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	<TEI.2>
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			<fileDesc>
				<titleStmt>
					<title>Lamento del Carinale de’ Medici</title>
					<author>Alessandro de’ Medici</author>
					<respStmt>
						<resp>Curatore</resp>
						<name>Domenico Chiodo</name>
					</respStmt>
				</titleStmt>
				<publicationStmt>
					<publisher>Edizioni Res</publisher>
					<pubPlace>Internet</pubPlace>
					<date>I semestre 2005</date>
				</publicationStmt>
				<seriesStmt>
					<title>Lo Stracciafoglio</title>
					<respStmt>
						<resp>Redazione</resp>
						<name>Andrea Donnini</name>						
						<name>Domenico Chiodo</name>
						<name>Roberto Gigliucci</name>
						<name>Paolo Luparia</name>
						<name>Massimo Scorsone</name>
						<name>Rossana Sodano</name>
					</respStmt>
				</seriesStmt>
				<noteStmt>
					<note type="genere">Rassegna semestrale di italianistica</note>
					<note type="numero">Nuova Serie - Anno I n. 1</note>
					
									</noteStmt>
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					<bibl>
						<title>Lamento</title>
						<author>Alessandro de’ Medici</author>		
						<editor>segnatura B34.III.26</editor>				
						<pubPlace>Biblioteca Vaticana</pubPlace>						
						<date>1535</date>
					</bibl>
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		<text>
			<front>
				<div type="introduzione">
				   <div1 type="testo">
					<head type="intro">Introduzione</head>
					</div1>
					
					<div1 type="paragrafo">
					<p type="intro1">
    Nell’introdurre la sua bella riedizione dell’<hi rend="corsivo">Apologia</hi> di Lorenzino de’ Medici, Francesco Erspamer cita «fra i tanti opuscoli a stampa che il Cinquecento dedic&#x00f2; ad avvenimenti storici» uno riguardante proprio l’evento oggetto dell’<hi rend="corsivo">Apologia</hi>  in questione, ovvero il «<hi rend="corsivo">Lamento del Signor Alessandro de’ Medici, in qualche edizione curiosamente accompagnato da quello del reverendissimo cardinal de’ Medici, cio&#x00e8; Ippolito</hi> »<ref target="1">1</ref>. Il carattere ‘curioso’ di tale abbinamento &#x00e8; giustamente evidenziato da Erspamer nel fatto che Alessandro era da «non pochi» sospettato di essere il mandante dell’assassinio di Ippolito, ipotesi cui invece l’anonimo autore dei due «lamenti» non darebbe alcun credito. Le circostanze cos&#x00ec; rapidamente accennate da Erspamer sono tuttavia pi&#x00f9; complesse e i testi in questione, certamente bizzarri nel loro essere in bilico tra il resoconto cronachistico, la filastrocca da cantastorie, e l’<hi rend="corsivo">instant book </hi> di facile consumo, meritano, non certo per qualit&#x00e0; letteraria, di essere esaminati pi&#x00f9; in dettaglio. Soprattutto va segnalato che l’opuscolo citato da Erspamer ha un antecedente che &#x00e8; tale non soltanto in senso meramente cronologico, ma in quanto si pu&#x00f2; ritenere che anche per rispondere a que-st’ultimo sia stata allestita la stampa del <hi rend="corsivo">Lamento</hi>  del duca Alessandro. Ci troviamo insomma di fronte a una sorta di pubblicistica di propaganda politica, molto poco studiata, anzi direi per nulla studiata, e che tuttavia pu&#x00f2; fornire notizie su insospettate e ignote forme di comunicazione, di infima qualit&#x00e0; letteraria, ma probabilmente di un certo peso in un’attivit&#x00e0; che oggi diremmo di orientamento dell’opinione pubblica. 
</p>
					<p type="intro2">
Il <hi rend="corsivo">Lamento</hi>  del duca Alessandro &#x00e8; tra i pochi di questi prodotti che esibisce (ma non in tutte le stampe in cui &#x00e8; tr&#x00e0;dito) un nome d’autore, Lorenzo Ghibellini da Prato, ed &#x00e8; certamente tra i pi&#x00f9; diffusi, contandosene ben otto esemplari dalle prime stampe databili al 1537 
o 1538 fino alla fine del secolo ed &#x00e8; un prodotto che proviene senz’altro dalla Firenze del duca Cosimo, che vi &#x00e8; indicato come naturale erede del defunto, ma che non pare ancora saldamente insediato al governo della citt&#x00e0;, inducendo dunque a ritenere che l’elaborazione del testo sia fatta ‘a caldo’ poco dopo l’evento, che &#x00e8;, come d’uopo in s&#x00ec; fatti libelli, rappresentato in forme che tendono a proporsi quasi come resoconti cronachistici: 

