Filologi, ai rostri!

Critica ed ecdotica di testi poetici latini
dell'Umanesimo e del Rinascimento:
bilanci parziali, con qualche noterella di cronaca


Emblema quanto mai icastico di una emergenza letteraria di proporzioni monumentali e di vastità universale, per troppo tempo elusa ovvero (auspice l'abate Gian Vincenzo Gravina) strumentalmente astretta a una sorta di “mito delle origini” o di leggenda dell'età aurea della modernità vagheggiata ancora dall'Ottocento classicista, l'immagine di una Atlantide oubliée risorta dalle profondità della memoria culturale europea per effetto d'inconcepibili bradisismi ci pare non abbia a tutt'oggi perduto nulla del suo smalto originario, ossia della singolare pertinenza a una situazione di fatto che poterono riconoscerle i primi lettori della prefazione alle Musae reduces, l'ampio e fortunato florilegio di carmi latini del Rinascimento raccolto venticinque anni or sono da Pierre Laurens e Claudie Balavoine 1 . In realtà, il rinnovato interesse del mondo accademico per tale produzione poetica 2 e il conclamato fervore editoriale che in breve lasso di tempo permisero la pubblicazione di altre cospicue antologie, da Perosa - Sparrow a Nichols, a McFarlane 3 , furono realtà incontestabili, che misero in luce il bisogno (avvertito da più parti come primario) di colmare una lacuna, storica non meno che dossografica, scandalosamente ampia, riprendendo coscienza dell'estensione continentale - topica risaputa e tuttavia non più verificata mediante un accertamento puntuale dei suoi fondamenti - di un fenomeno di larghissima condivisione di presupposti ideali e di tradizionali mores letterari al quale si poteva ormai a malapena dar nome. Ma si trattò, non è inopportuno farlo rilevare ancora una volta, di null'altro che di una premessa, per quanto significativa, cui non pare abbiano fatto seguito realizzazioni adeguate alle speranze appena concepite; concedendo pacificamente che “if a history or a critical study of Renaissance Latin verse is to find appreciative readers, the verse itself will have to be made more easily accessible than it is today” 4 , è altrettanto lampante che, passata -almeno in Italia - la “stagion primiera” delle scelte antologiche, intraprese indubbiamente necessarie allo scopo di introdurre alla conoscenza di un patrimonio poetico pressoché ignoto ma, fatalmente, non definitive, i testi integrali degli autori e delle opere appena recuperati alla nozione dei contemporanei, quegli stessi testi attorno ai quali di giorno in giorno rinverzisce un'intricata selva di letteratura secondaria (ove radi davvero sono i “pomi”, si direbbe, ma assai folti gli “stecchi con tosco”), non sono il più delle volte ancora disponibili ad un pubblico formato di lettori men che specialisti 5 .
Il che sarebbe, tutto sommato, il male minore. Altri, a nostro avviso - evadendo da ogni filologica sterpaia, impinguata dalle pigre linfe d'una dottrina non sempre solida come si auspicherebbe né così acuta -, sono i problemi di maggior momento, pur volendo prescindere dalla discontinuità inevitabile di esiti ottenuti attraverso un'attività editoriale per lo più sporadica, e ancor più raramente sostenuta da un progetto unitario e organico, difficilmente perseguibile al di fuori dei circuiti obbligati dei finanziamenti accademici. Senza concedere di necessità alle opinabili censure espresse nei riguardi di specifiche scelte ecdotiche, bollate del poco elogiativo epiteto di minimaliste - il che costituisce ormai un profittevole luogo comune ad uso di critici (ci sia concessa la facezia fryeana) non troppo “ben temperati” - da parte di quanti si producono nell'analogo e corrispondente esercizio d'una sorta di altero laconismo (qualora non decidano di manifestare la propria indifferenza esibendo - vertice sommo di filologico esprit de finesse, così contiguo alla smemoraggine, all'indolenza - un ancora più supponente silenzio) inteso come forma minore della stroncatura “scientifica” di tradizione antica e accettata presso ogni rivista accademica che si rispetti 6 , bisognerà pure ammettere che, trascorrendo dal presunto minimalismo delle curatele provvedute ai testi pubblicati dalla Res a stampe - come chiamarle? - esaustive o, in ogni modo, considerate degne d'attenzione e di credito incondizionato (di norma, per acquisite benemerenze scientifiche dell'editore o per la reputazione di cui gode universalmente il catalogo dello stampatore), è comunque indubbio che anche nel caso di queste ultime, siano o meno munite di voluminosi apparati, indici e incipitari, non si offrono infrequenti a chi legga con un minimo d'attenzione parecchie occasioni di perplessità, cagionate massimamente dall'impressione che la fedeltà tenace ai dettami della philologia perennis abbia fatto talora difetto al curatore nell'allestimento della propria edizione, talché i metodi messi in opera (sia in termini di collazione e recensione dei testimoni, e insomma di costituzione testuale, sia di esegesi “totale” dei fatti linguistici, metrico-prosodici e letterari) non possano sempre ritenersi all'altezza della bisogna, risultando anzi spesso abborracciati o carenti, o comunque viziati da una nefasta tendenza all'approssimazione. E gli indizi, a qualunque livello, non scarseggiano di certo, a cominciare da edizioni che, se anche non possono dirsi critiche, devono pur sempre essere criticamente fondate 7 . La questione, come s'è detto, tocca innanzi tutto la materia prima di qualsivoglia interpretazione: il testo. Ora, anche a questo proposito, una disamina spregiudicata ma obiettiva della situazione relativa al nostro panorama editoriale non potrà che assumere di necessità gli atteggiamenti della denuncia, dal momento che un complice silenzio o un ancora più grave, sconsiderato apprezzamento hanno impedito finora di valutare secondo accettabili criteri di verità opere e pubblicazioni che hanno goduto e godono del miglior favore da parte di “esperti” creduli o semplicemente distratti.
Si consideri un esempio fra i tanti: i carmi - soprattutto epigrammi, e fra questi principalmente lusus pastorales, originali componimenti di metro e lunghezza variabili consertati in base a raffinate stilizzazioni bucoliche, memori tuttavia men di Virgilio che di Teocrito 8 , tornato in auge assieme ai riscoperti modelli greci dell'Anthologia, il cui influsso si estende su buona parte della produzione lirica latina del Cinquecento - di Andrea Navagero veneto, degno rappresentante, assieme a Marcantonio Flaminio, Pietro Bembo, Giovanni Cotta e Baldassar Castiglione, di quella che non ingiustamente è stata detta (in ultimo, ancora da Carlo Vecce) la Pléiade neolatina d'Italia 9 . L'unica edizione moderna dei Lusus navageriani citata ed esemplata in bibliografie e repertori è a tutt'oggi la Wilson 10 , quantunque da circa dieci anni a questa parte non ne sia più l'unica disponibile 11 . Se già uno sguardo al frettoloso prospetto delle varianti - non più di dodici/tredici righe a p. 21 - risultanti dalla collazione di due delle almeno sei stampe antiche (rispettivamente, la princeps veneziana del 1530, praelo Joannis Tacuini, e quella riprodotta nel 1555 in appendice alle Opere del Fracastoro) riscontrate con la settecentesca cominiana dei fratelli Volpi (Andreae Naugerii Patricii Veneti, Oratoris et poetae clarissimi, Opera Omnia. Curantibus Jo. Antonio J. U. D. et Cajetano Vulpiis Bergomensibus fratribus, Patavii 1718) può a ragione insinuarci alcuni sospetti circa la