Dell'impiego delle persone

Introduzione

Tra le scarse glorie letterarie di una regione, il Piemonte, che fino all'Ottocento ebbe una posizione assai marginale nella storia italiana, l'abate Carlo Denina (1731-1813) ha avuto una fortuna di gran lunga inferiore, e proprio non se ne vede il motivo, a quella del conterraneo e contemporaneo Giuseppe Baretti. Spirito illuminato in una nazione, quella sabauda settecentesca, assai abbuiata, se non proprio oscurantista, finì in esilio volontario a Berlino presso il despota illuminato Federico II e, come spesso accade ai liberi pensatori, se a Torino aveva guadagnato fama di pericoloso rivoluzionario, negli ambienti prussiani finì invece per passare come eccessivamente moderato. La sua opera maggiore, il trattato storico Delle rivoluzioni d'Italia (1768-1772), gli valse dal Carducci il riconoscimento di aver composto la prima storia complessiva d'Italia e dai governi contemporanei un deciso ostracismo, avendo egli additato nel clericalismo e nell'oziosità dell'aristocrazia i mali dell'Italia settecentesca. Fu tra i fondatori dei moderni studi di letteratura comparata con il suo Discorso sulle vicende d'ogni letteratura (1760), mentre una sua curiosa operetta, Bibliopea, o sia l'arte di compor libri (1766), ove non soltanto si tratta di stile e di lingua, ma anche di tecnica tipografica, del modo di evitare la censura e di altri accorgimenti utili alla composizione di un libro, è stata recentemente riproposta in anastatica (a cura di Emilio Mattioli, Modena, Mucchi, 1994).
Nella sua opera più contestata e che gli costò la perdita della cattedra all'Università di Torino, Dell'impiego delle persone, il Denina affrontò una questione pedagogica anche oggi di piena attualità con argomenti che, se pure alieni dalle contaminazioni di quel gergo da officina delle moderne discussioni sulla didattica (tutto fatto di strumenti, materiali, competenze, e attrezzi vari) che a ragione farebbe inorridire gli spiriti illuminati del passato (e dovrebbe infastidire non poco anche quelli del presente), conservano intatti interesse e valore. Alla lettura delle seguenti pagine del Denina gli incorreggibili sostenitori delle «magnifiche sorti e progressive», convinti che le diatribe del passato fossero soltanto vuote esercitazioni retoriche, e che soltanto la modernità sappia trovare argomenti di dibattito davvero importanti e illuminanti, dovrebbero insomma provare non pochi moti di stupore. E, ad esempio, potrebbe meravigliarli sapere che il problema dell'insegnamento del latino o del suo abbandono per discipline più moderniste fosse già discusso duecento anni orsono con preoccupazioni pedagogiche e sociali non troppo distanti dalle attuali; ma procediamo con ordine.
Il trattato Dell'impiego delle persone fu scritto nel 1773, nel 1777 stampato a Firenze e di quella stampa, ritenuta tanto pericolosa, Vittorio Amedeo III fece acquistare, con lo stipendio revocato al Denina, tutte le copie per distruggerle; ne conosciamo dunque il testo nella seconda edizione, pubblicata, in tempi ormai mutati, nel 1803. Il problema affrontato nel trattato è quello della miglior organizzazione sociale e cioè del miglior “impiego” delle persone ai fini dell'interesse comune; il che comportò nella parte introduttiva un, sia pur succinto, discorso sull'educazione. Il principio fondamentale, e a mio avviso degno ancor oggi di meditate riflessioni, è quello di procrastinare il più possibile gli studi specialistici a favore di una “compendiaria erudizione universale” che non può non avere a base le discipline umanistiche. Il Denina a questo proposito condanna il pregiudizio, in cui modernamente si incorre con troppa frequenza, consistente nel “credere che, per acquistare esperienza e pratica in una professione, faccia d'uopo che vi preceda tutto il corso compiuto della teorica e che questo studio della teorica debba esser molto diverso da ciò che costumasi nella pratica”. Evitare questa, deleteria comunque per la formazione dell'individuo, anticipazione della fase specialistica degli studi “serve anche – scrive il Denina – a prevenire un notabile, e purtroppo ordinario inconveniente, che nasce dall'impegnarsi troppo presto nello studio di una determinata professione.
