Filologi, ai rostri!

Stanchezza compositiva o pigrizia ermeneutica?
Restauri a Tasso, Rime 1435

Tipico esempio di poesia encomiastica e d'occasione, la canzone Onde sonar d'Italia intorno i monti (Rime, 1435) è un epitalamio composto dal Tasso per le fastose nozze di Ferdinando I, granduca di Toscana, con Cristina di Lorena. Quando in una lettera al Costantini del maggio 1589 (Lettere IV, 1122) Torquato esclama "A la seconda medicina Iddio m'aiuti: altrimenti sarò costretto ad andare elemosinando sino in Loreto, o al più sino a Pesaro", è molto probabile - come ben vide il Solerti (Vita I, p. 633) - che alludesse proprio a questo testo. La "prima medicina" era infatti costituita da un'orazione panegirica in onore di casa Medici, tutta giocata sull'interpretatio nominis. Ma il suo effetto terapeutico non aveva corrisposto alle attese, se il malinconico poeta lamentava di non aver guadagnato cosa alcuna con il Granduca mentre da quell'encomio smaccato erano state definitivamente compromesse le residue e già fievoli speranze di non alienarsi in tutto il favore degli Este. Di qui l'esigenza di accrescere le dosi, e, in caso di fallimento, la squallida previsione della mendicità presso il Duca di Urbino. "E se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe / mendicando sua vita a frusto a frusto, / assai lo loda, e più lo loderebbe": del resto il Tasso - miserando esempio di sciagura - non necessita di patetiche apologie né di compianto: semmai di comprensione. Dolorosamente conscio di quanto la festosa occasione fosse ormai remota ed estranea alla sua presente, smagata disposizione d'animo; incapace di ritrovare la splendida felicità inventiva, la aggraziata levità, il brivido sensuale che avevano improntato un'altra stagione creativa, ormai irremediabilmente tramontata e rimpianta; assillato dalla tirannia del tempo - la sposa ha già fatto il suo solenne ingresso a Firenze il 30 aprile 1589, ma solo nel giugno avanzato la canzone sarà finita [Lettere IV, n. 1135] - e avvilito dal progressivo inaridirsi di una vena già contraddistinta da prodigiosa esuberanza, egli è il primo ad avvertire, con lucida amarezza, l'inanità dei suoi sforzi poetici: "né so imaginare cosa uguale a quella ch'io scrissi (nel libro della mente), quando prese moglie il Duca di Savoia. Mi sforzerò nondimeno che il Granduca conosca ch'io desidero di esser raccolto particolarmente ne la sua protezione" (Lettere IV, n. 1126). Mi sembra però che vada in parte attenuata la sentenza stroncatoria con la quale il Solerti bolla il componimento: "La canzone [...] risente chiaramente dell'esser fatta con sforzo di giudizio e non per ispirazione, perché procede contorta ed oscura nell'incalzarsi delle allusioni e nelle lodi banali; [...]" (Vita I, p. 634). Ho il sospetto, tanto per cominciare, che all'impressione, e alla taccia conseguente, di tortuosa oscurità non poco contribuiscano le scelte interpuntive accolte o promosse dal probo e benemerito biografo e editore, scelte avallate per inerzia anche dal Maier e dal Basile. Si consideri la prima stanza:

Onde sonar d'Italia intorno i monti
de le più colte e più leggiadre rime,
e crollar l'alte cime
gli olmi, i pini, gli abeti, i lauri, i faggi,
per cui facean concento i fiumi e i fonti,                             5

infin da l'Alpe a l'arenose sponde?
E 'l mar con tutte l'onde,
mormorando cessò gli usati oltraggi?
E de la crespa fronte ardenti raggi
incontra 'l sol vibrò purpurei e d'oro,                                10

a cui sospende l'arco e la faretra,
onde i figli di Niobe irato estinse
Febo, e prende la cetra,
com'allor ch'i giganti in Flegra ei vinse
coronato d'alloro?                                                              15

Ecco dal suo canoro
giogo lunge le Muse, e lunge avvampa
di nove faci una congiunta lampa.

La struttura del periodo poetico risulta farraginosa, confusa e ambigua semplicemente perché all'editore sembra essere sfuggito che esso è scandito da tre frasi interrogative in successione introdotte da Onde 1, Per cui 5 e A cui 11. L'origine dell'equivoco va forse individuata nella lacunosa interpunzione della scorretta stampa Marchetti (Rime del Sig. TORQUATO TASSO di nuovo date in luce con gli Argomenti et Espositioni dell'istesso Autore, s. l. [ma Brescia], P. M. MARCHETTI, 1593), ove non figura alcun punto interrogativo, nemmeno quello, indispensabile, in fine di 15, omesso, credo, per un accidentale refuso (inspiegabilmente infatti il v. non presenta interpunzione di sorta). Dopo averlo ripristinato, è lecito congetturare che al Solerti sia parso insoddisfacente strutturare il testo come un unico, amplissimo periodo interrogativo che occupa quasi per intero la stanza (benché tale soluzione non risulti, in definitiva, incoerente e rappresenti anzi la scelta interpuntiva più fedele ai testimoni, solo che si abbia l'avvertenza di rilevare la triplice membratura del periodo ponendo pausa forte - punto e virgola - in fine di 4 e di 10, là dove la stampa Marchetti reca semplice virgola). Di qui l'esigenza di aggiungere altri due punti interrogativi che però, in conseguenza di un sorprendente fraintendimento, sono stati posti, del tutto incongruamente, in fine di 6 e di 8 in sostituzione delle due virgole attestate dall'edizione bresciana, almeno la seconda delle quali risulta perfettamente legittima. Basta in effetti ripristinare la punteggiatura genuina, perentoriamente postulata dal senso, perché la stanza riacquisti tutta la sua eleganza e l'ampia e solenne modulazione ternaria ascendente, propria di una "magnifica" eloquenza, con le reiterate domande a creare sapienti sospensioni (va accolto anche lo scempiamento auampa 17):

Onde sonâr d'Italia intorno i monti
de le più colte e più leggiadre rime,
e crollâr l'alte cime
gli olmi, i pini, gli abeti, i lauri, i faggi?
Per cui facean concento i fiumi e i fonti          5

infin da l'Alpe a l'arenose sponde,
e 'l mar con tutte l'onde
mormorando cessò gli usati oltraggi,
e de la crespa fronte ardenti raggi
incontra 'l sol vibrò purpurei e d'oro?           10

A cui sospende l'arco e la faretra,
onde i figli di Niobe irato estinse,
Febo, e prende la cetra,
com'allor ch'i giganti in Flegra ei vinse,
coronato d'alloro?                                          15

Ecco dal suo canoro
giogo lunge le Muse, e lunge avampa
di nove faci una congiunta lampa.