serietà dell'operazione nel suo complesso, la quantità di refusi che guastano la lezione di un testo che, rincresce dirlo, ma (sia o non sia responsabilità del proto) scatet erroribus, non fa che corroborarli ulteriormente. Riportiamo qui alcuni esempi di tali scrizioni fallaci, che non essendo state rinvenute negli antigrafi navageriani riscontrati dalla Wilson debbono essere considerate non già lezioni scorrette non opportunamente segnalate ed espunte in sede di recensio, ma errori prodotti di bel nuovo. Si considerino ad es. XIV, 9: numine dextro] nomine dextro (trivializzazione palese, ribadita ancora dalla traduzione ad hoc “as befits your name”); ibid., 10: optata laetam] optata laetum (concorda con domum!); XXXI, 26: spirantur] spirarunt (et contra temporum consecutionem); XXXIV, 1: reserat fores] referat fores (sic!); XXXV, 30: telum coruscans] telem coruscans; XL, 4: deseruere] deservere (in collocazione metricamente insostenibile); XLIV, 6: et teneram] et tenerem (scil. frontem); ibid., 25: corpora] corpore (nel sintagma “niveo queis corpora amictu […] velantur”); ibid., 30: fuderunt] funderunt. Ci è capitato di rilevare un solo caso di replica meccanica di quanto potrebbe essere imputato ad antica corruttela, ossia XLI, 19: “Tange age ultrici dea, pertinacem / Tange flagello”, lezione manifestamente mendosa risalente alla princeps (e attribuibile molto verisimilmente, come di consueto in questi casi, ad erronea lettura di un originale manoscritto in minuscola corsivizzante) che Wilson, certe melius, ma evitando di denunciarlo in annotazione, sana congetturalmente in “Tange age, ultrix o dea, pertinacem / Tange flagello”, traducendo senza meno l'intera espressione in questo modo: “Come, touch the stubborn girl, avenging goddess, / flick her with your sting” (p. 73). Altri equivoci meramente interpretativi sono infine desumibili, a chi ben veda, già dall'interpunzione sommaria, talora addirittura assente, nel testo originale; sicché in XXVII, 63: “Sed potius Amarylli alio quam tangar amore”, il vocativo non opportunamente rilevato si distempera totalmente nella parafrasi, solutior at deterior, “But before I am touched by any other love than Amaryllis”. Né le cose vanno meglio se si passi poi a considerare il “Critical Commentary” allestito dalla curatrice, una breve consultazione del quale potrebbe essere utile, al massimo, a renderci edotti, qualora mai ve ne fosse il bisogno, dell'evoluzione inarrestabile cui ogni lingua viva va incontro, quand'anche si tratti dell'idioma tipicamente convenzionale dei filologi: fuor di sarcasmo, certo si è che l'aggettivo critical (ché in questo caso non può invocarsi opportunisticamente l'ambiguità del false friend :comunque lo si volga, il concetto espresso è il medesimo anche in italiano) attribuito secondo un'accezione invero piuttosto ampia a chiose scolastiche d'infimo profilo - quali i commenti a VI, 6 (Inscriptam hoc myrtum carmine, Diva, tibi): “myrtle, traditionally sacred to Venus” (p. 84, n.1); o a XXVI, 35 (Hinc quoque Tartareo raptam Deoida curru): “Ceres' ravished daughter, Proserpine” (p. 89, n. 7); o ancora a XXXVI, 14 (Notus Alcaei Lycus altiori): “Alcaeus, the 7th century Greek lyricist” (p. 91, n. 4); e l'elenco potrebbe continuare ad satietatem -, talora grossolanamente errate, o comunque censurabili per la colpevole disinformazione che lasciano intendere - come la nota a X, 5 (Qua rapidus se se media inter saxa Timavus), dalla quale apprendiamo che lo “swift Timavus” altro non può essere che “the river Isonzo, at the head of the Adriatic, approximately the western boundary of the Venetian state in Navagero's time. A region familiar also to students of Virgil” (p. 85, n. 1), “students” tra i quali evidentemente non è da annoverare la stessa Wilson - lascia davvero di stucco. Si poteva dunque considerare “critico” un commento del genere quasi trent'anni fa? C'è di che dubitarne, e senz'altro di che essere perplessi, non tanto dinanzi alla durevole fama - davvero sobre el viento armada - di simili bubbole, quanto all'onestà (o all'infingardaggine) di chi tollera in definitiva il perpetuarsi di un equivoco valutativo di tale entità.
Ci si rende conto, tuttavia, di quanto poco realistico sarebbe forse il domandare l'osservanza di una schietta deontologia a chi ne faccia abitualmente a meno: intendiamo dire che, quantunque si concordi nel ritenere che anche l'opera del filologo, sottratta a canoni di ideale e intemporale perfezione, non possa che essere per sua natura perfettibile nel momento in cui il confronto con pratici e concreti problemi richieda il ricorso ad espedienti altrettanto pratici e concreti, l'ingenua ammissione di insufficienza (o, che è lo stesso, la coscienza della provvisorietà dei risultati cui si sia giunti), sia nello scioglimento di un dilemma testuale in un contesto di “recensione aperta”, sia nell'interpretazione di una crux particolarmente ostica 12, dovrebbe essere considerata un atto di onestà dell'editore, sempreché non ne abusi, e viceversa poca oculatezza o, quel ch'è peggio, non bona fides - soprattutto da parte del critico “esterno”, ovvero il recensore dell'edizione, sul quale principalmente grava l'onere del riconoscimento della validità di quest'ultima sub specie di giudizio specialistico - il passarne sotto silenzio l'occorrenza ovvero, a offesa dell'intelligenza di quanti con il problema si sono lealmente misurati, simularne addirittura “patafisiche” soluzioni immaginarie. È il caso di certa pretensiosa ermeneutica testuale, tronfia quanto poco accorta: mi riferisco, in particolare, a Luigi Castagna, sussiegoso quanto corrivo spregiatore dell'unica edizione dei carmi latini di Pietro Bembo 13 attualmente disponibile sul mercato (fondata su quel che già Carlo Dionisotti riconobbe, in assenza del manoscritto 'Angelini', come il testimone più autorevole della produzione poetica latina del veneziano, l'editio princeps dello Scotto 14 ), oltre che poco felice esegeta di uno dei componimenti del medesimo poeta, il tumulus per Angelo Poliziano, testo-chiave per la comprensione di uno stato d'animo controverso, e tipicamente “rinascimentale”, vorremmo dire, sospeso com'è fra imitazione e urgenza d'innovazione. Il lettore se ne potrà fare direttamente un'idea 15 , non prima però di essere stato avvertito di alcune peculiarità dello stile interpretativo - talvolta apparentemente ostile al buon senso - del Castagna, il quale legge ad esempio l'antiqua querela di cui la Morte trionfante, all'udire i dolenti accenti del corrotto polizianesco per Lorenzo de' Medici, “non è dimentica” (vv. 9-10: […] antiquae non immemor illa querelae / Orph[e]i Tartareae cum patuere viae), non già come trasparente allusione all'“antico” threnos orfico per la perdita di Euridice, bensì come quasi legalistico reclamo della stessa Morte che, esautorata, così avrebbe lamentato la propria “sconfitta da parte di Orfeo”, richiedendo forse perciò una sanzione penale presso il foro di Dite contro l'audacissimo melodo trace. E almeno altrettanto singolare, privilegiata arbitrariamente la prima redazione del carme bembiano ripristinandola in base alle varianti provvedute dal manoscritto cosiddetto `Antoniano', è il trattamento riservato dallo studioso alla problematica polluvies del v. 4 (Singultu turpem polluvieque virum), neoformazione certamente postclassica (e per tal motivo, presumibilmente, espunta in seguito dall'autore, critico emunctissimae naris di se stesso), ma apparentata geneticamente a espressioni non sporadiche pure nella lingua poetica mediolatina (del tipo lacrimis pollutus), che senza menomamente venir rilevata come hapax dà luogo all'alterazione (semiconscia o meno) di proluvies, sostenuta successivamente - nonostante ben tre concordi testimonianze manoscritte! - sulla scorta di argomenti francamente assai deboli, se non addirittura comicamente evocatori di scatologiche intemperanze, degne al più di certa tradizione satirica 16 . Se è lecito trarre una morale da incidenti del genere, temiamo non possa che essere banale ('chi ha cervelliera di vetro non faccia a sassate', o simili); ma se non altro potrà strumentalmente indurre a maggior attenzione nei rispetti della pratica, talvolta negletta dagli stessi filologi, dell'esegesi del testo poetico.
