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	<TEI.2>
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				<titleStmt>
					<title>da <hi rend="corsivo">Le pompe funebri, overo Aminta e Clori</hi></title>
					<author>Cesare Cremonini</author>
					<respStmt>
						<resp>Curatore</resp>
						<name>Domenico Chiodo</name>
					</respStmt>
				</titleStmt>
				<publicationStmt>
					<publisher>Edizioni Res</publisher>
					<pubPlace>Internet</pubPlace>
					<date>I semestre 2005</date>
				</publicationStmt>
				<seriesStmt>
					<title>Lo Stracciafoglio</title>
					<respStmt>
						<resp>Redazione</resp>
						<name>Andrea Donnini</name>						
						<name>Domenico Chiodo</name>
						<name>Roberto Gigliucci</name>
						<name>Paolo Luparia</name>
						<name>Massimo Scorsone</name>
						<name>Rossana Sodano</name>
					</respStmt>
				</seriesStmt>
				<noteStmt>
					<note type="genere">Rassegna semestrale di italianistica</note>
					<note type="numero">Nuova Serie - Anno I Numero I</note>
					
				</noteStmt>
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					<bibl>
						<title>Le pompe funebri, overo Aminta e Clori, favola silvestre 6.</title>
						<author>Cesare Cremonini</author>
						<editor>Appresso Vittorio Baldini</editor>
						<pubPlace>Ferrara</pubPlace>
						<date>1590</date>
					</bibl>
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			</fileDesc>
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		<text>
			<front>
				<div type="introduzione">
				   <div1 type="intro">
					<head type="intro">Introduzione</head>
					
					<p type="intro">
     In un’epoca in cui si compiono in nome di Dio carneficine efferate precipitando su cittadini inermi quintali di esplosivo prodotto con la pi&#x00f9; alta tecnologia al fine di ottenere gli effetti pi&#x00f9; spaventosi, e sempre in nome di Dio si esibisce la mostruosa ferocia con cui, armati di coltellacci da macellaio, si eseguono sanguinose decapitazioni di nemici prigionieri, appare doverosa la celebrazione di quanti sono stati protagonisti della luminosa storia dell’ateismo e della lotta alle menzogne religiose: ben volentieri perci&#x00f2; lo spazio che in ogni numero di questa rivista &#x00e8; andato a testi irriverenti e, come si usava dire due secoli orsono, ‘grassocci’ viene questa volta destinato a un brano di un’opera di Cesare Cremonini, che alla storia dell’ateismo appartiene a buon diritto, nonostante i pi&#x00f9; recenti tentativi di sottrarvelo. Mi riferisco in particolare agli studi di Antonino Poppi, pi&#x00f9; che benemerito difensore della memoria del filosofo<ref target="1">1</ref>, ma impegnato con tenacia degna di miglior causa a voler negare veridicit&#x00e0; all’immagine di «alfiere del libero pensiero europeo, ateo e materialista» che, a suo credere, &#x00e8; soltanto una costruzione ideologica dei «libertini francesi del Seicento»<ref target="2">2</ref>. 
</p>
					<p type="intro">
In verit&#x00e0;, a meno di essere in malafede, non si pu&#x00f2; negare  che Cremonini fosse circondato a Padova e a Venezia dalla fama di ateo, n&#x00e9; si pu&#x00f2; negare che senza la protezione della Serenissima il Santo Uffizio avrebbe proceduto contro di lui con accanimento anche maggiore di quello usato nei confronti di Galilei. E nemmeno si pu&#x00f2; addurre a prova di una sua supposta ortodossia religiosa la testimonianza di documenti ufficiali (addirittura il rogito testamenta-rio!<ref target="3">3</ref>) o altre attestanti la cura usata dal Cremonini nel trattare temi come quello della mortalit&#x00e0; dell’anima, affermando sempre in tale ambito la preminenza della verit&#x00e0; rivelata rispetto alla ricerca filosofica; anzi, in piena sintonia con l’insegnamento del Pomponazzi, proprio tale affermazione, ponendo una contraddizione tra razionale confutazione della tesi dell’im-mortalit&#x00e0; ed esibita sottomissione al dogma teologico, non poteva non suonare per i suoi allievi come un aperto invito a interpretare la contraddizione tra le due verit&#x00e0; come il tipico espediente della tradizione dell’aristotelismo veneto per evitare che la pi&#x00f9; libera espressione del proprio pensiero conducesse a condividere la fine destinata alle castagne<ref target="4">4</ref>. 
