Cleopatra in hortis Vaticanis

Introduzione

Condannato senza possibilità d'appello all'oblio dal silenzio concorde (almeno dalla Istoria della volgar poesia del Crescimbeni in avanti) che le patrie storie letterarie han continuato a serbare su di esso; talora, e fors'anche peggio, sommariamente spacciato ad opera di una fiorita quanto sbrigativa aneddotica, il nome di Agostino Favoriti (Sarzana, 3 gennaio 1624 - Roma, 13 novembre 1682) pare ragionevolmente destinato a rimanere ancora per parecchio tempo al confino nell'ambito delle ricerche di prosopografia erudita o, nella migliore delle ipotesi, degli studi storici intesi a rilevare il ruolo di mediazione sapientemente svolto dalla diplomazia pontificia all'interno della complessa dinamica di alleanze e di ostilità che caratterizzò le vicende politiche europee nella seconda metà del secolo XVII. E, in effetti, come a ragione è stato fatto osservare, l'esercizio della poesia “non dovette essere che un episodio secondario”1 nella vita di colui che, all'acme del potere e della fama - per non parlare della “sgradevole notorietà” che l'acredine e la malevolenza dimostrate nelle dispute artistico-letterarie in cui ebbe agio di far pesare la sua influenza gli procurarono2 - fu “considerato il braccio destro” (Pastor) di Papa Alessandro VII.

D'altro canto, tra i garbati lirici latini3 che brillarono (quantunque di effimero splendore) in seno alla secentesca pleiade romana, sorta a presagire l'alba di un rinato classicismo poetico sulle arcadiche verdure del Bosco Parrasio, il custode dell'Archivio del Sacro Collegio, cameriere d'onore di Sua Santità e segretario del Concistoro monsignor Favoriti - a dispetto del volto tristemente butterato, dello sguardo serpigno, del lupesco sorriso irregolare e di altri risibili tratti d'una fisionomia che poco lusinghieri pittori godettero a mettere in burla4 - poté ben sostenere la parte d'Apollo Musagete presso quell'accolta di coltivatissimi ingegni che, a torto o a ragione, salutarono in Cristina di Svezia la propria Pallade e in Alessandro VII Chigi il novello Juppiter Stator. Un Apollo, invero, non sempre trionfante, né circonfuso di un'aura di magnanima e riposata serenità (come il Febo che Nicolas Poussin ritraeva in quegli stessi anni assiso in maestà tra i frondenti lauri di Parnaso), ed anzi forse più del dovuto proclive a troppo terrestri turbamenti, alle ire aspre e repentine, ai motteggi degni, al più, dell'intemperanza di aipóloi teocritei (ma - è noto - anche il figlio di Latona dovette un tempo prendersi cura delle greggi di Admeto di Fere). Comecchessia, se pure questo curiale altero e suscettibile, rappresentante eminente della composita società di homines novi che popolò la Roma tardobarocca, plebea e gentilesca ad un tempo; se questo ospite assiduo di palazzi prelatizi e di aristocratiche ville suburbane trovò talvolta il tempo, abbandonate le elette compagnie e gli amati libri, di andare in Parione “per imparare - secondo testimoniano ben informati denigratori - a pratticar Pasquino”5, certo non dovette però imparare ad intendere la lingua delle statue soltanto frequentando soggetti siffatti. Al contrario, se una cosa può essere affermata con sicurezza, è chiaro che la nobile facondia dimostrata dalla sua Cleopatra vaticana poco ha da spartire con la triviale arguzia di un Marforio, poniamo, o di una Donna Lucrezia. Unica somiglianza - se di somiglianza ha senso parlare - tra consuetudini linguistiche tanto eteroclite può forse riscontrarsi in una comune, o almeno analoga, tendenza all'anacoluto, all'affabulazione indisciplinata, erratica, capricciosa, sedimento inequivocabile di una momentanea effervescenza di spiriti frivoli e volubili espressi in effati che paiono, nella fattispecie, frammenti di cicalate improvvisate in sogno, brandelli di un sonnambulico monologo strappati a fatica da immote labbra di sasso.

