La morte di Ippolito de' Medici: nuovi documenti dall'Archivio Gonzaga

Introduzione

I sempre benemeriti studiosi della scuola storica, alle cui indagini molto spesso occorre risalire per il reperimento di notizie e informazioni preziose, coltivavano il vezzo, se non proprio il vizio, di servirsi con eccessiva disinvoltura delle fonti, piegandole non appena possibile a documentare la teoria da essi sostenuta e frutto, anziché delle ricerche svolte, dei pregiudizi con cui a quelle ricerche si erano accinti. E il pregiudizio fondamentale nell'esame di episodi dell'età rinascimentale era la convinzione di trovarsi di fronte a un'età intesa soltanto al godimento dei sensi e a uomini privi di sani principi morali: il giudizio storico veniva così pesantemente condizionato da quello moralistico e i protagonisti dell'epoca erano valutati essenzialmente in base alla maggiore o minore distanza dei loro comportamenti dai canoni del perbenismo borghese. Il cardinale Ippolito de' Medici era in quest'ottica personaggio quant'altri mai negativo e non stupisce più di tanto che con l'intendimento di svalutarne la figura Alessandro Luzio si sia impegnato a negare quanto quasi concordemente attestato dai contemporanei, dall'Aretino al Molza al Varchi, e cioè che la sua morte fosse stata causata dalla somministrazione di veleno da parte di un infedele servitore, prezzolato dal cugino Alessandro duca di Firenze.

Le vicende relative alla breve ma assai intensa esistenza di Ippolito de' Medici sono degne (e non soltanto per l'incidenza da esse avute nelle biografie di letterati di prima grandezza, come il Molza, il Berni, l'Aretino, il Tolomei) di un più ampio programma di studio1, ma può per ora essere utile illustrare brevemente, portando anche a conoscenza nuovi documenti, il modo di procedere tenuto dal Luzio nel suo scritto sulla “morte del card. Ippolito de' Medici”2. Egli si servì in tale lavoro di documenti tratti dall'Archivio Gonzaga di Mantova, segnalando come quella corte, preoccupata dalle mire del Medici sul marchesato di Monferrato, avesse strettamente sorvegliato l'attività del cardinale dalla primavera del 1534 fino alla morte; delle carte gonzaghesche egli però tralasciò completamente i dispacci provenienti dall'inviato alla corte imperiale di Barcellona (Giovanni Agnello, Busta n. 1904), dai quali la figura di Ippolito emerge ben diversa da quella di un giovane scapestrato e semplicemente ambizioso di potere quale il Luzio volle presentarlo, mentre dei dispacci romani, provenienti sia dall'agente gonzaghesco Fabrizio Peregrino che dal cardinale Ercole (Busta n. 885), egli diede larga priorità a quelli redatti dal Peregrino, personaggio la cui avversione nei confronti di Ippolito è esplicita e dichiarata, e tanto più destinata a crescere quanto più, per “lezzerezza di cervello” come egli dice, il giovane fiorentino finì per rifiutare i consigli dello stesso Peregrino e per accostarsi ai cardinali Ridolfi e Salviati e a Filippo Strozzi, tessendo un'alleanza intesa a rovesciare il duca Alessandro dal governo di Firenze. Inoltre, non soltanto il Luzio finì per assumere nella sua indagine il medesimo punto di vista del Peregrino, vecchio cortigiano ostile a ogni iniziativa volta a modificare lo statu quo vigente, ma dagli stessi dispacci di questi omise i brani che contraddicevano la propria personale ricostruzione dei fatti. Senza entrare ora in più minuti dettagli, mi limiterò a qualche esempio tratto dalle lettere inviate nei giorni immediatamente successivi a quello dell'avvelenamento, non senza prima fornire un breve resoconto dei fatti.

