc nationi.</l>
				    </lg>
				   </div1>
				   
				   <div1 type="paragrafo">
				      <p type="par">
				        Quanto a’ versi latini d’una rima sola nell’ultimo del verso ce ne sono gli essempi in Pietro
Rigense francese, prete della Chiesa di Roano<ref target="12">12</ref>, il qual visse al tempo di Federigo primo
Imperatore nel 1170, nel principio di Iob, dove dice<ref target="13">13</ref>:
				      </p>
				   </div1>
				   
				   <div1 type="citato">
				     <lg type="cit">
<l>Librum Iob Moysi quidam tribuere magistri</l>
<l>Eius ut a[u]ctori: sed opinio falsa sinistri</l>
<l>Iudicii geritur; alii voluere libelli</l>
<l>A[u]ctorem non esse natum: sed et ista refelli,</l>
<l>Tamque falsa solet, etc.</l>
				     </lg>
				   </div1>
				   
				    <div1 type="paragrafo">
				        <p type="par">
L’essempio di versi ch’hanno la rima nel mezzo e nel fine si cava dal medesimo Pietro
Rigense nell’esposizion del cap. XIV di Iob, sopra quelle parole, Quis potest facere mundum
de immundo conceptum semine? Nonne qui tu solus es, la qual egli in versi espone a questa
foggia<ref target="14">14</ref>:
  </p>
</div1>

 <div1 type="citato">
      <lg type="cit">
<l>Pandit scriptura: Christi mysteria pura</l>
<l>De sacro flatu qui prodiit absque reatu</l>
<l>Non ex immundo procedens semine mundo,</l>
<l>Mundans immunda, per quem mens et caro munda.</l>
   </lg>
</div1>

 <div1 type="paragrafo">
   <p type="par">
Questo medesimo modo osserv&#x00f2; Francesco Dolense frate di San Francesco<ref target="15">15</ref> sopra gl’atti
degli Apostoli, il qual cominci&#x00f2; la sua postilla a questa foggia<ref target="16">16</ref>:
  </p>
</div1>

 <div1 type="citato">
     <lg type="cit">
<l>Si vis transacta Apostolica noscere facta,</l>
<l>Haec tibi postilla tractabit versibus illa.</l>
   </lg>
</div1>

 <div1 type="paragrafo">
    <p type="par">
L’essempio di coloro che si sono obligati di metter tante lettere in duo esametri con la
medesima rima nel fine l’abbiamo pure nel medemo Pietro Rigense sopra le parole di Iob
al terzo cap. Pereat dies in qua natus sum, dove dice cos&#x00ec;<ref target="17">17</ref>:
  </p>
</div1>

 <div1 type="citato">
     <lg type="cit">
<l>Illa dies pereat, quae me produxit ad ortum</l>
<l n="34">Nec videat nox illa Aurora[e] nobilis ortum.&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;34</l>
<l>Sit nox illa gravis, nec laudis digna favore</l>
<l n="36">Stet disiuncta procul a verae lucis honore.&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;36</l>
   </lg>
</div1>

 <div1 type="paragrafo">
     <p type="par">
L’essempio di coloro ch’hanno fatto versi con la rima nell’ultimo e servitosi d’alcune lettere
e sillabe che servono a l’uno e l’altro, senza guastar il senso, si vede in questi quattro versi
posti sotto l’imagine d’un crocifisso in San Gioanne Pollo, dove le lettere sono disposte in
questa foggia<ref target="18">18</ref>:	
       </p>			   
	</div1>
	
	<div1 type="layout"> 
	<lg type="lay">
<l>Quo&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;An&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Di&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Tristi&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x20;&#x20;Fu&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Stra</l>
<l>&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;s&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;guis&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;rus&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;De&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;nere&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;vit.</l>
<l>Ho&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;San&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Mi&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Christi&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Vul&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;La</l>
<l></l>
<l>Qu&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Tu&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Tenta&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Morta&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Sor&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Pere</l>
<l>&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;os&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;nc&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;tor&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;li&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;te&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;mit.</l>
<l>H&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Nu&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Salva&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Crude&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Mor&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;Rede</l>
	