E proprio in ambito schiettamente esegetico parrebbe doversi ricercare il pregio e il significato ultimo di imprese arbitrate sì a mezzo fra indagine storico-letteraria e ricognizione testuale vera e propria, ma inesorabilmente votate ad offrire maggiore spazio (quand'anche si riveli, come il più delle volte, spazio inane, o solo parzialmente colmato da positive acquisizioni: ma di norma l'horror vacui dovrebbe essere sentimento costituzionalmente estraneo, se non come puro stimolo a successivi e più estesi progressi, ad ogni scienza dello spirito) alla feconda curiosità ch'è radice di ogni riflessione programmatica sulle idées reçues di una tradizione di cultura di cui, bene o male, non possiamo non dirci eredi. D'altro canto, riconosciuta la poesia latina del Rinascimento come “in larghissima parte poesia di cose, di circostanze e d'occasione” 17 (ove ciò rettamente si intenda, crediamo, nell'accezione più ampia e complessa: ché fra le Muse non fu certo la blanda Thalia la prediletta di teologi come Aonio Paleario o Basilio Zanchi, di filosofi come il Palingenio o Scipione Capece - per non parlare dei fervidi didascalica bruniani -, di epici come il Bargeo, e così via), non v'è chi non riconosca come la “via maestra” ad una comprensione metodologicamente unitaria di fenomeni sostanzialmente disomogenei passi di necessità, volendo applicare le leggi vigenti per la filologia a discipline contigue, per un'ostensiva collazione e analisi delle fonti; analisi che tuttavia non può, o non deve, limitarsi a mero descrittivismo ma farsi, pure attraverso un idoneo e salutare esercizio del iudicium (vogliamo dire, tale da non indurre a rischiose critiche soggettive), parsimoniosa prospezione di soluzioni ipotetiche, formulate eventualmente anche attraverso l'impiego sapiente di contributi ausiliari.
Ha rappresentato in questo senso una sfida straordinaria per il corifeo dei filologi della cosiddetta `Scuola di Lovanio' ed editore del Companion to Neo-Latin Studies, Jozef IJsewijn 18 , attorno alla cui cattedra si è riunita negli anni più di una generazione di zelanti e agguerriti studiosi, il confronto con un testo - anzi con un precostituito, consistente manipolo di testi - considerato a torto o a ragione nella storiografia ufficiale (già presso il Tiraboschi, assai prima che in Burckhardt) un po' l'opera “inaugurale”, per così dire, della latinità rinascimentale: i Coryciana, monumento collettivo della contraddittoria societas poetarum fiorita nella Roma di Leone X Medici 19 . Antologia di epigrammi ed eulogie d'intonazione panegirica e di valore, nella media, poeticamente assai modesto, celebranti nel lussemburghese Johann Goritz, vergilianamente Corycius, referendario papale alle suppliche e poi protonotario apostolico, il magnifico anfitrione di agapi letterarie imbandite ad onore della celeste patrona S. Anna - per cui egli stesso commissionò ad Andrea Sansovino il bel gruppo scultoreo, conservato presso la chiesa dei padri Agostiniani in Roma, che la raffigura assieme alla Vergine e al Bambino secondo una nota iconografia, cara alla pietà popolare, particolarmente diffusa tra Fiandre e Renania meridionale (Sint Anna ten drieën; Anna Selbdritt) -, i carmi coriciani non si differenziano granché dalla solita futile produzione di circostanza: fatta salva l'occasione “cultuale”, per la verità piuttosto pretestuosa, l'ostinata monotonia delle epiclesi laudative di cui sono largamente sostanziate codeste pasquinate, incerte fra affettazione di chiesastica devozione e iperbole encomiastica, talvolta al limite del blasfemo 20 , può riuscire tuttora assai molesta a chi non si ponga preventivamente al riparo di saldi baluardi filologici. L'IJsewijn tuttavia, forte di una lunga consuetudine con i cantori di Corycius, esamina e svolge gli intricati materiali poetici con abilità consumata di provetto editore; e poco importa, in definitiva, che refusi di minor conto - data una rapida scorsa al volume, ne abbiamo rinvenuti appena tre: alle pp. 23, r. 8 (Fortas<s>se); 31, r. 4 (Praedicas<s>set); 41 (Notae, r. 1: As[c]lepiadeis) - spargano di qualche neo questa linda e senz'altro preziosa pubblicazione: gli apparati, i commenti critici e i minuziosi indici provveduti - uno dei quali, l'Index verborum rariorum, si rivela strumento assai utile a reperire e inventariare occorrenze di hapax e neologismi recenziori 21 , mentre l' Index metricus rende in realtà superflue le annotazioni in calce ai carmi di orditura appena più ricercata di quel che non sia il comune esametro katà stichon o il distico elegiaco - attestano in modo eloquente la cura riservata all'allestimento dell'edizione, che si giova inoltre di una introduzione storica chiara e discretamente esauriente, e che mette in grado, se non altro, di seguire con una certa facilità le complicate vicende relative alla prima impressione dei Coryciana (Romae 1524) e al ruolo rivestito dai loro principali editores, il palermitano Giano Vitali e il tedesco Gaio Silvano 22 . Peccato soltanto, verrebbe fatto di dire, che il commento più propriamente esegetico ai singoli carmi non sia sempre all'altezza di tanta dovizia critica, registrando considerevoli lacune all'intelligenza di singoli versi o di interi componimenti, lamentate peraltro in primis dallo studioso lovaniese in piccate quanto sconsolate proteste (“non satis liquet”, “epigramma obscurissimum” o “satis obscurum”, “versus est valde obscurus”, “tenebrae non omni ex parte dispulsae sunt” ne sono le espressioni più frequenti), quando non addirittura singolari travisamenti. Quel che appare certo è che, pur dovendo dare atto delle difficoltà indiscutibili riservate all'interprete di tali scritture poetiche - non soltanto stilisticamente eterogenee, ma anche dovute sovente a poeti `urbani' (aggettivo che non si sbaglierebbe ad intendere talora come corrispettivo latino del greco politikòi, nell'accezione demotica censurata dall'Allacci) e viri litterati più per definizione che per statuto effettivo, capaci solo di una nozione immatura e difettosa dei fatti metrici o, addirittura, grammaticali e sintattici che la rivisitazione dell'antico comportava -, non ci sembrano tuttavia pienamente giustificabili alcune sviste davvero madornali.
Si prenda il caso, se non sembri inopportuno produrre qualche esempio, di un Ex voto del Vitali, benemerito editor, come s'è detto, dei Coryciana, e sicuramente meno meritevole poetaster (ciò che parrebbe, fra l'altro, motivare nei suoi componimenti l'insistita ricerca di variationes inconsuete e di esoteriche allusioni), ma anche curioso sciscitator di rara aneddotica filosofica, almeno a quanto rivelano i versi iniziali dell'epigramma:

Olim homines fuerant bini, coelumque petebant
Vi, secuit mediis quos Deus ex humeris.
Coelum iterum affectabant, sed tria numina in unum
Quis neget e summo desiliisse polo,
Cum dubitent etiam deformia monstra priores,
Stentque Augustini tutius illa tholo?

 
(I, 193)
     


L'allusione - all'apparenza abbastanza peregrina da stimolare i sopiti interessi di qualunque lettore del tedioso florilegio - all'àition dei bellicosi androgini platonici manca totalmente di riscontro nell'annotazione dello IJsewijn, quantunque del tutto incidentalmente anch'egli rievochi il mito dei fratelli Aloidi, Oto ed Efialte, letto evemeristicamente dallo stesso Platone (Conv. XIV) come favolosa trasposizione di eventi antichissimi 23 . Ma è l'espressione al v. 3 (Coelum iterum affectabant), ci sembra, a condurre del tutto fuori strada il commentatore: “dein poeta comparare videtur vanum illorum in coelum ascensum cum ascensu, quem Corytius et Sansovius affectabant” (Coryciana, cit., p. 146), giacché è un'interpretazione che manifestamente non dà senso soddisfacente. Congettureremmo al riguardo, se lecito, l'ipotesi di un incremento derivato da una non incompatibile contaminazione biblica - la nuova ascesa al cielo connessa alla vicenda dell'erezione della Torre di Babele -, anche in considerazione del fatto che la stessa favola platonica pare riecheggiata (qualora non tradisca anch'essa una comune fonte orientale) in un passo di uno dei più antichi midrashîm esegetici,la Bereshît Rabbâ (o Bereshît de-Rabbî 'Oshayyah), commento rabbinico al libro della Genesi che, curiosamente, esplicita anch'esso il particolare della resectio ex humeris dei progenitori ermafroditi 24 . Quantunque, come si è detto, non liqueat, potremmo provarci a volgere ad sensum l'indubitabilmente satis obscurum carmen come segue: “Vi fu un tempo in cui gli uomini eran di doppia natura, e a forza ambivano al cielo; ma Dio li divise, scindendoli agli omeri. Il cielo riprendevano a bramare … ma dappoiché gli antichi (priores) non son certi neppure [che esistessero] di quegli scherzi di natura, chi negherà che tre déi in uno non sien discesi dall'alto cielo, dal momento che questi sono ben presenti, e più saldi della volta di S. Agostino?”.
È questo un “caso limite”, lo riconosciamo, complicato dall'uso sin troppo libero della transpositio verborum e da una certa reprensibile tendenza alla brachilogia concettosa al limite dell'astrusità, benché come questo ve ne siano numerosi altri; ché nuovi triboli critici non cessano di mettere a dura prova l'acribia dell'esegeta. Un carme del napoletano Giovanni Ludovico (Aloysius) Vopisco può essere considerato quasi altrettanto emblematico:

Quis pavor! aërios visentum marmora coetus
Spirituum hoc quantum volvitur in vacuo!
Densi adsunt, orant, inhiant, pars oscula figunt,
Hi nutu monstrant, exerit ille manum.
Inde gravato animo venientum ceditur undis,
Aegre abeunt flexis ad pia signa oculis.
Laudibus extollunt bene natum ad sidera marmor,
Et fortunatum marmore Corycium.

 
(I, 221)
     

Anche qui, la crux ermeneutica è rappresentata per lo IJsewijn dal faticoso iperbato dell'incipit (vv. 1-2), tanto contorto da rischiare, contro le buone ed elementari regole della filologia, una serie di interventi “migliorativi” posti eventualmente in predicato dall'editore, a cominciare dall'emendamento di quantum (v. 2), attestato, oltre che nella princeps romana del '24, anche nel Vaticano Latino 2754, in quantus, lezione facilior provveduta dal solo codice Corsiniano Niccolò Rossi 207, vergato da C. Silvano Germanico “maxima cura manuque elegantissima” (quantunque il recensore stesso sia costretto ad ammettere in questa occasione che “scriptura in C[orsiniano] obscura est!”), per proseguire poi leggendo congetturalmente aërius al posto di aërios. Ma la laboriosa procedura, finalizzata ad ottenere una più composta espressione, del tipo quantus aërius coetus spirituum visentum marmora hoc in vacuo volvitur!, sarebbe per esplicita ammissione dello IJsewijn pressoché inutile, giacché “quid sibi velint aërius coetus spirituum et hoc in vacuo? Num coetus angelorum intelligendum et vacuo […] pro templo?”. Non vorremmo presumere troppo, ma la questione - limitata all'interpretazione dei due primi versi, come s'è detto: ché il resto del carme parrebbe svolgersi senza particolari intoppi di senso - non risulta così insolubile, soprattutto se si decida di sgombrare il campo della discussione di ogni abbozzo di gratuita, fumosa suggestione ermeneutica (si fatica a comprendere come il pavor del Vopisco possa convenire all'apparizione di un supposto aërius coetus angelorum, a meno di non voler immaginare gli accoliti del divino ministero a guisa dei teratomorfi cherubini che sgomentarono il profeta Ezechiele) e si accettino invece gli aërios coetus per quello che sembrano essere: elementi nominali in funzione appositiva di marmora, qualora si sia in grado di percepire in coetus il senso di più ristretta etimologia: “unione”, “abbraccio” (l'“aereo - ovvero celestiale - gruppo delle statue”). Accogliendo in via ipotetica quanto si è proposto, l'enigma degli ineptissimi versus del Vopisco, evocanti in realtà assai più che non il successivo Elogium in statuas Corycianas 25 dovuto al sassone P. Giano Hadelio (Johann Hadel) un'atmosfera di medioevale tetraggine (per via di un legame che s'indovina piuttosto stretto fra il culto delle figure sacre effigiate nel gruppo sansoviniano e la credenza nel refrigerium animarum, il giovamento che le anime purganti trarrebbero da particolari pratiche di pietà compiute in loro suffragio), potrebbe venir sciolto, altrettanto ipoteticamente, in maniera assolutamente pedestre: “Che paura! Quanti spiriti s'aggiran qui nel vuoto, mentre affisano lo sguardo sul celeste gruppo scultoreo”.
Meno plausibili ragioni d'incertezza sembrerebbero invece offrire componimenti quali il seguente, di tale Lorenzo Vallati, al cospetto del quale il commentatore, `con le ginocchia della mente inchine', pare tuttavia deporre ogni speranza di comprensione, asserendo trattarsi di “carmen valde obscurum et quod vix intelligo”, ciò che gli fa omettere persino di notificare con la consueta avvedutezza l'anomalia metrica della productio di sillaba breve in arsi avanti la cesura del pentametro (v. 2):
Sansovius voluit naturam vincere; vicit,
Dum Deus in lapide vivit, in arte lapis.
Sansovium rursus vicit Deus, ille quod unum,
Ipse sua quod tres clausit in arte Deos.
Hoc hominum numen fecit venerabile marmor,
Corycium, vatum, Sansovium, artificum.
 