Onde ne siegue che molti si conducono nella rea condizione di far quello che non hanno voglia di fare, e per conseguenza di far poco o niente, i quali se l'avessero intrapresa con più maturità o l'avrebbero coltivata con miglior successo o per tempo abbandonata per abbracciarne un'altra”. Peraltro la polemica contro le pretese dello specialismo già segnava la prima parte della Bibliopea, ove il Denina si opponeva a quanti sostenevano “esser miglior partito internarsi in una sola scienza che volere, per una folle presunzione di essere ad un tempo stesso e filosofi e naturalisti, e giureconsulti e teologi, e poeti ed oratori, perdersi alla fine nella superficie”. Egli ribatteva che la convinzione “che un uomo studioso facesse pure assai se giungeva a possedere un sola” scienza nasceva o dall'ignoranza del “volgo, che dalla mole dei libri misura l'estensione delle dottrine” o dall' “impostura” dei professori “più maliziosi e più interessati”, i quali volevano “far credere che la facoltà che essi insegnavano fosse infinita ed immensa, e che non mai fosse studiata, né appresa bastantemente”. Come un tempo contro la medioevale impostazione specialistica degli studi “in Italia tutti i valorosi ingegni, trasandati i noiosi metodi delle scolastiche istituzioni, si davano alla letteratura”, e grazie alla rivoluzione umanistica portarono al complessivo rifiorire di ogni dottrina, alla stessa stregua - così si concludeva la trattazione nella Bibliopea - anche nell'età moderna il prevalere della formazione umanistica assicurerebbe una migliore educazione, e dunque una successiva migliore applicazione nella professione e nell'approfondimento specialistico.
Stabilita dunque la necessità di un'impostazione pedagogica che prediliga le esigenze di una formazione non settoriale, e qui torniamo al trattato Dell'impiego delle persone, diviene per il Denina decisivo discutere la scelta della disciplina più utile al compito di educare i futuri cittadini, prima che questi si indirizzino a quegli studi specialistici più direttamente collegati al loro successivo “impiego” nella società. Ed esordisce con una premessa che, al di là di un lessico poco usuale alla lingua della didattica contemporanea, è nella sostanza assai simile agli obiettivi formativi che vengono abitualmente indicati dalla attuale programmazione scolastica: “il principio incontrastabile dell'educazione de' fanciulli è di assuefarli alla fissazione ed all'applicazione, e di tenerli dipendenti e sommessi”; per questa ragione non si può imporre loro uno stravolgimento dell'ordine abituale dell'insegnamento, come potrebbe fare chi premettesse “per cagion di esempio la rettorica alla grammatica, o la filosofia alla rettorica”, poiché, “nel dar tempo a' fanciulli di rinforzare il corpo e la mente”, li si deve occupare “in cose che non esigano né troppa riflessione, né un certo capitale di cognizioni che ancor non possono avere” (quanto dovrebbero meditare su questo punto gli estensori di manuali scolastici ove si pretende di insegnare la narratologia o lo strutturalismo ad allievi che non sanno coniugare i verbi e non distinguono un avverbio da un pronome!). Ma torniamo al Denina: dopo aver scartato la logica e la dialettica, inadatte all'età e alle competenze degli scolari; lo studio della religione, esauribile nei principi impartiti dai “brevi catechismi a ciò destinati”; quello della “morale” che infastidisce e annoia e, nel migliore dei casi, rende i giovani “impertinenti e soffistici”; e così ancora la storia, la geometria, la biologia e la fisica, che non potrebbero esaurirsi in altro che in un aggravio nozionistico, il Denina conclude indicando nello studio del latino il più confacente mezzo per l'educazione formativa dei giovani: “Dico della lingua latina, non tanto perché questa come madre delle lingue moderne, italiana, francese e spagnola possa giovar grandemente alla cognizione ed all'uso di queste medesime, né perché ella sia ancora la lingua comune de' dotti; quanto perché la natura di questa lingua è più propria a fissar l'attenzione de' fanciulli ed obbligarli ad un certo esercizio di combinazione che è per essi come una spezie di logica”. E quasi divinasse le farsesche pretese di moderne riforme che anni fa ipotizzarono la reintroduzione dello studio del latino come lingua parlata, aggiunge: “studiandosi le lingue antiche non per parlarle famigliarmente come si fa delle moderne, ma per intendere i libri che in esse sono scritti, poco gioverebbe impararle per abito e per esercizio di favellare”. Di fronte ai fallimenti della moderna didattica, e alla deleteria infatuazione per tutto ciò che suona come tecnicismo, le pagine del Denina non potrebbero essere utili a illuminare le menti di chi si ostina a brancolare nelle nebbie degli specialismi, tanto da aver fatto della stessa didattica una disciplina vuotamente specialistica? Né sarebbe giusto ravvisare motivo di scandalo nella concezione rigidamente classista del sistema scolastico, espressa in modo particolare nel quarto paragrafo del capitolo qui riprodotto: gli effetti catastrofici della politica scolastica fondata sul ripudio della selezione hanno di fatto danneggiato soprattutto i giovani meritevoli delle famiglie meno abbienti, impedendo loro di emergere grazie alle doti di ingegno personale. La risibile pretesa, coltivata per decenni, di introdurre principi di uguaglianza sociale a partire dalle istituzioni scolastiche, e di giungere a tale risultato attraverso un progressivo abbassamento, col tempo sempre più paradossale, delle competenze richieste per completare il corso di studi, ha fatto sì che i destini professionali degli individui venissero determinati al termine della carriera scolastica soltanto in virtù delle possibilità familiari e non del loro proprio merito. E peraltro l'appiattimento culturale prodotto, più o meno consapevolmente, dal sistema scolastico ha finito per risultare perfettamente funzionale alle esigenze del potere politico ed economico, nel formare consumatori pronti a recepire passivamente il martellamento della cosiddetta industria dell'informazione. Anziché favorire l'emancipazione del proletariato, la battaglia contro la selezione ha insomma ulteriormente irrigidito il sistema dei privilegi sociali, oltre a svilire il patrimonio culturale della nazione, poiché, come ben insegna Leopardi nel Dialogo di Tristano e di un amico, “Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e' si sa poco”.
