Elettra di Sofocle

Introduzione1

Nota nell'originale greco tramite l'aldina del 1502 (replicata a Firenze dai Giunti nel 1522), l'Elettra sofoclea fu più volte tradotta in latino nel corso del Cinquecento2 , e fu certamente tra le tragedie più lette e amate, influenzando direttamente, insieme all'Antigone, le prime tragedie volgari, sia la Sofonisba del Trissino che la Rosmunda del Rucellai, nonché, più tardi, la Tullia di Ludovico Martelli. Benché intrapresa a vari decenni di distanza da quelle esperienze, l'Elettra di Erasmo di Valvasone 3 si colloca tuttavia in un momento di grande ritorno di interesse per la scena tragica, riportata in auge dalle polemiche intorno alla Canace dello Speroni e dalla composizione del Re Torrismondo del Tasso, ed è perciò evidente l'importanza dell'impresa in cui il traduttore si cimentò producendo il primo integrale volgarizzamento del capolavoro sofocleo. Della sua opera Erasmo diede lettura durante la seduta inaugurale dell'Accademia degli Uranici nel 1587, per pubblicarla poi nell'anno successivo: Elettra Tragedia di Sofocle, fatta volgare dall'Illustre Signor Erasmo delli Signori di Valvasone, Academico Uranico, In Venetia, Appresso i Guerra fratelli, A S. Maria Formosa, in calle Longa. 1588.
Già autore di una versione piuttosto libera della Tebaide staziana, il Valvasone seppe meglio contenenersi in questa traduzione, ove il processo di amplificazione del testo originale, pur consueto nella prassi cinquecentesca, non altera lo svolgimento della vicenda, limitandosi a sobri interventi nella sfera dell'elocuzione. Al di là delle circostanze in cui inserti decrittivi o scene d'azione stimolano l'immaginazione e la vena creativa dell'autore, il processo di amplificazione sembra piuttosto perseguire lo scopo di dare completezza e chiarezza all'espressione, evitando ermetiche allusioni ed esplicitando i concetti attraverso un'esposizione che mira a una precisione didascalica.
A illustrare la perizia del versificatore e le caratteristiche di questa traduzione si è scelto un brano dell'atto secondo, il racconto della morte di Oreste, cioè la menzogna architettata dal Consigliero del futuro matricida per consentire a lui più facile accesso nella reggia d'Egisto sotto le mentite spoglie dell'ospite recante le ceneri dell'eroe defunto. L'efficacia del brano è ragguardevole in quanto l'azione viene rappresentata con una tale vivezza da sembrare reale e da creare una piena illusione per lo spettatore. Sin dall'inizio del racconto del Consigliero, più ancora che nel testo greco, si ha un'aggettivazione che, anche se non si riferisce direttamente all'eroe, appare tesa a esaltarne la nobiltà e la forza: alte contese sono quelle a cui si accinge, onorata prova è la competizione che si prepara a sostenere; mentre davvero efficace è la rielaborazione del v. 685 del testo greco: in Sofocle esso suona a un dipresso `giunse radioso, idolo per tutti', in Erasmo Saltò nel campo e veramente parve / Tra tanti altri cursori un chiaro lampo (vv. 1427-28), ove l'immagine del chiaro lampo traduce perfettamente il termine lampròs, aggettivo che non indica soltanto lo splendore della giovinezza e della bellezza, ma anche la nobiltà dei natali nel suo riflesso esteriore. Se tutta la scena appare più dinamica, così anche la descrizione della gara è in Erasmo più diffusa e circostanziata; egli rappresenta abilmente la rapidità con cui la competizione si svolge e l'immediato trionfo dell'eroe: Poi tosto che s'udir le trombe e tutti / Lasciar le mosse, è meraviglia quanto / Avanzò gli altri di prestezza e come / Ratto pervenne al desiato segno/ Ond'ebbe con commune applauso il pregio (vv. 1429-33), versi in cui è rilevante la disinvoltura con cui Erasmo aggira l'ostacolo costituito dal v. 686 dell'originale sofocleo, di ostica costruzione anche nel giudizio dei moderni filologi e che si potrebbe tradurre `rendendo conforme l'esito della corsa alla sua naturale eccellenza': il proposito evidente è quello di raggiungere una maggiore chiarezza attraverso un lessico e una costruzione più semplice; è però anche notevole la sua perizia descrittiva nel rendere la velocità dell'azione attraverso l'uso del passato remoto e la posizione rilevante di alcuni termini (es. Ratto all'inizio di frase). In entrambi gli autori la conclusione della corsa è pienamente rispondente all'attesa ammirata della folla e Oreste, già divenuto l'idolo del pubblico