</p>
</div1>

<div1 type="citazione">
<lg type="intro">
<l type="indent">Ma il traditore iniquo e maledetto</l>
<l>il d&#x00ec; di E pifania mi fe’ mascherare,</l>
<l>con lui andando senza alcun sospetto.</l>
<l type="indent">Et tutto il giorno stemo a solazzare,</l>
<l>gettando neve a mia cara consorte,</l>
<l>e il traditor le palle mi hebbe a fare.</l>

</lg>
</div1>

<div1 type="paragrafo">
					<p type="intro3">
   E non mancano nel seguito gli spunti di cronaca minuta con i vari particolari del delitto, tra cui la celebre amputazione del dito di Lorenzino da parte del duca in un disperato e ‘ringhioso’ tentativo di difesa: 
</p>
</div1>

<div1 type="citazione">
<lg type="intro">
<l type="indent">E il traditor con pi&#x00f9; maggior ruina</l>
<l>la bocca mi turava con la mano,</l>
<l>&#x0026; un gran colpo alla gola declina.</l>
<l type="indent">O cruda sorte a me tanto villana,</l>
<l>presto dal letto io mi volsi gittare,</l>
<l>di mio sangue ne fece una fontana.</l>
<l type="indent">Un dito della man gli hebbi a pigliare,</l>
<l>dicendo, traditor, che m’hai tradito,</l>
<l>&#x0026; con miei denti gliel volea mozzare.</l>

</lg>
</div1>

<div1 type="paragrafo">
					<p type="intro4">
    Crude espressioni che non possono certamente stupire, ma anzi sono in certo qual modo cifra distintiva di questa pubblicistica volta a dipingere in Lorenzino la somma di ogni malvagit&#x00e0;. Da tale punto di vista l’apice, come gi&#x00e0; segnalato da Erspamer, si raggiunge con un ulteriore libello, opera del medesimo Lorenzo Ghibellini ed evidentemente parte del medesimo progetto propagandistico, cio&#x00e8; il <hi rend="corsivo">Lamento che fa in fra s&#x00e9; Lorenzino de’ Medici. </hi>  Una sola terzina pu&#x00f2; illustrare il tono dell’invettiva contro il «Re de’ traditor»: 
     </p>
      
      </div1>
      
      <div1 type="citazione">
     <lg type="inro">
 <l type="indent">Usai un tradimento tanto espresso,</l>
<l>Tanto crudel, che scelerato me,</l>
  <l>Perch&#x00e9; a ripor non mi vado in un cesso.</l>

     </lg>
     </div1>
     
     <div1 type="paragrafo">
     <p type="intro">
     L’interesse principale di tali pubblicazioni era quindi il vituperio di Lorenzino nella prospettiva della riabilitazione della fama di Alessandro, non gi&#x00e0; odioso e corrotto tiranno, ma degno capostipite di una dinastia ducale consolidata dal buon governo di Cosimo. È proprio per tale motivo che l’aggiunta del lamento del <hi rend="corsivo">Reverendissimo Cardinal de’ Medici</hi>  nella pubblicazione del <hi rend="corsivo">Lamento</hi>  di Alessandro non &#x00e8; n&#x00e9; estemporanea n&#x00e9; superflua: il gesto di Lorenzino, che aveva vissuto la giovinezza alla corte romana di Ippolito, poteva ben essere letto anche come gesto di vendetta con cui si puniva l’assassinio del pi&#x00f9; degno rappresentante della casa medicea, colui che avrebbe ben pi&#x00f9; onorevolmente e con maggior diritto dovuto essere insignito del governo di Firenze<ref target="2">2</ref>. Ecco dunque che il breve<hi rend="corsivo"> Lamento sopra la morte del Reverendissimo Cardinale de’ Medici</hi>  tende ad accomunare nella sventura i due cugini, badando accortamente a non fare il bench&#x00e9; minimo cenno sulle circostanze della morte di Ippolito, contravvenendo di conseguenza al rispetto di uno degli aspetti tipici di tali narrazioni. 
     </p>
     