Pur non coltivando la speranza che giungano mai a leggerle, e tantomeno a meditarle, dedico le seguenti pagine del Denina a tutti coloro che a vario titolo nei decenni passati hanno contribuito all'elaborazione di quella serie di riforme dell'ordinamento didattico che hanno progressivamente impoverito la scuola italiana fino a smantellarne quasi completamente le fondamenta medesime, nonché ai nuovi riformatori, rivoltisi alla sfera dei superiori studi universitari con l'intento di ultimare e completare l'opera.

Il testo è riprodotto dall'edizione Dell'impiego delle persone dell'abate Carlo Denina, Torino 1803, presso Michel-Angelo Morano, con il solo intervento della riduzione di j a i e con uno sfoltimento della punteggiatura originale, ritoccata anche qua e là dove mi pareva utile a una migliore comprensione dell'enunciato.
DOMENICO CHIODO



Dell'impiego delle persone

di Carlo Denina
Capo II
Principi generali per disporre a' convenienti impieghi ogni ordine di persone

Tutti i provvedimenti e tutti gli ordini indirizzati all'accrescimento e miglioramento d'una Nazione riuscirebbero vani, o avrebbero effetto poco durevole, dove non si procurasse di dare a' fanciulli ed a' giovani educazione ed avviamento convenevole alla condizion di ciascuno. Perciocché una persona avvezzata all'ozio ed alla mollezza da' primi anni, ed ignorante d'ogni bell'arte, non intraprenderà nulla di buono nell'età matura, e chi s'è dato una volta alla mendicità, più non si mette al lavoro. L'educazione è quella che può da sé sola prevenire gran parte de' civili disordini, e tenere aperta e render facile la strada a tutti i partiti che si possono prendere per dar occupazione ad ogni genere di persone. Veramente in tutte le colte Nazioni di Europa si sono stabilite scuole e maestri pubblici anche ne' borghi e ne' villaggi; ma non so per qual inavvertenza o destino nell'ordinare le scuole pubbliche, che sono lo stromento e l'organo della pubblica educazione, pare che non si avesse altra mira che di promuovere lo studio delle lettere; ed alcune società particolari che ne conobbero l'importanza e l'estensione, o furono sospettate a torto, o effettivamente fecero servire la pubblica educazione piuttosto a proprio loro interesse che a pubblica utilità. Il peggio si è che cotesti stabilimenti di pubbliche scuole assai spesso riescono inutili a coloro a cui potrebbero giovar grandemente, e sono occasione di ozio o di malaventura a molti altri. Ma poiché nulla ci rimane oggi mai a dire in questo genere che già non si legga in molti libri, io mi contenterò di stabilire questo fondamento necessario al soggetto che ho preso a trattare, che l'educazione debba essere pubblica, lunga, ed universale.