al suo apparire, sa meritarsene la stima imponendosi vittorioso nella prima gara. Il messaggero, secondo un luogo comune dei discorsi encomiastici e degli epitaffi, esalta l'eroe e le sue vittorie, nel testo volgare affermando di non conoscere nessuno di così gran prodezza, e virtuosi effetti, in quello greco dichiarando la propria insufficienza nell'esposizione di tante glorie. L'insistenza sulla vittoriosa possanza del giovane prepara sapientemente lo sviluppo tragico del racconto, rendendo più crudele il successivo colpo del destino: è un espediente retorico del finto messaggero, che tenta in tal modo di accrescere la tensione e la curiosità della regina e non manca di sottolineare, nell'ampia e solenne proclamazione di Oreste vincitore, il nome della patria, quello dell'atleta stesso vittorioso in campo e infine quello del padre, la cui gloria, anche se appartenente ormai al passato, si riflette su un figlio che si dimostra sicura promessa per l'avvenire.
Il Consigliero prosegue narrando il secondo giorno di gare, ma già agitando un funesto presagio di morte attraverso l'interrogativa retorica Ma se nocer altrui voglion gli Dei / Qual è sì forte che ritrovi scampo? (vv. 1452-53). La narrazione si dilunga nella descrizione dei partecipanti alla corsa dei carri, della loro partenza e dello svolgimento della prova sino al penultimo giro, con ampi sviluppi rispetto al testo originale, che ben rappresentano il ritmo veloce della corsa fino all'incidente tra i due carri che danneggia e mette fuori gara la maggior parte dei concorrenti: i vividi particolari della descrizione accrescono la tensione degli ascoltatori, che raggiunge il culmine quando Oreste si lancia all'attacco dell'unico avversario che lo precede, l'auriga ateniese. Ineludibile, a quel punto scoppia la tragedia, sottolineata dal perentorio incipit : Quando ecco Oreste nel passar di novo / A la meta vicin, chinò la mano, / Et a la manca sua giumenta stese, / Mentre ella in lato si piegava, il morso, / Onde l'asse toccò la meta un poco,/E di lui/si/spezzò picciola parte (vv. 1539-44); e poi ancora dalla descrizione precisa e serrata dei movimenti del carro e delle cavalle, che Senza aver più chi le tenesse a freno, / Si miser per lo campo a gir errando, / E 'l carro dopo si traeano e lui / In un volume spaventoso e fiero (vv. 1550-1553). La descrizione di Erasmo, che si conclude amplificando nell'ultimo verso il testo sofocleo con un'esuberante e ricercata aggettivazione, è di singolare efficacia drammatica: il povero corpo preso dall'inesorabile stretta delle redini e trascinato dalle cavalle infuriate, è sottoposto ai più impensati e irregolari movimenti, il cui susseguirsi è evidenziato dall'uso degli avverbi di tempo ripetuti di seguito e in anafora: lo vedeano ad ora ad ora / Or le gambe, or le man levar al cielo, / Or balzar alto, ora tornar al basso, / E voltolar, e lacerarsi tutto (vv. 1557-1560).
Infine l'ultimo atto della tragedia narrata: la cremazione dei miseri resti e la deposizione delle ceneri nell'urna. In questi versi notevole è il ripetersi degli aggettivi che indicano grandezza: così il corpo viene arso su un gran rogo e compianto con pianto universal ; identica a quella del testo greco è l'antitesi tra il gran corpo dell'eroe e il picciol vaso in cui sono racchiuse le ceneri, intesa ad accrescere la commozione per la fine di quel corpo vigoroso e fiorente ridotto a misera cenere. Né manca in conclusione del racconto la nota soggettiva del narratore, il quale, ben consapevole che il racconto è frutto della sua finzione, lo convalida con l'argomento della testimonianza autoptica: Così successe il doloroso caso: / Ben doloroso certo anco a chi l'ode, / Ma chi lo vide allor, veracemente / Più dolorosa cosa unqua non vide (vv. 1576-1579).
L'esempio qui addotto illustra dunque i modi dell'operazione traslatoria del Valvasone, la programmatica semplificazione didascalica, perseguita con perizia e intelligenza da parte di un autore ormai reso esperto da decenni di pratica poetica, benché condotta in gran parte nell'isolamento del feudo di cui era signore; e non a caso la sua opera maggiore, quella per cui se n'è soprattutto conservata la fama, fu il poema didascalico Della caccia, andato in stampa a Bergamo nel 1591 in un'edizione fregiata di un sonetto elogiativo uscito dalla penna di Torquato Tasso, pregiato riconoscimento a una dignitosa carriera letteraria.


