Carmina selecta ex Barb. Lat. 2163

Introduzione 1

“Qui di novo non ho io altro che la infelice morte del poveretto Falcone”2: queste le dolenti parole di Baldassarre Castiglione che annunciavano alla madre Aloisia la morte dell'amico fraterno Domizio Falcone. Rimasto per secoli un fantasma, vissuto delle lacrime del Castiglione, Falcone è venuto negli ultimi decenni smettendo le spoglie ectoplasmatiche cui l'avevano relegato i secoli (una delle poche eccezioni è la nota del dotto Serassi che lo indicava come dedicatario, sotto il nome di Alcon, dell'omonima ecloga di Castiglione3).

Domizio Falcone adesso è un fantasma in meno: fra l'altro si è guadagnato una voce nel Dizionario biografico degli italiani a opera di Maria Giuseppina Marotta, e il recente interesse del compianto Giovanni Parenti4. Ma di lui veramente poco si sa: nato nella seconda metà del XV sec., mantovano, morto di febbre improvvisa nel 1505, la sua produzione poetica trova accoglienza nei mss. Barb. Lat. 2163 (32 carmi), F. 5 della Biblioteca Comunale Augusta di Perugia (25 carmi, di cui solo 5 coincidenti col Barb.)5, Vat. Lat. 2874, 6250 e 2836 (quest'ultimo presenta due carmi assenti dagli altri testimoni).

Dal Barb. Lat. 2163, bédierianamente il codex optimus, trascrivo (sciogliendo le poche abbreviazioni, inserendo la punteggiatura moderna, ma mantenendo tutto il resto, ad es. l'oscillazione tra e cedigliata (resa qui, in assenza del segno corrispondente con æ ) e ae, il mancato raddoppiamento in admitit, ecc.) e traduco una parca scelta di poesie, che svelano un talento ancora acerbo, al piccolo trotto, che sperimenta varie maniere, dal deliquescente carme amoroso (Ad Paulam, Ad puellam) a una calda familiarità (Ad sodales), passando per diverse gradazioni epigrammatiche fino al fescennino puro (Priapus ad figulum). Insomma, un talento che forse, maturato, avrebbe potuto dare risultati significativi.


FLAVIO SANTI


Carmina

di Domizio Falcone

Carmina
di Domizio Falcone

 

Carmina
di Domizio Falcone

F. 20 r.

Ad Paulam

Deliciae, mea Paula, meæ, mea vita, meum cor,
Lux mea, mi geminis carior his oculis,
Quid me ab amore tuo6 deductum credula ploras?
Ah peream si te carior ulla mihi est.
Mene ab amore tuo, nobis quam semper amari
Semper Amor iussit matris ab uberibus?
Ille tuus Falco, ille tuus tibi serviet annos
Tertia quos illi vivere Parca dabit.
Te quocunque sequar nec me via longa nec ipsa
Omnia quæ solvit mors tibi dissolvet.
Parce genis, ah parce comae, mea Paula, tuosque
Ne lacrymis turba lumina nostra oculos.

 

Priapus ad figulum

Immensas tibi gratias habemus,
Optime o figule omnium magister,
Qui tantam mihi mentulam dedisti
Ut possim futuendo te irrumare
Si quando invenero te in hoc agello.

 

F. 20v.

Priapus

Quonam quo ruitis? Iam abite, fures.
Non hic sunt violae, rosaeve Pesti,
Non hic lilia luteæque caltæ,
Non hic somniferum viret papaver
Non arbor variis granata pomis,
Furcillae petit hic opem salignæ,
Erucæ hoc minimo virent in horto,
Quibus me facio salaciorem,
Et, quas si cupitis dabo, mariscæ7.
Quare hinc si sapitis iam abite, fures.

 

De Minoe et Pasiphae

Quaerebat Minos natus foret unde biformis.
Uxor ait: “Patris terga habet ille tui”.

 

F. 21r.

Osculum puellæ

Dum me basiolo puella, quale
Nec prebent maribus suis columbæ,
Vix tandem prece mota suaviatur,
Lactens purpurea illius labella
Tantum hausi ambrosiaeque nectarisque
Ut ni me miserum ante perdidisset,
Dum votis mihi millies cupitum
Negat suaviolum diu puella, im-
Mortalis poteram, deusque haberi.

