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Lettera al figlio Camillo Introduzione |
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delle inesattezze che commise l'abate Pierantonio Serassi nel redigere
la Vita di Francesco Maria Molza da lui premessa al primo volume
delle opere del Modenese1 persistono tuttora
senza che si sia provveduto a correggerle. Le difficoltà in proposito
sono ben note e risiedono anzitutto nella scarsità delle notizie direttamente
fornite da un autore assai restio a lasciar traccia di sé. Nel contempo
però l'importanza di Molza nel quadro della cultura del primo Cinquecento
appare sempre più lampante a quanti ne studino l'opera con mente sgombra
da idee preconcette; da qui dunque la necessità di giungere a sempre più
circostanziate notizie biografiche, facendo giustizia di precedenti lacune
e incomprensioni. La principale risorsa per riuscire a rimuovere gli equivoci
sedimentatisi nel corso dei secoli è un ritorno alle testimonianze originali
superstiti, e in questa prospettiva mi sono personalmente impegnato ad
allestire una nuova edizione delle Lettere molziane, di cui il
presente contributo vuole essere un'anticipazione2. Tra gli anacronismi e i malintesi che costellano la Vita del Serassi, uno riguarda un periodo poco felice e poco noto dell'esistenza di Molza, ovvero l'intervallo di tempo che intercorse tra la morte del cardinal Ippolito de' Medici (agosto 1535) e l'assunzione al servizio del cardinal Alessandro Farnese, tradizionalmente posta nell'estate del 1538. Le circostanze di quest'ultimo episodio sono così narrate dal Serassi: “Il Motta suo amicissimo, e uomo di molta autorità e maneggi in quella Corte, da Nizza, ove allora Sua Santità si ritrovava, gli avea a Calendimaggio data speranza che in due o tre giorni l'arebbe liberato da sì fatti travagli. Ma poi non solo non fece nulla, ma non gli diede né anco altra risposta […]. Ma se il Motta non eseguì quel tanto che si era impegnato di voler fare a vantaggio del Molza, eseguillo però il cardinal Sadoleto senza esserne pregato da uomo del mondo. Perciocché ritrovandosi anch'egli a Nizza col papa, ed inteso avendo essere il Molza in sì fatte angustie, lo raccomandò con tanta caldezza a Sua Santità, e sì acconciamente gli espose i meriti di questo grand'uomo, che il pontefice, disposto anco per se medesimo a favorire gli uomini dotti, dié segni manifesti di volerlo ad ogni modo rendere contento. E di fatto appena Sua Santità giunse in Roma, che ordinò al cardinale Alessandro Farnese suo nipote di ricevere il Molza in sua corte”3. Sulla base della testimonianza fornita dallo scambio epistolare tra Molza e i due fratelli Sadoleto, edita dal Serassi nel secondo volume delle Opere4, si è sempre attribuito al cardinal Jacopo Sadoleto il merito di aver fatto assumere il poeta al servizio di Alessandro Farnese nell'estate del 1538, senonché Serassi, nel tentativo di descrivere i meriti di Molza, gli rende un cattivo servizio quando fa credere che gli occorresse la mediazione del Sadoleto per raggiungere il papa Paolo III, presso il quale invece egli aveva pieno accesso e al quale le sue difficoltà personali e familiari erano ben note. Una lettera di Molza al figlio Camillo, che lo stesso Serassi pubblicò nel terzo volume degli scritti molziani5, ma di cui, ovviamente, non poté tener conto nella biografia scritta sette anni prima, rivela che le cose andarono diversamente e che già nell'anno precedente l'ingresso alle dipendenze del cardinal Farnese il poeta era in contatto con la familia del papa Paolo III. Le circostanze che fanno da sfondo al contenuto della lettera in questione riguardano i negozi intrapresi da Molza intorno alla Pasqua del 1537 per suo figlio Camillo, il quale gli ha scritto di aver avuto una promessa di matrimonio da una