</p>
					<p type="intro">
      Certo &#x00e8; comunque che all’ateismo del Cremonini, per quanto non vi creda Poppi, credettero invece gli inquisitori che, come i pi&#x00f9; recenti accertamenti hanno ampiamente dimostrato, perseguitarono il filosofo per oltre trent’anni, tentando ripetutamente di coglierlo in fallo per richiederne la consegna al governo della Repubblica Veneziana che invece sempre lo difese mirabilmente<ref target="5">5</ref>. L’accanimento con cui la Congregazione del Santo Uffizio procedette ininterrottamente nei confronti del Cremonini facendone un vero e proprio sorvegliato speciale riceve ulteriore luce da due documenti da me reperiti tra le carte del <hi rend="corsivo">Fondo Borghese</hi> dell’Archivio Segreto Vaticano, che mi riprometto di pubblicare nel prossimo numero dello «Stracciafoglio». Uno di essi non aggiunge molto di nuovo a quanto gi&#x00e0; si sapeva, testimoniando delle indagini condotte sul filosofo in occasione della pubblicazione del <hi rend="corsivo">De coelo</hi>: si tratta di una lettera del cardinal Millino datata al settembre del 1614, ove il dato pi&#x00f9; interessante &#x00e8; l’intervento in chiosa di pugno del pontefice che raccomanda di portare la questione in discussione alla Congregazione per averne esplicito parere. Assai pi&#x00f9; interessante &#x00e8; un precedente documento, un’“informazione intorno al Dottor Cremonino delli 4 d’Aprile 1608” stilata da un anonimo personaggio incaricato di spiare e sorvegliare il filosofo nel tentativo di raccogliere prove contro di lui. Al di l&#x00e0; dell’interesse storico del documento, colpiscono i ritratti dei protagonisti che si ricavano dalla narrazione: da un lato il sagace ed eticamente irreprensibile comportamento del filosofo, circondato dal benvolere di chi standogli intorno in ogni modo tenta di difenderne la persona e preservare la segretezza degli insegnamenti destinati alla pi&#x00f9; ristretta cerchia dei fedeli; dall’altro l’odiosa caparbiet&#x00e0; con cui la spia tenta di penetrare la barriera protettiva cercando di stornare da s&#x00e9; i sospetti e nel contempo suggerendo alle autorit&#x00e0; ecclesiastiche quali discepoli del filosofo si potrebbero pi&#x00f9; utilmente sottoporre a indagini nel tentativo di cavare “ogni cosa”. 