Il 2 agosto del 1535, mentre preparava a Itri la spedizione alla volta di Tunisi, ove avrebbe dovuto trattare con Carlo V la destituzione del duca Alessandro dal governo di Firenze, il cardinale Ippolito infermò e, costretto a letto dalla malattia, fu il giorno 5 avvelenato dal suo siniscalco, Giovan Andrea da Castello, il quale, immediatamente scoperto, confessò il delitto indicandone il mandante nel duca di Firenze. Consegnato alla giustizia papale (benché Itri fosse territorio del regno di Napoli), quest'ultima iniziò un complesso iter istruttorio che, tra confessioni e ritrattazioni, si protrasse per circa un mese (il 10 agosto nel frattempo Ippolito era deceduto), finché, quando ormai lo stesso Fabrizio Peregrino attendeva l'esecuzione capitale dell'accusato e reo confesso, questi inaspettatamente fu consegnato alla giurisdizione del duca Alessandro, il quale gli rese la piena libertà, implicitamente, come già notò il Varchi, confessando la propria colpevolezza. Se il siniscalco non fosse stato un sicario da lui incaricato avrebbe infatti dovuto essere perseguito come spergiuro, avendo egli pubblicamente incolpato il duca dell'assassinio. Il Luzio, oltre a negare valore a questa elementare deduzione, operò anche significative omissioni nelle lettere da lui pubblicate, al fine di dare maggiore rilievo ai dubbi sollevati durante l'inchiesta. Ad esempio la citazione della lettera del Peregrino datata al 16 agosto (Busta n. 885), in cui si riportano i pareri medici che vogliono “che la morte sua non sia stata de veleno, anzi d'una febre maligna, acuta e pestilente”, è conclusa dalla frase, evidenziata in corsivo, “Il detto Cardinale desordinò molto in più modi”; affermazione alla quale lo studioso faceva seguire un commento in cui insinuava che tali “disordini potevano avere avuto conseguenze letali”, ma la lettera invece continuava fornendo un'ulteriore notizia, tutt'altro che secondaria (tra parentesi quadre la parte del dispaccio celato in cifra): “Hoggi è stato messo prigione uno Conte Lelio de Lando da Piacenza molto favorito del detto Car.le per imputatione datagli di queste cose, credesi a torto perché sempre è stato cognosciuto per huomo da bene. Questa cosa è molto cacciata3 dal [cardinal Salviati et da Philippo Strozzi]. Guardino ch'essi non siano macchiati se pur veleno fosse”. La notizia, occultata dal Luzio, mostra come Paolo III, che fu probabilmente complice del duca Alessandro nell'azione criminosa, operasse su diversi piani per provocare confusione e, come si direbbe oggi, ostacolare le indagini indirizzandole verso falsi obiettivi, giungendo addirittura a minacciare gli amici stessi della vittima per indurli al silenzio. La stessa strategia di difesa dell'accusato sembra quasi concertata con gli accusatori, e si fonda sulla continua variazione delle circostanze della confessione in modo da vanificare quella resa in prima istanza perché smentita dalle successive, volutamente contraddittorie. Tale strategia veniva segnalata dal dispaccio del Peregrino datato al 26 agosto (Busta n. 885), ma anche in questo caso il Luzio omise il passo, benché pubblicasse il seguito della missiva. Questa la frase da lui omessa: “Quello ribaldo che dicono avere avelenato il Car.le de' Medici va variando in mille modi circa alla confessione sua de havere dato el veleno, talmente che pocha fede vi si può dare, hora dice in un modo hora in un altro, et” (e qui segue il brano riportato dal Luzio: “le brigate incominciano a creder hormai et per detto de medici che più presto sia stata febbre maligna et pestilentiale che veleno, et se pur veleno è, d'altra parte che dal Duca Alessandro sia venuta”).