(I, 252)
     

Tentiamo di volgarizzare il più pianamente possibile, paventando ad ogni passo tranelli abilmente celati, che paiono però sottrarcisi dinanzi man mano che procediamo nella nostra modestissima ascesa ad ancor più modesto Parnaso: “Volle il Sansovino vincere la natura; la vinse: poi che nel sasso vive l'Iddio, il sasso vive nell'arte. Ma a sua volta (rursus) Iddio vinse Sansovino, ché questi un sol Dio, ma quegli ben tre Déi nell'arte sua comprese: di codesto marmo fece un nume venerabile per gli uomini, di Coricio pei poeti, di Sansovino per gli artisti”. Per quanti sforzi si faccia, dubitiamo di riuscire ad immaginare quale più profondo significato volesse mai cavare lo IJsewijn dal breve - e, per di più davvero scialbo - testo sopraccitato, incapace di suggerirgli qualcosa di meglio dello scarno commento: “genitivi `vatum' et 'artificum' etiam a `numen' pendere videntur”. Ma forse stiamo sognando. E tuttavia anche Giovanni Pierio Valeriano, scriptor facondo e polito se mai ve ne furono, entra nel novero dei lucifugi invisi all'IJsewijn con il primo herous del distico di clausola aggiunto nell'edizione veneziana degli Hexametri, Odae et Epigrammata (1550) al carme intitolato In statuas Coritianas Sansovini opus :

Sic Coriti aeternas, sic Sansovinus honorem;

Tu, quod ea aere tuo feceris, ille manu.
 
(I, 197, vv. 14a-14b)
     

“Versus” da reputarsi senz'altro anch'esso “valde obscurus”, e tale da fornire stimolo immediato alla lambiccata, dubitosa ipotesi migliorativa: “num legendum: `Sic, Coriti, aeternas , sic Sansovinus honorem '?”, che non tiene minimamente in considerazione la possibilità di interpretare “aeternas” come mero predicato verbale, da sottintendersi, opportunamente coniugato, pure nel secondo emistichio dell'esametro, equilibrato in una sorta di sintetica, alterna reciprocità di funzioni dinamiche dei suoi elementi sintattici costitutivi, di cui l'uno è esplicitato, secondo quel che ancora l'Umanesimo maturo intendeva per lapidaria concisione, allo scopo di richiamare allusivamente l'altro (“così, o Coricio, [l'onore] tu eterni; così [eterna] l'onore il Sansovino”).
E ci si prodigherebbe ulteriormente, se solo non si temesse di eccedere la pazienza del lettore con fastidiose prolissità, in dimostrazioni via via più allarmanti di quanto si potrebbe definire, a voler essere generosi, penuria d'intuito 26 . Non è tuttavia nostra intenzione - né, ancor meno, nostro diritto - barbaramente istruire su tali premesse formosiani processi postumi in pontificem quemdam : vorremmo, al più, limitarci a stigmatizzare un malvezzo che, giustificato da un eccesso di speditezza (come, osiamo supporre, può essere accaduto nel caso specifico 27 ) o da difetto di metodo nell'esegesi di fatti storici e linguistici, può talora aver tralignato contagiando abitudini e costumanze, svilendo così la dottrina del letterato ad arbitrio e abuso di prassi rozzamente intese, la cauta scienza del critico a improvvida sicumera, alla cui agguerrita baldanza mal si adatta sovente uno strumentario tecnico adoperato in condizioni di quantomeno desolante trascuratezza.
D'altra parte tali e consimili equivoci interpretativi, anche a proposito di quest'ultimo cimento della moderna ecdotica - invero, come si sarà potuto facilmente intuire, non eccezionale all'atto della verifica dei suoi risultati complessivi - non possono non apparire sintomatici: le difficoltà a fatica sormontabili dell'esegesi `totale' non meno che le cruces della costituzione testuale sono ostacoli resi ancor meno pervii dall'angustia dell'orizzonte entro il quale il filologo (solitamente di estrazione classica) si trova a dover lavorare. Ignaro di scambi e interferenze fra contesti culturali profondamente diversificati eppure contigui, egli è certo di potersi confrontare con realtà non agevolmente commensurabili munito di null'altro che delle proprie pregiudiziali certezze circa l'essenza di un fenomeno ricco, vario e complesso quale la poesia neolatina del Rinascimento, interpretato il più delle volte in modo riduttivo come artificiosa pratica letteraria, incapace di esprimersi se non nelle forme rigidamente stilizzate del rifacimento pedestre di inattingibili modelli antichi o del mero esercizio centonario, offerto infine alle brame notomizzatrici di quanti dovranno provvedere a debitamente catalogare ed etichettare, confortati oggi dall'uso dei repertori informatici, gli scampoli e i frammenti, i frustoli e i lacerti (disiecti membra poetae!) di quegli stessi classici che, debitamente rammendati in dotti e meno dotti pastiche di libresca poesia, avrebbero contribuito a conferire una sia pur efimera impressione di unità a simili “inutili” rompicapo 28 .
Ma il tributo di lode espresso dai secoli passati nei confronti della produzione poetica latina umanistica e rinascimentale, al di là di un inappellabile giudizio di valore, formulato in base a sublimi criteri di eccellenza artistica - talora, incredibilmente, mutati di segno sino a costituire poco favorevoli deterrenti ad una corretta riconsiderazione del problema 29 -, ha invece sempre inteso sottolinearne l'intrinseca capacità d'innovazione, tanto più attiva quanto più accuratamente dissimulata nel manifesto ossequio agli auctores esemplati. Il latino continuò ad essere allora lingua viva, vivissima, seppure in un'accezione particolare, e sapida, e concretamente radicata nel fertile suolo dell'esperienza almeno quanto il volgare toscano, talvolta - paradossalmente - assai più adatto del venerando idioma materno a fornire voce e spunti a un'algida e manierata Buchpoesie (e basterebbe in proposito rammentare corsivamente le vicende del nostro Petrarchismo per rendersene conto). Fatto lampante, se vi si rifletta appena per un momento; eppure, come la purloined letter di Poe, una realtà di così palmare perspicuità da non poter essere tenuta, evidentemente, in alcun conto.