     <p type="intro">
     Come si &#x00e8; detto in precedenza, tuttavia, il lamento del cardinal Ippolito contenuto nella stampa approntata per la morte del duca Alessandro ha un antecedente, molto pi&#x00f9; interessante, privo di qualsiasi indicazione tipografica, del quale non &#x00e8; affatto agevole ipotizzare data e luogo di stampa, bench&#x00e9; il suo allestimento dovrebbe risalire ad ambienti romani o, in subordine, fiorentini. In questo testo, che qui si pubblica, le circostanze dell’avvelenamento del cardinale non sono minimamente poste in dubbio, ma va ribadito che i dubbi sollevati sulla circostanza dagli storici moderni, e dal Luzio<hi rend="corsivo"> in primis</hi>, sono del tutto fuorvianti ed erronei e che le testimonianze coeve, tra cui quella che qui si offre, sono assolutamente inequivocabili<ref target="3">3</ref>. Ippolito fu avvelenato, su commissione di Alessandro de’ Medici ed ordine diretto di Alessandro Vitelli, dal suo scalco, Giovan Andrea da Borgo San Sepolcro, immediatamente riconosciuto colpevole dai cortigiani del cardinale e consegnato reo confesso al pontefice che, tra lo stupore generale, lo trattenne in carcere per poche settimane soltanto dichiarandolo innocente e facendo ritrattare ai medici la prima diagnosi di avvelenamento, modificata in quella di morte naturale. Il sicario fu poi consegnato al duca Alessandro che lo tenne per qualche tempo presso di s&#x00e9; a corte, fino a quando, restituito in piena libert&#x00e0;, lo scalco Giovan Andrea decise di tornare a Borgo San Sepolcro, dove fu linciato dai concittadini che lo accusavano della morte del cardinale, nel quale erano state riposte le ultime speranze per una liberazione dell’Italia dalle armi straniere. Questi furono i fatti, che si ricavano dagli storici coevi (e dalle Storie del Varchi soprattutto) e da altre testimonianze letterarie ed epistolari<ref target="4">4</ref>, ma sia la parte imperiale (che difendeva l’onorabilit&#x00e0; di Alessandro, pedina nelle mani di Carlo V) sia quella papale (Paolo III, probabile complice dell’omicidio, impost&#x00f2; la sua politica nepotistica proprio disponendo dei numerosi incarichi lasciati liberi dalla morte del cardinale de’ Medici) si adoperarono per mistificare e occultare tali fatti, pur dovendo fare i conti con il favore popolare che, soprattutto a Roma, circondava la figura del cardinale Ippolito. 

     </p>
     
     <p type="intro">
     Il <hi rend="corsivo">Lamento</hi> che segue &#x00e8; presumibilmente una testimonianza di tale favore, nel senso che esso pare appartenere a una sorta di repertorio da cantafavole e sembrerebbe in certo qual modo la versione popolaresca di quel generale compianto per la morte del Medici che fu espresso in toni appassionati dalla gran parte dei letterati dell’epoca, dall’Aretino al Varchi, dal Daniello al Coppetta, da numerosi altri poeti, ma soprattutto dal Molza. Il<hi rend="corsivo"> Lamento</hi>, come si &#x00e8; detto, avvalora la versione dell’avvelenamento, fornendo anche i particolari in un racconto che trova riscontro nelle cronache degli storici, ma non fa alcun cenno sul mandante dell’omicidio, cautela probabilmente necessaria tanto a Firenze quanto a Roma. Abd-el-Kader Salza lo volle individuare nello stesso Paolo III<ref target="5">5</ref>, ma mi pare pi&#x00f9; verosimile la notizia che ne assegnava la responsabilit&#x00e0; al cugino Alessandro, impegnato in tal modo a difendere la sua ‘usurpazione’ del governo di Firenze. Una ennesima conferma, fin qui forse non notata, viene proprio dall’Apologia di Lorenzino quando questi afferma essere falso l’argomento che il suo delitto fu turpe perch&#x00e9; perpetrato ai danni di persona che riponeva in lui fiducia. L’ar-gomento di Lorenzino &#x00e8; il seguente: Alessandro non si fidava di nessuno perch&#x00e9; «non am&#x00f2; mai persona», ma anzi era odiato da tutti; e la prova &#x00e8; che «gli odi&#x00f2; e perseguit&#x00f2; con veleni e sino alla morte le cose sua pi&#x00f9; propinque e che li dovevano esser pi&#x00f9; care, cio&#x00e8; la madre e il cardinale de’ Medici». E a tal punto dell’argomentazione Lorenzino si premura di dimostrare «la grandezza delle sceleratezze» commesse dal duca per non dare l’impressione «che queste cose fussin finte da me per darli carico», ma tutta la successiva dimostrazione riguarda il delitto perpetrato ai danni della propria madre, senza fare alcun cenno dei fatti relativi all’avvelenamento del cardinale, ritenuti di conseguenza di pubblico dominio e non tali da poter essere messi in discussione. 
     </p>