	</lg>
	
	</div1>
	
	<div1 type="paragrafo">
	<p type="par">
	E tanto crebbe l’uso di questi versi nella corruttela della lingua latina, et ebbero tanto
credito, che non era tenuto buon poeta latino colui che non faceva i suoi versi in rima, o
fussero eroici o lirici o d’altra sorte, del qual modo di fare i literati di quei tempi che pure
eron famosi si servirono, vedendo che tale era l’abuso e l’umor del secolo d’allora. Onde
nelle scritture che s’avevano a metter in publico, cos&#x00ec; scolpite ne’ sepolcri come scritte per
altre occasioni, o fussero ecclesiastiche o profane, eran tutte di quella sorte, perch&#x00e9; s’avessero
a far in versi. Egli &#x00e8; ben vero che non pare che questi versi fussero in uso da quattrocento
anni a dietro, e cominciarono nella declinazione dell’Imperio o poco doppo, nella quale anco
declin&#x00f2; la bellezza della lingua latina, et avanti a quei tempi non si vede che fussero in preggio,
et anco da molti anni in qua, essendo rinato lo studio delle lingue, sono stati del tutto abbandonati
e lasciati. Ma che fussero in preggio appresso i Principi di quei tempi se ne pu&#x00f2;
aver il testimonio delle publiche inscrizioni, e massime di re e di regine, e delle composizioni
ecclesiastiche, le quali essendo in versi son tutte in rime, e n’avete avuto gli essempi di sopra,
a’ quali si potrebbono aggiugnere molti altri versi d’inni e di sequenze altramente ditte ‘prose’,
ma perch&#x00e9; me n’anderei in infinito non gli scriver&#x00f2; qui altramente; e de’ profani se ne vedono
alcuni nel libro delle vite de’ Duchi di Milano del Giovio<ref target="19">19</ref>, il quale con diligenza raccolse
gli epigrammi delle sepolture de’ Prinicipi di quella citt&#x00e0;, come &#x00e8; quel di Luchino Visconte
quinto Principe di Milano, che fu attossicato con veleno a termine da Isabella Flisca, detta
per sopranome Fosca, sua moglie. I versi del quale son questi<ref target="20">20</ref>:
	</p>
	
	</div1>		
	
	<div1 type="citato">
        <lg type="cit">
<l>Iustitiae cultor, scelerumque acerrimus ultor,</l>
<l>Pauperibus carus, nunquam dum vixit avarus</l>
<l>Egregiis factis et cladibus ante peractis</l>
<l>Insignem bello laudem meruit, nisi fraudem</l>
<l>Sors mala struxisset, crudeliter et periisset.</l>
      </lg>	
      	</div1>
      	
      	<div1 type="paragrafo">
      	  <p type="par">
      	  Et in altri epigrammi de’ medesimi Principi si vedono alcuni versi del medesimo andar
mescolati con buoni, ancorch&#x00e9; rozzi, il che credo che fusse fatto da quelli scrittori per mostrar
di saper far d’ogni cosa. Il Fazzello<ref target="21">21</ref> ancora, nella vita di Federigo secondo Imperatore, mette
l’epitafio che gli fu posto nella sepoltura alla sua morte, che fu l’anno 1250, il qual dovette
esser commesso a qualche gran litterato di quei paesi; et i versi son questi<ref target="22">22</ref>:
      	  
      	  </p>
      	</div1>	  
      	
      	<div1 type="citato">
      	   <lg type="cit">
<l>Si Probitas sensus, virtutum gratia, census</l>
<l>Nobilitate orti possent resistere Morti</l>
<l>Non foret extinctus Fridericus, qui iacet intus.</l>
      	   
      	   </lg>
      	</div1> 
      	
      	<div1 type="paragrafo">
      	   <p type="par">
      	   I quali, come vedete, hanno la rima nel mezzo e nel fine, e credo che questo fusse il modo
di componere tenuto pi&#x00f9; artificioso.
      	   </p> 
      	   