Nel passo in questione cui, preceduto dalle preposizioni per e a, è usato come caso obliquo in funzione sostantivale e sta in luogo del pronome interrogativo `chi'. Uso del resto ben attestato, da Dante, Rime (ed. Contini) 28, 1 "Bicci novel, figliuol di non so cui"; Inf. V, 19 "Guarda com'entri e di cui tu ti fide"; e Petrarca, T. E. 9 "e doler mi vorrei, né so di cui", fino al Tasso stesso (ROHLFS, Morfologia § 488 cita, senza rinvio, a cui ricorro?); e legittimato anche dal Bembo che nelle Prose della volgar lingua (ed. Dionisotti, II, p. 115) annovera cui tra le voci che "richiedendo si dicono". È probabile che proprio il fraintendimento del preciso valore di Per cui e A cui, erroneamente intesi come relativi, abbia determinato, nel testo vulgato proposto da Maier, l'alterazione dell'unica punteggiatura che dia senso soddisfacente. Ne consegue in particolare che i vv. 9 - 10 vengano indebitamente collegati a 11 - 15 per fungere da proposizione reggente, con ambiguità circa il soggetto ('l sol 10 o Febo 13?) e con assurdità tanto manifesta quanto barocca, quasi che il dio sospendesse arco e faretra agli ardenti raggi del sole. I due vv. appartengono invece alla frase interrogativa trimembre che inizia con 5 e riecheggia l'esordio evocando il musicale concento, culminante e quasi dissolventesi in una suggestiva vibrazione luministica, con il quale la natura intera annuncia e celebra il giorno lieto (19). A proposito di 9 - 10 andrà anzi notato che il soggetto di vibrò è da ritenersi verosimilmente 'l mar 7, mentre 'l sol è oggetto retto, secondo l'uso del Tasso, dalla preposizione incontra, che altrimenti resterebbe irrelata o dovrebbe essere spiegata come pleonastico avverbio in dipendenza da vibrò (un pertinente riscontro, sempre a proposito di acque, non marine ma correnti, è dato rinvenire nel Mondo creato III, 133-136: "Ma più salubre è [l'acqua] se tra vive pietre / Rompendo l'argentate e fredde corna, / Incontra il novo sol che 'l puro argento / Co' raggi indora, i passi in bene avanza, / [...]" [cito il testo da me stabilito]; cfr. anche G. L. IV, 17, 5). La serie delle immagini naturali che compongono la prima stanza si snoda digradando da l'Alpe a l'arenose sponde : dai monti, da l'alte cime stormenti (cfr. Rime 1367, 72-73; ma tutta la stanza è da citare a riscontro), seguendo il fluire delle acque correnti, al mare placato (e l'Appennino e l'arenoso lido risuonanti dell'Imeneo saranno richiamati anche a 117). Il movimento discendente ha d'altra parte un carattere topico. Basti ricordare l'esordio dell'epitalamio che celebra le nozze di Carlo Gesualdo principe di Venosa con donna Eleonora d'Este (Rime 1575, 1-8), l'ultimo composto dal Tasso:

Lascia, o figlio d'Urania, il bel Parnaso,
e 'l doppio colle di quel verde monte
e i seggi ombrosi e foschi, e da Pegaso
aperto col piè duro il chiaro fonte;
e 'n riva al Po discendi anzi l'occaso,                     5

cinto di rose la serena fronte,
con quella face onde la notte illustri,
e col giogo ch'imponi a l'alme illustri.

Dove è esplicita l'allusione al celebre carme LXI del Liber catulliano:

Collis o Heliconii
Cultor, Uraniae genus,
Qui rapis teneram ad virum
Virginem, o Hymenaee Hymen,
O Hymen Hymenaee
[...]
Quare age huc aditum ferens
Perge linquere Thespiae
Rupis Aonios specus,
Nympha quos super irrigat
Frigerans Aganippe
[...]

(né il Maier né il Basile la rilevano, e anche di qui deriva l'erronea identificazione nei commenti del figlio d'Urania con "Cupido, figlio di Afrodite Urania", anziché con Imeneo, che però il Tasso fa discendere dal Parnaso e non dall'Elicona: si veda del resto l'incipit di un altro famoso epitalamio tassiano [Rime 538] "Lascia, Imeneo, Parnaso, e qui discendi"; neanche è segnalata dai commentatori l'imitazione evidentissima che nella sestina doppia composta per le nozze di Giulio Cesare Gonzaga e della signora Flaminia di Sciarra Colonna [Rime 1366] Torquato fa, riprendendone la stessa struttura di canto amebeo, dell'altro celeberrimo epitalamio catulliano, il carme LXII). Ma si richiamino anche gli incipit della canzone per le nozze del conte di Paleno, Matteo di Capua ("S'era fermo Imeneo tra l'erto monte / e 'l mare, in cui sovente Austro risuona, / [...]": Rime 1457, 1-2) e del madrigale composto per la medesima occasione ("Già discende Imeneo là dove alberga / la virtù col valore, / [...]" Rime 1459, 1-2), ove il dio è colto "mentre con l'ali d'oro / vola dal monte al mar, ch'alto risuona" (7-8).
Carattere di topos ha anche, nei componimenti celebrativi del Tasso, il sovrannaturale e prodigioso placarsi del mare, auspicio di fausto giorno. Così nella citata canzone per le nozze del principe di Venosa si legge:

Il mar s'acqueta e nel tranquillo seno
senz'onda ed ira si riposa e giace,
e 'l confin le restringe e legge e freno,
chi di lei nacque, e Borea ed Austro or tace.
Brama quel d'Adria e brama il gran Tirreno
portar la bella coppia in lieta pace;
s'ingemma intanto il prezioso grembo
e ne cosparge il suo ceruleo lembo.
(vv. 113 - 120)

E a contrassegnare Felicissimo dì - quello, magnificato da una corona di sonetti encomiastici, del nascimento e battesimo del primogenito del principe di Conca - è detto che "nel suo gran letto il mar senz'onda giacque" (Rime 1512, 3; ma si vedano anche 1367, 1-5; 1446, 33-35; 1457, 53-61; e specialmente 75-76 "Pace ha intanto e riposo / la terra e 'l mar ondoso"). Lo stesso sintagma usati oltraggi del v. 8, di probabile ascendenza dantesca (Purg. II, 126 ), trova riscontro in un'altra memorabile marina - G. C. III, 11, 5-8 - che mostra precise corrispondenze con il luogo presente:

Il mar ceruleo il sen, spumoso il lembo,
e sparse d'alga ha le minute arene;
e crespa a l'aure e senza usati orgogli
bagna la placida onda i duri scogli.

