Elegia

Introduzione

Nel corso delle ricerche condotte per allestire una nuova edizione delle lettere molziane1, Andrea Barbieri ha rintracciato, all'Archivio di Stato di Parma (Epistolario Scelto cart. n. 11/54), insieme all'originale di una lettera dal poeta inviata a Ferrante Gonzaga (Roma, 4 maggio 1538) e ad altri documenti relativi al Molza, due carte contenenti componimenti latini: una copia della celeberrima Ad sodales e l'inedita elegia che viene qui presentata grazie alla generosa cortesia dello studioso che ha voluto farmi partecipe della sua scoperta.
L'Elegia, in tal modo appunto genericamente intitolata nell'originale, è trascritta in bella copia, con tratto sicuro quasi senza correzioni e cancellature, su due carte ora sciolte che presumibilmente costituivano in origine un duerno, ove, lungo quella che era la piegatura interna si legge l'indicazione dei destinatari, “S. V. et Fratello”2. La grafia mi pare senz'altro quella del Molza e, al di là di una maggiore grandezza dei caratteri (caratteristica forse dell'età giovanile), assai simile a quella nota del codice borgiano delle Elegiae (custodito alla Vaticana con segnatura Borg. Lat. 367) e del codice Casanatense delle Rime (segnato Mss. 2667).
Il componimento sembra da attribuire al periodo giovanile, non soltanto secondo l'esplicita indicazione dell'ultimo distico, ma anche per la consonanza di ispirazione con le elegiae del libro primo della raccolta molziana3 e per la presenza di tipici tratti della prima maniera del Molza elegiaco; si può supporre, sia pure in via puramente ipotetica, databile all'ultimo periodo del pontificato di Giulio II e a quello del primo soggiorno romano del Molza, e cioè antecedente il 1512. Esso rappresenta una prova non tanto di apprendistato quanto di noviziato poetico, ovviamente collocato in una ben riconoscibile aura tibulliana (evidentissime le tracce della prima elegia del libro primo del poeta latino); vi si ravvisa una certa acerbità, se non proprio una maniera ancora `scolastica', e pur tuttavia una già marcata personalità che, nell'ambito dei convenziali stilemi della celebrazione della quiete agreste e del rimpianto dell'aurea età saturnina, tenta di individuare una propria maniera, non aliena anche da vivaci impennate, come la polemica del v. 8 contro i magnorum templa superba Deûm o l'invettiva dei vv. 41-46 contro chi spende la propria vita soltanto allo scopo di accumulare denaro, che è certamente un topos di tale genere di poesia, ma che pure fu un atteggiamento costante e tema dominante della biografia e dell'opera del poeta.
Si può senz'altro supporre che l'Elegia sia stata successivamente superata e presso che dimenticata dall'autore, che non la inserì nel novero di quelle destinate alla definitiva edizione delle sue poesie latine (e cioè il riordinamento trasmesso dal codice Borgiano), ma neppure la trasmise a quella circolazione manoscritta da cui furono tratte le poche sue elegie finite a stampa nel corso del Cinquecento4; la ragione di tale oblio è però evidente: i temi qui svolti fornirono infatti materia a molti altri, più maturi, componimenti, che costituiscono il nucleo essenziale della sua produzione e rappresentano al meglio la maniera tibulliana per cui il poeta divenne celebre presso i contemporanei, una maniera qui rappresentata in una ancora quasi programmatica forma embrionale. Si vedano in particolare la I e la IV elegia del libro primo molziano e si avrà la misura del progressivo affinamento dell'ingegno poetico del sacerdos del culto apollineo; per converso, tuttavia, la presente elegia è documento importante della scelta di un personale mondo poetico da parte di uno dei maggiori protagonisti del Rinascimento italiano, anzi il raffronto con una delle prove migliori del suo estro, l'elegia IV del secondo libro, Ad Aloisium Priullum Venetum, può essere utile a concretamente illustrare il raggiungimento della compiuta maturità di cui si è detto.
In quest'ultima, che contiene una delle più vivide ed efficaci descrizioni del Sacco romano del 1527, i temi agitati nella presente giovanile esercitazione si inverano in un racconto di vita vissuta liricamente narrato, il cui incipit (Ille ego perpetuus Tarpei culminis hospes), ponendo immediatamente in campo, attraverso l'esplicitazione del pronome, la personalità reale del poeta, che realmente parla di sé (e analogamente il Molza, nel 1522, si dichiarava nell'incipit di I X Ergo ego, qui teneris tantum sim lusibus aptus), già si distacca dalla più fredda invocazione agli dei agresti che nella giovanile Elegia qui presentata precede la comparsa dell'ego al v. 9. La generica condanna delle invisae urbes da