<p type="intro">
Al di l&#x00e0; della veridicit&#x00e0; storica del racconto dell’avvelenamento, il<hi rend="corsivo"> Lamento</hi>  proposto in questa sede (che &#x00e8; opera rarissima, quasi un documento d’archivio, dal momento che se ne conosce una sola stampa della quale, a quanto ne so, si conserva un unico esemplare, alla Biblioteca Vaticana: segnatura B34.III.26) offre un barlume di conoscenza su un tipo di prodotto editoriale assai pi&#x00f9; diffuso di quanto forse si sospettasse, come il mai abbastanza lodato<hi rend="corsivo"> Biblia </hi><ref target="6">6</ref>ci conferma, attestando l’esistenza di oltre una cinquantina di opere di tal fatta. Si va dal <hi rend="corsivo">Lamento d’Italia</hi>  stampato nel 1510 ai<hi rend="corsivo"> Lamenti</hi>  di personaggi letterari (soprattutto del<hi rend="corsivo"> Furioso</hi>: Isabella e Olimpia) e storici (vari altri oltre ai due Medici assassinati) per giungere anche alla rielaborazione di fatti che oggi diremmo di cronaca nera: dai<hi rend="corsivo"> Lamenti </hi> di donne condannate al patibolo per aver assassinato il marito a quello «d’una gentildonna padovana che ’l suo marito ammazz&#x00f2; tre loro picciole figliuole e poi se stesso, questo istesso anno MDLII»: sono esempi di poesia popolare che non &#x00e8; difficile intuire vivaci ed espressive, ma nelle quali sarebbe certamente errato cercare misconosciuti capolavori e di cui quello che qui si offre alla lettura pu&#x00f2; fornire un veridico ragguaglio. 
</p>
                   </div1>
				</div>
			</front>
			<body>
				<div type="testo">
				   <div1>
					<head type="originale"/>
				
				    <lg type="introtesto">	
					  <l>El lamento del Reverendissimo et Illustrissimo Cardinale de Medici</l>
					  <l>della sua immatura et intempestiva morte</l>
                         </lg>
					