      	   <p type="par">
      	   Quanto dunque al primo inventore, io non so dir altro se non che fu un certo Leone da
cui furon poi detti versi Leonini, ma quanto a quel che domandate, se di questa sorte versi
se ne trova ne’ buoni poeti antichi, come in Virgilio, in Ovidio et in Orazio, dico che se ne
trovano alcuni, i quali da loro credo fussero fatti a caso. Che s&#x00ec; fatta sorte de versi non
piacesse a Virgilio si pu&#x00f2; manifestamente vedere in quell’opere che egli emend&#x00f2; da se stesso,
come la <hi rend="corsivo">Bucolica</hi> e la <hi rend="corsivo">Georgica</hi>: perch&#x00e9; nello scriver di quelle forse poteva averne fatto qualcuno
come appare nell’<hi rend="corsivo">Eneide</hi>, ma nell’emendarle poi e mettervi l’ultima mano gli lev&#x00f2; via
come goffi et indegni del nome d’eroico. Nell’<hi rend="corsivo">Eneide</hi> se ne trovano alcuni perch&#x00e9; ella non
fu corretta da lui ma da Varro e Tucca, i quali avendo licenza di levare ma non di mettere
ve gli lasciarono stare, come per essempio son questi nel terzo dell’<hi rend="corsivo">Eneide, Cornua velatarum
obvertimus antemnarum</hi> [Aen. III, 549], e nel detto nel lamento di Didone contra Enea v’&#x00e8;
questo, <hi rend="corsivo">Nec dum Laomedonteae sentis, periuria gentis</hi> [Aen. IV, 542], e nel medesimo, <hi rend="corsivo">Linquens
multa metu cunctantem, et multa parantem Dicere</hi> [Aen. IV, 390]. E nel duodecimo, <hi rend="corsivo">Corripit
et venienti Ebuso, plagamque ferenti Occupat</hi> [Aen. XII, 299], e nell’istesso, <hi rend="corsivo">Tum caput orantis
nequicquam, et multa parantis Dicere</hi> [Aen. X, 554] etc. Orazio ancora nella <hi rend="corsivo">Poetica</hi> ne fece
uno quasi simile, quando disse <hi rend="corsivo">Pleraque differat et praesens in tempus omittat</hi> [Ars 44]. Stazio
similmente nel quinto libro delle <hi rend="corsivo">Selve</hi>, ne’ versi intitolati <hi rend="corsivo">Epicedium in filium</hi>, dice: <hi rend="corsivo">Orbus
ego, huc patres, et aperto pectore matres Conveniant</hi> [Sil. V, 13], etc. Ovidio ancor egli nel
sesto delle <hi rend="corsivo">Trasformazioni</hi>, parlando della morte d’Eteocle e Polinice fratelli, dice: <hi rend="corsivo">Lumina
versarunt, animam simul exalarunt</hi> [Met. VI, 247]. Cos&#x00ec; inettamente ancora fu tradotto un
verso d’Omero nel secondo dell’<hi rend="corsivo">Illiade</hi>, di cui fa menzione Macrobio come d’un proverbio,
il qual fu portato nella lingua latina a questa foggia<ref target="23">23</ref>: <hi rend="corsivo">Turpe est [et] mansisse diu, vacuumque
redisse.</hi>
      	   </p>  
      	   
      	   <p type="par">
      	   Questo &#x00e8; quanto io so e posso dirvi in s&#x00ec; fatta materia, la qual m’ha dato occasione di
veder molti libri e legger molti versi, ma con pochissimo frutto, perch&#x00e9; se voi andrete considerando
m’avete fatto durar fatica in ricercar l’inezie et inavvertenze de’ poeti, dalle quali
in ultimo non si cava se non molta perdita di tempo e poco frutto per l’intelletto. Con tutto
ci&#x00f2; mi parr&#x00e0; aver fatto assai se v’arr&#x00f2; satisfatto in parte, ch’il durar fatica per un amico &#x00e8;
cosa giocondissima quando a quella segue il contento della satisfazione, e con questa vi bacio
la mano.
      	   </p>   
      	   
      	   <p type="par">
      	   Di Fiorenza il 9 di settembre MDXLVII.
      	   </p>	
      	</div1>
				</div>
			</body>
			<back>
				<div type="note">
				   <div1>
					<head type="note"><hi rend="grassetto">NOTE</hi></head>
					<note n="1" type="norm">
						<hi rend="grassetto">1.</hi> 
						Intorno alla non irrilevante esperienza poetica di Remigio Nannini (Firenze, ca 1518 - ivi, ca. 1581), maturatasi
per tempo in un salubre clima umanistico, e «prima che sul Petrarca» indubitabilmente «cresciuta sui Latini»
(Baldacci), in particolare sugli elegiaci, come dimostrerebbero i celebrati volgarizzamenti dalle <hi rend="corsivo">Heroides</hi> (le <hi rend="corsivo">Epistole
d’Ovidio</hi>) che non a torto si son potuti definire forse «la pi&#x00f9; bella traduzione poetica di et&#x00e0; rinascimentale»,
con molta opportunit&#x00e0; si diffonde Domenico Chiodo nella sua introduzione al recentemente riedito canzoniere
giovanile del Fiorentino (cfr.R<hi rend="maiuscoletto">emigio</hi> N<hi rend="maiuscoletto">annini</hi> , <hi rend="corsivo">Rime</hi> , a cura di D. Chiodo, Torino, Res, 1997), cui si rinvia per
ogni ulteriore approfondimento. Ma in questa sede converr&#x00e0; pure ricordarne, per quanto fuggevolmente, l’indefessa
attivit&#x00e0; di editore (dell’Aquinate, ma anche di Olao Magno, del Guicciardini, della <hi rend="corsivo">Cronica</hi> di Giovanni
Villani, fra l’altro) e collaboratore di stampatori illustri (i Giolito), nonch&#x00e9; di storico e scrittore politico di tempra,
e di statura tutt’altro che trascurabile, quale si scopre nelle sue <hi rend="corsivo">Considerationi civili sopra l’Historie</hi> di M. Francesco
Guicciardini. Mancando a tutt’oggi uno studio esauriente sulla complessa e versatile figura di Remigio Fiorentino,
i principali riferimenti bio-bibliografici ch’&#x00e8; possibile desumere dalla farragine dei gi&#x00e0; noti repertori sei- e settecenteschi
(in particolare presso J. Q<hi rend="maiuscoletto">uetif</hi> - J. E<hi rend="maiuscoletto">chard</hi> O.P., <hi rend="corsivo">
Scriptores Ordinis Praedicatorum</hi>, Parisiis 1721, II,
pp. 259-260, e G. N<hi rend="maiuscoletto">egri</hi> S.J., <hi rend="corsivo">Istoria degli scrittori fiorentini</hi>, Ferrara 1722, pp. 481-483) vengono convenientemente
riscontrati e riassunti dal Chiodo nella citata introduzione alle <hi rend="corsivo">Rime</hi> .
						</note>
						