Appare allora plausibile che la crespa fronte da cui vibrano ardenti raggi purpurei e d'oro (9-10) non sia quella dell'astro solare (evento che non avrebbe carattere di eccezionalità e non giustificherebbe l'aspetto puntuale - momentaneo del perfetto vibrò, tempo verbale che domina i due primi periodi della stanza con l'eccezione del durativo facean 5), bensì, con metafora più peregrina, il frangente increspato, il lembo spumoso che rompendo quietamente sulla riva riverbera di contro al sole occiduo i bagliori purpurei e d'oro della sua luce. Con il preziosismo cromatico e l'intenso dinamismo dell'immagine il Tasso intende evocare lo sfolgorante bagliore in virtù del quale si scorge "l'onda a' rai tremolar com'ella avampi" (G. C. III, 10,5). Cielo e mare sembrano rispecchiarsi e fondersi (di qui la voluta, poetica ambiguità della metafora) in un riflesso accecante e sontuoso:

Qual purpureo color d'onde sanguigne
fu sì vago giammai
di tremolanti rai
o di negre viole in su l'aurora?
[...]
qual ceruleo colora,
qual zaffiro o qual ostro
il mar vermiglio o 'l nostro,
ch'a questo bianco Mare oggi non ceda,
o parta il sole o rieda?
          
           (Rime 1242, 17 - 29; si tratta della canzone in lode della signora Porzia Mari Grillo)

[...]
e l'aura tremolar di riva in riva
fa ne' vaghi zaffiri i novi raggi
che vibra il sol, mentr'egli illustra il porto.
[...]
Piena di legni è l'arenosa riva
ch'appar fra mille faci e mille raggi,
e vi perde il ceruleo e il rosso mare,
tanti insieme vi son rubini e perle!
Ma solo entrare un può nel chiuso porto,
che splende come il ciel di fiamme e d'oro.

Com'ei luce talor di fregi e d'oro
così lucente è l'onorata riva,
così fiammeggia intorno il ricco porto.
          
           (Rime 1243, 4-6; 23-33; sestina per la medesima)


Gli ardenti raggi riflessi dall'omerico porphyreon kyma (Odyss. XI, 243; ma cfr. anche M. c. III, 737-746; V, 675-681) preparano dunque con sapiente transizione l'epifania, nell'ultima frase interrogativa della stanza, del dio solare citaredo e musagete (si noti il passaggio al presente che stacca 11-17 dai precedenti) e del suo splendor (19: il possessivo è riferito anche a Febo) culminante nell'avvampare ("[...] vide ut faces / aureas quatiunt comas") della congiunta lampa delle faci nuziali agitate dalle Muse. Apollo non appare qui nel suo aspetto terribile e micidiale di toksophoros, di deus arcitenens irato e vendicativo (il motivo dell'arco e della faretra, della violenza solare è già anticipato da vibrò : "E da lui vibra il sol gli ardenti raggi, / Febo gli strali e le saette Amore", si legge in Rime 1458, 9-10 dell'arco celeste delle Grazie), bensì come il dio puro (Phoibos ) e sereno dell'armonia e del canto.
Con un calcolato effetto di crescendo, di sospensione e di attesa, nella prima stanza il Tasso prospetta dubitativamente per mezzo di una incalzante successione di domande il compiersi di un evento mirabile la cui eccezionalità, restandone ancora ignoti la natura e i protagonisti, è preannunciata e rivelata da una serie di segni e di indizî che coinvolgono la civiltà umana, la natura e le stesse divinità. Il movimento procede dall'indeterminato al determinato, dal lontano al prossimo, dalle remote e indistinte percezioni uditive (sonâr 1; crollâr l'alte cime 3; facean concento 5; mormorando 8) alle vive e balenanti impressioni visive (crespa fronte ; ardenti raggi ; vibrò purpurei e d'oro ) che culminano nella presenza attiva e beneaugurante del numinoso ("A cui sospende l'arco e la faretra, / [...] Febo, e prende la cetra, / [...] / coronato d'alloro? / Ecco dal suo canoro / giogo lunge le Muse, e lunge avampa / di nove faci una congiunta lampa").
Si attua così una efficace ripresa e variazione del motivo, spesso presente nell'epitalamio classico, della deductio, dell'avvicinarsi del corteo nuziale (la pompa real di 20) precorso dai nuptialia carmina (1-2) e qui anche dal fremito musicale, dalle armonie e dal placato rifulgere della bellezza naturale - fausto indizio - riassunti nel gesto del dio musico e più ancora nel repentino, conclusivo manifestarsi delle nove sorelle, in cui concomitano e acquistano definitiva evidenza le molteplici suggestioni della discesa, del movimento e della distanza spaziale varcata (si noti l'iterazione dell'avverbio lunge 17), del concento e dello splendore, rivelantesi da ultimo l'ardore luminoso e inconsumabile della fiaccola della vita ("senza incendio Imeneo scuote [la stampa Marchetti scote] la fiamma" 90: cfr. ancora CATULLO, LXI 14-15 "Pelle humum pedibus, manu / Pineam quate taedam" [detto di Imeneo]), una congiunta lampa che enuncia quasi simbolicamente il tema del componimento.
L'interpretazione e la punteggiatura proposte trovano perentoria conferma nella seconda stanza, collegata alla precedente dalla capfinidura. Essa risponde appunto alle tre domande (Onde `per qual motivo'; Per cui ; A cui ) determinando l'occasione festiva della celebrazione e l'identità dei celebrati, ribadita dalla triplice anafora del pronome personale:

Il giorno lieto e 'l suo splendor conosco,
e la pompa real ch'Italia accoglie;                   20

e con mutate spoglie
te, Ferrando, veder lontano or parme,
te, prima gloria del paese tosco:
te canta il coro, e Febo a' suoi concenti
ti molce l'aria e i venti,                                     25

che già cantò de' tuoi la gloria e l'arme;
[...]


Sarebbe superfluo sottolineare la sapiente trama di correlazioni tematiche e analogiche che collega le due strofe. Basti dire che 22 (ove lontano riprende lunge 17) sembra ancora una volta richiamare una suggestione catulliana (LXI, 121-123: "Tollite, o pueri, faces: / Flammeum video venire. / Ite, concinite in modum / [...]"). E osservare che i commentatori omettono di fornire un indispensabile chiarimento esegetico al v. 21, non ricordando che Ferdinando, granduca nel 1587, dal 1563 fino a quell'anno aveva rivestito la porpora cardinalizia (a questa vicenda il Tasso allude anche nel sonetto - Rime 1437, 56 - In lode del granduca di Toscana : "non la virtù, ch'al tuo purpureo manto / d'or la corona aggiunse, a lei [scil. alla fortuna] succede, / [...]").