Silvula rifacentesi a modelli approssimativamente staziani, la Cleopatra6 del Favoriti si rivela già ad una prima lettura, in realtà, un componimento d'occasione di concezione assai modesta, ed anzi poco più che scolastico nella pedestre, sforzata paratassi di uno svolgimento rapsodico intessuto di prevedibili loci communes, di banalità che il fasto pomposo di un eloquio studiatamente elevato ed `illustre' non riesce a dissimulare. Ma altro è l'interesse che la lirica riveste: quale testimonianza documentaria di viva sensibilità archeologica ed artistica, com'è ovvio, linguisticamente articolata nelle forme già precisabili di una vagheggiata, nostalgica mimesi dell'antico, riprodotto essenzialmente come coniugazione di gravitas e di concinnitas; ma anche (e principalmente) come prova del valore strumentale che certo umanesimo attardato era ormai in grado di assumere nel nesso tra poetica e ideologia, a quanto ci pare di poter congetturare, in quanto formulazione cosciente di sottesi assunti teologico-politici, che non potevano non riflettersi - è appena il caso di rilevarlo - sulla semplice, benché non piana, orditura dell'ode.

La cerimoniosa apostrofe a Cristina di Svezia - una invitatio, in sostanza, ma modulata in una varietà d'inflessioni e di accenti (encomiastici, ecfrastico-epidittici, panegirici) manieristicamente armonizzati in celeri escursioni di registri contigui, a garantire una precaria impressione di coerenza stilistica - viene attribuita ad uno dei `pezzi' più ammirati del cosiddetto Antiquario delle Statue7, quasi a volerne ribadire per hypallagen, vien fatto di pensare, il carattere solenne e, appunto, monumentale: la “Cleopatra morente”8, patetico capolavoro della più pura plastica di derivazione ellenistica, che già in passato aveva ispirato versi d'alta commozione a uomini quali Baldesar Castiglione o il dotto abate Bernardino Baldi9. Il pretesto, per la verità debolissimo, di una visita della regale esule ai Giardini Vaticani offre il destro ad una digressione, tra realistico-descrittiva e apertamente laudativa, cui prende parte (a guisa di memorabile epifania visiva rappresentata in una sorta di Wunderkammer a cielo aperto) l'intero pantheon lapideo dello statuario papale: dall'universalmente noto Laocoonte, di cui si rimarca l'enfatico naturalismo dell'espressione (vv. 20-24), all'Ercole Farnese, ridotto ad informem [...] et sine nomine truncum dall'iperbolica furia di elementi atmosferici mitologicamente trasfigurati (vv. 25-35); dai colossali simulacri recubanti di numi fluviali ad altre rinomate repliche di sculture d'età classica (vv. 36-45). Mette fine alla rassegna di opere d'arte un inopinato trapasso di tono e d'argomento, che dal genus demonstrativum si innalza repentino alle altezze del panegirico nel breve elogio (concepito nelle forme poeticamente atteggiate della profezia post eventum) di Alessandro VII, del quale si tessono le lodi come Latiae rei restitutor e saeculorum priscorum reductor, culminando in un presagio di immortalità futura (vv. 48-65). Un rapido scorcio cinegetico (vv. 66-70) consente infine di istituire un sommario raffronto tra le selvagge solitudini nordiche (dimora del torvus aper, di duris unguibus ursi trafitti, dismessa l'egida e indossato il turcasso, da una Cristina-Minerva emula, per l'occasione, di Diana) e le amene selve edeniche fiorenti entro il pomerio apostolico (popolate solo di cervi imbelles, capreaeque fugaces, risonanti del canto di stuoli di pictae volucres, affatto ignari di rapina). Retoricamente amplificata attraverso nuove notazioni pittoriche (vv. 72 sgg.), sfumanti senza soluzioni di sorta nell'ipotiposi fiabesca o paradossografica (la gigantesca pigna bronzea10, attorno alla quale s'intrecciano ora danze festose di satiri, che sua ab arbore nuper / Decidit; la Torre dei Venti11 in cui Borea, Euro e Noto fremono eversuri omnia late quali aerei ministri della giustizia divina), l'immagine paradisiaca degli Horti Vaticani si precisa connotandosi di particolari che non parrebbe inopportuno considerare allusivi, e funzionalmente attinenti alla controriformistica celebrazione del potere del Romano Pontefice, ipostasi manifesta di un imperscrutabile Arbitro della storia umana, dispensatore imparziale di grazie o di sciagure (casus, et mors ingloria ab altis / Imminet arboribus). E proprio dopo avere annunziato in sibilline cadenze il portento di tale formidabile, metafisico dominatus, in grado, se così decida, di moderare i fati stessi, ormai volgenti peraltro a sfavore dei nemici della Chiesa, la voce conscia futuri del marmoreo oracolo si spegne in un silenzio pieno di significato. Le Scythicae puppes, il naviglio turchesco adunatosi nelle acque fatidiche di Leucade, fatte già esperte di mischie marine, non è meno votato alla `provvidenziale' disfatta di quanto non fosse la flotta armata un tempo dal semibarbaro Egitto contro Augusto; ancora una volta, programmaticamente, si può ripetere (illudendosi) che res Romana Dei est: terrenis non eget armis. Stabilito il folgorante parallelismo, riconosciuta in un grido di dolore l'identità sostanziale dei luoghi e degli attori di un dramma che i secoli non possono arrogarsi il diritto di emendare, riproponendolo pressoché inalterato nelle sue linee di forza fondamentali, a Cleopatra, ostaggio ad un tempo e trofeo degli Orti Vaticani, non rimarrà che tacere per sempre, Niobe impietrata dalla recrudescenza di un'immedicabile afflizione.