</p>
					<p type="intro">
   Come si &#x00e8; detto, tali documenti saranno resi pubblici nel prossimo numero della rivista, ora invece si pubblica un brano da un’opera letteraria del Cremonini, la pi&#x00f9; famosa, cio&#x00e8; la favola pastorale edita a Ferrara nel 1590, <hi rend="corsivo">Le pompe funebri, overo Aminta e Clori, favola silvestre </hi> <ref target="6">6</ref>. Il brano che si propone, sul quale recentemente ha richiamato l’attenzione anche Antonio Corsaro<ref target="7">7</ref>, &#x00e8; nella scena seconda del primo atto, ovvero proprio all’inizio della favola, e ritrae il Sacerdote intento a una sorta di sermone indirizzato a un giovine Ministro che si interrogava sulle ragioni del rito celebrato in onore del mitico pastore siciliano Dafni nella ricorrenza delle sue esequie, festivit&#x00e0; che costituisce l’ambientazione e lo spunto da cui prende le mosse, oltre che il titolo, la favola. Non di essa intendo per&#x00f2; occuparmi: si tratta di una delle numerose opere composte a imitazione dell’Aminta e la si sa rappresentata a Ferrara al cospetto di Eleonora d’Este e con la presenza di intermezzi che venivano a comporre un’ulteriore favola scenica, <hi rend="corsivo">La riforma del regno d’Amore </hi>, pubblicata in calce alla <hi rend="corsivo">favola silvestre </hi>  nelle edizioni Baldini<ref target="8">8</ref>; tra numerose lungaggini e alcuni squarci poetici di un certo pregio <ref target="9">9</ref>, essa giunge all’obbligato lieto fine amoroso con talune invenzioni proprie al genere comico che in parte la allontanano dal modello tassiano dell’ <hi rend="corsivo">Aminta </hi>. Qui interessa soltanto l’orazione con cui il sacerdote illustra la natura dell’autentico sentimento religioso, il “sacro instinto” che rende devoti al proprio “conservatore”.   
</p>
					<p type="intro">
     L’inizio dell’orazione, ricco di un afflato cosmico che non ha molti riscontri nella nostra tradizione letteraria<ref target="10">10</ref>, parrebbe mostrare un atteggiamento del tutto consonante con i canoni dell’ortodossia religiosa; e tuttavia il riferimento alla leggenda del peccato originale che rende “nocente” il calore solare dopo l’empiet&#x00e0; commessa dall’uomo, sembra quasi voler stornare l’attenzione dal richiamo alla purezza “d’eternit&#x00e0;” dello splendore solare sorgente dall’infinit&#x00e0; orientale (“l’infinito immenso Gange”), concetto che, tanto pi&#x00f9; in bocca a un aristotelico, non pu&#x00f2; non richiamare l’affermazione filosofica secondo cui non pu&#x00f2; darsi creazione in un universo la cui natura sia eterna. Il dipanarsi della descrizione della “mirabil sembianza” dell’universo muove poi progressivamente a disegnare una religione dell’immanenza ove la funzione divina &#x00e8; la conservazione e la perpetua rigenerazione dell’universo, rappresentata con una elevatezza di tono e un’ampia articolazione speculativa che si ricollegano direttamente alla bellissima prolusione<ref target="11">11</ref> pronunciata dal Cremonini il giorno del suo insediamento alla cattedra di <hi rend="corsivo"> philosophia naturalis </hi> dell’Ateneo padovano, ovvero il 27 gennaio del 1591, pochi mesi dopo la prima rappresentazione delle <hi rend="corsivo">Pompe funebri </hi> .
</p>
					<p type="intro">
    Nella prolusione, scandita da una sorta di ritornello (“Mundus nunquam est, nascitur semper, et moritur”), vi &#x00e8; la raffigurazione dell’incessante moto della materia, il principio del dinamismo su cui si fonda la <hi rend="corsivo"> physica </hi>  aristotelica tradotto in passi di grande efficacia oratoria: “Ite auditores, nihil est apud nos adeo floridum, quin deflorescat, adeo grande, quin decidat, adeo constans, quin corruat. Fluxa haec sunt quibus cingimur, momentanea, instabilia omnia: ita tandem mundus nunquam est, nascitur semper, et moritur”<ref target="12">12</ref>. E in tanto precaria instabilit&#x00e0; la sola cosa capace di offrire serenit&#x00e0; e quiete all’uomo &#x00e8; la conoscenza, e in particolare la conoscenza di s&#x00e9;, l’apollineo <hi rend="corsivo">Nosce te ipsum </hi>. Tale conoscenza si specifica invece nel brano poetico della “favola silvestre” nel riconoscersi in unione con Dio, per cui ogni creatura “Sa che non &#x00e8; se non quanto &#x00e8; da Dio”, primo motore la cui perfezione attira a s&#x00e9; gli esseri producendo quella sorta di immanente <hi rend="corsivo">flatus </hi> che spira con eguale intensit&#x00e0; a infondere vita agli elementi, al mondo vegetale, alle fiere, all’uomo. E si noti anche la progressione con cui la forza vivificatrice perde via via i connotati pi&#x00f9; spirituali, passando anche nella definizione lessicale dal “Dio saggio” dei primi versi alla “Deit&#x00e0; che provede a le cose”, reggitrice, nel segno di un “innato spirto” d’amore, dei “contrasti di natura” e di quel “raro e soprano” ordine universale nel cui riconoscimento consiste il “religioso affetto”. 