GLORIA CARBONARA


Da: Elettra di Sofocle

di Erasmo di Valvasone (vv. 1420 - 1579)

Consigliero


 

Essendo giunto al nobil loco Oreste
Di Delfo, ove si fan l'alte contese,
Per porsi anch'egli a l'onorata prova,
Come intorno gridar gli araldi udio
Che quei che si tenean veloci al corso,
E speme avean di riportar vittoria,
Devesser comparer, anch'egli tosto
Saltò nel campo, e veramente parve
Tra tanti altri cursori un chiaro lampo;
Poi tosto che s'udir le trombe, e tutti
Lasciar le mosse4, è maraviglia quanto
Avanzò gli altri di prestezza, e come
Ratto pervenne al desiato segno,
Ond'ebbe con commune applauso il pregio.
Per far poche parole, i' non conosco
Di gran prodezza e virtuosi effetti
Chi si possa tener simil a lui:
Questo so bene, e con questi occhi il vidi,
Che de le cinque faticose e dure
Contese che si fer quel giorno quivi,
Ove concorse un numero infinito
De' più famosi giovani di Grecia,
Solo se ne portò tutte le palme,
E con universal consenso tutti
I circonstanti e giudici del campo
Lo gridar vincitor con molta lode,
E senza paragon stimar gagliardo,
Per sovranome da la patria detto
L'Argivo, e per suo proprio nome Oreste,
Figliuol del re Agamennone, ch'unio
Tutte l'arme de' Greci a la sua insegna.
Queste cose passar in questa guisa:
Ma se nocer altrui voglion gli Dei,
Qual è sì forte che ritrovi scampo?
Il seguente dì essendo apparso il sole,
E dovendosi far novo contrasto
Di carri e di destrier possenti e presti,
Con molti altri egli ancor si fece avanti:
Uno d'Acaia, un altro era di Sparta,
D'Africa due molto in quest'arte instrutti,
Il quinto era egli, e sotto il giogo avea
Congiunte due cavalle di Tessaglia.
D'Etolia il sesto avea i cavalli falbi5;
Di Magnesia era il settimo, e l'ottavo
Leucippo d'Enia co' destrier leardi6;
Il nono fu de la città d'Atene
Fabricata per man degli alti Dei;
Di Beozia era il decimo et estremo.
Costor dapoi che fur disposti al loco
Che fu a ciascun di lor cavato a sorte,
Al primo suon de la maestra tromba
Fischiar con l'una man fecer le sferze,
E con l'altra le redine scotendo
Alzar le voci e le minaccie al cielo,
E i veloci destrier misero in corso.
Allor il campo fu tutto ripieno
Del gran rumor ch'ad or ad or usciva
De' carri che s'urtavano tra loro,
E l'aria tutta oscura era et ingombra
D'una alta polve, che volava al cielo.
Ma i giovani tra lor confusi e misti
Tutti in un groppo per passar avanti
Non risparmiavan le sferzate mai;
E 'l tenace sudor, l'ansar frequente,
E le schiume ch'uscian di bocca, aveano
Le rote e i dorsi de' cavalli stessi
Da basso ad alto fatti umidi7 e lordi.
In sì gran mischia, in tal tumulto Oreste,
Quando il carro spingea presso a la meta,
Al sinistro destrier traea la briglia,
E l'allentava al destro, acciò che fuori
Correndo l'un l'altro stringesse il corso,
E da vicin quasi radendo il segno
Col ristretto girar campo avanzasse.
Rimaser dritti tutti i carri, e senza
Offesa avean finito il sesto giro,
Ma nel settimo poi, mentre voleva
Leucippo intorno al segno omai dar volta,
Co' denti i suoi cavai presero i freni,
Steser le teste, et ostinati e folli
Trasportando il padron, che non poteo
Mai più piegarli in questa parte o in quella,
Andarono a scontrar fronte per fronte
I destrier d'un de' giovani africani,
E i percossi cavai tutti in un groppo
Co' carri e co' Signori andar riversi.
E tosto d'un gran mal nacque un maggiore:
Che quei ch'ad ambedue venivan dopo,
Non potendo tener le briglie a tempo,
Venner sovra i riversi a far intoppo,
E se n'andar con gran ruina a terra,
E fu ripieno in un momento il suolo
Di rote e d'assi e di frammenti strani,
Ch'eran usciti dal crudel naufragio.
Questo veggendo il giovane d'Atene,
A man destra piegò le briglie tosto,
E scansando la rea fortuna, e 'l monte
De le ruine altrui confuse e miste,
Stese il suo carro per lo campo aperto.
Venia di tutti gli altri ultimo Oreste:
Non che di poco pregio avesse, o lente
Le tessale giumente unite al giogo;
Anzi van tali, e di sì salda lena,
Che non senza ragion sperava al fine
Di doverne portar tutta la palma.
Questi dapoi ch'a contrastar rimaso
Si vide sol l'ateniese auriga,
Menò la sferza una o due volte in giro,
E la fece scoppiar sovra l'orecchie
De le giumente, che focose e snelle
Preser la fuga, e s'avanzaron tanto,
Ch'ad or ad or gìano appressando il primo,
E 'l giunser poscia, e l'agguagliar in guisa,
Ch'or co' gioghi veniano a par a paro,
Et or questi et or quei passavan tanto,
Quante eran de' destrier le fronti apena.
In tanto dubbio, in così gran contesa
Sterono un pezzo e l'uno e l'altro eretti,
Né quasi si vedeva alcun vantaggio,
Quando ecco Oreste nel passar di novo
A la meta vicin, chinò la mano,
Et a la manca sua giumenta stese,
Mentre ella in lato si piegava, il morso,
Onde l'asse toccò la meta un poco,
E di lui si spezzò picciola parte.
Uscì la rota e riversossi il carro,
E 'l misero restò colto di sotto
Con le redine intorno al braccio avolte.
Le due cavalle, più veloci allora
Fatte al rumor de la quadriga rotta,
Senza aver più chi le tenesse a freno,
Si miser per lo campo a gir errando,
E 'l carro dopo si traeano e lui
In un volume spaventoso e fiero.
La gente, ch'era a riguardar condotta,
Prorruppe, come in tal fortuna il vide,
Tutta in un grido et ululato strano:
Però che lo vedeano ad ora ad ora
Or le gambe, or le man levar al cielo,
Or balzar alto, ora tornar al basso,
E voltolar, e lacerarsi tutto.
Le male bestie pur dagli altri aurighi
Fur arrestate a mal lor grado al fine,
Ed ei slegato e con pietà raccolto:
Ma così sanguinoso, e franto e rotto,
Misera stampa8 da veder, che d'uomo
Nessuna effigie più gli era rimasa.
Fu posto poi sovra un gran rogo, e quivi
Con pianto universal acceso et arso.
Et or di sì gran corpo in picciol vaso
Di bronzo il santo cenere rinchiuso
Giovani scielti tra' Focensi a questo
Pietoso offizio porteranno a voi,
Perch'abbia appresso al padre e agli avi suoi
Ne la sua patria sepoltura onesta,
Con essequie et onor debito a lui.
Così successe il doloroso caso:
Ben doloroso certo anco a chi l'ode,
Ma chi lo vide allor, veracemente
Più dolorosa cosa unqua non vide.