§ I
L'utilità della pubblica educazione
Per dimostrare che l'educazione debba esser pubblica non ci è d'uopo ricorrere a ragioni politiche e speciose, come a dire, ch'ogni cittadino sia allevato secondo le massime dello stato in cui nacque; basterà osservare che l'educazione pubblica è generalmente la sola possibile, e che per giuste e ragionevoli che sieno le regole che si prescrivono di educazione particolare, qualora però si viene al fatto, è cosa difficile il non trovar circostanze che ne disturbino l'esecuzione, e di venti famiglie appena ce n'è una in cui si possa realmente far quello che speculativamente si approva e si loda. Bensì l'educazione scolastica può camminare con qualche sicurezza di profitto; e chiunque ha i mezzi di educare ed instruire domesticamente i figliuoli, per questa stessa ragione può tanto più facilmente godere dei vantaggi delle pubbliche scuole senza temere i pericoli e gli inconvenienti. Non è credibile, qualunque sia l'alta opinione che abbiamo delle cose Romane, che a' tempi di Vespasiano e di Domiziano le scuole fossero meglio instituite e meglio governate che a' tempi nostri. Eppure un celebre letterato di quel secolo1, esaminate tutte le ragioni che si possono allegare per una parte e per l'altra, conchiuse assolutamente esser più utile in generale che i fanciulli siano instruiti nelle scuole pubbliche che nelle case private. Ma poiché la più ordinaria querela che si suol sentire in questo proposito nasce da una opinione generalmente ricevuta, che nelle scuole si perde troppo tempo in cose tediose ed inutili, vuolsi in primo luogo levar via un tal pregiudizio. Dico pertanto che il fondamento più sicuro e il principio incontrastabile dell'educazione de' fanciulli è di assuefarli alla fissazione ed all'applicazione, e di tenerli dipendenti e sommessi. Del resto qualunque sorta di occupazione si elegga, può aver tali vantaggi che compensino ogni utilità che si potesse aspettare da occupazioni di altro genere: perocché se consideriamo le cose per se stesse, invece di seguitar l'ordine ricevuto generalmente nelle classi scolastiche, non mancherebbe forse motivo di premettere per cagion di esempio la rettorica alla grammatica, o la filosofia alla rettorica. Ma la ragione che ci determina in questo fatto è la necessità di adattarsi alla tenera età; e nel dar tempo a' fanciulli di rinforzare il corpo e la mente, occuparli frattanto in cose che non esigano né troppa riflessione, né un certo capitale di cognizioni, che ancor non possono avere. La logica o la dialettica gli stanca con poco frutto, poiché non avendo né molte idee, né chiare, non sono capaci di ragionare, né di riflettere. Lo studio della religione, che non può mai cominciarsi troppo per tempo, non dee però estendersi, per rispetto a quella età, piucché ai principi che si contengono nei brevi Catechismi a ciò destinati. E la morale, se si vuole insegnare per via di lunghe lezioni, gli infastidisce e gli annoia, e senza farli migliori li rende impertinenti e soffistici. La mitologia e la storia, non essendo ancora essi capaci di profittarne, li rende ciarlieri importuni, e riempie loro la testa di chimere. La geometria troppo li fissa, li logora ed isterilisce. La storia naturale e la fisica esigono istruzioni private e particolari: e niuno di questi studi potrebbe formare un'occupazione ordinaria e continua a' teneri fanciulli, eziandio dove s'instruissero privatamente. Per la qual cosa lo studio delle lingue, e della latina spezialmente, è il più confacevole ed il più proprio a tenerli occupati, finché crescendo in età si rendano capaci di profittare negli altri studi. Dico della lingua latina, non tanto perché questa come madre delle lingue moderne, Italiana, Francese, e Spagnuola, possa giovar grandemente alla cognizione ed all'uso di queste medesime, né perché ella sia ancora la lingua comune de' dotti; quanto perché la natura di questa lingua è più propria a fissar l'attenzione de' fanciulli, ed obbligarli ad un certo esercizio di combinazione che è per essi come una spezie di logica. Al qual proposito conviene osservare, che studiandosi le lingue antiche non per parlarle famigliarmente come si fa delle moderne, ma per intendere i libri che in esse sono scritti, poco gioverebbe impararle per abito e per esercizio di favellare, come alcuni vorrebbono, poiché l'esperienza ne dimostra che i Polacchi e gli Ungheri, i quali le imparano in questo modo, e le parlano anche speditamente, se prendono un libro latino non ne capiscono niente più che uno scolaro de' più mediocri. Per la qual cosa è manifesto che quella lunga sua cessione2, e que' tanti nomi di diverse classi che sbigottiscono chi sta alla prima apparenza, tendono di lor natura e al ben pubblico ed al vantaggio della gioventù: ed è vano errore quello di molte persone, le quali si credono d'aver tanto meglio educati i lor figliuoli quanto più presto li veggono giunti al termine degli studi scolastici.