 

Ad sodales

Cæsar Forti, Iacobe, Glauce, Alexi,
Alvisi Pare, Balthasar, Nearche,
Agnelle et Vigili mei sodales,
Discedo in patriam, ut meos parentes
Fratremque unanimum meum et sororem
Visam. Sic pietas iubet, valete.
Crudelis poterisne abire, Falco?
Quid miser faciam? heu miser, puellæ
Me mixtæ lacrymis preces morantur.
Discede, impie, quid morare Falco?
Videbon tumidos puellæ ocellos?
Videbo et patiar genas madentes?
Quid frater mihi, quid pater, sororque,
Quid mater? Valeant et illi et illæ
Dum cara liceat frui puella.

 

In urna in qua prius cineres, mox violæ

Virgineos olim cineres hec urna tegebat
Olim cum abiecto pala loco reperit.
Ut Paulæ tetigere manus, lacrymæque rigarunt,
Purpureas subito protulit hæc violas.
Quas non ungue licet cuique tetigisse profano
Admitit castas virginis urna manus.

 

F. 21v.

Epitaphius psitaci

Cuius erat minio par rostrum, pluma smaragdo
Voxque hominum, eous psitacus hic iaceo.
Causa necis dolor est, nam ne vox garrula somnos
Turbet heri, e thalamo iussus abire, obii.
Flevit herus, meque hoc pro dulci carmine carmen,
Pro thalamo hunc tumulum gratus habere iubet.

 

Ad puellam

Quis nos, quis Deus hic bene advocatus
Iunxit unanimes duos amantes?
O memet mihi carior puella,
Da mi suaviolum micante lingua,
Collo brachia da puella circum,
Da mi basiolum alterum puella,
Ut Venus iubet, ut iubet Cupido,
Iunge te lateri usque et usque nostro
Ne vestigia lectuli parentes
Attriti videant et hic et istic.
O factum bene, o beate Falco,
Tuo nunc gremio silente nocte
Optatam toties foveas puellam.
.

FLAVIO SANTI

 

A Paola

Paola, mia delizia, mia vita, mio cuore,
mia luce, più preziosa dei miei occhi,
perché piangi? credi veramente
che io mi sia allontanato dal tuo amore?
Che io muoia se c’è qualcuna più importante di te!
Proprio io? ma da sempre Amore, fin dal seno materno,
ha comandato che tu fossi amata da me.
Il tuo Falcone, sì, ti sarà fedele per tutti gli anni
che gli vorrà concedere la terza Parca.
Ti seguirò dovunque e né il lungo cammino né
la morte che ogni cosa scioglie mi distoglieranno da te.
Mia Paola, risparmia le guance e i capelli e non
rovinare di lacrime i tuoi occhi, nostra luce.


Priapo a un vasaio

Ti ringrazio immensamente,
tu che sei il miglior mastro vasaio,
perché mi hai dato una minchia tanta
che te la posso mettere in bocca
se ti becco in questo campo.

 

 

Priapo

Ma dove correte? Ma andatevene, ladri!
Qui non ci sono le viole e le rose di Paestum
né i gigli e le gialle calendole,
qui non cresce il papavero del sonno
né il melograno dai frutti colorati,
qui c’è bisogno della forca di salice,
in questo piccolissimo orto crescono le ruchette
che mi rendono alquanto lascivo,
e poi le marische, se le volete ve le do.
Perciò, se siete furbi fuggite da qui!


Minosse e Pasifae

Minosse si domandava perché suo figlio avesse una doppia natura.
Risponde la moglie: “Ha la schiena di tuo padre”.

 

 

Bacio di ragazza

Mentre la ragazza a mala pena
smossa dalle mie preghiere
mi dà un bacetto come neppure
le colombe danno ai loro compagni,
succhiando dai suoi labbretti vermigli
ho attinto una tale dose di ambrosia e nettare
che se non mi avesse rovinato prima,
quando mi negò a lungo il bacio
mille volte invocato, avrei potuto
essere considerato un dio immortale.


