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F.
20 r.
Ad
Paulam
Deliciae, mea Paula, meæ, mea vita, meum cor,
Lux
mea, mi geminis carior his oculis,
Quid
me ab amore tuo6 deductum credula ploras?
Ah
peream si te carior ulla mihi est.
Mene
ab amore tuo, nobis quam semper amari
Semper
Amor iussit matris ab uberibus?
Ille
tuus Falco, ille tuus tibi serviet annos
Tertia
quos illi vivere Parca dabit.
Te
quocunque sequar nec me via longa nec ipsa
Omnia
quæ solvit mors tibi dissolvet.
Parce
genis, ah parce comae, mea Paula, tuosque
Ne
lacrymis turba lumina nostra oculos.
Priapus
ad figulum
Immensas
tibi gratias habemus,
Optime
o figule omnium magister,
Qui
tantam mihi mentulam dedisti
Ut
possim futuendo te irrumare
Si
quando invenero te in hoc agello.
F.
20v.
Priapus
Quonam
quo ruitis? Iam abite, fures.
Non
hic sunt violae, rosaeve Pesti,
Non
hic lilia luteæque caltæ,
Non
hic somniferum viret papaver
Non
arbor variis granata pomis,
Furcillae
petit hic opem salignæ,
Erucæ
hoc minimo virent in horto,
Quibus
me facio salaciorem,
Et,
quas si cupitis dabo, mariscæ7.
Quare
hinc si sapitis iam abite, fures.
De
Minoe et Pasiphae
Quaerebat
Minos natus foret unde biformis.
Uxor
ait: “Patris terga habet ille tui”.
F.
21r.
Osculum
puellæ
Dum
me basiolo puella, quale
Nec
prebent maribus suis columbæ,
Vix
tandem prece mota suaviatur,
Lactens
purpurea illius labella
Tantum
hausi ambrosiaeque nectarisque
Ut
ni me miserum ante perdidisset,
Dum
votis mihi millies cupitum
Negat
suaviolum diu puella, im-
Mortalis
poteram, deusque haberi.
Ad
sodales
Cæsar
Forti, Iacobe, Glauce, Alexi,
Alvisi Pare, Balthasar, Nearche,
Agnelle et Vigili mei sodales,
Discedo in patriam, ut meos parentes
Fratremque unanimum meum et sororem
Visam. Sic pietas iubet, valete.
Crudelis poterisne abire, Falco?
Quid miser faciam? heu miser, puellæ
Me mixtæ lacrymis preces morantur.
Discede, impie, quid morare Falco?
Videbon tumidos puellæ ocellos?
Videbo et patiar genas madentes?
Quid frater mihi, quid pater, sororque,
Quid mater? Valeant et illi et illæ
Dum cara liceat frui puella.
In
urna in qua prius cineres, mox violæ
Virgineos
olim cineres hec urna tegebat
Olim cum abiecto pala loco reperit.
Ut Paulæ tetigere manus, lacrymæque rigarunt,
Purpureas subito protulit hæc violas.
Quas non ungue licet cuique tetigisse profano
Admitit castas virginis urna manus.
F.
21v.
Epitaphius
psitaci
Cuius
erat minio par rostrum, pluma smaragdo
Voxque hominum, eous psitacus hic iaceo.
Causa necis dolor est, nam ne vox garrula somnos
Turbet heri, e thalamo iussus abire, obii.
Flevit herus, meque hoc pro dulci carmine carmen,
Pro thalamo hunc tumulum gratus habere iubet.
Ad
puellam
Quis
nos, quis Deus hic bene advocatus
Iunxit unanimes duos amantes?
O memet mihi carior puella,
Da mi suaviolum micante lingua,
Collo brachia da puella circum,
Da mi basiolum alterum puella,
Ut Venus iubet, ut iubet Cupido,
Iunge te lateri usque et usque nostro
Ne vestigia lectuli parentes
Attriti videant et hic et istic.
O factum bene, o beate Falco,
Tuo nunc gremio silente nocte
Optatam toties foveas puellam..