					<note n="2" type="norm">
					     <hi rend="grassetto">2.</hi> 
					     Cfr. D. C<hi rend="maiuscoletto">hiodo</hi> , Introduzione a R<hi rend="maiuscoletto">emigio</hi> N<hi rend="maiuscoletto">annini</hi> ,
					      <hi rend="corsivo">Rime</hi> , cit., p. XLII .
</note>

					<note n="3" type="norm">
						<hi rend="grassetto">3.</hi> 
						Qualora almeno si intenda con ci&#x00f2; significare l’ultima, ed epocale, epifania non di un astratto canone rigoristicamente
concepito, quanto piuttosto di un’aurea norma di classicit&#x00e0; letteraria (e linguistica!) cui lo stesso Remigio,
fedele ad una sensibilit&#x00e0; - ad una estetica, in definitiva - assai prossima al trapasso qualitativo, e vicina
dunque a mutarsi in autentica etica, dovette sia pure con discrezione aderire. Ma si veda ancora al riguardo D.
C<hi rend="maiuscoletto">hiodo</hi> , Introduzione a R<hi rend="maiuscoletto">emigio</hi> N<hi rend="maiuscoletto">annini</hi> ,
 <hi rend="corsivo">Rime</hi> , cit., pp. XXXVI- XXXVIII.          
</note>

					<note n="4" type="norm">
						<hi rend="grassetto">4.</hi> 
						Bench&#x00e9;, se non altro sotto il profilo metodologico, precorritrice di ulteriori - e certo pi&#x00f9; velleitari - propositi,
di cui vorr&#x00e0; farsi carico la modernit&#x00e0; («sembra sia uno dei compiti della nostra generazione», come altri addirittura
ha potuto asserire, «portare alla luce il <hi rend="corsivo">mundus subterraneus</hi> della storia culturale europea con mezzi empiricocritici
»: cfr. G. R. H<hi rend="maiuscoletto">ocke</hi> , <hi rend="corsivo">Manierismus in der Literatur</hi>, Rowohlt, Hamburg, 1959 [<hi rend="corsivo">Il manierismo nella letteratura</hi>,
Il Saggiatore, Milano, 1965, tr. it. di R. Zanasi, p. 13]).
</note>

					<note n="5" type="norm">
						<hi rend="grassetto">5.</hi> 
					Laddove si consenta a riconoscere nella disputa intemporale tra ‘atticismo’ e ‘asianesimo’ - o, generalizzando,
tra ‘classicismo’ e ‘maniera’ - i termini di una incessante dialettica, se non addirittura «una delle tensioni originarie
dello spirito europeo» (Cfr. E. N<hi rend="maiuscoletto">orden</hi> , <hi rend="corsivo">Die antike Kunstprosa</hi>, Leipzig-Berlin 1909, p. 325 s. e <hi rend="corsivo">passim</hi>).	
</note>