MASSIMO SCORSONE

Cleopatra in Hortis Vaticanis

Ad Christinam, Suecorum,
Gothorum, Vandalorum Reginam

di Agostino Favoriti

La Cleopatra degli Orti Vaticani

A Cristina
Regina di Svezia

Si te spectaclum infelix, si tristia tangunt
Fata meae duro bene sculptae in marmore sortis,
O nostros dignata lares invisere mundi
Cardine ab extremo, patria regnoque relictis,
Regina, heroum nulli virtute secunda,
Aurea quos olim tulit aetas, maxima Olympi
Numina cum humanos non dedignantia caetus
Tecta frequentabant mortalia, castaque gentis
Pectora non falsae complebant laudis amore,
Huc ades. Illa ego sum Latiis celeberrima fastis
Femina. Nosti angues, animumque in morte ferocem.
Quo properas? Saltem alloquio solare dolentem
Reginam, Regina, nec est indigna videri
Forma loci, et sacris regio gratissima Musis
Quae nemus hoc, fontesque colunt, iugaque alta, viretis
Cyrrhae posthabitis, et verticibus Parnassi.
Hic ubi Graiorum artificum miranda videbis
Signa antiqua, tuae gentis quibus ira pepercit,
Abstinuitque manus artem mirata vetustas.
Ut de me sileam, viden' hos, qui robore multo
Luctantem, ingratosque Deos, arasque vocantem
Arrecti miserum spiris ingentibus hydri
Laocoonta ligant? Ut anhelat! Ut ore supremum
Ingemit! Ut socios implorat, opemque propinqui
Herculis! Ipse quidem casum dolet, et cupit angues
Elisisse manu, ac primos iterare labores
Phidiacus labor Alcides; sed enim aspera Iuno
Heroa immeritum dum grandine pulsat et imbri,
Non tantum orbavit clava, exuviisque leonis,
Verum et poplitibus nervos, humerisque torosa
Brachia divellit, fecitque ex Hercule monstrum
Informe, ignaraeque (nefas!) ludibria turbae.
Ast illum informem licet, et sine nomine truncum
Miratum huc Ararim veniunt, Rhenumque bibentes,
Et vivos illinc discunt effingere vultus.
Cetera quid memorem? Nilum, Tybrimque parentem
Spirantes docto in silice, Eridanumque, Tagumque
Nativo fulgentem auro, Gangemque superbum
Eois opibus, quos omnes daedala, et ipsi
Aemula Naturae finxit manus? Hic habitant Dii.
Aurato hic Phoebus percurrit pectine chordas;
Hic gelidam fundit proles Semeleia lympham,
Pocula, deliciasque tuas: hic otia degunt
Mercuriusque, minaxque rubenti casside Mavors,
Et magni Aeneae genitrix, et candida Phoebe,
Omnes aut Divi, aut Divum genus: unaque deerat,
Quam studiis, vultuque refers, factisque, Minerva.
Huc et Alexander (Fabium tunc nomine dici
Audieram) indocti fugeret cum murmura vulgi,
Nobiliumque manus iuvenum comitata solebant
Ferre pedem, hic tristes animo deponere curas,
Dulcia securae ducentes gaudia mentis.
Vidi ego, et in cubitum surrexi oblita doloris,
Incessumque viri observans et lumina, dixi:
“Aut Babylon ignara futuri, aut hic erit, hic vir,
Olim qui Latiam regnando restituat rem,
Qui veteres artes, et saecula prisca reducat,
Iratasque pio componat foedere gentes,
Quamquam animi flecti indociles, et vulnera tactu
Crudescant, medicamque manum impacata recusent”.
Quo properas? Ne, Diva, oculis te subtrahe nostris:
Namque ego te rerum seriem, eventusque docebo,
Qui super heroum sedes, super aethera tollent
Nomen Alexandri, sub mortem plurima quando,
Et longe faciem venientis cernimus aevi.
An te proxima silva trahit, studiumque ferarum?
Non ibi torvus aper, non duris unguibus ursi,
Quos iaculo cecidisse tuo saepe horruit Arctos