parte del giovane vagheggiatore degli idillici quadretti tibulliani assume inoltre ben altra profondità nelle risentite querele dell'epistola al Priuli, ove lo stato d'animo è quello di una prostrazione profonda, che ha piegato l'assiduo frequentatore della Roma medicea, dimentico patriae tempus in omne [suae], impavida roccia contro la iattanza delle armi come delle pestilenze, consigliandolo a lasciare la città, ormai stanco e incapace di essere ancora sensibile ai richiami delle belle donne e dei raduni degli amici letterati. Venutegli a noia persino le bellezze di Roma, con la sua arte e le sue nobili rovine, già tanto amate, le dà l'addio, risoluto ormai, per il tempo che gli è ancora riservato, a vivere commodiore solo, in un mondo non soggiogato da vana brama di gloria e da falsis bonis, tra lussi frutto di rapina, e nemmeno assoggettato al potere di dominatori spesso indegni, ma retto dalle Muse, dalla priscaque simplicitas, da una vita innocente, Saturno qualis regna tenente fuit, v. 36. E se è vero che seguono i consueti topoi della felicità tutta terrena della vita aurea, è però anche vero che non vi manca, altro punto tanto a cuore all'uomo, oltre che al poeta, il riferimento alla libertà della morale sessuale (Nulla coercebat moechos censura, metusque, Ignotumque illis nomen adulter erat, vv. 43-44) e all'amore, il quale manca invece, ed è motivo di una certa sorpresa, nella giovanile Elegia : evidentemente tale tema mal si addiceva ai rustica dona che il giovane aspirante ai divini offici del tempio apollineo offriva ai suoi interlocutori. Alle immagini felici dell'età aurea e all'auspicio di un mondo privo di guerre e di spargimenti di sangue quindici anni più tardi un poeta ormai padrone di sé e libero di discostarsi dalla più servile imitazione dei modelli non esita ad affiancare un brusco ritorno alla realtà col veridico richiamo alle crude dominazioni, Barbarus Ausoniam queis male victor habet, v. 50. E rivolgendosi poi finalmente al Priuli, destinatario del carme, e invidiandogli il poter condurre nella quiete dei colli Euganei una tale vita primigenia, tutta dedita agli studi, e al riparo dall'amor sceleratus habendi, soltanto allora, preparata dal lungo indugio su immagini di beata e pura serenità, può dare sfogo alla rabbia provocata dal disgusto di ben altro spettacolo, causa della prostrazione che ha invaso il poeta: meglio per lui sarebbe stato condividere col Priuli tanta quiete, Quam spectasse urbis funera Romuleae, le distruzioni e le stragi operate dalle ire del truculenti […] Theutonis e dall'Hispano milite; cui subito segue l'urlo di dolore, sottolineato ancora con forza dal pronome, a esprimere la disperazione di chi è forzato ad assistere a tanta profanazione: Vidi ego Vestales foedis contactibus actas Nequicquam sparsis exululare comis, vv. 67-68. A chiudere la serie dei distici descrittivi degli orrori del Sacco campeggia apocalittica la vendetta divina che invia dal cielo la peste su Roma. E il tono torna poi a smorzarsi nell'accarezzare il presagio della vita che il poeta si ripromette accanto al Priuli, Exceptus laribus parvis, et paupere cultu, dove si può anche immaginare, ritrovata la pace dell'anima, ritornato capace di ancora aprirsi all'amore.
Sia lecito l'indugio, a illustrare come il quadro idillico dell'età aurea dapprima disegnato nell'elegia al Priuli risulti colà finalizzato a fare da contraltare alla realtà cruda della violenza e della sopraffazione, contrasto che proprio attraverso il confronto con la verità della storia invera gli stereotipi contenuti dell'imitazione risvegliandoli ad autentica capacità espressiva. L'ammirazione per la grande riuscita del più ricco e maturo svolgimento del componimento dell'età maggiore non deve cancellare però l'interesse verso il ventenne neofita del culto delle Muse, per la dotta sagacia con cui sa applicare il principio dell'imitazione reinterpretando Tibullo con efficace naturalezza, ma ancor più per la già risoluta elezione del proprio mondo poetico, per la capacità di agitare, nell'ambito dell'imitazione dei classici, questioni più direttamente attinenti personali scelte di vita. Il ventenne Molza, qui e poi per tutto il seguito dell'esistenza, vede negli avidi di ricchezza e di potere i veri nemici, non soltanto del sacerdos Musarum, ma dell'umanità intera strappata alla prisca felicità dell'età saturnina: e ciò dovrebbe indurre a più ponderate riflessioni quanti ancora si ostinano a voler rappresentare l'esercizio poetico nell'età rinascimentale come attività precipuamente cortigiana e pedantesca, e ancor più se svolto in lingua latina e mirando all'imitazione dei modelli della classicità.