Note

1. Il presente contributo è frutto di uno stralcio, ampliato e riveduto, dalla tesi di laurea da me discussa, relatore Francesco Spera, all'Università degli Studi di Milano nell'a.a. 1997-98.
2. Tra le altre, importante è la traduzione di Alessandro de' Pazzi (composta nel 1527 e conservata dal codice Magliabechiano VII 950bis della Biblioteca Nazionale di Firenze), rimasta inedita ma certamente nota e circolante, come prova anche la testimonianza del Bembo che la cita in una sua lettera.
3. All'autore è stato dedicato un convegno di studi nel novembre del 1993, che ha dato luogo a due pubblicazioni che costituiscono oggi il riferimento bibliografico indispensabile a un approfondimento: E. DI VALVASONE, Le rime, introduzione e note di Giorgio Cerboni Baiardi, Bibliografia erasmiana e indici di Antonio Del Zotto, Valvasone, Circolo Culturale Erasmo di Valvason, 1993; Erasmo di Valvasone (1528-1593) e il suo tempo. Atti della giornata di studio (Valvasone, 6 novembre 1993), a cura di Franco Colussi, Pordenone, Circolo Culturale Erasmo di Valvason - Biblioteca dell'Immagine, s.d.
4.
Punti di partenza.
5. Di mantello biondo scuro
6. Di mantello grigio.
7. Emendo congetturalmente il testuale umili che non sembra appropriato all'immagine sofoclea che letteralmente rappresenta la foga dei cavalli il cui fiato schiumante ricade nella corsa sui dorsi di quelli che li sorpassano.
8. Figura.