					<note n="6" type="norm">
						<hi rend="grassetto">6.</hi>
				Superflua ogni ulteriore precisazione al riguardo; circostanziando un poco, tuttavia, non sembra ci si possa
esimere dal far menzione (perlomeno nell’ambito ristretto e specifico di cui parliamo, beninteso) dei grotiani 
<hi rend="corsivo">carmina latina</hi> - «terre vergini» tuttora all’indagine critica su cui recentemente richiamava la nostra attenzione
l’amico Gabriele Gatti di Locarno, da sempre appassionato studioso del Cieco d’Adria - i quali pure militano,
nella loro attardata pratica di arguzie alquanto abusate (dai <hi rend="corsivo">doctissimi magistri</hi> palatini a Matteo di Vendôme)
e illusionistici lambiccamenti, a favore di una definizione complessiva di poesia quale naturale <hi rend="corsivo">pendant</hi> a una
realt&#x00e0; intimamente percepita come «cangiante, leggibile a diritto e a rovescio», «universo babelico, profondamente
relativistico, che rifiuta ogni eziologia, anzi meglio, che le accetta tutte» (G. G<hi rend="maiuscoletto">atti</hi> , <hi rend="corsivo">«Alcune cosette a stampa».
Il canzoniere di Luigi Groto Cieco d’Adria</hi>, in «Rivista di letteratura italiana» 3 XIII [1995], p. 412).
</note>

					<note n="7" type="norm">
						<hi rend="grassetto">7.</hi>
	Vien fatto incidentalmente di notare come i «goffi» esametri rinvenuti nella contestura dell’<hi rend="corsivo">Eneide</hi> e puntualmente
stigmatizzati - ma, ammettiamolo, <hi rend="corsivo">acumine nimio</hi> - da Remigio potrebbero forse contribuire a temperare
l’eccezionalit&#x00e0; del «singolare giudizio negativo» (E. Paratore) espresso, in linea con la caratteristica imprevedibilit&#x00e0;
e il tratto scostante del vero <hi rend="corsivo">dandy</hi> letterario, da des Esseintes a proposito del «doux Virgile» attraverso le parole
di J. K. Huysmans («ce qui l’horripilait davantage c’&#x00e9;tait la facture de ces hexam&#x00e8;tres, sonnant le fer blanc, le
bidon creux» etc.): caso di ancor pi&#x00f9; singolare concordia tra esibito spirito di contraddizione e ultraortodosso
<hi rend="corsivo">bon goût</hi>.
</note>

					<note n="8" type="norm">
						<hi rend="grassetto">8.</hi>
			Nonostante l’uso vulgato, l’enigmatica eponimia attribuita a versi (esametri o pentametri dattilici) di duplice
natura, ritmica e quantitativa ad un tempo, internamente ‘rimati’ - assonanzati per omeoteleuti - o anche complicati
in pi&#x00f9; ampie figure iterative (<hi rend="corsivo">versus caudati quadrigati concatenati salientes etc.</hi>, conforme ai diversi schemi) fu
in effetti duraturo oggetto di perplessit&#x00e0; tra i letterati (dando necessariamente adito alle consuete, pi&#x00f9; o meno
balorde distrazioni congetturali: «Stefano Guazzo ridicolosamente li cred&#x00e9; cos&#x00ec; nominati dalla coda del lione»,
mottegger&#x00e0; il Muratori) almeno fino alle prime estensive indagini erudite del secolo XVII (Moreau, Perizonio
etc.). Il Du Cange, sul solco dell’ipotesi nanniniana, li dir&#x00e0; «sic nuncupatos, quod inventi fuerint a quodam Leone
Poeta, qui circa tempora Ludovici VII vel Philippi Augusti Regum Franciae vixit» (cfr. D<hi rend="maiuscoletto">u</hi> C<hi rend="maiuscoletto">ange</hi> ,
 <hi rend="corsivo">Glossarium…</hi>,
s. v.). Valga, a parziale correttivo di tanto convincimento, il confronto con un’altra, e almeno parimenti autorevole,
opinione: «metto per cosa certa che i versi chiamati leonini, ed ora son detti rimati, non debbono la loro origine
ed invenzione a quel Leone poeta parigino, e monaco benedettino del monistero di San Vittore, che fior&#x00ec; circa
l’anno 1190 come pensarono il Du Cange, Jacopo Perizonio ed altri. Erano preceduti molto prima poeti che
tanto in ritmi che in metri aveano usate le rime. Pu&#x00f2; essere ch’egli perfezionasse quest’arte, ma n&#x00e9; pur questo
&#x00e8; fuor di dubbio. Pot&#x00e9;, dico, essere che questo poeta tessesse un lungo ed elegante poema in cui conservasse la
consonanza di due o tre sillabe nel fine de’ versi, il che niuno de’ suoi predecessori avesse esattamente osservato.
Imperocch&#x00e9; la maggior parte de’ vecchi poeti faceano consistere la rima nella sola sillaba finale de’ versi ritmici
e metrici» (L. A. M<hi rend="maiuscoletto">uratori</hi>, dalla <hi rend="corsivo">Dissertazione</hi> XL: <hi rend="corsivo">Dell’origine della poesia italiana e delle rime</hi>, in ID., <hi rend="corsivo">Dissertazioni
sopra le antichit&#x00e0; italiane</hi>, t. II, Monaco, 1765-1766, p. 437).
</note>