Nella trascrizione del testo sono state sciolte le abbreviazioni, è stata ridotta j a i e distinta u da v, ma rispettati gli usi grafici del latino umanistico (es.: Sylvane v. 3, sylvicolis v. 9, Foelices v. 53, etas v. 55); sono stati infine introdotti segni interpuntivi, di cui l'originale è quasi del tutto privo. Si sono inoltre resi necessari due emendamenti congetturali di luoghi ove è da presumere un semplice lapsus calami :al v. 15 redimiam corregge l'originale redimam;al v.40 tempore l'originale tempora.

ROSSANA SODANO

 

Elegia

di Francesco Maria Molza

Elegia

di Francesco Maria Molza

 

Elegia

di Francesco Maria Molza
Salvete, o nemorum castae undarumque puellae,
Naiades Nymphae, Nymphae et Hamadryades,
Tuque pater Sylvane, Deus pecudumque boumque,
Salvete et vos, o Capripedes Satyri:
Me iuvat umbriferis vestris recubare sub antris,
Ducere et in vestris fontibus usque dies.
Vos mi invisae urbes, vos et tecta ampla, valete,
Et vos magnorum templa superba Deûm,
Hic ego sylvicolis dicam solemnia semper
Verba Deis, propriis sacra ferens manibus.
Spicea iam prima pendebit messe corolla,

Flava Ceres, templis munera digna tuis;
At tu, Bacche, feres lecta de vite racemos,
E quibus emanant nectarei latices:
His ego te redimiam frondenti palmite sertis,
His tu, sancte pater, tempora vincta geres.
Teque, o magna Pales, spumantia pocula lacte
Dulcia dona tuo nomine fusa manent.
Ast alii quibus alta habitare palatia curae est,
Et vestes molli poscere ab usque Tyro,
Caelicolis properent tauros mactare superbos,
Et magnis aris munera magna ferant.
Illi etiam studeant auras captare profani
Vulgi principibus et placuisse viris;
Certent ingenio, contendant nobilitate,
Et magnis opibus bella cruenta gerant;
In thalamis auro stratis ostroque rubenti,
Inque toris niveis, textilibusque cubent.
Sat mihi, cum rapido depascitur arva calore
Syrius arbustis noxius atque ovibus,
Propter aquae rivum molli requiescere in herba
Et dulces somnos fonte innante sequi.
Si tellus fuerit rigidis conspersa pruinis,
Concrescetque omnis fontibus unda gelu,
Tunc ego pauperibus vitam traducere tectis
Atque humiles possem, quaeso, habitare casas.
Agrestes epulae mihi mensa suppeditentur,
Parvus et exiguo luceat igne focus;
Adsint castaneae, sit mollis copia lactis,
Dulcia nec desint tempore vina suo.
Haec mihi contingant; sit iam ditissimus ille
Qui subeat uno mille pericla die,
Qui pendens animi semper noctesque diesque,
Anxius incertis sollicitusque bonis
Assiduo parcus studio cumulare laboret
Quas haeres fundat luxuriosus opes.
Nos docuit parvo rerum Natura Creatrix
Et sine continuo vivere posse metu.
Aurea si ditum non fulgent pocula nobis,
An non sat vitro posse levare sitim?
Quod si etiam nullus crateris iam foret usus
Natura effossas condidit ipsa manus.
Foelices olim Saturno Rege creati,
Omnia namque illis terra benigna dabat.
O, utinam nobis etas nunc illa rediret,
Priscaque cum veteri simplicitate fides,
Non essent caedes, non horrida bella nec enses,
Nec tanta imperii dira cupido foret;
Florerent terris castae dulcesque Camenae,
Floreretque sua Phoebus Apollo lyra:
Cuius ego ingressus nunc primum templa sacerdos
Securus ruri rustica dona cano.