						<lg type="testo">
<l type="indent">Umano viator, se il cor di sasso</l>
<l>Non tieni al petto, d&#x00e8; fermati un poco,</l>
<l n="3">Ferma per Dio al monumento il passo,</l>
<l type="indent">E sentirai quant’uom in piccol loco</l>
<l>Serra dentro al suo sen: ahi sorte dura,</l>
<l n="6">Come in pianto rivolgi ogni bel gioco!</l>
<l type="indent">Nessun si fidi in questa valle oscura</l>
<l>Troppo nel ben, ch’alfin l’orrenda morte</l>
<l n="9">Con la sua adonca falce il tutto fura.</l>
<l type="indent">Or via pur ti vo’ dir mia trista sorte</l>
<l>Per pi&#x00f9; non ti tediar, o lettor pio:</l>
<l n="12">Apri, ti priego, di piet&#x00e0; le porte.</l>
<l type="indent">Ippolito di Medici son io,</l>
<l>Gi&#x00e0; figlio del Magnifico Giuliano;</l>
<l n="15">Fu ne l’alma Firenze il nascer mio<ref target="7">7</ref>.</l>
<l type="indent">La chiara fama che per monte e piano</l>
<l>Rimbomba or di me, quinci<ref target="8">8</ref> fia spenta,</l>
<l n="18">S&#x00ec; &#x00e8; nel mondo frale il seme umano,</l>
<l type="indent">N&#x00e9; creder che tal fama unqua sia estinta</l>
<l>Per me, che fui d’ogni virtude un trono,</l>
<l n="21">Ch’alto l’ho troppo, vivendo, sospinta.</l>
<l type="indent">Fecemi il ciel d’ogni sua grazia dono,</l>
<l>Di sangue, di belt&#x00e0;, patria civile,</l>
<l n="24">Di tante altre virt&#x00f9; che rare sono.</l>
<l type="indent">Ma che mi vale, ahim&#x00e8;, l’esser gentile,</l>
<l>E che mi valse ancor la mia bellezza,</l>
<l n="27">Di nascer d’alta patria o pur di vile?</l>
<l type="indent">Virt&#x00f9; che valse? che valse fortezza?</l>
<l>Che valse a me tanto esser liberale<ref target="9">9</ref></l>
<l n="30">Verso ciascun de’ miei, con mia ricchezza?</l>
<l type="indent">Che mi valse esser nepote carnale</l>
<l>Del buon Papa Leon, del buon Clemente,</l>
<l n="33">Per le cui man fui fatto Cardinale?</l>
<l type="indent">Alfin nulla mi valse esser prudente,</l>
<l>Che mi dette mangiar mortal veneno</l>
<l n="36">Quel che stimai pi&#x00f9; fido fra mia gente.</l>
<l type="indent">Da Roma io mi parti’ del sito ameno</l>
<l>Per irmene a mostrar il mio valore</l>
<l n="39">Contra Infedeli nel barbar terreno<ref target="10">10</ref>.</l>
<l type="indent">Ivi era in campo il sacro Imperatore</l>
<l>Con sua fiorita gente per levare</l>
<l n="42">De la corsara gente il gran terrore.</l>
<l type="indent">Ahim&#x00e8;, non ero ancor ben giunto al mare</l>
<l>Per solcar l’onde con mia nobil schiera</l>
<l n="45">Quando una infirmit&#x00e0; mi fe’ restare<ref target="11">11</ref>.</l>
<l type="indent">Pur feci andar mie robbe e gente altiera</l>
<l>In Napoli, restando meco alcuni</l>
<l n="48"> De quai grato il consorzio sempre m’era<ref target="12">12</ref>,</l>
<l type="indent">Ove accascôr<ref target="13">13</ref>, o Dio, tempi opportuni</l>
<l>Al servo cos&#x00ec; intento alla mia morte</l>
<l n="51"> Per cui si veste il mondo a panni bruni.</l>
<l type="indent">Tornato ero io, qual prima, sano e forte</l>
<l>Quando il servo crudel pi&#x00f9; che Nerone</l>
<l n="54">Cibo mi di&#x00e8; di venenata sorte.</l>
<l type="indent">Qual Mario o Silla, o qual Pigmaleone<ref target="14">14</ref></l>
<l>Commesse contra umani un tal difetto,</l>
<l n="57">Questo non usa in Scizia un fier leone:</l>
<l type="indent">Quarantacinque giorni un bussoletto<ref target="15">15</ref></l>
<l>Port&#x00f2; pien di pestifero liquore</l>
<l n="60">Tra’ suoi vestiti ascoso, e ben ristretto.</l>
<l type="indent">E prima ch’io il gustassi il traditore</l>
<l>Lo fe’ gustar per prova a dui meschini,</l>
<l n="63">Onde morir, ahi che mi crepa il core.</l>
<l type="indent">Visto che n’ebbe esperimenti fini<ref target="16">16</ref>,</l>
<l>A far l’ultima prova in me si caccia</l>
<l n="66">Con cibi venenati e falsi inchini.</l>
<l type="indent">Mangiato ch’ebbi, ahi lasso, ebbe ancor faccia</l>
<l>Di dirme con sue false paroline:</l>
<l n="69">O Signore mio car, buon pro vi faccia!</l>
<l type="indent">Quando mi vidi chiar di mie ruine:</l>
<l>Ahi non &#x00e8; febre, dissi ad alta voce,</l>
<l n="72">Quel che tormenta mie membra meschine!</l>
<l type="indent">Onde venir feci il confessor veloce,</l>
<l>Poi divoto e pentito il corpo santo</l>
<l n="75"> Presi, di quel che per noi mor&#x00ec; in croce.</l>
<l type="indent">Et a’ compagni miei che eran da canto</l>
<l>Con vista io mi rivolsi alquanto cruda,</l>
<l n="78">Ch’eran sommersi in angoscioso pianto.</l>
<l type="indent">E dissi: ahi lasso, &#x00e8; qui tra voi un Giuda</l>
<l>Ch’in preda m’ha donato all’aspra morte,</l>
<l n="81">Onde per gran dolor l’anima suda.</l>