Agli amici

Cesare Forti, Iacopo, Glauco, Alessio,
Alvise Pari, Baldassarre, Nearco,
Agnello e Vigilio amici miei,
me ne torno a casa dai miei genitori,
dal mio caro fratello e da mia sorella.
Così vuole l’affetto, addio.
Crudele Falcone, hai il coraggio di andartene?
O povero me, che fare, mi trattengono
le preghiere di lei miste alle lacrime.
Falcone, disgraziato, va’! Che aspetti?
Dovrò vedere gli occhietti gonfi?
Dovrò sopportare le guance umide?
Ma tuo fratello, tuo padre, tua sorella,
tua madre? E che se ne stiano calmi
finché posso godere della mia cara ragazza.

 

Nell’urna dove prima c’erano le ceneri e ora le viole

Una volta quest’urna conteneva le ceneri di una vergine,
quando una pala l’ha scovata in un luogo deserto.
Toccata dalle mani di Paola e dalle sue lacrime bagnata,
subito l’urna è traboccata di viole purpuree!
L’urna di una vergine vuole mani caste
che a nessun profano è permesso toccare nemmeno con un dito.

 

 

Requiem per un pappagallo

Io, pappagallo delle Indie, che ha voce umana,
becco di cinabro, piume di smeraldo, riposo qui.
Il dolore è la causa della mia morte: sono morto perché
la mia voce squillante non turbasse i sonni del mio padrone,
dopo che mi ordinarono di uscire dalla camera da letto.
Il padrone pianse, e ora riconoscente dispone che
io abbia questa poesia in cambio di tutte le mie dolci poesie,
questa tomba in cambio della camera da letto


Alla mia ragazza

Quale dio mai, qui giustamente invocato,
ha unito noi, concordi amanti?
O ragazza, a me più cara di me stesso,
dammi un bacino con la tua lingua guizzante,
gettami le braccia al collo,
e poi ancora un bacetto,
come vogliono Venere e Cupido,
non smettere di unirti al mio corpo,
così i genitori non vedranno
i segni del lettuccio sgualcito qua e là.
Ecco, ben fatto, beato Falcone,
ora nel tuo grembo, nel silenzio della notte,
scalda la ragazza tanto desiderata.

 

FLAVIO SANTI

NOTE

1. Ho un debito di gratitudine con Massimo Danzi, che in un freddo inverno ginevrino di alcuni anni fa mi ha gentilmente messo a disposizione il materiale di Domizio Falcone.
2. Le lettere, a c. di G. LA ROCCA, Milano, Mondadori, tomo I, 1978, p. 74 (lett. 56).
3. P. SERASSI, Delle lettere del Conte Baldessar Castiglione, ora per la prima volta date in luce e con annotazioni storiche illustrate, Padova, Comino, vol. II, 1771, pp. 322-3. L'ecloga è oggi leggibile in F. BERNI - B. CASTIGLIONE - G. DELLA CASA, Carmina, a c. di M. SCORSONE, Torino, Res, 1995, pp. 25-30.
4. Dizionario biografico degli italiani, n. 44, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, 1994, pp. 333-4; G. PARENTI, Per Castiglione latino, in Per Cesare Bozzetti. Studi di letteratura e filologia italiana, a c. di S. ALBONICO, A. COMBONI, G. PANIZZA, C. VELA, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 1996, p. 206 e n. 45.
5. Per il Barb. Lat. cfr. V. CIAN, Un illustre nunzio pontificio del Rinascimento. Baldassar Castiglione, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1951, p. 17 n. 1; la recensione di C. DIONISOTTI al volume di Cian, in “Giornale Storico della Letteratura Italiana”, n. CXXIX (1952), p. 35; per il ms. di Perugia cfr. P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, London-Leiden, The Warburg Institute-E. J. Brill, vol. II, 1967, pp. 55-6.
6. La o risulta sovrascritta a tuum.
7. Sono una varietà di fichi grossi e insipidi. Da notare l'allusione di carattere sessuale, che ha una sicura tradizione epigrammatica: cfr. Marziale, 7, 25, 7: “infanti melimela dato fatuasque mariscas”, e 12, 96, 10: “ne dubites quae sit Chia, marisca tua est”.


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