<note n="9" type="norm">
						<hi rend="grassetto">9.</hi>
				 Con accresciuta acribia, sar&#x00e0; ancora una volta il Muratori a puntualizzare che «ne’ Secoli barbarici si cominci&#x00f2;
a frequentare l’allettamento delle rime non solamente ne’ ritmi, ma anche ne’ metri, prendendo ci&#x00f2; per dilettevol
cosa, e perch&#x00e8; s’immaginarono non senza fondamento che pi&#x00f9; agevolmente si metterebbono a memoria e si
riterrebbero i versi. Sulle prime, costume fu di fare la consonanza o rima nella sola ultima sillaba del verso a
cui corrispondesse la eguale del verso susseguente. […] Finalmente si arriv&#x00f2; a fare che le due sillabe lunghe
terminanti il verso, o pure tre, se era un dattilo, avessero nel seguente una simile corrispondenza di lettere e
suono. Pass&#x00f2; poi questo costume nella poesia italiana: del che ognuno &#x00e8; testimonio» (M<hi rend="maiuscoletto">uratori</hi>,
 <hi rend="corsivo">Dissertazioni…</hi>,
cit., p. 436).
</note>

<note n="10" type="norm">
    <hi rend="grassetto">10. </hi>
    In realt&#x00e0;, appena un frammento (la protasi) di un pi&#x00f9; ampio technopaegnion esametrico - il carme XIII del
<hi rend="corsivo">Liber de laudibus sanctae crucis</hi>, sorta di boeziana menippea ulteriormente impreziosita dai numerosi virtuosismi
tecnici di cui Rabano Mauro, teologo e poeta d’et&#x00e0; carolina (Mainz, circa il 780 - ivi, 856), s’industria a dar
prova sulle orme dell’africano Ottaziano Porfirio - seminato di altri <hi rend="corsivo">versus intexti</hi>, torti anch’essi in figura di crocette
simili a quella riprodotta, prima di una serie di quattro simmetricamente disposte in prossimit&#x00e0; di ogni lato del
quadrato formato sulla pagina dalla regolare disposizione dei versi e delle lettere che li compongono.
</note>

<note n="11" type="par">
    
    <p>
    <hi rend="grassetto" >11. </hi>
    Il ‘poema’ rabaniano presenta nella trascrizione del Nannini, siglata R. in apparato, alcune divergenze (gi&#x00e0; la
circostanziata delibazione delle varianti riportate potr&#x00e0; dire se sostanziali o meno) rispetto sia ai testimoni noti
attraverso la tradizione manoscritta (globalmente designati con <hi rend="corsivo">codd.</hi>) sia alla prima stampa dell’opera, allestita
sul principio del sec. XVI per cura dell’umanista alsaziano Jakob Wimpfeling (<hi rend="corsivo">Magnencii Rabani Mauri de laudibus
sancte crucis opus eruditione uersu prosaque mirificum</hi>, Pforzheim, in aedib. Th. Anselmi, 1503; in sigla <hi rend="corsivo">Wimpf</hi>.),
interpretabili in definitiva come innovazioni (alterazioni semiconscie presumibilmente; pi&#x00f9; difficilmente errori meccanici).
Per ogni pi&#x00f9; puntuale collazione rinviamo senz’altro i lettori all’edizione di riferimento recentemente
provveduta: R<hi rend="maiuscoletto">abani</hi> M<hi rend="maiuscoletto">auri</hi> <hi rend="corsivo">, In honorem Sanctae Crucis</hi>, cura et studio M. Perrin, Turnholti, Typographi Brepols
Editores Pontificii, 1997 (C.C. [<hi rend="corsivo">Continuatio Mediaevalis</hi>], C). In calce all’apparato variantistico qui prodotto riporto
la versione dei due componimenti:
</p>

<p>
<hi rend="grassetto">1</hi> nata: lata <hi rend="corsivo">codd.</hi>&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0; <hi rend="grassetto">2</hi> quo: qua <hi rend="corsivo">codd.</hi> &#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;<hi rend="grassetto">3</hi> est: es - fuit: est <hi rend="corsivo">codd.</hi> &#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;<hi rend="grassetto">7</hi> uoto: uota Wimpf. &#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;<hi rend="grassetto">8</hi> atrae: atri <hi rend="corsivo">codd.</hi>
&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;<hi rend="grassetto">12</hi> aeterna: aeterno <hi rend="corsivo">codd.</hi> &#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;&#x00a0;<hi rend="grassetto">13</hi> es nomine: est nonne <hi rend="corsivo">codd.</hi>
</p>

