Mascarate e capricci dilettevoli

Introduzione

Nel IV volume della sua Commedia dell'Arte Vito Pandolfi1 riprodusse un testo colà presentato come scenario della commedia dell'arte, le Canzoni del bacio : si tratta di un siparietto piuttosto divertente, per le caricature delle parlate dialettali o parodisticamente forestiere (il “Todesco italianato” o il “Franzese italianato”), in cui dieci spasimanti richiedono di un bacio la dama, che sceglierà il “Romano” (Roma era la città natale dell'autore, Paolo Veraldo): così alle dieci goffe profferte amorose seguono le violente “romanzine” dei respinti, venendo nel complesso a comporre un copione che con gli immaginabili lazzi si sviluppa con una certa ampiezza e autonomia, un 'atto unico' ben equilibrato. Grazie a tale scelta del Pandolfi, l'autore è sopravvissuto all'oblio e, benché altrimenti ignoto, il suo nome compare negli studi dedicati alla Commedia dell'Arte, ove si ricordano alcune sue commedie “ridiculose”, le più famose delle quali sono L'intrico e torti intricati (rappresentata nel 1606, stampata nel 1610), L'Anima dell'intrico e Le tre mascharate de i tre amanti scherniti. Il Maylender lo indica anche come fondatore di un'Accademia veneziana degli Intricati della quale non è però in grado di fornire nessuna notizia, e della cui esistenza credo sia in realtà doveroso dubitare.

L'inserimento del copione delle Canzoni del bacio in un repertorio di scenari della commedia dell'arte è nella sostanza legittimo, tuttavia nell'edizione che presumo possa essere la princeps (“In Venetia, Per Angelo Salvadori libraro a S. Moise, MDCXX”) esso appartiene a una raccolta che è dall'autore posta sotto tutt'altra insegna: Mascarate, et Capricci dilettevoli, da cantarsi in ogni sorte d'instrumenti, & recitativi. Oltre che nel frontespizio dell'opera, anche nella breve dedicatoria al signor Francesco Castigliano che apre il volume le “mascarate” del Veraldo vengono connesse a un impiego spettacolare di cui l'accompagnamento musicale è parte integrante, ed esplicitamente l'autore le destina a uno svago festevole, “acciò ella possa talora con suoi cari amici passare il tempo in recreazione”; brogliacci dunque per attori e danzatori improvvisati che intendono vivacizzare feste e banchetti. Di maggior impegno è l'atto scenico delle Canzoni del bacio, molto più brevi i restanti brani che compongono il volume, la maggior parte dei quali composti in stile buffonesco e in lingua dialettale, dal veneziano al napoletano delle mascarate “da Coviello”, al bolognese del “dottor Gratiano”. Oltre alla caratteristica di essere testi concepiti per “cantarsi” con accompagnamento musicale, l'altro loro aspetto distintivo è costituito dal fatto che, nello schema topico delle mascherate2, ovvero l'invito al ballo delle donne che assistono allo spettacolo, grande protagonista diviene l'amfibologia oscena e le salaci allusioni non si mantengono affatto nei limiti della verecondia. Tralasciando dunque i testi dialettali (la cui trascrizione, lo confesso, è per me particolarmente ostica) propongo qui, a sollazzo di lettori non troppo pudibondi, qualche esempio della musa, più gaia che dotta, e non certo casta, di Paolo Veraldo.

DOMENICO CHIODO


Da: Mascarate e capricci dilettevoli

di Paolo Veraldo

I

Mascarata da pasticcieri

Donne belle amorose,
Noi siamo pasticcieri,
E portiàn queste cose
Che l'adopramo a far nostri mestieri;
Facciam bianchi magnar, crostate, e torte,
E le cialde e pasticci d'ogni sorte.

Dateci voi la pasta
Che sia morbida e bianca,
E questo sol ci basta,
Che la carne per farli a noi non manca;
E 'l vostro forno3 prestateci poi,
E lasciatevi pur servir da noi.

Quando la carne sente
Il caldo e il dolce fuoco
Si gonfia e si risente,
E manda fuor l'umor a poco a poco,
Tanto che si ritrova in poco d'ore
Cotto il pasticcio nel suo proprio onore.

Dunque se desiate
Da noi esser servite,
La pasta apparecchiate,
Che noi le carne abbiàn concie e polite,
E intanto che facciàn a voi ritorno,
Tenite apparecchiato e netto il forno.


II

Mascherata da istromentisti

Donne, Maestri siamo
D'ogni stromento, et insegnando andiamo
In questa casa e in quella
A ogni donna e donzella,
Con modi novi, e con graziosi accenti,
Che i scolar nostri restano contenti.

Udite in cortesia.
Chi de trombone ancor imparar desia,
Convien bagiarlo in bocca,
Che 'l bagio dentro scocca,
E tanto in su e in giù quel compagnare
In fin che 'l dolce suon fa risuonare.