§ II
Come l'educazione debba esser lunga
Il fine dell'educazione de' fanciulli non debbe esser altro che di procurare che essi giungano ad una certa età con la mente fornita del maggior capitale possibile di utili cognizioni, e col corpo addestrato a tutti quegli esercizi che possono convenire alla condizione di ciascuno. Ora se i giovani, finite che hanno le scolastiche lezioni, imparano, e più facilmente, e cose più utili ed importanti, che non facessero prima, è fuor d'ogni dubbio da commendar la premura, che si ha comunemente, di farli giugnere al fine di quella carriera. Ma se per lo contrario siamo per manifeste prove assicurati che la somma delle cose che si possono apprendere da' giovani mentre frequentano le accademie e le scuole è maggiore; e l'importanza e l'utilità non è punto minore; allora si dee per certo conchiudere che tanto è meglio che essi pervengano al termine de' pubblici studi piuttosto, per cagion d'esempio, ai 20 che ai 18 anni, o piuttosto ai 24 che ai 21, secondo la diversità de' talenti, e delle professioni a cui sono destinati, quanto è più lontano da' pericoli morali e fisici un giovane gentiluomo fra una schiera scolaresca, che libero e sciolto, e abbandonato al fervore ed alla foga sua in mezzo al mondo; e quanto meno costa ad un padre di famiglia il mantenere un figliuolo ancora scolaro in casa, o ne' collegi, che somministrargli le spese, dacché con la laurea in capo vuole assolutamente vivere da signore.
Il motivo che induce i parenti e i figliuoli, che già hanno qualche cognizione di mondo, ad affrettarsi di giugnere al fine della carriera scolastica è la premura di acquistare il titolo di anzianità, e darsi all'esercizio pratico di quella scienza a cui sonosi rivolti, per essere più presto che sia possibile stimati capaci e meritevoli di qualche uffizio, od in altra maniera tirar profitto dai loro studi. Questa premura nasce da due pregiudizi. Il primo è supporre che realmente nelle concorrenze agli onori ed agli impieghi s'abbia riguardo all'anteriorità del grado, e non piuttosto al merito proprio e reale. Eppure egli è certo che nel conferire gli uffizi, sì civili, che ecclesiastici, e letterari, poche volte, e piuttosto in precedenze di cerimonia che in sostanza, si tien conto delle anteriorità de' gradi e de' titoli. E si può di fatto osservare che la più parte di coloro che, passati per li gradi accademici, aspirano agli impieghi, o all'esercizio della propria facoltà, sono costretti di studiare ed apprendere cose che si sarebbero apprese, od egualmente o meglio, avanti il dottorato, come la storia, la geografia, la filosofia morale, qualche esercizio di stile e di eloquenza, e qualche maggior cognizione di cose fisiche e naturali. L'altro pregiudizio è il credere che per acquistare esperienza e pratica in una professione faccia d'uopo che vi preceda tutto il corso compiuto della teorica, e che questo studio della teorica debba essere molto diverso da ciò che costumasi nella pratica.
Non si vuol già negare che per quanto si faccia bene il corso di una facoltà, affinché tutto quello studio scolastico si possa applicare all'esercizio di un impiego, richiede o poco o molto di quella che tutti intendono sotto nome di pratica. Ma egli è bene evidente che dove per l'ordinario appena bastano 6 o 7 anni dopo il dottorato prima che in un giovine si supponga maturità sufficiente, questa maturità si otterrebbe in due o tre anni, quando salisse ai gradi più fondato e più istrutto. Oltreché fa d'uopo avvertire che né la pratica della legale, né della medicina, né quella che per rispetto a' teologi chiamasi conferenza, non esige di sua natura che vi precedano gli onori accademici. Che cosa impedirà, per cagion d'esempio, un chierico studente d'intervenire talvolta alle conferenze, solo che la distribuzione delle ore il comporti, e di ascoltar sermoni, e prediche, e legger libri di dottrina cristiana, di storia, di eloquenza sacra, e pigliar cognizioni eziandio nelle cotidiane conversazioni di ministero ecclesiastico! Un giovane che si destini alla toga, perché non potrà convivendo col padre, o con altro parente, o amico di casa, anche nel corso degli studi scolastici, prender pratica di foro, di curia, di segreteria, o di altri affari? Ed il figliuolo d'un medico, o d'un cerusico, perché non potrà parimente acquistar esperienza di medicina o di chirurgia durante il corso degli studi? Supposto una volta che i giovani scolari intraprendessero lo studio, ciascuno della sua facoltà, con maggior capacità e giudizio, egli è certissimo che intenderebbero ed imparerebbero più facilmente ciò che alla lor professione appartiene, e rimarrebbe loro quanto tempo volessero da attendere ancora a qualche altra cosa.