nipote del ricco banchiere modenese Ludovico Colombi. La giovane è però pupilla del duca e perciò impegnata a sposarsi a beneplacito del signore, che ha per lei altri progetti. Il poeta s'infiamma al pensiero che si cerchi d'impedire un matrimonio d'amore: si rivolge a Pier Luigi Farnese, al Sadoleto, al giovane cardinale Alessandro e da tutti ottiene lettere a sostegno della sua causa dirette all'Estense. Un mese dopo anche il segretario Ambrogio Recalcati scrive a nome del papa. La pioggia di raccomandazioni non fa che indispettire Ercole II, sempre ai ferri corti con la Chiesa, con cui ha parecchi sospesi tra cui il saldo dell'acquisto di Modena, pagata a suo tempo da Leone X e poi assegnata agli Este dal lodo imperiale di Bologna. L'ambasciatore estense a Roma riceve pronte e dettagliate istruzioni: ottenga udienza dal papa e gli esponga l'intera questione matrimoniale, ma sia chiaro che il duca non intende venir meno alle sue prerogative e che la giovane dovrà sposare l'uomo a lei destinato. È nota la conclusione della vicenda: la giovane ereditiera sposò il governatore di Modena Battistino Strozzi e Camillo ebbe in cambio un'altra nipote del Colombi, con una dote assai meno cospicua. Il fitto carteggio tra padre e figlio, conservato nella raccolta Molza-Viti alla Biblioteca Estense, e i documenti dell'Archivio Segreto Estense che puntualmente vi fanno riscontro parlano in sostanza di un rapporto assai strano: Molza è ansioso di aiutare il figliuolo, ma ne ignora i sentimenti e le intenzioni. Spende largamente il credito di cui gode presso i Farnese e presso altri influenti personaggi, ma ottiene solo di essere considerato un importuno dalla corte estense: nella minuta d'istruzioni all'ambasciatore vi è addirittura un passo, cancellato, in cui s'insinua che il papa dovrebbe ormai aver conosciuto il poeta, “come è anco da tutta Roma e ormai si può dire da tutto il mondo”6. Così anche la maldicenza s'insinuò al fine di rimuovere un ostacolo fastidioso al compimento delle proprie intenzioni. L'aspetto più importante illuminato dalla lettera è però per noi che il Molza avesse, a quell'epoca, aperta la porta della confidenza privata del papa Paolo III, da cui ottenne un breve al duca di Ferrara che si rivelò peraltro ininfluente al suo scopo. Anche dal figlio del papa, Pier Luigi, il poeta aveva ottenuto un'analoga lettera di raccomandazione, in cui è scritto testualmente che egli è servitore e caro del papa. In conclusione, dalla lettura di essa, al di là di un certo disagio che si prova a trovarsi importuni spettatori del difficile rapporto tra padre e figlio, in cui il Molza padre sembra doversi sempre giustificare di un proprio stato di difetto senza mai potersi aspettare dall'altra parte alcuna volontà di comprendere la lunghissima schiera dei mille [suoi] pensieri, la realtà della sua condizione e del suo stato d'animo, due cose assolutamente tangibili colpiscono: innanzi tutto l'interessamento del papa nella trattativa col duca d'Este, più che cercato, è accettato, cioè l'iniziativa sembra tutta di Paolo III (dopo le mosse già fatte nella primavera, a metà settembre il papa mandò per me […] e mi si offerse di novo a voler scrivere ) al preciso scopo di obbligare il poeta a un contraccambio per cooptarlo nella sua corte al servizio del nipote (Finito questo ragionamento, egli entrò sul cardinale Farnese e mi strinse di sorte a star con lui, ch'io non penso di potermi difendere), nel ruolo che già fu suo presso il cardinal Ippolito de' Medici, oscura ombra di un recente passato che ancora grava sulla non cristallina condotta della curia pontificia nella vicenda della sua morte. In seconda istanza, pare peraltro esclusa a questa data ancora qualsiasi forma di dipendenza del Molza dalla corte farnesiana, non foss'altro che per la cronica