<p>
<hi rend="grassetto">2 u- […] -bertas:</hi> ita per tmesin. - <hi rend="grassetto">3. fuit:</hi> sic, spreta tamen metri ratione. - <hi rend="grassetto">13 es nomine:</hi> immutata clausula,
licet a metro abhorrente, ita facilius legit R., ut tam versus quam sensus simul ad rubricatae crucis pedem ambo
claudantur. sententiam autem vv. inss. continuant <hi rend="corsivo">codd.</hi> (vv. 14-15: Machina, et ipsa dei ara, et qui u[s]sit suprema / Lar hoc ne est, et mira lucerna, hoc otia tota <hi rend="corsivo">etc.</hi>).
</p>

<p>
    «Albero grato ed aulente, cresciuto su vetta boscosa, / Donde per sacro decorso promana l’eccelsa abbondanza:
/ Tutto fu adorno di gemme il giardino ch’&#x00e8; senza l’uguale, / Ricco di fiori e di fronde, di mille germogli novelli,
/ Erto in maest&#x00e0;, sotto il cielo, su tutte le selve superbe. / Come piamente ti veste gran gloria, e splendore
sovrano, / Pura ti cinge la grazia: gioioso a te voce l’orante / Leva; perci&#x00f2; la satanica invidia ne vieta il sapere
/ All’empia gente, proibendo lor ogni esultanza, ogni lode. / Albero, per tua virt&#x00f9; solo godi di tanti colori, /
Rorido al tocco soave di porpora regia tu splendi / D’eterna luce: ch&#x00e9; sorgono sacri nel vincolo tuo / Templi
turriti; per questo da tempo sei detto beato».
</p>

<p>
<hi rend="corsivo">Versus intexti</hi> : «Brilla la croce nel suo venerabile manto, l’icona / Sacra che maest&#x00e0; riveste: in letizia ne parlo ai
miei figli».
</p>
</note>

<note n="12" type="norm">
    <hi rend="grassetto">12. </hi>
Pietro Riga (<hi rend="corsivo">Petrus Riga o de Riga</hi>; ma il Nannini equivoca: <hi rend="corsivo">Remensis</hi> , non <hi rend="corsivo">Rotomagensis</hi>), canonico regolare
di S. Agostino a Reims (sec. XII). Fu assai rinomato versificatore delle Scritture - celebri, oltre alle sue parafrasi
poetiche in distici successivamente confluite nell’<hi rend="corsivo">Aurora</hi>, edita ed emendata da Egidio da Parigi, 23 brevi ma
alquanto artificiate <hi rend="corsivo">Recapitulationes</hi> lipogrammatiche dell’Antico Testamento - come pure di alcune fortunatissime
agiografie (<hi rend="corsivo">Vita S. Eustachii, Passio S. Agnetis</hi>).
</note>

<note n="13" type="norm">
    <hi rend="grassetto">13. </hi>
    «Il grave <hi rend="corsivo">Libro di Giobbe</hi> ascrissero alcuni dottori / Al gran profeta Mos&#x00e9;: opinione, per&#x00f2;, che <hi rend="corsivo">a fortiori</hi> /
Bisogner&#x00e0; rigettare; n&#x00e9; ancor peritanza, o timore / Altri mostraron veruno nel dire un fantasma l’autore / Di tale
tomo: e pur questo neghiamo, ch&#x00e9; molti / Sono i pareri mendaci […]»
</note>

<note n="14" type="norm">
    <hi rend="grassetto">14. </hi>
    «Spiega la Sacra Scrittura | di Cristo la religion pura, / Di chi all’angelico effato | concetto fu senza peccato:
/ Frutto non gi&#x00e0; de l’immondo | pollone, ma d’onta pur mondo, / Quegli che rende l’immonda, | ria carne con
l’anima monda».
</note>

<note n="15" type="norm">
    <hi rend="grassetto">15. </hi>
    Non “Francesco”, bens&#x00ec; Alessandro <hi rend="corsivo">de Villa Dei o Dolensis</hi> (Villedieu, Normandia, ca. il 1150 - Avranches,
dopo il 1203), grammatico (<hi rend="corsivo">Doctrinale</hi>) e poeta mediolatino, «versus leonini olim in pretio habiti facile princeps»
(cfr. <hi rend="corsivo">Supplementum et castigatio ad scriptores trium ordinum S. Francisci a Waddingo, aliisve descriptos […] opus
posthumum</hi> Fr. I<hi rend="maiuscoletto">o</hi>: H<hi rend="maiuscoletto">yacithi</hi> S<hi rend="maiuscoletto">baraleae</hi> , Romae, 1908, 
<hi rend="corsivo">s.v.
</hi>).
</note>