<l type="indent">E nel volto ciascun mirando, a sorte</l>
<l>Vidi tra gli altri il traditor da lato</l>
<l n="84">Con viso impresso di color di morte;</l>
<l type="indent">Onde vedendol s&#x00ec; smorto e turbato,</l>
<l>Il fei venir a me, poi domandai</l>
<l n="87">Perch&#x00e9; di color si era s&#x00ec; mutato.</l>
<l type="indent">Visto el suo fallo, e noto alli mei guai:</l>
<l>Ve ho venenato, in genuflesso disse,</l>
<l n="90">Punitemi Signor, che troppo errai.</l>
<l type="indent">Credo a quel punto sino al ciel ne gisse</l>
<l>Gli alti gridi de’ socii mei valenti,</l>
<l n="93">Onde al ferro la man sua ciascun misse<ref target="17">17</ref>.</l>
<l type="indent">Dati gli avrebbon gli ultimi tormenti</l>
<l>A quel crudel, se non ch’el voler mio</l>
<l n="96">Ferm&#x00f2; quei cori, alla vendetta ardenti.</l>
<l type="indent">Poi rivoltomi a lui, dissi: per dio,</l>
<l>Con un parlare colmo di pietade,</l>
<l n="99">Deh, dimi, ingrato, di’: che t’ho fatt’io?</l>
<l type="indent">Che m’hai ridotto a tal calamitade</l>
<l>E sei fatto ver me come un Nerone,</l>
<l n="102">Che io ti d&#x00e8;i ricchezze e dignitade.</l>
<l type="indent">Misero me, dunque tal guidardone</l>
<l>Me rendi degli avuti benefici</l>
<l n="105">Che mi facci morir senza cagione?</l>
<l type="indent">Ma se per darti rendite et offici</l>
<l>Mi rendi ahim&#x00e8; per premio cruda morte,</l>
<l n="108">Prenda essempio ciascun de’ mei supplicî,</l>
<l type="indent">E prendagli piet&#x00e0; della mia sorte,</l>
<l>Che ben avanti il tempo troppo sono</l>
<l n="111">Finiti i giorni mei, l’ore mie corte.</l>
<l type="indent">Qual ser&#x00e0; quel uman che al flebil s&#x00f2;no</l>
<l>De’ miei lamenti di pietade accesi</l>
<l n="114">Non facci a me di gran lacrime un dono?</l>
<l type="indent">Venti duo anni<ref target="18">18</ref>, ahi lasso, e pi&#x00f9; duo mesi</l>
<l>Stato ero in questo mar colmo d’inganni</l>
<l n="117">Quando allo eterno Dio l’anima resi.</l>
<l type="indent">Ma pi&#x00f9; m’incresce e duol de’ miei compagni</l>
<l>Che la mia morte e mio destin fatale</l>
<l n="120">Come da tal consorzio mi scompagni<ref target="19">1</ref>.</l>
<l type="indent">Quando cercavo pi&#x00f9; farmi immortale</l>
<l>Con le mie opre a tutto il mondo note,</l>
<l n="123">Fortuna, al mio voler troncasti l’ale:</l>
<l type="indent">O Fortuna crudel<ref target="20">20</ref>, da l’alte rote</l>
<l>Mi traesti credendomi sicuro, </l>
<l n="126">Quanto di f&#x00e9; son tue losinghe v&#x00f2;te!</l>
<l type="indent">N’arian mosso a piet&#x00e0; lo inferno scuro</l>
<l>La belt&#x00e0;, gli anni miei: non hanti mosso, </l>
<l n="129">Servo crudele e pi&#x00f9; d’ogni altro duro.</l>
<l type="indent">Ma se piet&#x00e0; di me non t’ha commosso,</l>
<l>Perch&#x00e9; de cotanti altri il grave danno </l>
<l n="132">Dal tuo crudo pensier non t’ha rimosso?</l>
<l type="indent">Crudel, quanti farai del negro panno</l>
<l>Vestir, ahim&#x00e8;, pel tuo fallace sdegno,</l>
<l n="135">Onde la terra e il ciel lamento fanno.</l>
<l type="indent">E se i celesti Dei n’ebbero a sdegno</l>
<l>De la mia morte, con baleni e tuoni</l>
<l n="138">E con gran pioggia il ciel ne fece segno.</l>
<l type="indent">Finiti son miei giochi, feste e suoni,</l>
<l>E morte del tardar par che mi grida,</l>
<l n="141">Sperando di mia vita ultimi doni.</l>
<l type="indent">S&#x00ec; che poi privo son di scorta fida</l>
<l>Vo’ che a questo suo fallo perdoniate,</l>
<l n="144">Bench&#x00e9; di me sia pessimo omicida.</l>
<l type="indent">E vendetta di me pi&#x00f9; non cercate,</l>
<l>Che essendo morto a me giovaria poco,</l>
<l n="147">Fratei, vi prego, se ponto me amate.</l>
<l type="indent">Che se fra voi in qual si voglia loco</l>
<l>Ire e discordie veniran per sorte,</l>
<l n="150">Per amor mio volgete quelle in gioco.</l>
<l type="indent">Non vi dolete pi&#x00f9; de la mia morte,</l>
<l>Ch’uscendo del mondan fallace regno</l>
<l n="153">Render&#x00f2; l’alma alla superna corte.</l>
<l type="indent">Restate ormai, e non pigliate a sdegno</l>
<l>Per me pregar talor Ies&#x00f9; verace.</l>
<l n="156">Tu ancor ti degni dir, o viator degno,</l>
<l type="indent">All’ossa, al spirto mio, quiete e pace.</l>
							</lg>
				   </div1>
				</div>
			</body>
			<back>
				<div type="note">
				   <div1>
					<head type="note"><hi rend="grassetto">NOTE</hi></head>
					<note n="1">
						<hi rend="grassetto">1.</hi> 
Cfr. L. <hi rend="maiuscoletto">de ’</hi> M<hi rend="maiuscoletto">edici</hi> , <hi rend="corsivo"> Apologia e Lettere</hi>, a cura di Francesco Erspamer, Roma, Salerno, 1991, p. 7. 
						</note>
						