Dalle carte dell'Archivio Gonzaga, sia dai dispacci romani del Peregrino che da quelli spagnoli dell'Agnello, e ancora dalle lettere inviate da Tunisi prima e da Trapani poi da Ferrante Gonzaga, capitano al seguito dell'armata di Carlo V (Busta n. 1904), si evince anche come nei giorni immediatamente seguenti il delitto il duca Alessandro avesse scatenato una vera e propria offensiva diplomatica, incaricando i propri agenti di perorare in ogni modo e in ogni sede la causa della sua innocenza. Ad esempio, Ferrante Gonzaga, scrivendo in cifra da Trapani al cardinale Ercole il 28 agosto (Busta n. 1904, c. 335rv in cifra, c. 336rv in chiaro), lo informa dell'operato de “l'Agente del Duca di Firenze, il quale con molte ragioni si sforza di persuadere a ciascuno con cui di ciò parla che non solamente il Duca suo padrone non è stato autore di quello veneno ma che la morte del Car.le gli [cade]4 a grandissimo dispiacere danno et pregiudizio, per li quali rispetti oltra quello della conscientia egli non sarebbe mai stato per far una simil cosa”. Si noti peraltro come l'avvelenamento non sia in questo caso messo in dubbio, ma semplicemente si tenti di addossarne ad altri la colpa. Identica strategia fu seguita da un altro agente del duca Alessandro, Antonio Guiducci, la cui lettera a Pietro Aretino del primo settembre fu già citata dal Luzio come testimonianza dell'innocenza del duca. Essa suona piuttosto come tipico esempio di excusatio non petita, e ribadisce comunque che la morte di Ippolito è dovuta ad avvelenamento, tentando di insinuare che responsabili ne siano nemici della casa Medici, ovvero quei fuorusciti legati a Filippo Strozzi, che invece avevano ormai stretto alleanza con il cardinale. Ecco il passo della lettera del Guiducci, polemico con quanti accusano il duca Alessandro dell'omicidio: “V.S. sia certa che s'ingannono di gran lunga, et essendo più presto tristi che semplici, reputi che non potendo avelenare il Duca in fatti come hanno avelenato, et appestato quel poverino, lo cercono almeno di attossicar con parole nel conspetto de' Principi, et de l'universale”5. L'offensiva diplomatica del duca Alessandro non si limitava però soltanto al proposito di scagionarsi dall'accusa di omicidio. La lettera di Ferrante Gonzaga del 28 agosto prosegue infatti riferendo altri fatti: “Io intendo che 'l detto Agente fa grandissima instantia perché quello Gio: andrea sescalco sia ritornato da Roma ad Itri. Si stima che 'll'Imperatore istarà con sua Santità che costui sia rimesso nel dominio di sua Maestà parendole sia stato fatto ingiuria a condurlo fuori del Regno; et intendo che fino da Cavobuono dove giunse questa nuova sua Maestà fece scrivere sopra questa pratica”. Di lì a poco l'accusato venne consegnato non ai ministri della giustizia imperiale ma ai fiorentini, e non è affatto facile comprendere quali accordi in proposito intercorsero tra Paolo III, Carlo V e il duca Alessandro. Non soltanto quest'ultimo infatti aveva motivo di gioire della scomparsa di Ippolito de' Medici: Paolo III acquisiva la grande quantità di benefici posseduti dal cardinale e poteva così trasferirli al nipote Alessandro, e oltre a ciò vedeva eliminata dalla scena politica italiana una figura che avrebbe impedito l'ascesa che egli sognava per il figlio Pier Luigi; Carlo V a sua volta si liberava di un pericoloso ostacolo ai suoi piani di assoggettamento della penisola, che pareva finalmente domata con la scomparsa di colui che continuava a esibire (e questa era l'autentica ragione della dispendiosa liberalità di Ippolito che manteneva intorno a sé una vera e propria corte, con tanto di guardie militari e corpo diplomatico) comportamenti da sovrano di uno stato libero e indipendente.

