Proposta di correzioni e aggiunte al G.D.L.I.

Bombasso, grido rimbombante, frastuono. "s. m. Ant. Tiranno": così il GDLI registrando questo hapax presente nella Scelta d'alcune poesie filosofiche di Settimontano Squilla (Köthen (?), 1622) ai vv. 7-8 di un sonetto (n. 33) intitolato Della plebe: "Né sa [scil. il popolo] quanto è temuto, ché i bombassi / fanno un incanto, che i sensi gli ingrossa" (cito da T. CAMPANELLA, Le poesie. Testo criticamente riveduto e commento a c. di Francesco Giancotti, Torino, Einaudi, 1998, p. 185). La spiegazione del vocabolo sembra ricalcare, non senza qualche corrività, la proposta di interpretazione avanzata con maggior cautela da Firpo in nota (p. 1326, n. 1 della sua edizione Milano, Mondadori, 1954): " 'bombassi' sembra parola di conio campanelliano a designare il fasto e l'alterigia dei tiranni (cfr. il latino bombus, frastuono); la più probabile derivazione pare quella dallo spagnuolo bombazo, scoppio di bomba". Sulla stessa linea la Bolzoni precisa: "Forse il termine, più che ai tiranni direttamente, si può riferire agli imbonitori del popolo, che servono il tiranno (ad esempio sofisti, ipocriti, poeti menzogneri)" (T. CAMPANELLA, Opere letterarie, Torino, Utet, 1977, p. 193, n. 2). E il Giancotti congettura, suggestionato dalla analogia tematica con un altro testo (il madr. 4 del n. 73 v. 2 , ove è questione di sonatori), che la parola sia stata coniata sulla base del gr. bómbos ("rombo" ma anche "ronzio, tintinnio") e soprattutto di bómbuks "flauto dai suoni gravi". A mio giudizio però il contesto e l'etimo verosimile indicato da Firpo bastano da soli a escludere che i bombassi possano essere tiranni, imbonitori, o pifferai magici. "Della bestialità del popolaccio nissuno ha scritto con tanta verità e con tanto artificio", proclama compiaciuto l'Autore nell'Esposizione. E in effetti le due quartine del sonetto costituiscono una sorta di metafora continuata in cui il popolo è rappresentato come una ottusa bestia da soma inconsapevole della propria forza: "Il popolo è una bestia varia e grossa, / ch'ignora le sue forze; e però stassi / a [o dovrà leggersi a'?] pesi e botte di legni e di sassi, / guidato da un fanciul che non ha possa, / ch'egli potria disfar con una scossa: / ma lo teme e lo serve a tutti spassi". L'intento di questa folgorante moralità o parabola politica è quello di mettere in evidenza il contrasto tra il mostruoso complesso di immane forza e di immane stupidità costitutivo della plebe e la docilità con la quale essa si lascia menare "da un fanciul che non ha possa". Costui non necessita di coadiutori per governare la bestia varia e grossa che provvede da sé a soggiogarsi: "Cosa stupenda! e' s'appicca e imprigiona / con le man proprie, e si dà morte e guerra / per un carlin di quanti egli al re dona". I bombassi, non molto diversamente dalle botte di legni e di sassi del v. 3, designano dunque i risibili e mistificatori strumenti dei quali il fanciul si vale per tenere a segno e dominare il popolo bue. La voce, dall'evidente origine onomatopeica, significa "grida rimbombanti, clamori reboanti, voci rauche e profonde come detonazioni" emesse dal mandriano nel parare le bestie, e include ogni sorta di frastuono assordante atto a sbalordirle ottundendone i sensi. A questo significato principale se ne aggiunge un altro accessorio. Bombasso è certamente da riconnettere al gr. bómbos, al lat. bombus (e ai suoi derivati bombicare, bombitare, bombicum, bombitatio, bombitator), all'it. bombo (da cui bombare, bombire, bòmbito), allo sp. bombo. Forse anche al gr. bombáks, lat. bombax, ironica esclamazione di meraviglia o di disprezzo usata da Aristofane e Plauto (l'etimo è il medesimo). La radice comune a tutta questa famiglia vi appare deformata in funzione espressiva (e per esigenza di rima) mediante il suffisso accrescitivo o peggiorativo -accio, -azzo, -asso, fors'anche per analogia con fracasso, chiasso, schiamazzo: in ogni caso il neologismo campanelliano non sembra procedere tanto dalla base latina -aceus nell'antico valore neutro che indicava somiglianza, qualità o appartenenza, quanto continuare il lat. -atio, analogamente al citato schiamazzo, al leccese cridazzu "chiasso" (cfr. ROHLFS, III § 1037, p. 367) e allo sp. bombazo. Bombo, ricorrente (al singolare) nel Tasso (G. L. XVIII, 84, 3) e in Bruno, designa un suono cupo e prolungato, "simile a quel che l'arnie fanno rombo" per dirla con Dante (Inf. XVI, 3), al fuoco d'artifizio del maltempo o di giochi pirotecnici, al rimbombo lontano delle artiglierie o di esplosioni vulcaniche che avvengono nelle viscere della terra (MARINO).
Ma nella poesia latina questa voce di origine dotta evoca il rauco e basso sonito di tube e corni: LUCREZIO, De rer. nat. IV, 544-545 cum tuba depresso graviter sub murmure mugit / et reboat raucum retro cita barbara bombum; CATULLO, Liber 64, 263 Multis raucisonos efflabant cornua bombos; PERSIO, Sat. I, 99 Torva Mimalloneis implerunt cornua bombis (un verso, quest'ultimo, dall'intenzione parodistica e caricaturale). E Svetonio narra (Ner. 20) che i tria plausuum genera edi solita ab adulescentibus, quos ut sibi cantanti acclamarent, Nero delegerat, vocata fuisse bombos, et imbrices, et testas. Bombi autem fuisse videntur cum eadem vox ab omnibus simul magna voce bis terque repetebatur. In questa medesima accezione, e sempre al plurale, il Marino: già già l'arena sua tutta risona / di lieti bombi e di festivi gridi (Adone X, 204, 5-6). Tutte queste idee concomitanti mi sembrano confluire nei bombassi campanelliani, plurimi non solo perché reiterati. Grida, certo, con l'ausilio delle quali nell'ambito e nello svilupparsi della metafora politica, il fanciul riduce al suo volere sospinge e incalza la bestia ch'ignora le sue forze, quasi emulo del mitico Boote, `il vociferante' secondo la falsa etimologia antica che ne riconduceva il nome al gr. boân (e stargli come Artofilace all'Orse è modo proverbiale dell'Ariosto in Sat. I, 159; Boote compare del resto, forse non casualmente, in un altro sonetto politico del Campanella, il n. 38). Ma anche, fuor di metafora, instrumentum regni di un potere barocco esperto della psicologia di massa, consumato manipolatore del consenso e capace di toccare le corde dell'emozione popolare suscitando l'ammirazione mediante il fasto e lo splendore. I maliosi bombassi sono allora anche la manifestazione sonora di un'autorità numinosa e arcana che si esprime e si rivela attraverso acclamazioni di masse plaudenti, clangori di tube, tonar di ferree canne, spettacolari giochi pirotecnici, lasciando la plebe attonita, satisfatta e stupida. (Paolo Luparia)