Utraque, sed cervi imbelles, capreaeque fugaces,
Pictarumque cohors non invadenda volucrum.
Quin etiam casus, et mors ingloria ab altis
Imminet arboribus: nam quae nux pinea curvo
Strata iacet campo, Satyros quam ludere circum,
Metirique vides thyrso, sua ab arbore nuper
Decidit, et magno tellurem perculit ictu.
Adde, quod inclusus Boreas, Eurusque, Notusque,
Et quotquot saevis agitant plangoribus aequor,
Illa turre fremunt eversuri omnia late:
Quamvis sub tanto cohiberi Principe venti
Non indignentur, veniantque ad iussa volentes,
Iamque parent iterum Scythicas illidere puppes
Leucatae. Ah diram Leucatam et conscia luctus
Saxa mei! Heu dolor, heu cladis monumenta nefandae!
Se l'infelice scena, se nel marmo
La bene sculta a compassion ti muove
Mia sorte triste, o tu che ti degnasti,
Esule già dall'ultimo orizzonte,
Il patrio regno, e la corona avita
Lasciar pei lari nostri, tu Regina
A nessuno seconda tra gli eroi
Di che rifulse già l'Età dell'Oro,
Allor che i sommi numi dell'Olimpo,
Non ispregiando ancor l'umano coro,
Le case frequentavan dei mortali,
Colmando gli innocenti cuori amanti
D'un amore di gloria non fallace:
T'appressa. Son io quella che i Latini
Fasti rammentano. I serpenti sai,
L'animo sai pur nella morte fiero.
Ristar non vuoi? Una parola almeno
Concedi di conforto a una regina
In lacrime, o Regina. Né tal luogo
Sì ameno certo è da tenersi a vile,
La plaga ch'è gratissima alle Muse
Del bosco abitatrici, e delle fonti,
E dei superbi colli, da che Cirra
Abbandonâr virente, e di Parnaso
I vertici gemelli. Qui vedrai
Di Greci artieri l'opere ammirande
Cui nel passato pure di tua gente
La furia risparmiò; cui pure il Tempo
S'astenne dall'offendere, stupito.
Ché (per tacer di me) tu vedi i draghi
Che in grandi spire strìngonsi d'attorno
All'infelice Laocoòn, che lotta
Con ogni possa a districarsi, e forte
Gl'iddii già chiama ingrati, e i loro altari?
Ahi disperato spasimare, ahi grida
Aspre, e supreme! Ah come invoca aita
A' compagni, ed all'Ercole vicino!
Ei duolsi pur del lacrimabil caso,
L'invitto Alcide, disïoso ancora
Di soffocar le serpi, rinnovando
(Fatica lui di Fidia) i trionfi prischi
Di sue Fatiche; ma Giunone cruda
Dalle nubi incolpevole vessando
L'eroe con grandini e con piogge immiti
Non orbò sol di clava, o di leonine
Spoglie, ma il nerbo ai pòpliti scerpava
Ancora, e pure agli òmeri le braccia,
D'un Ercole facendo un turpe mostro,
Zimbello (ah nera infamia!) della plebe.
Ma, benché tronco informe e senza nome,
A rimirarlo giungon nondimeno
Quei pur che l'Arar bevono, ed il Reno,
E l'Arte apprendon di dar vita al sasso.
Che più? Perché del Nilo, o del gran padre
Tebro parlar, spiranti nella pietra
Dottamente scolpita? E l'Eridàno,
E il Tago fulvo d'oro, ed
(opulenta D'orïental tesori l'onda sua)
Il Gange estremo: tutto ciò che mano
Maestra modellò, Natura stessa
Emulando? Dimoran qui gli déi.
Qui con l'aurato pettine le corde
Va Febo percorrendo della lira;
Qui di Seméle il figlio fresche linfe
Ti mesce, pronto a ristorar tua sete;
Qui posano Mercurio, il truce Marte
Dal rùtilo cimiero, e l'alma madre
D'Enea magnanimo, e la bianca Febe,
I divi tutti, e la divina prole:
Al nòvero tu sola ancor mancavi,
Che al volto, agli alti studi, ed alle imprese
Minerva ti riveli. A queste piagge