Note

1. MVSAE REDVCES. Anthologie de la poésie latine dans l'Europe de la Renaissance. Textes choisis, présentés et traduits par Pierre Laurens avec la collaboration de Claudie Balavoine, Leiden, E. J. Brill, 1975.
2. Fatto oggettivo cui tuttora non si saprebbe trovare chiosa più adeguata di quella già fornita da Alessandro Perosa e John Sparrow che, registrando tale mutamento di approccio metodologico nell'ambito degli studi di filologia neolatina, documentato attraverso numerose non meno che precise allegazioni bibliografiche (dal Zu Pontans Latinität di L. Spitzer al Latin Verse of the High Renaissance dello stesso Sparrow, a La memoria poetica del Petrarca di G. Velli), parrebbe giustificarne gli eventuali sviluppi riconducendoli a volontaristici - e dunque positivi - motivi di ossequio a eterni e immutabili principi di interpretazione testuale assoluta: “the change that has led to the recent awakening of interest in the Latin poets of the Renaissance has not been simply a change of taste […] it has been something deeper than that. The critic, today, wants to get inside the writer's study, to watch him actually at work, to see what it was that determined his choice of subject, of imagery, of form, of metre; to identify the memories, the experiences, the fantasies, that are the stuff of his verse - to find out, in a word, what it was that made the `neo-Latin' poets write as they did” (cfr. Renaissance Latin Verse. An Anthology, by A. Perosa - J. Sparrow, London, Duckworth, 1979, p. xxi).
3. Renaissance Latin Verse. An Anthology, by A. Perosa - J. Sparrow, cit.; An Anthology of Neo-Latin Poetry, edited by F. J. Nichols, New Haven, Conn. - London, Yale University Press, 1979; Renaissance Latin Poetry, edited by I. D. McFarlane, Manchester University Press - New York, Barnes and Noble Books, 1980. Abbiamo consapevolmente omesso di citare fra le ben note raccolte generali (tutte fondate su criteri di ampia selezione sinottica di materiali poetici paneuropei) le antologie a carattere meno latitudinario o, per così dire, heimatlich - quasi accurate epitomi di certe celebri sillogi di poesia neolatina sei-settecentesche, qualificate di “nazionali” già dallo Sparrow -, che pure potrebbero a buon diritto considerarsi effetti della medesima temporanea coincidenza di interessi squisitamente filologici e illuminate politiche editoriali interessate a progetti di divulgazione d'alto livello: oltre al ricco florilegio dei Poeti Latini del Quattrocento, a cura di F. Arnaldi, L. Gualdo Rosa e L. Monti Sabia (Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1964), sino ad oggi tra i pochissimi tentativi italiani del genere (rappresentano esperienze solo in parte analoghe le pur pregevoli scelte di testi provveduti nell'Antologia poetica di umanisti meridionali, a cura di A. Altamura, F. Sbordone ed E. Servidio, Napoli, Società Editrice Napoletana, 1975, e ne La poesia latina da Dante al Novecento, a cura di A. Carbonetto, Firenze, La Nuova Italia, 1993: entrambe fornite di probe traduzioni, ma irrimediabilmente circoscritta a un ambito pressoché regionalistico l'una, inconsistente e velleitaria l'altra), non avendo purtroppo più visto la luce per la medesima collana ricciardiana, causa sopraggiunte difficoltà editoriali, il volume già annunciato circa dieci anni fa come titolo imminente e destinato ad accogliere per le cure di Giovanni Parenti saggi rappresentativi di componimenti neolatini del pieno Rinascimento (Poeti del Cinquecento, t. II). Per quanto concerne il panorama dell'editoria d'oltralpe menzioneremo, a puro titolo d'esempio, l'antologia curata da H. C. Schnur Lateinische Gedichte Deutscher Humanisten (Stuttgart, Philipp Reclam jun., 1966 - 1978 2), interessante l'orizzonte germanico (nel senso più lato possibile, dacché vi sono rappresentati anche i Paesi Bassi - con Erasmo e Giano Secondo - e l'Ungheria, con Giano Pannonio) e, per quanto concerne l'area sarmatica, la recentissima Antologia Poezji Lacinskiej w Polsce - Renesans (Poznan, Wydawnictwo Naukowe Uniwersytetu im. Adama Mickiewicza, 1996), parte di un programma di più ampio respiro inteso a raccogliere una scelta di testi significativi della produzione poetica latina in terra polacca dal Medioevo all'età barocca, edita per cura di I. Lewandowski e segnalataci con la consueta cortesia da Krystyna Jaworska.
4. Renaissance Latin Verse. An Anthology, cit., p. xxiii.
5. Non è indispensabile ripetere in questa sede argomenti di cui già si è discusso nell'intervento ospitato nello scorso numero della rivista presso questa medesima rubrica, oltre che nel libretto non venale I Classici Italiani tra Mercato e Accademia. Un anno di discussioni con interventi di G. Bàrberi Squarotti, M. Cerruti, D. Chiodo, M. Guglielminetti, M. R. Masoero, C. Ossola, M. Pieri, M. Pozzi, F. Spera (Res, marzo 1993).
6. Esemplare in proposito il modo in cui Jozef IJsewijn e Dirk Sacré, curatori del Companion to Neo-Latin Studies ultimamente pubblicato (“Supplementa Humanistica Lovaniensia” XIV; Leuven, University Press, 1998), ribadendo la necessità di riscattare dall'immeritato oblio l'opera poetica di Marcantonio Flaminio non si peritano di svalutare come contributo a tal fine minimamente significativo una recente stampa integrale degli otto libri dei carmi dell'umanista serravallese (MARCO ANTONIO FLAMINIO, Carmina, a cura di M. Scorsone, Torino, Res, 1993), gratificandola di non più d'una corsiva e genericissima menzione. Il tutto comunque a testimonianza del fatto che qualche novità si fa strada, quantunque lento pede, anche nel costume ordinario di siffatta umanità, in passato meno vario, se si voglia prestar fede alla mai troppo lodata Stultitia erasmiana (“[…] nihil omnium suavius quam cum ipsi inter sese mutua talione laudant ac mirantur, vicissimque scabunt. Quod si quis alius verbulo lapsus sit idque forte fortuna hic oculatior deprehenderit […] quae protinus tragoediae, quae digladiationes, quae convicia, quae invectivae! Male propicios habeam omneis grammaticos, si quid mentior”), di quel che oggi non appaia. Personalmente, non lo possiamo negare, continuiamo a preferire però l'uso antico dell'apostrofe scoperta allo spocchioso e obliquo disdegno.
7. Di fatto, la superficialità dell'approccio con l'autore - spacciata eventualmente, con bella spigliatezza, per libertà dalle remore di un eccessivo e mortificante letteralismo - rischia di apparire, se possibile, ancor più flagrante nella pratica della traduzione (attività rivelatrice par excellence di perizia filologica ed esegetica, giusta ancora la concezione rinascimentale; o addirittura, come per certo formalismo pure ai giorni nostri, culmine di una vera e propria ricerca critica) di cui il testo poetico latino, meglio se autorevolmente recensito ed emendato, al fine di poter partecipare in qualche misura del prestigio che ne ridonda ricavandone il maggior utile, è fatto oggetto. Potrà parere un convincimento eccessivamente cinico e soggettivo, né lo negheremo; tuttavia, non si saprebbe davvero come altrimenti giustificare, exempli gratia, la disinvoltura con cui una limpida e diretta impressione naturalistica come Tereti diurnae lampados qualis face / Nubes coruscat obvia (Marullo, Hymni naturales I iv, vv. 7-8 [citiamo secondo la lezione stabilita dal Perosa]: “quale la nube che avvampa se opposta al disco fulgente del diurno luminare”) possa venir ridotta in un recente volgarizzamento all'ermetico, astruso e per di più inetto arzigogolo di “quale una nube scintilla se le va incontro la fiaccola perfetta / della divina lampada” (i corsivi sono nostri). Cfr. MICHELE MARULLO TARCANIOTA, Inni naturali, a cura di D. Coppini, Firenze, Le Lettere, 1995, p. 69.