FLAVIO
SANTI
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A
Paola
Paola, mia delizia, mia vita, mio cuore,
mia luce, più preziosa dei miei occhi,
perché piangi? credi veramente
che io mi sia allontanato dal tuo amore?
Che io muoia se cè qualcuna più importante
di te!
Proprio io? ma da sempre Amore, fin dal seno materno,
ha comandato che tu fossi amata da me.
Il tuo Falcone, sì, ti sarà fedele per tutti gli
anni
che gli vorrà concedere la terza Parca.
Ti seguirò dovunque e né il lungo cammino né
la morte che ogni cosa scioglie mi distoglieranno da te.
Mia Paola, risparmia le guance e i capelli e non
rovinare di lacrime i tuoi occhi, nostra luce.
Priapo
a un vasaio
Ti ringrazio immensamente,
tu che sei il miglior mastro vasaio,
perché mi hai dato una minchia tanta
che te la posso mettere in bocca
se ti becco in questo campo.
Priapo
Ma dove correte? Ma andatevene, ladri!
Qui non ci sono le viole e le rose di Paestum
né i gigli e le gialle calendole,
qui non cresce il papavero del sonno
né il melograno dai frutti colorati,
qui cè bisogno della forca di salice,
in questo piccolissimo orto crescono le ruchette
che mi rendono alquanto lascivo,
e poi le marische, se le volete ve le do.
Perciò, se siete furbi fuggite da qui!
Minosse e Pasifae
Minosse
si domandava perché suo figlio avesse una doppia natura.
Risponde la moglie: Ha la schiena di tuo padre.
Bacio
di ragazza
Mentre
la ragazza a mala pena
smossa dalle mie preghiere
mi dà un bacetto come neppure
le colombe danno ai loro compagni,
succhiando dai suoi labbretti vermigli
ho attinto una tale dose di ambrosia e nettare
che se non mi avesse rovinato prima,
quando mi negò a lungo il bacio
mille volte invocato, avrei potuto
essere considerato un dio immortale.
Agli
amici
Cesare
Forti, Iacopo, Glauco, Alessio,
Alvise Pari, Baldassarre, Nearco,
Agnello e Vigilio amici miei,
me ne torno a casa dai miei genitori,
dal mio caro fratello e da mia sorella.
Così vuole laffetto, addio.
Crudele Falcone, hai il coraggio di andartene?
O povero me, che fare, mi trattengono
le preghiere di lei miste alle lacrime.
Falcone, disgraziato, va! Che aspetti?
Dovrò vedere gli occhietti gonfi?
Dovrò sopportare le guance umide?
Ma tuo fratello, tuo padre, tua sorella,
tua madre? E che se ne stiano calmi
finché posso godere della mia cara ragazza.
Nellurna
dove prima cerano le ceneri e ora le viole
Una volta questurna conteneva le ceneri di una vergine,
quando una pala lha scovata in un luogo deserto.
Toccata dalle mani di Paola e dalle sue lacrime bagnata,
subito lurna è traboccata di viole purpuree!
Lurna di una vergine vuole mani caste
che a nessun profano è permesso toccare nemmeno con un
dito.
Requiem
per un pappagallo
Io, pappagallo delle Indie, che ha voce umana,
becco di cinabro, piume di smeraldo, riposo qui.
Il dolore è la causa della mia morte: sono morto perché
la mia voce squillante non turbasse i sonni del mio padrone,
dopo che mi ordinarono di uscire dalla camera da letto.
Il padrone pianse, e ora riconoscente dispone che
io abbia questa poesia in cambio di tutte le mie dolci poesie,
questa tomba in cambio della camera da letto
Alla
mia ragazza
Quale dio mai, qui giustamente invocato,
ha unito noi, concordi amanti?
O ragazza, a me più cara di me stesso,
dammi un bacino con la tua lingua guizzante,
gettami le braccia al collo,
e poi ancora un bacetto,
come vogliono Venere e Cupido,
non smettere di unirti al mio corpo,
così i genitori non vedranno
i segni del lettuccio sgualcito qua e là.
Ecco, ben fatto, beato Falcone,
ora nel tuo grembo, nel silenzio della notte,
scalda la ragazza tanto desiderata.
FLAVIO
SANTI
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