§ III
Fino a qual segno l'educazione debba essere universale, e perché
Generalmente parlando questo metodo di mescolar l'esercizio di una facoltà con lo studio di essa e di premettere in parte la pratica alla teorica nel modo accennato, eziandio per quest'effetto il corso scolastico degli studi sarebbe per molti riguardi utilissimo, e di somma importanza per prevenir l'ignoranza, l'inerzia e l'ozio in molti di coloro che pur son destinati alle professioni letterarie. Primieramente sebbene è verissimo per una parte che la teorica e la speculativa serva di guida e d'introduzione all'esercizio pratico delle arti e delle scienze, egli è non meno dall'altro canto che la cognizion pratica delle cose serve di fondamento alle speculazioni teoriche, ne rende più facile e più sicuro lo studio, e previene le illusioni, le visioni, i pregiudizi, in cui trascorrono non di rado le persone studiose quando si abbandonano alle loro immaginazioni, e si formano od abbracciano vani sistemi e fanatismi, perché non hanno idea reale e pratica delle cose. Se in questa guisa accaderà di allungare di due o tre anni il termine dell'ordinario corso degli studi, egli è assai probabile che se ne verranno a guadagnar cinque o sei nella sostanza; e laddove si suol dire non senza ragione che il più de' Dottori sono meri scolari, sarebbono realmente, come il nome suona, veri maestri, e in poco di tempo sariano capaci di quegli impieghi che alla professione loro si convengono. A questo proposito si debbe ancora avvertire che il corso scolastico non sarà d'impedimento, né d'ostacolo a tutte le altre cose in cui secondo la condizione di ciascuno si vorranno ammaestrare ed esercitar i fanciulli. Perciocché in primo luogo non toglierà alla nobil gioventù l'esercitarsi nelle arti cavalleresche, le quali possono non solamente conciliarsi con gli studi scolastici, ma servire utilmente d'intermezzo e di ricreazione; e la concorrenza de' compagni renderà questi esercizi più ricreativi e più utili.
Per altra parte egli è evidente che qualora si siano bene e diligentemente appresi i principi, o sia gli erudimenti della grammatica, lo studio de' libri classici che si leggono nelle scuole comprende una parte notabile di ciò che si dee in ogni modo imparar da persone gentili. Anzi diremo, pur chiaramente, che l'istesso sistema degli studi scolastici importa ed abbraccia una certa maniera d'istituzione e dottrina universale, conciossiaché nello studio delle umane lettere e di eloquenza si comprenda una buona parte dell'istoria antica, della politica, e della critica; nella filosofia i principi essenziali della morale e della giurisprudenza; e nella geometria e nella fisica i fondamenti delle matematiche e della medicina. Ed è tanto evidente l'utilità di questa compendiaria erudizione universale, che per quante mutazioni siano avvenute nella letteraria repubblica, questo sistema, che gli scolastici presero da Aristotile ed introdussero nelle Università, e lo tramandarono fino a noi, si mantenne fermo ed invariabile. Infatti veggiamo, allorché cominciavano appena a stabilirsi le scuole pubbliche in Europa, proporre3 gli stessi studi che a' nostri giorni raccomandò tuttavia il celebre Procurator generale di Bretagna nel suo Saggio sopra l'educazion nazionale4. E con tutte le invettive dei Protestanti e di molti Cattolici contro i pregiudizi e le barbarie degli scolastici e dei frati, non trovo però che fra tanti critici del passato e del presente secolo sia stato finora alcuno che rifiutasse o disapprovasse in questa parte un tal metodo di educazione letteraria.
Né questo sistema d'istituzione comprendente i principi di diverse arti e scienze giova soltanto ad agevolare il progresso in quella facoltà particolare che si vuole intraprendere, per la mutua dipendenza ed unione che può avere con le altre, ma serve anche a prevenire un notabile e purtroppo ordinario inconveniente che nasce dall'impegnarsi troppo presto nello studio di una determinata professione. Onde ne siegue che molti si conducono nella rea condizione di far quello che non hanno voglia di fare, e per conseguenza di far poco o niente, i quali se l'avessero intrapresa con più maturità, o l'avrebbero coltivata con miglior successo, o per tempo abbandonata per abbracciarne un'altra, né si sarebbero ridotti a segno di viver sfaccendati ed oziosi, perché dell'impresa professione non curansi, ed altra non sanno, o non ardiscono d'intraprenderne. A questo si aggiunga che dopo il tempo in cui si elegge uno stato, per quanto maturamente si faccia, possono in tante maniere cangiare le circostanze che la professione di prima riesca affatto inutile, o la persona inabile ad esercitarla, sicché giovi assolutamente l'impiegarsi in altro. E come che sia generalmente più utile consiglio e regola più sicura, così per vantaggio particolare come per utilità pubblica, che ciascuno costantemente ed unicamente continui in quella carriera in cui si è messo da prima, non si può tuttavia né giustamente impedire, né biasimare chi cambia occupazione ed impiego. L'esempio degli antichi generalmente, e di molti celebri moderni ne dimostra che il pubblico servizio non iscapita di questa mutazione; e rispetto ai particolari sarebbe cosa contraria alla civile libertà, e però poco giusta, il voler impedire le persone di applicarsi a quelle cose in cui credono di poter trovare maggiore o guadagno, o onore, o soddisfazione.