Un guasto testuale e una errata interpunzione si riscontrano anche nella terza stanza, iperbolica lode della bellezza della sposa, al cui confronto appaiono indegni i più preziosi ornamenti:

Ché non è degno, onde si faccia il manto
od altro che le membra orna e circonda,
ciò che si scuote e sfronda,
per serico trapunto, o tesse e pinge;              40

e di verdi sorelle indegno è il pianto,
che s'aduna stillando al freddo cielo,
per cristallo che 'n gelo
di vecchia neve più s'indura e stringe;
e quello che di conca umor dipinge;                45

e quanto sceglie in più lucenti arene
avara man de l'Ermo o pur del Tago,
non basta al culto, onde si mostra adorna,
quasi del cielo imago;
né sotterra, ove il dì giammai non torna         50

di preziose vene,
pietra a lei più conviene;
né splende a par di lei, dov'ella appare,
perla o gemma che mandi il ricco mare.

Supervacanea e fuorviante appare, in primo luogo, la virgola dopo degno a 37, assente infatti nella stampa Marchetti. Con l'interpunzione del Solerti e del Maier è inevitabile interpretare onde come congiunzione che introduce una proposizione finale. A me pare invece che onde abbia valore di pronome relativo e indichi la materia e il tessuto prezioso di cui non è cosa bastevolmente degna (non è degno va inteso come neutro e concordato con ciò che si scuote e sfronda) consistano il manto e gli altri ornamenti di Cristina: `giacché quanto si scuote e sfronda (con allusione alle fronde del gelso) o intesse e trapunge per ottenerne un serico ricamo non è degno se ne faccia il manto o altro ornamento che avvolga le membra'. La perifrasi di 39-40, sulla quale i commentatori ritengono superfluo indugiare, richiama quella floreale di 36 e ha la evidente funzione di esaltare la preziosità del tessuto di seta ricamato, enumerando con sapiente parallelismo tutte le operazioni necessarie a produrlo. D'obbligo il richiamo ai due madrigali "fatti ne la stagione de' vermicelli" (Rime 336 e 337), il primo dei quali comincia: "Come l'industre verme / di questa verde fronda / si nutre e fa sue fila e si circonda,/ [...]", mentre l'incipit del secondo è "Donne, i serici stami / voi sì chiuse volgete, / [...]". pinge, che riprende il sintagma serico trapunto (già presente in Rime 1040, 3), è un elegante latinismo e vale acu pingere `ricamare': cfr. OVIDIO, Met. III,556 "purpuraque et pictis vestibus aurum", mentre in PLINIO, Nat. hist. VIII, 195 pictae vestes sono appunto vesti ricamate. Torquato poteva avere nella memoria un'ottava del Floridante paterno (I, 2, 53): "Stava per sorte la gentile amante / [...] / sovra tela di seta e d'or contesta, / dipingendo con l'aco di sua mano / del bel tauro e d'Europa il caso strano" (per questo uso si vedano anche Rogo amoroso 45-53; G. C. II, 93; XXII, 27; M. c. V, 1506-1507).
Manifestamente corrotta e priva di senso si rivela invece la lezione di 41-44, che il Solerti desume dalla stampa Marchetti, previo qualche minimo ritocco - non sempre opportuno - della punteggiatura e l'emendamento di un refuso (e 'l 41 corretto in è 'l). Né il Maier né il Basile tentano di fornire una spiegazione precisa di 43-44. Il secondo, richiamandosi alla trasparente perifrasi e metafora mitologica di 41-42 evocante le Eliadi (verdi sorelle) e il loro pianto condensatosi in ambra, chiosa evasivamente per cristallo "l'ambra, stando al mito ovidiano". Si tratterebbe cioè di una seconda metafora (dopo 'l pianto) per indicare la medesima sostanza preziosa. Ma il commentatore non si cura di spiegare né il significato della preposizione per, né della seguente proposizione relativa (43-44). Quest'ultima dimostra, in modo a mio giudizio inoppugnabile, che cristallo non è da intendersi qui in senso metaforico bensì proprio, designando il quarzo purissimo noto come cristallo di rocca o di monte. La relativa infatti, in perfetta simmetria con che s'aduna stillando 42, ha la funzione di qualificare perifrasticamente, con accrescimento dell'ornatus, la materia e la formazione del minerale, fornendo quasi una interpretazione etimologica del nome. Come è noto il cristallo (dal gr. kryos `gelo' e stellomai per systellomai `condenso, stringo') era ritenuto dalla scienza antica una sorta di neve fossile rappresasi in forma di pietra: "Unde autem fiat eiusmodi lapis, apud Graecos ex ipso nomine apparet: krystallon enim appellant aeque hunc perlucidum lapidem quam illam glaciem, ex qua fieri lapis creditur. Aqua enim caelestis minimum in se terreni habens cum induruit, longioris frigoris pertinacia spissatur magis ac magis, donec omni aere excluso in se tota compressa est, et umor qui fuerat, lapis effectus est" (SENECA, Nat. quaest. III, 25,12; si veda anche PLINIO, Nat. hist. XXXVII, 23). Tale processo si compiva al freddo cielo 42, "inter gelidas rupium venas", come ricorda - sulla scorta di Plinio - Cecco d'Ascoli: "Nasce nell'Alpe del settentrione / cristallo fatto dell'antica neve" (Lacerba, 3266). Particolare anche questo non ignoto al Tasso: "Come cristallo in monte / l'orgoglio in voi s'indura, / [...]" (Rime 327, 1-2); "Indurasti in fredd'alpe, o 'n fiamma ardente / forma ti diede umana industria ed arte, / invido, che la luce ascondi in parte, / la luce che le mie può far contente?" (Rime 397, 1-4: si noti per inciso che né in un caso né nell'altro i commentatori colgono il carattere topico della peregrina allusione, chiosando banalmente nel primo componimento - un raffinato madrigale - cristallo con "acqua ghiacciata"; e fraintendendo totalmente il destinatario dell'apostrofe interrogativa che apre il secondo sonetto: non "ad Amore" si rivolge infatti risentito il poeta, che parla ad istanza del signor Giulio Mosti, bensì al cristallo, dalla petrosa origine, o al vetro foggiato da industria e arte umane che gli schermano in parte la luce della signora Flaminia: "perché la donna mia crudel mi celi?" [v. 12]; anche in questo caso la punteggiatura dell'ed. Solerti è gravemente erronea, ponendo nel primo v. un'unica virgola dopo ardente). Le citazioni potrebbero facilmente moltiplicarsi ma occorre registrare, in virtù di precise analogie nella trama verbale, ancora almeno il passo del Mondo creato (II, 171-175) nel quale il Tasso ricorre al medesimo paragone discorrendo "di qual materia sian le stelle e 'l cielo", particolarmente il cristallino: " [...] e [Dio] 'l fe' costante e fermo / Più di cristallo assai ch'al giel s'induri / E lucido divenga in aspro monte; / Più di metallo che s'impetri e stringa / E renda come specchio altrui l'imago".
Provato così, sulla scorta dei riscontri prodotti, che il sintagma al freddo cielo non ha alcuna attinenza logica e semantica con la relativa che s'aduna stillando 42 (sono infatti un agente atmosferico e un clima opposti a provocare la condensazione dell'ambra: cfr. OVIDIO, Met. II, 364-365 "Inde fluunt lacrimae, stillataque sole rigescunt / de ramis electra novis [...]"; e il Tasso, Rime 142, 8-9: "e le meste sorelle / spargon lagrime al sole ancor più belle"), mentre la determinazione dell'intemperie climatica si conferma funzionale a 43-44, sarà necessario dedurne che il testo tràdito è corrotto. L'emendamento più economico consiste nel sopprimere le virgole in fine di 41 e 42 (assenti infatti nella stampa bresciana), porne una, non attestata, dopo stillando sempre a 42, e introdurre un supplemento e una correzione leggendo: "<e> al freddo cielo / pur cristallo, che 'n gelo ecc." (va conservata come non superflua anche la virgola che l'edizione cinquecentina presenta dopo cristallo). L'aggettivo qualificativo pur riferito al cristallo (detto lucido nel citato passo del M. c.), in un contesto dove abbondano gli epiteti esornativi convenienti alla vaghezza e leggiadria dello stile lirico fiorito (serico trapunto 40; verdi sorelle 41; freddo cielo 42; vecchia neve 44; lucenti arene 46 ecc.), non solo appare pertinente ma risolve la crux testuale rappresentata dalla preposizione per, che non dà senso alcuno. Quanto al supplemento della congiunzione e, esso è postulato dalla stessa struttura studiatamente simmetrica del passo, fondato sul chiasmo nella disposizione dei verbi e sul parallelismo, scandito dal polisindeto, nell'enumerazione delle quattro sostanze preziose: ambra, cristallo, porpora, oro ("e di verdi sorelle indegno è il pianto / [...] e al freddo cielo / pur cristallo, [...]; / e quello [...]; / e quanto [...] / non basta al culto [...]").
Altri due minimi ritocchi andranno apportati alla punteggiatura. La virgola in fine di 47 è legittimata, nella stampa Marchetti, dalla presenza di quella, corrispondente e simmetrica, posta dopo l'Ermo. Sopprimendo, come fa il Solerti, la prima, evidentemente giudicata sovrabbondante, anche la seconda non può essere mantenuta senza rischiare un fraintendimento del testo. Infatti, per necessaria conseguenza, l'editore avverte l'esigenza di aggiungere virgola a 48 dopo culto, là dove opportunamente la stampa bresciana non reca segni. Ne risulta meno comprensibile se non travisato il valore preciso - che i commentatori non dilucidano - di culto, non impiegato qui genericamente ma come forte latinismo nel significato di cura e ricercata squisitezza nell'ornamento e nell'abbigliamento della persona, cultus muliebris : nel terso adamantino scudo rivoltogli da Ubaldo, Rinaldo si specchia "qual siasi e quanto / con delicato culto adorno; spira / tutto odori e lascivie il crine e il manto, / [...]" (G. L. XVI, 30, 3-4). Anzi, sulla scorta di Orazio (Carm. I, 8,15-16; IV, 9, 15) e Ovidio (Met. III, 609; XIII, 163), il vocabolo sembra assumere in questo luogo un valore metonimico (l'astratto per il concreto) designando lo splendido e fastoso abito nuziale - il culto equivale al manto / od altro che le membra orna e circonda 37-38 - di cui si mostra adorna la sposa, simile a una dea e a un'immagine celeste piuttosto che a una creatura terrena (tornano alla memoria certi algidi e sontuosi ritratti muliebri del Bronzino, chiusi nella corazza del contegno).
Analogamente andrà ripristinata la virgola, indispensabile, che l'edizione Marchetti pone in fine di 50 (mentre manca quella dopo sotterra), eliminando nel contempo l'altra, del tutto erronea, quantunque attestata anche dalla stampa, in fine di 51: è chiaro che di preziose vene 51 va riferito a pietra 52, di cui specifica qualità e origine. Appare opportuno infine, in considerazione della stretta correlazione esistente tra i vv. 50-54 ove sono enumerate le ricchezze estratte dalle oscure profondità terrestri e marine, attenuare in virgola la pausa forte (punto e virgola) che il Solerti introduce dopo conviene 52, dove la stampa cinquecentina non pone alcun segno. Se si aggiunge che delle tre varianti formali attestate da quest'ultima (scote per scuote 39; depinge, in luogo di dipinge 45; e giamai in vece di giammai 50) almeno la terza, con lo scempiamento, rientra nell'usus scribendi del Tasso, la proposta di restauro produrrà il seguente testo:

Ché non è degno onde si faccia il manto
od altro che le membra orna e circonda,
ciò che si scuote e sfronda,
per serico trapunto, o tesse e pinge;              40

e di verdi sorelle indegno è il pianto
che s'aduna stillando, <e> al freddo cielo
pur cristallo, che 'n gelo
di vecchia neve più s'indura e stringe;
e quello che di conca umor dipinge,                45

e quanto sceglie in più lucenti arene
avara man de l'Ermo o pur del Tago
non basta al culto onde si mostra adorna,
quasi del cielo imago;
né sotterra, ove il dì giamai non torna,           50

di prezïose vene
pietra a lei più conviene,
né splende a par di lei, dov'ella appare,
perla o gemma che mandi il ricco mare.

Il riscontro con l'edizione Marchetti consente di avanzare tre minime proposte di restauro anche per la quarta stanza che, come la prima, richiede un intervento sulla punteggiatura tràdita. L'edizione Solerti legge:

Ma co l'animo vince ogni ricchezza,                         55

ogni tesoro, e giunge in nobil parte,
che più ne serba e parte;
e mentre l'oro sparge, onor aduna
e gloria miete; e 'n più sublime altezza
chi siede? E se non parve il seggio angusto            60

a la figlia d'Augusto,
chi più si può vantar d'ampia fortuna?
o di chiaro valor, che non imbruna
per volger d'anni o per girar de' lustri,
quand'ella terra e ciel mesce e perturba;                 65

anzi lucente è qui, non pur sereno,
s'a l'animosa turba
rallentò mai l'ingiuriosa il freno,
nemica a' fatti illustri;
e quinci par che illustri                                              70

Toscana tutta e le rischiari il giorno,
e corona le fa di raggi intorno.