Che dirò del cornetto,
Istromento sì raro e sì perfetto?
Bisogna, amor mio fino,
La lingua in tel bocchino
Stridervi dentro, e cavar melodia,
Turando i bucchi con dolce armonia.

E del liuto poi
Ben diamo l'istromento in mano a voi,
E con maniera grata
Si fa la ricercata 4
Sopra la tastatura sì perfetta,
E 'l contrapunto in fin su la rosetta.5

Della viola ancora
In grembo a voi, cara gentil signora,
Metemo l'istromento
Con gran gusto e contento,
L'archetto in man, e po' in quattro tirate
Facciàn far dolce e soave toccate.

Or via, donne amorose,
Se sete belle, siate virtuose:
Il tempo non perdete
Che ve ne pentirete,
Che quando è consumata la bellezza
Supplisce la virtù che 'l mondo apprezza.


III

Mascarata da pittori

O donne belle, noi siamo pittori,
Venuti a posta per farvi un retratto,
Se ve piace nostr'arte liberale,
Grazioso ve 'l farem del naturale.


Vi stupirete veder lavorare
Senza gricolo, e senza cavaletto,
Con maniera sì dolce e sì gradita C
he a doventar pittor ogn'alma invita.

Abbiàn pennelli d'ogni sorte, e grati,
Fatti con la sua tempra, e col dissegno,
E fra gl'altri ve n'è un sì prezioso
Che dentro serba il bel color nascoso.

Gran meraviglia a dir, che un sol colore
Imprime, abozza, colorisce, e incarna,
Aviva, e dà tal spirto alla figura
Che paragona l'arte de natura.
Se vi gradisse dunque, o donne belle,
Aver memoria dell'effigie vostre,
Dateci 'l quadro o il rame acomodato,
Che ve 'l farem polito in ogni lato.


IV

Mascarata da merciari

Comprate, donne, bone robbe e belle,
Qui sono strenghe ben salde e nervose,
Che hanno duro il pontal, longh' e pastose;

Et una sorte d'aghi da maschino, 7
Che non sì tosto sono in la gonella,
Entrano arditi in questa parte e in quella. 8

E se volete del filo bresciano,
Bianco, turchino, verde, giallo, e rosso,
Ve ne darem, suttil, mezzano, e grosso;
E certe binde ben sottil' e fisse
Che vanno in opra una sol volta il mese,
Cosa onorata da Conte e Marchese. 9

Venite, che farenvi buon mercato,
E perché semo dolci di natura,
Vi sarèn longhi e larghi di misura.

 

1. Cfr. La Commedia dell'Arte, a cura di Vito Pandolfi, vol. IV, Firenze, Sansoni, 1958, pp. 156-179. Il Pandolfi trasse il testo da una stampa veneziana del 1672.
2. Sull'argomento mi permetto di rimandare ai miei Appunti sulla “mascarata”, in Scritture e riscritture teatrali, a cura di Giorgio Bárberi Squarotti, Torino, Tirrenia Stampatori, 1998. Ma si veda anche N. Frye, Anatomia della critica, Torino, Einaudi, 1969, pp. 386-394.
3. Le ragioni per cui il forno, calda cavità, sia tra le metafore sessuali privilegiate nella storia della nostra poesia sono facilmente intuibili: il testo più celebre in proposito è senz'altro il Capitolo sopra il forno di Monsignor Della Casa, ma la metafora è già nel Fiore.
4. È voce del linguaggio musicale, intonazione sotto voce prima di iniziare il canto; già nell'Aretino il termine è usato a designare metaforicamente i palpeggiamenti preliminari all'amplesso.
5. Anche questa è voce tecnica che indica la rosa degli strumenti a corda, ma, dal momento che l'espressione designa anche l'areola anale, il doppio senso osceno è evidente.
6. La voce è ignota al GDLI. In proposito si veda la voce alla rubrica delle Correzioni e aggiunte del presente numero.
7. Conservo la scrizione disgiunta dell'originale. L'ago damaschino è l'ago da ricamo, giusta un'attestazione del Machiavelli riportata dal GDLI.
8. Divertente l'interpretazione oscena di una formula riempitiva che ebbe grande fortuna nella lirica colta cinquecentesca, grazie alla legittimazione petrarchesca: “Ov'è la fronte che con picciol cenno Volgea 'l mio core in questa parte e 'n quella” (R.V.F., CCXCIX, 2-3).
9. La questione etimologica della denominazione 'marchese' per il mestruo fu già vexata nel Cinquecento e il Varchi, nella sua Lezione sopra l'amore, ammise apertamente di non sapere “donde, né perché” venisse questa voce in uso presso “il volgo nostro”. Il GDLI suppone probabile una derivazione dal francese gergale marquis, da marquer, cioè `segnare', `marcare'; altri, come il Panzini, oppongono che ci si debba riferire alla pratica di marcare le prostitute, senza però spiegare che nesso ci sia tra la prostituzione e il mestruo.