Cessióne, flessione, declinazione. Voce ignota al GDLI. Carlo Denina, Dell'impiego delle persone (Torino, 1803; ora cfr. qui p. 7): è manifesto che quella lunga sua cessione [della lingua latina], e que' tanti nomi di diverse classi ... Il vocabolo è un calco del latino caessio, -onis. (d.c.).

Crate, graticcio. Alessandro Tesauro, La Sereide, (Torino, 1585; ora Torino, Res, p. 36): Si posin di vincastri inteste crati. La voce è ignota al GDLI, che registra invece craticcio come variante di graticcio. È ovvio, e confermato dall'attribuzione del genere femminile, che si tratta invece qui di voce dotta, dal latino cratis. (d.c.)

Giro, truciolo di legno. Alessandro Tesauro, La Sereide, (Torino, 1585; ora Torino, Res, p. 93): Né minor danno ancor suol fargli il legno Di noce [...]: però non culle o letti Di quello abbia unqua il gregge, e non sen formi Il gran teatro, e non si colghin giri In cui l'opra dee far chi non s'inselva. Tale accezione non è registrata dal GDLI. (d.c.)

Sèri, bachi da seta. Il GDLI registra la voce in tal modo: "s.m. Plur. Ant. Popolazione asiatica identificabile con i Cinesi in quanto nota per la lavorazione e il commercio della seta". La definizione è indubbiamente corretta, ma le sole attestazioni riportate sono la definizione del Tramater e il seguente passo della già citata Sereide di Alessandro Tesauro (p. 11): Così fa i seri ancor securi e lieti Spiegar al ciel le vaghe lor ricchezze Del serico lavoro. In tale passo tuttavia seri sta per `bachi', come già si poteva leggere nella nota relativa della mia edizione: "in tutto il corso del poemetto il Tesauro usa la voce col significato di `baco', trasferendola dal popolo che introdusse la seta in Europa (Seri erano anticamente nominati i cinesi) all'insetto che la produce". (d.c)