Mi sembrano meritevoli di considerazione le varianti con per co 55 (che non è forma tassiana), anche in virtù della trasparente allusione dantesca contenuta nel v. (cfr. Inf. XXIV, 53 "con l'animo che vince ogne battaglia"); e honore in luogo del troncamento onor 58, che schiva proprio quel concorso di vocali dal quale il Tasso non rifugge allorché, sulle orme del Casa, si ripromette di "producere asprezza o piacevol suono" convenienti allo stile magnifico. L'erroneità della lettura de' lustri 64, adottata dal Solerti, risulta manifesta per l'incongruenza con quanto precede (per volger d'anni) e emendabile sul fondamento di numerosi riscontri, dal Petrarca (T. T. 103 "Volgerà il sol, non pure anni, ma lustri"), la cui suggestione si avverte in filigrana, al Tasso stesso (Rime 1388, 395 "ma dopo il vaneggiar d'anni e di lustri"; 1471, 39 "in gran girar di lustri"; 1519, 19 "per volger d'anni e per girar di lustri"; 1538, 53 "nel lungo raggirar d'anni e di lustri"; 1588, 8 "dopo lungo girar d'anni e di lustri"; M. c. I, 499-501). La stampa reca però un de nordico, presente anche a 72 (de raggi), e ribadito dal riscontro con M. c. VII, 1084, dove tutti i testimoni leggono "Dopo sì lungo raggirar de lustri" (benché il Petrocchi corregga inopportunamente de' l.). Sarà opportuno pertanto o mantenere entrambi i de nordici o correggerli entrambi in di. Registro infine, per completezza, anche lo scempiamento richezza a 55.
Per ciò che concerne la punteggiatura la fedeltà alla Marchetti appare vantaggiosa in fine di 57 (virgola per punto e virgola), di 58 (virgola in luogo di nessun segno) e nella virgola posta dopo tutta 71, mentre quella, mantenuta dal Solerti, in fine di 64 si giustifica soltanto se preceduta - come detto a proposito di 47 - dall'altra, simmetrica, dopo d'anni. Dove invece la stampa si rivela insoddisfacente e richiede un intervento correttorio da parte dell'editore - come già nella prima stanza - è nella collocazione del punto interrogativo. Posto in fine di 62, secondo una scelta condivisa dal Solerti, esso risulta incongruamente anticipato rispetto al senso, in conformità con un procedimento ben noto a chi ha esperienza di manoscritti tassiani, nonché della abituale prassi interpuntiva cinquecentesca. Propongo pertanto di spostarlo in fine di 65 (dove la stampa cinquecentina pone virgola e Solerti punto e virgola).
Si rende in tal modo più evidente, con qualche vantaggio per l'intelligenza del testo, che i due predicati lucente e sereno di 66 vanno riferiti a valor 63 (anche in questo caso non sarebbe forse stata superflua una chiosa dei commentatori). L'inclita virtù e la potenza dei Medici, non offuscata dal volgere del tempo e da sovvertimenti e perturbazioni di fortuna, rifulgono ormai stabilmente sul trono granducale (qui 66, riferito al seggio 60) e non si limitano a pacificare il regno, ammesso che mai, in passato, la dea pronta alle offese e nemica delle gesta gloriose avesse sfrenato contro la casata regnante la turba sediziosa avvezza a vivere in libertà e in licenza e la maligna alterezza delle repubbliche popolari (la straordinaria circospezione e cautela della concessiva dimostra che il Tasso aveva ben appreso la lezione dopo il putiferio polemico scatenato a Firenze dalle battute antimedicee contenute nella veemente e veramente animosa orazione attribuita al Martello nel Nifo overo del piacere ; non sembra casuale, d'altra parte, l'allusione di 67-68 all'esordio delle Stanze del Poliziano: "Le glorïose pompe e' fieri ludi / della città che 'l freno allenta e stringe / a' magnanimi Toschi, [...]").
L'esito del restauro sarà il seguente:

Ma con l'animo vince ogni ricchezza,                         55

ogni tesoro, e giunge in nobil parte,
che più ne serba e parte,
e mentre l'oro sparge, onore aduna,
e gloria miete. E 'n più sublime altezza
chi siede? E se non parve il seggio angusto              60

a la figlia d'Augusto,
chi più si può vantar d'ampia fortuna,
o di chiaro valor, che non imbruna
per volger d'anni o per girar de lustri
quand'ella terra e ciel mesce e perturba?                 65

Anzi lucente è qui, non pur sereno,
s'a l'animosa turba
rallentò mai l'ingiurïosa il freno,
nemica a' fatti illustri;
e quinci par che illustri                                               70

Toscana tutta, e le rischiari il giorno,
e corona le fa de raggi intorno.

Di interventi analoghi necessita infine la quinta strofa:

Quinci l'ava passò le gelide Alpe,
ch'ad invitto d'Europa antico regno
giunse quasi sostegno,                                               75

e diede i successori al grande Enrico;
oltre Pirene ancora, Abila e Calpe,
l'una e l'altra d'Alcide alta colonna
inchinan l'alta donna;
e la figlia che fece al padre amico                              80

lo sposo, ch'era dianzi aspro nemico.
Qui torna la nepote, e più felice,
onde colei partì, costei riporta
gioia e speranza pur di novi figli,
quasi un'istessa porta,                                               85

ch'aperse il passo al ferro ed a' perigli
de l'Italia infelice;
or sia più grata invice,
ed onde Marte i nostri campi infiamma
senza incendio Imeneo scuote la fiamma.                90