Un cittadino Romano era avvocato nei Tribunali, politico nel Senato, questore o, come diremo noi, finanziere in Provincia, pontefice nei Collegi, soldato nei confini dell'Imperio, agricoltore nella sua villa, e filosofo e autore nel suo ritiro: e tanto manca che questa varietà d'impieghi nuocesse allo Stato, che anzi fra le cagioni della decadenza dell'Imperio si conta questa principalmente d'aver distinte le professioni dei cittadini. E la storia moderna ne propone nel Czar Pietro il Grande un nobilissimo esempio per dimostrar quanto giovi alle persone di altissimo stato il pigliar cognizione e pratica di ogni cosa, e discendere a certi minuti ragguagli e particolarità, che potrebbero parer non pure inutili, ma sconvenevoli affatto al loro grado.

§ IV
Difetti ed abusi della pubblica educazione, e mezzi di ripararvi
Vero è che nella più parte de' paesi non solamente gli ordini e gli stabilimenti non aiutano di fatto o favoriscono questa utile maniera di educazione universale, ma, come già abbiam detto, vi sono piuttosto contrari: perocché quasi tutto tende ad insegnar lingue antiche o principi di letteratura a molta gente che non è nata, né destinata alle scienze. Se i curati ed i giudici de' villaggi porranno mente alla moltitudine degli oziosi e de' miserabili che hanno nelle loro parrocchie e nei loro distretti, troveranno che molti di quelli sarebbono stati buoni artigiani e buoni coltivatori, se non avessero incominciato ad impoltronir nelle scuole dai lor primi anni; e che la prima cagione dell'oziosità e scioperaggine d'infiniti borghesi e plebei procede dall'essersi messi a studiar il latino quelli che non doveano al più al più saper altro che leggere e scrivere l'abaco ed il catechismo. Con tutto questo il vietare assolutamente la carriera degli studi alle persone nate in umile condizione e fortuna sarebbe talvolta fraudar lo stato e l'umana società di ciò che potrebbe far di singolare un felice ingegno nato di vil nazione5, e sarebbe peraltro cosa poco civile, poco umana, e odiosa per altra parte, e assurdità manifesta, che sotto pretesto di studio, e per una fallace speranza di salire per questa via a maggior fortuna, sia aperta un'infallibile strada all'ozio, alla miseria, e spesso ancora alla ribalderia. Ma ad un tal disordine si potrebbe andar incontro per due vie: la prima sarebbe di trattenere con fermezza inflessibile i giovani, spezialmente plebei, che non s'avanzino nelle classi, qualora non abbiano assolutamente la capacità necessaria. In questa maniera coloro che hanno veramente ingegno e disposizione singolare agli studi, e che però son degni di uscir dall'ordine in cui sono nati, si applicheranno maggiormente; e mentre essi medesimi si assicureranno la via di salire a maggior stato, il pubblico ne trarrà quel vantaggio che dee aspettarsi da cotesti talenti. I goffi e i mediocri, stancati dalle difficoltà di avanzarsi, e convinti essi ed i parenti loro dell'impossibilità di segnalarsi e far fortuna per via degli studi, si applicheran di buon'ora a quelle arti e professioni per cui son nati. Di qui ne verrebbe ad un tempo stesso vantaggio, lustro, e splendore alle professioni liberali, le quali tuttodì sentiamo dire che sono avvilite e guaste da un soverchio numero di professori meschini ed inabili, e si accrescerebbono i soggetti alle arti grosse e meccaniche, de' quali il numero non è mai troppo abbondante. Ma questa maniera, che pare la più facile a proporre, è tuttavia la più difficile ad eseguirsi: perocché egli è quasi impossibile, o almeno rarissimo, che nelle persone preposte al governo immediato s'unisca con la debita e conveniente capacità e dottrina tanta autorità, tanto zelo, e tanta fervidezza, che sappia e possa resistere all'importunità de' parenti ed alle sollecitazioni de' protettori, che non mancano mai a' fanciulli, eziandio più indegni e più vili. Il secondo spediente sarebbe quello di prevenir il disordine, di render meno frequenti le scuole di lettere e di scienze, sicché nei piccoli villaggi s'insegnasse solamente la dottrina cristiana, leggere, scrivere, e conteggiare; nei grossi borghi e nelle picciole città s'andasse sino alla grammatica; le scuole d'umane lettere e la filosofia si riducessero alle città principali d'ogni provincia; la teologia dove vi sono Vescovi, e gli studi generali nella metropoli. Sappiano però le persone agiate e civili stabilite ne' villaggi e ne' borghi, le quali vorranno applicare i loro figliuoli alle professioni liberali, esser miglior partito per loro mandarli a studiare nei collegi, che, per una malintesa economia, o per soverchia tenerezza, desiderare e cercare che siano lungamente trattenuti nella propria terra dal maestro di scuola. Che se fra' poveri fanciulli villereschi o borghesi taluno sortisse genio felice destinato a grande riuscita, egli è moralmente impossibile che non trovi qualche ecclesiastico, o altra persona caritatevole e generosa che gli dia avviamento, o gli procuri l'occasione ed il mezzo di portarsi a studiare altrove. Una prova fortissima e bastevole a convincerne che per sostegno degli studi non è bisogno di stabilire scuole di lettere in ogni angolo delle provincie, è il vedere che esse furono per la più parte istituite dopo i maggiori e più notabili progressi che fecero così le belle arti come le scienze.