Pure Alessandro (ch'altra volta Fabio
Udii nomar), gli strepiti del volgo
Fuggendo, assieme ad una eletta scolta
Di giovani ricorrere soleva,
Alleggerito il petto dalle cure,
Godendo gli agi dolci che s'apprestano
Ai cuor sereni. Allor lo vidi, e infine
Dimentica d'affanni mi levai
Sul gomito insistendo, e rimirato
L'inceder suo regale, e il guardo suo,
“Se Babilonia” dissi “il vero mai
Vaticinò, presaga del futuro,
Questi è quell'uomo, l'uomo che regnando
Sarà di Roma il gran restauratore:
Quegli che l'arti antiche, che i trascorsi
Ancor ricondurrà secoli primi,
Propizïando ai popoli inimici
Patti di pace, pur se ad inchinarsi
L'orgoglio loro docile non sia,
E sanguini la piaga immedicata
Al tocco nuovamente, ricusando
La mano sanatrice”. Non ristai?
Non ti sottrarre agli occhi nostri, o dea:
Ché ormai t'apprenderò gli arcani eventi
Ch'oltre le sedi dei beati, e il cielo
Il nome d'Alessandro leveranno
Allor che molte cose avrà eguagliato
La Morte: il volto ancor dei dì venturi
Distinguo bene. O in questa selva appresso
T'attira già vaghezza della caccia?
Qui non torvo cignal, orsi non sono
Con granfie lor, che dall'eccelso polo
L'una Orsa e l'altra inorridîr sovente
A vedere dal dardo tuo trafitti;
Ma innocui cervi, e timidi caprioli,
E pur pennuti, coloriti stormi
Non mai turbati ancor da uccellatore.
Ché il fato qui, e la morte inopinata
Impendono piuttosto dalle fronde
Degli alberi sublimi che tu vedi
E la pigna, che in centro alla radura
Immane giace, cinta dalle danze
Dei satiri che tentano col tirso
Misurarla, pur mo' dal pino suo
Al suolo cadde rintuonando. Inoltre
Prigioni in quella torre, ma bramosi
Ognor di devastare in sul cammino
Loro ogni cosa, mugghiano rinchiusi
Ed Euro, e Noto, e Borea, ed altri ancora
Del procelloso mare agitatori:
Seppur disonorevole non sia
Di tanta potestà subire il giogo,
E ancor del principe all'imperio pronti
Convolino, apprestando ai legni Sciti
Novella strage al largo di Leucàde.
Leucàde amara! Ah rupe che ben sai
L'angustie mie! Dolor nefando, e lutto,
E monumento, ahimè, di mia rovina!
MASSIMO SCORSONE
1. Così R. Contarino, in DBI, vol. 45, s. v., cui si rimanda per ogni più puntuale informazione sulla biografia del Favoriti.
2. Particolarmente memorabile la violenta polemica scoppiata tra modernisti, fautori di un originale genere di tragedia `prosastica' inaugurato dal Costantino di Giovan Battista Ghirardelli, e conservatori, appartenenti agli ambienti accademici romani degli Intrecciati, dei Fantastici e degli Umoristi, che vide protagonisti Salvator Rosa (difensore generoso del Ghirardelli) e lo stesso monsignor Agostino Favoriti (il quale, celatosi sotto il nom de plume di Schiribandolo, si rivelò il più astioso tra i detrattori dello sfortunato drammaturgo). Il contrasto - minima eco locale di una querelle di ben più vasta portata, com'è evidente - degenerò poi apertamente in contesa personale tra i campioni dei rispettivi schieramenti, se non in vero e proprio diverbio, in seguito alla morte del Ghirardelli, avvenuta poco tempo dopo la pubblicazione di una sua lambiccata quanto impotente Difesa dalle accuse puntuali rivoltegli dal Favoriti.