					<note n="2">
						<hi rend="grassetto">2.</hi> 
Cfr. in proposito G. E. M<hi rend="maiuscoletto">oretti</hi> , <hi rend="corsivo"> Il cardinale Ippolito dei Medici dal trattato di Barcellona alla morte (1529-1535), </hi>  in “Archivio Storico Italiano”, 1940, in particolare alle pp. 163-166. 
</note>

					<note n="3">
						<hi rend="grassetto">3.</hi> 
Si veda<hi rend="corsivo"> La morte di Ippolito de’ Medici: nuovi documenti dall’Archivio Gonzaga</hi>, in «Lo Stracciafoglio», I s. n. 1 (2000), pp. 30-36, in cui Rossana Sodano mostra come il Luzio avesse manipolato le testimonianze d’archivio per sostenere la propria tesi, contraria all’avvelenamento.            
</note>

					<note n="4">
						<hi rend="grassetto">4.</hi> 
Si vedano ad esempio i due sonetti di Gandolfo Porrino editi da Rossana Sodano in questo stesso «Stracciafoglio», I s. n. 4 (2001), pp. 15-24. 
</note>

					<note n="5">
						<hi rend="grassetto">5.</hi> 
Cfr. A. SALZA , <hi rend="corsivo"> Pasquiniana, </hi>  in «G.S.L.I.», XXII (1904), pp. 193-243.
</note>

					<note n="6">
						<hi rend="grassetto">6.</hi>
					<hi rend="corsivo"> La Biblioteca volgare. 1. Libri di poesia</hi>, a cura di Italo Pantani, in <hi rend="corsivo">Biblioteca del libro italiano antico</hi>, a cura di Amedeo Quondam, Milano, Editrice Bibliografica, 1996.
</note>

					<note n="7">
						<hi rend="grassetto">7.</hi>
L’inesattezza (Ippolito nacque infatti a Urbino) induce a presumere che il testo sia confezionato piuttosto in ambiente romano che fiorentino. 	
</note>

					<note n="8">					
						<hi rend="grassetto">8.</hi>
‘Proprio qui’: dove ora rimbomba “per monte e per piano”, qui stesso si spegner&#x00e0;. 		
</note>
						