Opportunamente il Solerti ha soppresso la virgola, inutile, che la stampa Marchetti pone in fine di 74, e convertito in punto e virgola l'altra, inadeguata, che chiude 76. Una virgola, mancante nella stampa ma richiesta dal senso, avrebbe dovuto invece aggiungere in fine di 78. Ma soprattutto si sarebbe dovuto guardare dal convertire in pausa forte (punto e virgola) la virgola che l'edizione cinquecentina pone in fine di 79. Poiché 80-81 sono strettamente e logicamente collegati a quanto precede (la figlia 80 è, come l'alta donna, oggetto di inchinan 79), ne deriva infatti un curioso fraintendimento del testo di cui recano prova flagrante i commenti. Seguito pedissequamente dal Basile, dopo aver chiosato, non senza qualche superfluità o inesattezza, i toponimi Pirene, Abila e Calpe e il v. 78 - del quale ultimo, come rivelano la punteggiatura erronea e la nota, non è stata compresa la funzione di apposizione del precedente binomio: "Proximis autem faucibus utrimque impositi montes coercent claustra [di Gibilterra], Abila Africae, Europae Calpe, laborum Herculis metae, quam ob causam indigenae columnas eius dei vocant [...]" (PLINIO, Nat. hist. III, 4) - il Maier, fuorviato anche dall'interpunzione, identifica la figlia 80 con "Claudia, figlia di Caterina de' Medici e di Enrico II" e lo sposo 81 con "Carlo di Lorena", mostrando di non aver colto la precisa allusione storica contenuta nei versi. Nell'intento di celebrare il ruolo e il prestigio europei assunti dalla casata medicea grazie a Caterina, il Tasso esalta e commemora l'indomita energia e la virile sagacia politica dell'ava - morta proprio il 5 gennaio di quello stesso anno 1589 - la quale, passate le gelide Alpe con il piglio di una conquistatrice, sostenne durante la reggenza il peso di una delle maggiori potenze d'Europa e diede al trono di Francia una stirpe di re (grandi lodi alla regina madre sono tributate, oltre che nella "prima medicina", anche nell'elogio funebre che Torquato fu incaricato di recitare a Ferrara il 22 giugno 1574 in occasione della solenne messa di suffragio fatta celebrare in onore di Carlo IX dal Duca di Ferrara Alfonso II d'Este). Ma anche la potenza rivale, la Spagna, oltre la barriera pirenaica e fino all'estrema propaggine di Gibilterra e delle Colonne d'Ercole, rende omaggio cavalleresco all'alta donna inchinandosi reverente, nelle sue più superbe e simboliche eminenze (trasparente figura dell'ascesa dinastica), a lei e alla figlia, Elisabetta di Valois (1545-1568) - cara ai poeti da Alfieri a Schiller - che il 22 giugno 1559, a suggello della pace di Cateau-Cambrésis, andò a nozze con Filippo II, riconciliando così il padre, Enrico II, con lo sposo. Chiariti il senso e l'interpretazione del testo, può sussistere un residuo dubbio circa la corretta collocazione della virgola a 77: posta dopo ancora, come fa il Solerti sulla scorta della stampa Marchetti, l'avverbio viene ad assumere il valore di `anche', ma la sua giacitura, oltre che inelegante, alimenta l'equivoco - di cui si è dimostrato il riflesso sulla interpunzione - che Pirene, Abila e Calpe e 78 costituiscano una serie omogenea volta a enumerare i rilievi montuosi della Spagna che inchinan l'alta donna, e soprattutto induce ad attribuire a oltre un improprio significato avverbiale modale (`anche oltre, in aggiunta ai Pirenei ecc.'). Mi pare certo invece che oltre sia da intendersi qui come preposizione (`di là dalla catena pirenaica') e che la virgola vada quindi messa dopo Pirene. Il vantaggio è duplice: si elimina in primo luogo ogni ambiguità circa l'interpretazione di oltre Pirene, che viene a corrispondere a Quinci l'ava passò le gelide Alpe 73, rappresentando un ulteriore momento del glorioso e trionfale espandersi del nome e della grandezza medicei in Europa, vittoriosamente varcate le aspre catene montuose che segnano i confini naturali tra stati; in secondo luogo l'avverbio ancora, riferito a inchinan 79, assume un più pertinente valore di persistenza dell'azione durativa. Mentre infatti Enrico III, l'ultimo dei successori che Caterina diede (si noti l'aspetto puntuale del perfetto) al grande Enrico, sarebbe caduto assassinato sotto le mura di Parigi, di lì a poco, il 2 agosto 1589, la grandigia spagnola, metonimicamente designata per mezzo delle rupi di Gibilterra, seguitava a rendere onore nel ricordo (ancorainchinan : solo l'avverbio rende compiuta ragione del repentino passaggio al presente) all'alta donna - che qui si presenta come uno degli artefici della pace e come colei che l'aveva resa possibile - e a Elisabetta, la compianta sovrana e consorte di Filippo morta di parto il 3 ottobre 1568, che da lei discendeva e che quell'accordo storico aveva rinsaldato con le proprie nozze. Evocando con sagace imparzialità il ricordo di una regina di Spagna che aveva nelle vene sangue mediceo (e già ai vv. 60-61 l'allusione a Giovanna d'Austria, sorella di Massimiliano II - e non come erroneamente scrivono Maier e Basile, a Cristina di Lorena - andata sposa nel 1565 a Francesco I de' Medici, ribadisce la scelta filo-imperiale condivisa dal secondo ma inaugurata già dal primo Granduca di Toscana, Cosimo I, che nel 1539 si unì in matrimonio con Eleonora di Toledo, figlia del Viceré di Napoli), il Tasso dà dunque prova di grande prudenza e di cortigiana cautela nel celebrare un matrimonio che, conchiuso sotto gli auspici di Caterina, di fatto segnava un'inversione di rotta nella politica granducale e un manifesto riavvicinamento alla Francia, solennemente suggellato, poco più di due lustri dopo, dalle nozze (1600) di Maria de' Medici con Enrico IV.
Esattamente bipartita con calcolata simmetria, la stanza, dopo avere illustrato il movimento centrifugo che da Firenze (Quinci 73) condusse l'ava e la sua diretta discendenza maschile o femminile a sedere sul trono delle maggiori potenze e a farsi protagonisti del gioco politico europeo, presenta, con elegante riecheggiamento del motivo d'esordio, il matrimonio di Cristina di Lorena come un opposto movimento centripeto che riconduce la giovane principessa alla terra degli avi (Qui torna la nepote 82). Più avventurata e propizia della stessa Caterina (felice 82 è usato attivamente, alla latina, "de eo qui felicitatem affert", sull'esempio di VIRGILIO, Aen. I, 330 "sis felix nostrumque leves quaecumque laborem" - che il Caro traduce infatti "E chiunque tu sii [Enea si rivolge a Venere incognita], propizia e pia / Vêr noi ti mostra, e i nostri affanni ascolta"; e di Ecl. V, 65: il GDLI non registra questo notevole e raro latinismo, e i commentatori non mostrano di coglierne il peculiare valore), ella riporta onde colei partì gioia e speranza di nuova progenie, quasi che una medesima e metaforica porta - quella delle gelide (e mal vietate) Alpe che, petrarchescamente, ben provide natura al nostro stato quale roccioso schermo opposto alla rabbia oltremontana - quella porta stessa che in un tempo non remoto aperse il passo agli eserciti invasori e allo scempio della infelice penisola durante le rovinose guerre d'Italia, si schiuda ora, con mutata sorte e per ammenda, a un più benigno e grato destino. invice 88 (non registrato dal GDLI, evidentemente fuorviato dall'erronea interpretazione del Maier - e ora del Basile - che lo traduce con "invece") è - come attesta la sua stessa forma - un forte latinismo esemplato su invicem (`alternis, vicissim, per vices') e vale `in cambio, con vece alterna'. La parafrasi e l'esegesi del testo, sulle quali si è qui di necessità indugiato, bastano da sole a rendere manifesta l'insensatezza della punteggiatura fissata dal Solerti: virgola in fine di 85 e soprattutto un deleterio punto e virgola dopo infelice a 87, là dove la stampa Marchetti rispettivamente non pone pausa e ha semplice virgola, per di più correlata alla precedente, e superflua, dopo ferro di 86. Per avere un senso soddisfacente non v'è dunque che da interpretare correttamente e ripristinare l'interpunzione della stampa.
Un problema di più ardua soluzione concerne invece la punteggiatura in fine di 88: l'assenza di pausa dopo invice (Solerti mette virgola) autorizza a ritenere i due ultimi vv. 89- 90 strettamente legati a quanto precede e dipendenti da quasi. Ciò implicherebbe però la necessità di un intervento e la correzione congetturale di scuote 90 in scuota, congiuntivo corrispondente a sia 88. È innegabile che il testo dia così senso migliore. Volendo difendere l'indicativo scuote bisognerebbe infatti porre pausa forte (due punti o punto e virgola) dopo invice. In tal modo infiamma e scuote, i due verbi del distico finale, verrebbero ricondotti, con stacco netto e alquanto duro, alla principale e ai suoi verbi torna 82 e riporta 83, riducendo 85-88 a una incidentale. Ostano però a tale scelta onde 89, che evidentemente presuppone e si riferisce alla porta di 85, cioè al baluardo naturale delle Alpi; e lo stesso tempo presente di infiamma. Le immagini si susseguono più strettamente e armonicamente concatenate insistendo sul motivo del felice mutamento di destino (invice) emblematicamente rappresentato dalla sostituzione della gioiosa e vitale fiamma, ardente senza incendio, di Imeneo a quella distruttiva di Marte. Se si aggiunge che tra le varianti della stampa Marchetti (Nipote per nepote 83 [ma a 128 avviene l'inverso]; vna istessa in luogo di un'istessa 85; Et anziché ed 89; oltre a scote invece di scuote 90) almeno la seconda appare degna di considerazione, il testo restaurato si presenterà come segue:

Quinci l'ava passò le gelide Alpe,
ch'ad invitto d'Europa antico regno
giunse quasi sostegno,                                    75

e diede i successori al grande Enrico;
oltre Pirene, ancora Abila e Calpe,
l'una e l'altra d'Alcide alta colonna,
inchinan l'alta donna
e la figlia, che fece al padre amico                  80

lo sposo, ch'era dianzi aspro nemico.
Qui torna la nepote, e più felice,
onde colei partì, costei riporta
gioia, e speranza pur di novi figli,
quasi una istessa porta                                   85

ch'aperse il passo al ferro ed a' perigli
de l'Italia infelice
or sia più grata invice,
et onde Marte i nostri campi infiamma
senza incendio Imeneo scuota la fiamma.     90

 

Poiché la sesta stanza liquet e non necessita di interventi di rilievo (salvo, in fine di 91 e 99 la sostituzione di due punti e punto e virgola con le virgole attestate dalla stampa, che anche reca gli scempiamenti acresce 93; agiunge 94; fiameggia 103), non resta che pregare il paziente e disoccupato lettore, prima che si accinga a stracciare questi fogli troppo fitti di provvisorî appunti filologici - stulta est clementia periturae parcere chartae - di farsi a leggere la settima e ultima. Mi pare che essa, sola, basti a confutare il giudizio del Solerti. Non soltanto vi ravviserà un'ultima eco del finale, mirabile, del citato epitalamio catulliano con l'augurio agli sposi ("Ludite ut lubet, et brevi / Liberos date. non decet / Tam vetus sine liberis / Nomen esse, sed indidem / Semper ingenerari. / [...] / Claudite ostia, virgines: / Lusimus satis. at, bonei / Coniuges, bene vivite et / Munere adsiduo valentem / Exercete iuventam").
Constaterà anche come, nemmeno in quella occasione lieta e festosa e nell'espletamento di un dovere cortigiano, il Tasso possa impedirsi alfine, da autentico poeta incapace di sottomettersi in tutto alle convenienze esteriori, di lasciar addensare l'ombra della propria desolata malinconia, e far trapelare, nel timbro più inconfondibilmente suo, il cordoglio di un quasi funebre disinganno - Ahi lacrime, ahi dolore - non confortato da una Fama "che parla in guisa d'Ombra". E la canzone che dovrebbe celebrare, come il canto nuziale dell'antico, il perpetuarsi della fiamma vitale e il suo ardente splendore - scintillante divincolarsi di faci luminose (17-18; 89-90), brillio minerale di gemme (53-54), glorioso fulgore del giorno (71-72), illuminato e forte agire (107-108) si inseguono e confondono i loro bagliori accesi a suggello di ciascuna stanza - declina bruscamente in una oscurità perpetua e nell'inesorabile dileguare d'ogni cosa, dissolta dal trionfo di Morte e Tempo, nella infinita vanità del tutto:

Ma di più grave carme e d'altra penna
degna è quella virtù che sì l'esalta,                      110

e di lode più alta,
ché questa si disperde al lieto grido,
e parlo e scrivo in guisa d'uom ch'accenna,
mentre Imeneo si canta al ciel notturno,
e più bello ch'eburno                                              115

suona il teatro, e 'l bel paterno nido,
e l'Appennino, e l'arenoso lido.
Vivan dunque felici, e 'l breve dono
usino dell'età, che vola e fugge
più veloce che stral, né torna indietro,                  120

ch'ogni cosa si strugge;
ecco, chi saldo pare è quasi un vetro,
e di color che sono
sol ci rimane il suono,
e la Fama, che parla in guisa d'Ombra:                  125

l'altre cose la Morte e 'l Tempo sgombra.
Vivan felici adunque,
e dian figli e nepoti al Tosco Impero,
e premio a la virtude e luce al vero.


PAOLO LUPARIA

 

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