3. Vogliamo qui ricordare almeno, oltre monsignor Favoriti e lo stesso don Fabio Chigi, rivelatosi assai prima del pontificato - e anzi ancora in età acerba - non inelegante versificatore latino (Philomathi Musae iuveniles, Colonia 1645), Virginio Cesarini, Apollonio Fiorente, Natale Rondinini, il dalmata Stefano Gradi ed i tedeschi prelati Ferdinando von Fürstenberg e Giovanni Rotger Torck.
4. Per lo meno, qualora si voglia effettivamente riconoscere nella figura dell'impudico ignorante e vanesio stigmatizzata nella Satira VI del Rosa (Babilonia) una feroce caricatura del Favoriti.
5. Cfr. Salvator Rosa, Satira V (L'invidia), v. 417.
6. Il testo della Cleopatra in Hortis Vaticanis qui offerto alla lettura riproduce (fatti salvi minimi interventi di normalizzazione della punteggiatura) quello a stampa edito dal Moret nella silloge, dedicata al cardinal Flavio Chigi, dei Septem illustrium virorum poemata (Anversa 1662).
7. Noto oggi come Cortile Ottagono in seguito all'aggiunta di quattro padiglioni agli angoli del quadrato originario, è il cortile adiacente al Palazzetto di Belvedere ove Giulio II Della Rovere fece collocare la famosa statua di Apollo (il cosiddetto Apollo di Belvedere) ch'egli volle trasportare in Vaticano dalla sua residenza cardinalizia di S. Pietro in Vincoli. Fu sede della prima raccolta vaticana di marmi antichi che, accresciutasi con nuove acquisizioni sotto il pontificato di Leone X Medici, dovette successivamente invadere la vicina corte bramantesca e la Loggia di Raffaello.
8. Si tratta in realtà di una Arianna dormiente, copia romana da originale del III-II sec. a. C.: ma l'emblema ctonio e dionisiaco del serpente, confuso con l'aspide fatale alla prole di Tolomeo, avrebbe continuato a trarre in inganno i più avveduti connaisseurs almeno sino a Winckelmann. Riconosciutone correttamente il soggetto mitologico, e dunque dileguatosi quel fascino di moralità storica che così vivamente sin dal Rinascimento aveva impressionato animi ben nutriti di meditate letture plutarchee, la statua scompare dalle cronache letterarie propriamente dette. Riassunto nell'intemporale quanto artificiale firmamento delle testimonianze artistiche del passato, e sottratto così al fertile arbitrio della fantasia umanistica, il reperto perderà di conseguenza ogni capacità di dialogo con il presente; ne faranno tuttavia ancora sporadica menzione illustri viaggiatori nei secoli successivi - Goethe, fra gli ultimi, ricordandolo assieme ad altri gruppi scultorei conservati nella Sala delle Miscellanee del Museo Capitolino (Italienische Reise; appunti datati al novembre 1787).
9. Autori, rispettivamente, di una selva esametrica (Cleopatra, leggibile oggi in F. BERNI - B. CASTIGLIONE - G. DELLA CASA, Carmina, a cura di Massimo Scorsone, Torino, Res, 1995, pp. 30-32) e di un sonetto (Sopra la Cleopatra del Vaticano) che appartiene al nucleo dei Sonetti romani presenti nel volume di Versi e prose stampato a Venezia nel 1590.
10. Originariamente posta a fastigio di una fontana (o forse di un monumento funerario) del I sec. a. C., venne portata nel cortile che da essa prende nome dall'atrio dell'antica basilica costantiniana di S. Pietro nel 1615.
11. Edificata sotto il pontificato di Gregorio XIII Buoncompagni, è la torre sovrastante la cosiddetta Galleria delle Carte geografiche. Fu la prima specola astronomica vaticana.