<note n="9">
						<hi rend="grassetto">9.</hi>
	. La liberale generosit&#x00e0; di Ippolito era tra i contemporanei divenuta quasi proverbiale, come attestano, oltre alle numerose affermazioni in tal senso dell’Aretino, un celebre aneddoto riportato dal Domenichi nella sua raccolta di<hi rend="corsivo"> Facezie, motti e burle</hi>: al maggiordomo che gli presentava la lista delle persone del suo seguito che Clemente VII aveva imposto di licenziare perch&#x00e9; superflue, Ippolito rispose di non licenziarne nessuno, perch&#x00e9; se era vero che egli non aveva bisogno di loro, erano tuttavia essi ad avere bisogno di lui. E si noti il commento in proposito del Domenichi: “parola veramente degna di quel nobilissimo Signore, che meritava piuttosto un ricchissimo regno che un cappello”, ovviamente da cardinale. 					
</note>

                   <note n="10">
                        <hi rend="grassetto">10. </hi>
Il Medici mor&#x00ec; nell’agosto del 1535 a Itri, ove si era recato per preparare la sua partenza per Tunisi assediata dall’esercito di Carlo V.    
 </note>
 
 <note n="11">
                        <hi rend="grassetto">11. </hi>
La partenza per Tunisi venne ritardata di alcuni giorni in seguito al sopravvenire di febbri contratte da Ippolito a Fondi, allora zona malarica, dove si era recato per visitare Giulia Gonzaga.              
 </note>
 
 <note n="12">
                        <hi rend="grassetto">12. </hi>
 L’esattezza del resoconto storico &#x00e8; confermata da simili particolari, coincidenti ad esempio con la narrazione del Varchi, che ebbe diretta contezza degli eventi dalle narrazioni dei fuorusciti fiorentini in quei giorni in trattative con il cardinale. Il Varchi riferisce appunto che la “maggior parte della sua famiglia” fu inviata a Gaeta e a Napoli per preparare la partenza, mentre il cardinale “seco riserb&#x00f2; pochi uomini della sua corte” (cfr. <hi rend="corsivo"> Storia Fiorentina</hi>, l. XIV).                   
 </note>
 
 <note n="13">
                        <hi rend="grassetto">13. </hi>
  Accascarono, cio&#x00e8; accaddero, intervennero.                  
 </note>
 
 <note n="14">
                        <hi rend="grassetto">14. </hi>
Non si tratta del pi&#x00f9; famoso Pigmalione, ma dell’omonimo, fratello di Elissa-Didone, che uccise il cognato per impadronirsi dei suoi tesori.                   
 </note>
 
 <note n="15">
                        <hi rend="grassetto">15. </hi>
 Vasettino.                 
 </note>
 
 <note n="16">
                        <hi rend="grassetto">16. </hi>
 Di ottima riuscita, ovviamente con ironia.                  
 </note>
 
 <note n="17">
                        <hi rend="grassetto">17. </hi>
Anche in questo caso &#x00e8; singolare la concordanza con la narrazione varchiana (Cfr. <hi rend="corsivo">Storia Fiorentina</hi>, l. XIV).                   
 </note>
 
 <note n="18">
                        <hi rend="grassetto">18. </hi>
In realt&#x00e0; Ippolito era ventiquattrenne al momento del decesso, essendo nato a Urbino il 23 marzo del 1511.                   
 </note>
 
 <note n="19">
                        <hi rend="grassetto">19. </hi>
È interessante l’insistenza del <hi rend="corsivo">Lamento</hi>  sul rapporto amicale e fraterno istituito dal Medici con i propri cortigiani; e tale fu in effetti, per quanto &#x00e8; dato sapere da altre fonti, sia con i letterati (il Molza, Gandolfo Porrino, Claudio Tolomei, soprattutto) sia con i numerosi uomini d’arme, alcuni dei quali gi&#x00e0; compagni del cugino di Ippolito, il condottiero Giovanni dalle Bande Nere.                   
 </note>
 
 <note n="20">
                        <hi rend="grassetto">20. </hi>
Le proteste contro la “crudel” Fortuna introducono l’ultima parte del <hi rend="corsivo">Lamento</hi>, decisamente pi&#x00f9; convenzionale, tanto da contemplare persino il topos dei prodigi naturali che segnano il momento del decesso (vd. vv. 136-138).                   
 </note>
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