<note n="16" type="norm">
    <hi rend="grassetto">16. </hi>
    «Se tu vuoi che manifesta | ti sia l’apostolica gesta, / Leggere adesso potrai | quei versi, con che la cantai».
</note>

<note n="17" type="norm">
    <hi rend="grassetto">17. </hi>
    «Muoia quel giorno nefasto, nel quale gi&#x00e0; vidi la luce, / N&#x00e9; quella notte mai veda la spera del sol che traluce
/ All’orizzonte: negletta, ed ignara di lode, e poi mesta / Sia quella notte infelice, alla luce per sempre molesta».

</note>

<note n="18" type="norm">
    <hi rend="grassetto">18. </hi>
    Il tetrastico cos&#x00ec; risultante appare costituito da versus collaterales pluririmi: unica notevole variet&#x00e0; documentata
in questa sede, al di l&#x00e0; dei leonini propriamente detti e degli esametri rimati <hi rend="corsivo">in disyllabam</hi> citati. Eccone la
versione: «Quante | gi&#x00e0; l’angue | ha spacciato, | quel tristo | serpente, | coi denti, / Tante | pel sangue |
versato | ora Cristo | ha redente | pie genti. // Quanti | ha gi&#x00e0; spenti | Sat&#x00e0;n | tentatore, | e per sorte |
dannati, / Tanti | ha redenti | il sovran | Salvatore, | e da morte | scampati».
</note>

<note n="19" type="norm">
    <hi rend="grassetto">19. </hi>
   <hi rend="corsivo">Le Vitae XII Vicecomitum Mediolani Principum</hi>, volte successivamente in italiano dal Domenichi per i tipi
del medesimo stampatore col quale collabor&#x00f2; a lungo Remigio (<hi rend="corsivo">Le vite dei dodici Visconti prencipi di Milano, di
Monsignor Paolo Giovio vescovo di Nocera, tradotte per m. Lodovico Domenichi</hi>, Venezia, Gabriel Giolito de’
Ferrari, 1549). 
</note>

<note n="20" type="norm">
    <hi rend="grassetto">20. </hi>
    «Della giustizia cultore, | dei crimini acerrimo ultore, / Sempre fu ai poveri caro, | n&#x00e9; mai, finch&#x00e9; visse, fu
avaro. / Per fatti d’arme ed imprese, | nell’aspre e violente contese / Gi&#x00e0; merit&#x00f2; grande lode; | senonch&#x00e9; gli
ord&#x00ec; con la frode / Perfida la malasorte | un tranello, e l’addusse alla morte».
</note>

<note n="21" type="norm">
    <hi rend="grassetto">21. </hi>
    Tommaso Fazello O. P. (Sciacca, 1498 - Palermo, 1570), oratore sacro, teologo ed erudito; il suo capolavoro,
<hi rend="corsivo">De rebus Siculis decades duae</hi> (1558), dovizioso regesto di notizie geografiche e storico-antiquarie composto su
invito di Paolo Giovio, verr&#x00e0; in seguito tradotto dal medesimo Remigio (<hi rend="corsivo">Le due deche dell’historia di Sicilia</hi>,
Venezia 1574).
</note>

<note n="22" type="norm">
    <hi rend="grassetto">22. </hi>
    «Se l’onest&#x00e0;, se il gran cuore, | se l’alte virt&#x00f9;, se l’onore, / Se chi &#x00e8; d’illustre casato | potesse resistere al
fato, / Vivo sar&#x00ec;a Federico, | cui copre gi&#x00e0; il porfido antico».
</note>

<note n="23" type="norm">
    <hi rend="grassetto">23. </hi>
    Resa letterale di Hom . B 298 (<hi rend="corsivo">aiskhron toi deron te menein keneon te neesthai</hi>). La versione latina, di cui,
per il vero, non appare traccia nell’opera di Macrobio, &#x00e8; documentata in una pi&#x00f9; acconcia variante - o meno
‘inettamente’ redatta, perch&#x00e9; priva di rimalmezzo - presso Apostolio (<hi rend="corsivo">Cent.</hi> 1.97: <hi rend="corsivo">Turpe est et mansisse diu vacuumque
redire</hi>); ma cfr. anche Erasmo, <hi rend="corsivo">Adagia</hi> 1787 (2.8.87: <hi rend="corsivo">Foedum et mansisse diu, vacuumque redire</hi>).
    </note>
                  </div1>
				</div>
			</back>
		</text>
	</TEI.2>
</teiCorpus.2>