Tornando però alle omissioni del Luzio, due di esse sono particolarmente rilevabili: si tratta di due lettere, l'una del Peregrino, l'altra di Ercole Gonzaga, entrambe indirizzate al duca di Mantova ed entrambe datate al 10 agosto, giorno del decesso di Ippolito de' Medici. La lettera di Fabrizio Peregrino è lunga e complessa: venne chiusa il 10 agosto ma iniziata in precedenza e lasciata aperta; fornisce dunque varie notizie, non soltanto relative al Medici, nella successione degli eventi di quei giorni. Purtroppo delle tre facciate che la compongono (Busta n. 885 cc. 469r - 470r) le prime due sono assai consunte e la lettura è in taluni punti impossibile. Essa è in gran parte scritta dal cancelliere del Peregrino, la cui scrittura è molto nitida, ma la cui mano, assai pesante, ha impregnato a tal punto di inchiostro la carta che essa ha finito per corrodersi in più punti; la terza facciata invece, e cioè la chiusa della lettera, è di pugno del Peregrino, il cui tratto di penna è finissimo ed essa si è perciò conservata perfettamente. Il testo della lettera è di grande suggestione per il crescendo di commozione che giunge a toccare nell'urgenza dei fatti anche l'animo del vecchio cortigiano. Questo è l'inizio della missiva: “Scrissi a Vostra Eccellentia la partita del Reverendissimo de' Medici di Roma che meglio sarebbe per lui che mai fusse stata, et ritrovarsi a Itri castello fra Gaieta et Mola per la via di Napoli con la maggiore parte de sua famiglia ammalata. Hora se hanno avisi per il certo el prefato Reverendissimo se ritruova in estremo di morte et forse a questa hora non esser vivo avenenato de veneno di tal sorte che di subbito ha fatto lo effetto, e lui sentitolo incontinente, et si è ritruovato che uno suo scalco secretto chiamato Gio: andrea da Città di Castello è stato quello che gli l'ha dato, essendo preso et messo al tormento ha confessato il tutto et ad instantia de chi l'ha fatto. Del poveretto Reverendissimo certamente et è compassione grande et a ognuno despiace et duole insino al cor, perch'in verità è signor da bene, di bona natura, gentil al possibile, ma el meschino è stato mal consigliato e lasciatosi consigliar da' suoi capitali inimici et mai ha voluto ricordo da quelli ch'amorevolmente gli hanno ricordato il suo bene, fra li quali credo esser stato uno io, hora se ne avederà con danno suo, et non sarà a tempo a rivedersi”. Ecco dunque il nodo della questione dal punto di vista del Peregrino: Ippolito, anziché assuefarsi al destino di magnifico principe della Chiesa destinatogli da Clemente, ha voluto porsi in pericolo, seguendo cattivi consiglieri (cioè i cardinali fiorentini e Filippo Strozzi6; ma in verità fu piuttosto lo stesso Ippolito a persuaderli ad appoggiarlo, che non il contrario). Immediatamente dopo il Peregrino fornisce una notizia finora non rilevata: “Dicevasi el Prior de Roma che fu figliolo de Jacobo Salviato esser avenenato insieme con esso, nondimeno s'intende esser gravemente ammalato di febre acuta et non di veneno, ma ritrovarsi in grandissimo dubbio et periculo della vita sua”; passo dal quale si ricava che, se il timore di questo avvelenamento risulta sventato, esso testimonia però che l'aspettativa che potessero essere colpiti anche altri membri dell'alleanza stabilitasi tra il Medici e i fiorentini dissidenti era grande e non priva di fondamento. Dopo di che l'agente gonzaghesco imprende a illustrare le conseguenze del probabile decesso del cardinale de' Medici, la cui scomparsa potrebbe rendere vacanti una gran quantità di cariche da lui detenute e che il pontefice Farnese conferirebbe senz'altro ai suoi “pavonzini che sono li dui cardinalini nipoti”. E qui segue l'elenco dei benefici: 22.000 ducati di entrata, la legazione di Perugia, l'Abbazia delle tre fontane, vari uffici a corte, l'Arcivescovado di Avignone, l'Arcivescovado di Monreale, il Palazzo di San Giorgio a Roma; e all'elenco del Peregrino è da aggiungere la tanto contesa Abbazia di Lucedio, agognata anche dal cardinal Gonzaga7. A questo punto però le notizie provenienti da Itri danno qualche spiraglio di speranza e la lettera ne dà immediatamente conto (si avverta però che è uno dei passi di più ostica lettura): “Doppoi scritto […] sopra, è venuto aviso come el Reverendissimo de' Medici è alquanto megliorato et vomitato […] di quello veneno, nondimeno in questi meglioramenti de veneni pocho vi si può sperare”. Seguono quindi altre notizie non più concernenti la vicenda del Medici e che terminano con l'informazione relativa a una taglia posta da Carlo V sulla testa del pirata Barbarossa. A questo punto si giunge al fatidico 10 agosto; il Peregrino non si serve più del suo cancelliere e prende personalmente in mano la penna, non per aggiungere parti cifrate, né per semplicemente salutare di proprio pugno, come avviene in altri dispacci: l'incalzare delle notizie da Itri lo induce a un resoconto che diviene enfaticamente commosso proprio nell'asciuttezza della narrazione: “Quello ribaldo scalco del Cardinale de' Medici ha confessato havere dato 'l veneno ad instanza del Duca Alessandro, et 'l povero Cardinale come s'è sentito avelenato subbito spazzò8 una posta al prefato Signor Duca dicendogli che ello gli perdonava, et lo pregava a volergli chiarire la sorte del veleno che ha preso acciò vi potesse rimediare con i rimedii appropriati a quello, et a Nostro Signor ha scritto pregando Sua Santità a concedergli l'indulgentia, perdono, et remissione de' suoi peccati. Veramente, Signor mio Illustrissimo, è tanto 'l dolor, et la compassione universale che del povero Cardinale se ha in questa Corte che impossibile sarrebbe di posservilo scrivere né in modo alcuno raccontare”. Poi vi è una nuova pausa nella redazione della lettera, e il capoverso successivo riprende, probabilmente a distanza di brevissimo spazio di tempo: “Scritto 'l disopra è venuto l'aviso della morte del detto Cardinale de' Medici. Iddio habbia misericordia all'anima sua. A Sua Eccellentia baso le mani, et tutto me gli raccomando”.