Siccome la forza del corpo s'acquista con la fatica, così il vigor dello spirito è sempre proporzionato alla resistenza ed alla difficoltà che s'incontra nell'acquistar cognizioni. E la storia degli uomini illustri, come di Pietro Lombardo, di Pio V, di Sisto V, e d'infiniti altri ne fa fede quanto alto si può salire non solamente senza comodo di privata educazione, ma senza aver sulla porta di casa le pubbliche scuole. Se i Cardinali Perron e Richelieu, quando appena cominciarono le scienze a gettar fondamento e radice, stimavano che, non solo per non diminuire il numero degli artisti meccanici e de' mercatanti, ma per vantaggio delle stesse scienze e delle lettere, le scuole e i collegi fossero meno frequenti, che non si dovrebbe dire a' tempi nostri, in cui non v'è terra sì piccola che non abbia un maestro di grammatica, né borgo notabile che non abbia scuole di rettorica e di filosofia, benché per l'infinita copia di libri d'ogni sorta appena possano stimarsi necessarie nelle grandi città! Non dirò già per questo che s'abbiano a diminuire né i maestri, né le scuole generalmente: perocché a dir vero non è neppure utile al governo, né al ben comune della società il privarsi né punto né poco di questo efficacissimo mezzo di contenere la gioventù vivace e bollente, ed accostumarla alla subordinazione e dipendenza. Dico bensì che il più opportuno spediente di prevenire i danni ed i disordini, che pur si veggono procedere dalle scuole, sarebbe a parer mio il cangiarne in parte l'oggetto, cosicché in diversi luoghi invece di studi puramente letterari, e spesso inutili al più de' fanciulli che le scuole frequentano, s'introducessero altre arti ed altri esercizi d'utilità più diretta e più sicura. Molti continuano o da' parenti si fanno continuare nelle scuole perché pur non sanno che altro fare, e facilmente s'indurrebbero ad imparare qualche arte meccanica, se avessero pronto e facile lo indirizzo, e fiducia probabile di poterne trarre fra breve sostentamento e guadagno. Però non si può abbastanza aver obbligo a coloro che in qualunque modo si studiano di procurare a' giovani poveri e plebei l'opportunità d'imparar qualche arte e rendersi utili alla società. Ma per divisare quale sorta di pubblici stabilimenti siano più convenienti e più utili, affine di procurare ai figliuoli di parenti poveri, ed orfani, opportunità d'impiegarsi e guadagnarsi il vitto, e chiudere la sorgente della mendicità, sarebbe d'uopo di entrare in lunghe ed infinite distinzioni delle circostanze locali e politiche di ogni stato, di ogni provincia, e di ogni parte onde è composto, sì per determinare qual genere di lavori possa meglio convenire ed aver seguito e riuscita, sì per indicare le vie ed i mezzi di promoverli e mantenerli; per altra parte ci converrebbe distinguere le condizioni delle persone a cui si cerca di proporre e suggerire occupazioni ed impieghi: però molte cose, che forse si potrebbono desiderare su questo proposito, troverannosi notate nel progresso di questo trattato, e qui crediamo che basti l'averle in generale accennate.

DOMENICO CHIODO



Note

1. Si tratta ovviamente di Quintiliano; il riferimento è a Institutio oratoria I II.
2. Declinazione, latinismo. La voce non è registrata nel GDLI.
3. Emendo in questo modo il testuale propose.
4. Si tratta di Louis René de Caradeuc de La Chalotais (Rennes 1701 - 1785), procuratore generale distintosi particolarmente nella lotta all'Ordine dei Gesuiti. L'edizione del suo Essai risale al 1763; in relazione all'espressione a' nostri giorni si ricordi che la composizione del trattato del Denina risale al 1773, anche se noto soltanto tramite l'edizione del 1803.
5. Nascita, condizione.