8. Cfr. in proposito W. L. GRANT, The neolatin “Lusus pastorales” in Italy, in “Medievalia et Humanistica”, XI (1957), pp. 94-98; M. SCORSONE, Il lusus pastoralis: lineamenti di storia di un genere letterario, “Proteo”, III (1997), n. 1, pp. 23-33.
9. Consesso poetico già idealmente consacrato al tempo della prima stampa della celebre antologia dei Carmina quinque illustrium poetarum, Bembus, Naugerius, Castilionus, Cotta, Flaminius (Venezia 1548).
10. ANDREA NAVAGERO, Lusus, Text and Translation. Edited with an Introduction and with a Critical Commentary by Alice E. Wilson, Nieuwkoop, B. De Graaf, 1973.
11. Cfr. GIOVANNI COTTA - ANDREA NAVAGERO, Carmina [a cura di R. Sodano], Torino, Res, 1991: superfluo aggiungere che tale nuova edizione, rifondata sulle stampe originali cinquecentesche con importanti miglioramenti restaurativi della tradizione, è passata - non a caso, supponiamo - assolutamente inosservata.
12. Un esempio di tale casistica, tutt'altro che rara, è pure offerto dalla prelodata antologia ricciardiana (Poeti Latini del Quattrocento, cit.): commentando i primi versi (Non opus est Scythicum senibus disquirere fontem / Quo sub demersis prima iuventa redit) del De laudibus fontis Gai, l'elego indirizzato a Leonardo Bruni che inaugura i Carmina varia del siculo Giovanni Marrasio, petit maître della prima lirica erotica neolatina e sodale del Panormita a Siena intorno agli anni venti del secolo decimoquinto, Lucia Gualdo Rosa confessa di non aver saputo reperire “in nessun dizionario né mitologico né linguistico […] la testimonianza classica di una fonte scitica che facesse ringiovanire. Eppure è evidente che il Marrasio non ha potuto inventare un particolare del genere” (Ibidem, pp. 114-115). Verrebbe fatto di chiedersi, dinanzi a tanto non simulato candore, chi mai debba obbligare a rinvenire null'altro che loci e riferimenti classici nella poesia di un autore così cosciente delle proprie incertezze e difficoltà di poeta in limine recentioris aevi, “compreso il fatale contrasto tra l'antico e il moderno” (F. Arnaldi, in Poeti Latini del Quattrocento, cit., p. xix), vietando di annoverare fra le “stranezze di una poesia culta e composita come l'umanistica” (ibidem) pure il “culto” riecheggiamento del motivo - non soltanto letterario, ma anche iconologico - della fontana della giovinezza, origine di una tra le più diffuse leggende popolari del Medioevo, forse d'origine asiatica (presumibilmente turco-tatara, dunque “scitica”), canonizzata nella sua formulazione definitiva in testi di amplissima fortuna quali i vari Romans d'Alexandre (da Lambert li Tors ad Alexandre de Bernay e oltre), parzialmente ispirati al tardo volgarizzamento latino dello pseudo-Callistene dovuto a Giulio Valerio (che pure potrebbe venir citato, a conti fatti, come fonte classica), e repertoriata ancora presso i tanti Livres des merveilles dell'età di mezzo: dalla misteriosa epystola del Prete Gianni a Emanuele “imperatore dei Greci”, celeberrimo apocrifo del sec. XII (cfr. La lettera del Prete Gianni, a cura di G. Zaganelli, Parma, Pratiche, 19922) ai Viaggi di Sir John Mandeville (su cui si veda Mandeville's Travels: Texts and Translations, London, The Hakluyt Society, 1953).
13. PIETRO BEMBO, Carmina, [a cura di R. Sodano], Torino, Res, 1990.
14. Cfr. CARLO DIONISOTTI, recensione a: M. PECORARO, Per la storia dei carmi del Bembo, in “Giornale Storico della Letteratura Italiana”, 138, LXXVIII (1961), pp. 573-592.
15. LUIGI CASTAGNA, Il “Politiani tumulusdi Pietro Bembo, “Aevum”, 3, LXIX (1995), pp. 533-553.
16. IDEM, ibid. p.553: “si comprende bene la ragione dell'intervento del Bembo sulla prima redazione; al v. 4 si leggeva nell'Antoniano singultu turpem polluvieque virum e cioè: la morte mentre trionfa per aver estinto Lorenzo scorge un personaggio (virum) che tocca le corde della lira con pollice disperato, brutto per il singhiozzo e per la proluvie [?!]. È chiaro che turpis indica qui qualcosa come pullatus, cioè vestito a lutto, o trascurato nella persona perché preso dalla disperazione; […] Ma se turpis in sé potrebbe essere accettabile escludendone ovviamente la valenza morale, proluvie [sic iterum!] è termine indegno per indicare il flusso delle lacrime ed è invincibilmente connesso con la proluvies ventris delle Arpie virgiliane che defecano sulle mense di Enea. Il concutiente di origine ovidiana ha ridotto quindi la manifestazione di lutto al solo singultus escludendone sia il turpis sia la polluvies”, magicamente riapparsa, dopo tante proluvies (talché verrebbe proprio fatto di esclamare Annales Volusi!, con quel che segue …).
17. Cfr. GIOVANNI PARENTI, La poesia latina del Cinquecento. Esemplarità e imitazione, “Studi italiani”, 2, II (1990), p. 11.
18. L'edizione critica cui intendiamo riferirci (Coryciana. Critice edidit, carminibus extravagantibus auxit, praefatione et annotationibus instruxit I- Romae, in aedibus “Herder”, 1997), recentemente allestita per la romana Academia Latinitati Fovendae a coronamento di studi pluriennali, è stata di fatto anche l'ultima fatica dello studioso belga, scomparso il 26 novembre 1998.
19. La bibliografia sull'argomento, ben al di là dei pionieristici studi di L. GEIGER, Der älteste römische Musenalmanach, in “Vierteljahrsschrift für Kultur und Literatur der Renaissance” 1 (1886), pp. 145-161, o di D. GNOLI, Orti letterari nella Roma di Leon X, in Id., La Roma di Leon X, Milano 1938, pp. 13-163, si è insperatamente arricchita negli ultimi anni di numerosi contributi; ne citiamo, per amore di concisione, soltanto alcuni tra i più notevoli: PHYLLIS PRAY BOBER, The Coryciana and the Nymph Corycia, “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 40 (1977), pp. 223- 239; JOHN F. D'AMICO, Renaissance Humanism in Papal Rome. Humanists and Churchmen on the Eve of Reformation (Baltimore-London 1983; repr. 1991); JOZEF IJSEWIJN, Poetry in a Roman Garden: the Coryciana, in P. GODMAN and O. MURRAY (eds.), Latin Poetry and the Classical Tradition. Essays in Medieval and Renaissance Literature (Oxford 1990), pp. 211-231; JULIA H. GASSER, The Rise and Fall of Goritz's Feasts, “Renaissance Quarterly”, 48 (1995), pp. 41-57. Inediti mutamenti di prospettiva alla luce di considerazioni di carattere ideologico sul problema dei rapporti interni alla multifaria sodalitas poetica costituitasi attorno al Goritz parrebbero offrire inoltre le riflessioni di ROSSANA SODANO, Intorno ai Coryciana: conflitti politici e letterari in Roma dagli anni di Leone X a quelli di Clemente VII (di prossima apparizione nel “Giornale Storico della Letteratura Italiana”).
20. Per la singolare commistione di elementi sacri e profani nella lingua poetica dei Coryciana, si veda ancora JOZEF IJSEWIJN, Puer Tonans: de animo christiano necnon pagano poetarum qui 'Coryciana' (Romae, 1524) conscripserunt, “Academiae Latinitati Fovendae Commentarii” 12 (Roma 1988), pp. 35-46.
21. Fra cui tuttavia si fatica a comprendere l'assenza dell'omnipatens di II, 384, v. 49 (Giano Vitali: […] omnipatentia sumet / Lumina […]), peraltro già tempestivamente rilevato ad locum come “vox Antiquis ignota”; né il risalto francamente ingiustificato attribuito a mirificus di I, 251 (Lorenzo Vallati: Bis iam mirifico partu Deus aeditus: olim / Virgine; mirificae nunc peperere manus) inteso come calco del greco thaumatopoiòs “qui est sensus rarus et christianus” (IJsewijn, nota a p. 178), cui la lingua della fede non sembra conferire sostanziali ampliamenti di significato rispetto all'accezione originaria e precristiana, limitandone al massimo la specificità (“straordinario”; “prodigioso”; “miracoloso”). Ma il wit dell'epigramma, vorremmo aggiungere, dovrebbe appunto consistere tutto nel contrasto fra il “tecnicismo” cristiano e l'impiego dell'attributo come pura vox media: il che lo IJsewijn non pare aver colto.