La seconda grave omissione operata dal Luzio nel rendere conto delle notizie sulla morte del cardinale Ippolito de' Medici ricavabili dalle carte gonzaghesche riguarda infine la lettera (Busta n. 885 c. 162rv), inviata il medesimo 10 agosto, al duca Francesco dal fratello Ercole, il potente cardinale accorto protagonista per lunghi decenni della politica filo-imperiale all'interno del collegio cardinalizio. In tale lettera, che qui riproduco integralmente sciogliendo le abbreviazioni, due altre notizie vengono fornite, entrambe discordanti con la ricostruzione dei fatti proposta dal Luzio. Intanto compare il nome del diretto mandante dell'omicidio, Alessandro Vitelli, capitano delle truppe fiorentine, e la circostanza rende ancor più verisimile la confessione del sicario, che dunque non avrebbe indicato genericamente il mandante nel duca Alessandro; in secondo luogo, Ercole Gonzaga rivela che il giudizio comune sulla condizione fisica del Medici (“giovane et gagliardo”) era ben diverso da quello che voleva il Luzio nel suo desiderio di attribuire agli eccessivi “desordini” la causa del suo decesso, disordini fatti risalire “al terribile attacco di mal francese” che si sospettava aver colpito il cardinale l'anno precedente. Ecco dunque il testo della lettera.