mancanza di un maledetto quattrino, ripetutamente lamentata. Il poeta, maledicendo alla propria disgrazia di non poter esser in ogni tempo se non mendico, e di non poter essere liberamente povero, soverchiato dalle lettere che gli replicano tante volte le miserie di casa, la povertà, la ruina, si piega alla necessità della famiglia, che gli ha fatto pensar meglio a ciò cui per le sue proprie aveva evidentemente dapprima resistito e che lo ha quasi portato di peso in casa del pontefice. Se queste due osservazioni risultano fondate, ben lungi dal potersi chiarire sono invece le circostanze intercorse tra questa sorta di impegno strappato a Molza da Paolo III e l'estate successiva, in cui, per giungere a un accordo definitivo, fu necessaria l'autorevole mediazione del Sadoleto. È evidente che il temporeggiare di Molza coi Farnese traeva origine, oltre che dal suo desiderio di indipendenza, da una profonda riluttanza a porsi proprio al servizio di Paolo III, e probabilmente ancor più del figlio di lui, Pier Luigi. Nella stessa epistola di ringraziamento al Sadoleto, scritta nel luglio del 1538 poco prima della definitiva assunzione nell'impiego di segretario del cardinale Alessandro, Molza, tra l'enfasi della gratitudine e degli elogi al destinatario, lascia bruscamente cadere poche frasi sul pontefice, in cui senza mezzi termini esprime il proprio giudizio sulla liberalità di questi, cioè tale da non doversi riporre nihil propemodum spei, buona più a far contrarre debiti che ad assolverli; perché dell'uomo poi non ha altra considerazione che non sia quella di un'eventuale fonte, più o meno affidata al caso, di sostentamento. A fronte di tale disistima non sarà senza significato che, mentre buona parte dei letterati impiegati o gravitanti intorno alla corte del cardinale de' Medici, alla morte di questi, passarono al servizio di Pier Luigi Farnese, Molza invece scelse altre strade, molto meno redditizie, rifiutando di compromettere la propria fama con un personaggio tanto vituperoso. |
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ANDREA
BARBIERI
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Lettera al figlio Camillo di
Francesco Maria Molza |
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Questa
risposta serà a molte tue lettere, a le quali non ho fino a ora dato
risposta per non aver possuto venire al fine d'alcuni miei pensieri:
de li quali uno era, e quasi il primo, di dar un novo assalto a l'eccellenzia
del duca con lettere di Sua Santità, scritte però più piacevolmente
che non furon le prime7, e di molti altri
signori. E questo mio pensero averebbe avuto effetto, se la venuta del
Villa8 a Roma non mi avesse rivolto con
la mente altrove, percioché, sendo mandato per trattar concordia fra
il duca e Sua Santità, giudicai che fosse bene di soprasedere fino a
tanto che si vedesse che camino pigliava la cosa; percioché, seguendo
la concordia, mi pareva che senza molta dificultà i fatti nostri dovessero
esser acconci; non seguendo, non sarrebbono le lettere venute a proposito
e forse ci averebbono più tosto procacciato danno che altrimenti. Ora,
perfino a questo tempo non si è venuto a conclusione alcuna; pur, fin
che 'l Villa non si parte di Roma, si può sperare che finalmente convenniranno
insieme e così è giudicato da molti; per la qual cosa a me par di soprasedere
circa a la partita mia di Roma fino a tanto o che la cosa sia del tutto
disperata, o che pur la concordia si stabilisca. Di Roma,
al XXII di settembre MDXXXVII, |
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1.
Delle poesie volgari e latine di Francesco Maria Molza corrette,
illustrate ed accresciute colla vita dell'autore scritta da Pierantonio
Serassi, vol. I, Bergamo, Pietro Lancellotti, 1747. |
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