22. Su cui si veda eventualmente ancora JOSÉ RUYSSCHAERT, Les péripéties inconnues de l'édition des 'Coryciana' de 1524, in Atti del Convegno di Studi su Angelo Colocci: Jesi, 13-14 settembre 1969, Jesi 1972, pp. 45-66.
23. Ma l'oscurità al riguardo è grande, come non si perita di ammettere lo studioso di Lovanio: “Ab initio Titanomachiam [!], ni fallor, refert: homines bini Aloidae fratres sive Otus et Ephialtes esse videntur […] Quid autem sibi velit versus 2 me fugit”; cfr. tuttavia Platone, Convito, XIV-XV: “Avevano [scil. gli uomini] vigore e gagliardia terribili e animo grande, e però se la presero con gli dei, e quel che Omero dice di Efialte e di Oto, va inteso di loro: l'aver tentato la scalata del cielo per dare addosso ai numi. […] A questo punto Zeus e gli altri iddii tennero consiglio su ciò che dovessero fare, ed erano perplessi […] e finalmente Zeus, dopo matura riflessione, disse: `credo di aver trovato la via, affinché gli uomini continuino, sì, ad esistere, ma, divenuti più deboli, smettano la loro tracotanza. Segherò', disse, 'ciascun di loro in due, e così mentre saranno più deboli, ci saranno ad un tempo più utili, perché diverranno più numerosi' […]” (trad. di E. Martini).
24. “Disse R. Shemuel b. Nahman: 'quando il Santo, Egli sia benedetto, creò l'uomo, lo creò bifronte, lo segò e ne risultarono due schiene'”; cfr. Bereshît Rabbâ, introduzione versione e note di A. RAVENNA - a cura di T. FEDERICI, Torino, Utet, 1978, p. 70.
25. Coryciana II, 368 (p. 243); cfr. vv. 47 sgg. (Vos, animae, festas nunc exercete choreas) e relativa nota.
26. Ne riportiamo ancora, per amore di brevità, soltanto due altri esempi, tra presunta oscurità e almeno altrettanto marchiana Verständnislosigkeit, ma nondimeno assai eloquenti. L'epigramma 231 A, ascritto a Giano Vitale e tramandato dal solo Corsiniano (f. 57r), detto anch'esso obscurissimum - “quod satis explanare non possum”, come ammette nuovamente lo IJsewijn -, pare contraddire l'opinione dell'editore, evidentemente confuso dall'ultimo distico del componimento: Cur faciebat, ais? Fecisti, sculptor, in uno / Marmore treis Superos; non iterum hos faceres. / Est Augustini, est vatum Coritique favorem / Hunc habuisse satis, quo facis has statuas. / Tu per te faciebas; hi tibi successere; / Qui dum perficerent, his animas statuunt. Le animae attribuite alle statue sansoviniane dal Goritz e dai suoi poeti uniti a S. Agostino (patrono della chiesa ospitante l'ex voto coriciano) dovranno in questo caso essere intese, con acuzie perspicua, come `motti', Sprüche (`imprese d'anima', le dirà ancora il Giovio nel suo Dialogo), giusta la primitiva consuetudine di affiggere i versi composti in occasione della festività di S. Anna a tabellae poste accanto alla venerata tergemina imago, sorta di plastico emblema o `impresa di corpo' così completata (perfecta) del suo `principio d'animazione'. Pure un carme dovuto all'aquilano Mariangelo Accursio (291 A), anch'esso assente nella stampa romana del '24 ma conservatoci tanto nel codice Vaticano (f. 64) quanto nel Corsiniano (f. 70), pare essere frutto di analogo puerile diletto verbale: Anna, parens, natus (prohibent nos caetera fari / Numina) sunt unus, tergemini, gemini. / Saxo unus, sexu gemini, tres relligione: / Ille coli invenit, repperit Anna, parens. / Iampridem indocilis pelagi volitare per undas / Spiritus haec firmat singula rore levi. IJsewijn, interprete per una volta un poco più propositivo (“`indocilis' non est nominativus, sed genitivus pendens ab `pelagi'”: ma non è verisimile, ché ragioni interne di dispositio verborum indurrebbero a valutarne l’efficacia attributiva nel contesto di una costruzione con l’infinito), richiama invece unicamente in proposito il passo biblico di Gen. I, 2 (“et Spiritus Dei ferebatur super aquas”) - senza però darsi ragione del significato complessivo dell’enigmatica clausola (cfr. Coryciana, nota ad loc., p. 200), che proporremmo di rendere come segue: “non più uso da tempo a librarsi sull’onde del pélago, lo Spirito conferma ciascuno di essi (scil. i tre numina) piovendo leggero”, ove e l’uso del verbo firmare (ricco di risonanze e implicazioni liturgico-sacramentali) e l’allusione al ros levis parrebbero riecheggiare una cerimonia di benedizione delle res sacrae (nella fattispecie, i marmorea signa indirettamente evocati) mediante aspersione con acqua benedetta, officiata secondo l’uso antico - formule incluse sotto la rubrica De benedictione signi vel campanae compaiono nel Pontificale, e numerose altre benedictiones reservatae sono comprese nel Rituale romano - già codificato nell’Ordo Romanus (risalente a circa il secolo ottavo; cfr. A. Franz, Die kirchlichen Benediktionen in Mittelalter, Freiburg i. B. 1909).
27. Congettura, la nostra, forse in parte suffragata dalle parole stesse dell’IJsewijn, unico superstite di un’intrapresa editoriale (alla quale avrebbero dovuto peraltro prendere parte altri due curatori, i compianti José Ruysschaert e Gianni Ballistreri) oltremodo laboriosa e, variis de causis, più volte invescatasi nelle more dell’opera: “[...] haud tamen id mihi proposui ut omnium poetarum omnes reliquias, quae quovis in loco fortasse extent aut lateant, conquirerem. Nam id si facere voluissem, haec editio plures etiam in annos differenda esset” (Cfr. Coryciana, Praemonenda, p. viii).
28. Anche sotto questo rispetto, il contributo fornito da Luigi Castagna nell'articolo sopraccitato può essere ritenuto sufficientemente esemplificativo delle goffe procedure di tanta pseudofilologia: d'altra parte la scienza, si sa, arriva dove può (“non ho trovato esempi”; “non ho trovato né pedemiugum come oggetti di tenere”, lamenta il Nostro a più riprese), e ci si deve perciò consolare un poco ogni qual volta capiti di riporre nel carniere qualcosa che possa ripagare degli sforzi fatti e delle ore passate davanti al PC (“ho trovato pioque in clausola d'esametro solo in Silio Italico VII, 406”; “risit et è un incipit amatissimo da Ovidio, che, se non mi sbaglio, lo usa almeno nove volte, due negli Amores, tre nelle Metamorfosi, quattro nei Fasti”); salvo che talora qualche labile indizio non offra il destro a congetture ricche di più affascinanti implicazioni (“in questo verso 10 si sarebbe tentati di scoprire la lettura da parte di Bembo di un'operetta classica meno consueta, giacché la clausola patuere viae trova riscontro […] solo in mortis enim patuere viae di Grattio, Cyn. 357”). Tutto ciò, sia detto senza traccia di animosità alcuna, più che espressione di un metodo filologico ne pare la caricatura.
29. È infatti opinione singolare di Giovanni Parenti (La poesia latina del Cinquecento, cit., p. 6) che la ripresa della riflessione critica sugli autori neolatini del Rinascimento di cui si vanno riscoprendo le opere “sarà […] tanto più possibile in quanto la pratica stessa della poesia di questo nostro secolo, non pregiudicata da poetiche normative, ci ha abituato, col suo profondo eclettismo, alla tolleranza verso tutte le forme di espressione poetica, anche quelle altamente formalizzate, e che parrebbero consegnate al passato senz'altro riscatto che quello della pietà erudita” (sic).