ROSSANA SODANO

Lettera del cardinale Ercole Gonzaga

Illustrissimo et excellentissimo Signor fratello et Signor mio osservandissimo. Non reputo necessario per me di scrivere a Vostra Excellenza le nuove di Tunisi perché oltra le lettere ch'io ho ricevuto dal Signor Don Ferrando nostro fratello quali distintamente significano come quel fatto sia passato, l'agente suo che sta in Napoli m'ha mandato la copia di quanto il detto Signore ha scritto al Magnifico Messer Sigismondo Fanzino, secretario di quella, ch'è il medesimo che nelle mie si contiene, sì ch'ella haverà inteso il tutto. Perhò mi occorre solamente avisarle il nuovo caso avenuto a Monsignor Reverendissimo di Medici quale come sa Vostra Excellenza partì la seconda volta di Roma9 con voce d'andare a trovare l'Imperatore, pare che in Itri s'amalasse dove fattosi venire un medico di qua si fece cavare sangue et di molti altri rimedij, ma dapoi peggiorato, fu detto esser avelenato, et preso il suo sescalco che si chiama Giovan Andrea da Castello ha confessato havergli dato il veleno in una minestra ad instantia del Signor Alessandro Vitello, di maniera che se ne fa mal giudicio, perché anchora che 'l Cardinale sia giovane et gagliardo, tuttavia si discorre che trovandosi malato, et agitato dal salasso et altri rimedij che già gli erano stati fatti, con la sopragiunta di quel veleno il caso suo non può giudicarsi se non periculoso, di quello che ne succederà non mancherò dare aviso a Vostra Excellenza in buona gratia della quale baciandole sempre le mani con tutto l'animo mi raccomando. Di Roma il X d'Agosto del M D XXXV.
Di Vostra Excellenza fratello e servitore
Hercole Cardinale di Mantova

1. Del quale il presente contributo vuole essere un parziale saggio, ma in proposito si veda anche quanto scritto nella Nota biografica contenuta in F. M. MOLZA, Elegiae et alia, a cura di Massimo Scorsone e Rossana Sodano, Torino, Res, 1999.
2. Pubblicato in appendice (pp. 143-149) a: Un pronostico satirico di Pietro Aretino (MDXXXIIII) edito ed illustrato da Alessandro Luzio, Bergamo, Istituto Italiano d'arti grafiche, 1900.
3. Respinta, rigettata.
4. In verità nella lettera si legge “cede”, che non reca alcun senso; l'emendamento si fonda sul sospetto di un lapsus calami, né altrimenti saprei come interpretare la frase.
5. Cito da Lettere a Pietro Aretino, a cura di Gonaria Floris e Luisa Mulas, Riproduzione della stampa Marcolini, Venezia 1552, Roma, Bulzoni, 1997, vol. II, lettera n. 258, p. 260.
6. Identico giudizio è nell'elogio di Ippolito redatto dal Giovio: cfr. P. GIOVIO, Gli elogi degli uomini illustri, a cura di Renzo Meregazzi, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1972, pp. 445-447.
7. La questione relativa a Lucedio, antica abbazia nel territorio vercellese, è molto complessa: Clemente VII la concesse a Ippolito poco prima della propria morte, ma essendo sita in territorio nominalmente imperiale, per potervisi insediare, al Medici occorreva il beneplacito di Carlo V, che sempre resistette alla sua richiesta. L'Abbazia era di importanza strategica fondamentale nella contesa allora in corso per il marchesato di Saluzzo.
8. Spacciò, spedì.
9. La prima partenza di Ippolito da Roma cui fa riferimento Ercole Gonzaga risale al mese di giugno, quando Paolo III fece arrestare con accuse pretestuose il conte Ottaviano della Genga, tra i primi familiares del Medici, il quale per evitare peggiori conseguenze abbandonò Roma rifugiandosi in un proprio castello presso Tivoli (a proposito di tale episodio si veda, oltre alla già citata biografia molziana da me redatta, la Storia fiorentina del Varchi, l. XIV).