Salute, o delle selve, o delle fonti
Caste sorelle, Nàiadi, Amadrìadi,
E tu, padre di greggi, dio d'armenti,
Silvano, e voi pur, satiri caprìpedi!
All'ombra giovami delle verzure
Vostre sostare, e presso i vostri rivi.
Addio, città moleste, e gran palagi,
E templi altieri dei maggiori iddii:
Qui preci sempre eleverò solenni,
Il sacro culto ministrando solo
Ai miei campestri numi; e presto un serto
Di spiche, fior della novella messe,
Cerere bionda, di te ben degno dono,
Adornerà gli altari; poi tu stesso
Da vite scelta, Bacco, recherai
Di nettareo licor madidi tralci:
E di tal fronde intreccerò corona,
O padre santo, a cingerti le tempia;
E, in nome tuo libate, spumeggianti
Di dolce latte le tue tazze, o Pale,
T'attenderanno. Ed altri, cui più monta
In reggia aver dimora in mezzo al fasto
E a Tiro domandare molli vesti,
S'affanni ad immolar tori superbi,
Sciogliendo eccelsi voti all'are eccelse:
Si studi di sedurre il volgo ignaro,
Di compiacere i principi; l'ingegno
Aguzzi a prova, in nobiltà gareggi,
Cavalchi con gran seguito d'armati
Alla guerra, su talami s'addorma
Coruschi d'oro, e d'ostro rutilanti,
Posando il capo fra pregiati lini.
Ma ch'io sia pago, allor che i campi riarsi
Dissecca il Cane (a pecore ed arbusti
Invisa stella), d'adagiarmi accanto
Ad un ruscel, sur un giaciglio d'erbe,
E abbandonarmi al grato sonno, mentre
La nenia sua ricanta la sorgente.
Ma, se la terra d'aspre brine copresi
E l'onda d'ogni fiume irrigidisce
Il gelo, allora m'auguro mi sia
Concesso solamente di svernare
Al riparo dell'umile abituro.
Si contenti di cibi villerecci
La mensa parca, e il sobrio focolare
Arda di tenue fiamma; e le castagne
Faccian lor mostra, e il pingue latte in copia,
Né manchi a tempo debito il buon vino.
Questo mi tocchi in sorte; e sia quel creso
A fronteggiare al dì mille perigli;
Quegli che, travagliato e notte e giorno
Da cure e da sospetti, ognor s'industri
Di procacciar ricchezze che l'erede
Dipoi scialacquerà. Ma la Natura
A vivere ci apprese frugalmente,
E dal timor securi. E se poi nappi
Aurati non ci brillano dinanzi,
Forse che non potrà il modesto vetro
Levar la sete nostra? Ché quand'anche
Non fosseci apprestata coppa alcuna,
Di cave palme ci provvide l'alma
Natura. O prole di Saturno, o genti
Beate, cui benigna dispensava
Tutto la terra! Oh se l'età felice
Ancor tornasse, e la schiettezza antica
Assieme alla semplicità! Nessuna
Strage, né guerra allor sarebbe, o spade,
Né tanta l'empia brama di potere;
Al mondo fiorirebbero le Muse,
Prospererebbe il citaredo Apollo:
Cui nel tempio, pontefice devoto,
I rusticali doni or lieto canto.

MASSIMO SCORSONE

NOTE

1. Sulla quale si veda A. BARBIERI, Biografia di Francesco Maria Molza dalle lettere, in «Nuovi Annali della scuola speciale per archivisti e bibliotecari», XII 1998, pp. 117-153.
2. Non saprei dire quali possano essere i destinatari dell'Elegia.
3. Cfr. F. M. MOLZA, Elegiae et alia, a cura di Massimo Scorsone e Rossana Sodano, Torino, Res, 1999.
4. In particolare la silloge dei Carmina Illustrium Poetarum Italorum, edita a Parigi nel 1576 per le cure di Giovan Matteo Toscano.


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