</p>
 
                   <p type="intro">
Amici di me pi&#x00f9; dotti potrebbero<ref target="13">13</ref>, meglio di quanto saprei fare io, proporre un repertorio di fonti che indirizzi meglio, se non alla comprensione del brano che non necessita di particolari chiose, all’illustrazione del processo compositivo: a me pare che, per quanto vi si possano ravvisare spunti tratti dall’apologetica cristiana<ref target="14">14</ref>, la rappresentazione dell’universo come esso stesso divinit&#x00e0;, ordine retto dalla forza di Eros che non presuppone sostanze separate, n&#x00e9;, tanto meno, signorie divine esterne ad esso, sia assai lontana dai dogmi cristiani; abilmente dissimulata tra artifici poetici e dottrinali, l’orazione del Cremonini &#x00e8; da leggersi come una perorazione deista <hi rend="corsivo">ante litteram </hi>, ben degno prodromo a quella carriera di difensore dei valori della laicit&#x00e0; e del libero pensiero che per oltre un trentennio il filosofo esercit&#x00f2; dalla propria cattedra padovana, e che ancora a met&#x00e0; del XVII secolo era dagli inquisitori additata quale causa principale della diffusione di “ateismo” ed “empiet&#x00e0;” nella cultura della Serenissima: “Il stato veneto &#x00e8; infestato dalla dottrina di quel maledetto Cremonini, che in sentenzia d’Aristotile insegnava in Padova la mortalit&#x00e0; dell’anima, l’eternit&#x00e0; del mondo, che Dio non &#x00e8; causa efficiente e che li cieli sono informati d’anima intellettiva ed altri errori, dalli quali sono stati [nati?] in molti l’ateismo e l’empiet&#x00e0;”<ref target="15">15</ref>.  
 </p>
                   </div1>
				</div>
			</front>
			<body>
				<div type="testo">
				   <div1>
					<head type="originale">Atto primo. Scena seconda</head>
					<speaker>Sacerdote</speaker>
					<sp who="sacerdote">
						<lg type="testo">
<l>Quel primo d&#x00ec; che con la chioma d’oro</l>
<l>Spunt&#x00f2; da l’infinito immenso Gange</l>
<l>D’eternit&#x00e0; puro e innocente il Sole,</l>
<l>Che si fe’ poi nocente</l>
<l>Col riportar a l’uom, fatt’empio, il giorno,</l>
<l>Quel primo d&#x00ec; che Dio saggio dipinse</l>
<l>Col pennel del suo detto il ciel di stelle</l>
<l>E di zafiro, et ingemm&#x00f2; la terra</l>
<l>De lo smeraldo de le fresche erbette</l>
<l>E de l’ostro dei fiori,</l>
<l>E ’n mirabil sembianza, a punto quale </l>
<l>Da saper e da mano onnipotente</l>
<l>S’aspetta, effigi&#x00f2; splendido il mondo,</l>
<l>Nacquer le sante leggi di pietate,</l>
<l>E del culto divino;</l>
<l>E s&#x00ec; come non &#x00e8; s&#x00ec; cupa valle,</l>
<l>O s&#x00ec; riposto e solitario speco,</l>
<l>In cui con l’occhio de’ suoi raggi eterno,</l>
<l>Indefesso volando e rivolando</l>
<l>Per la strada rotonda il Sol non miri,</l>
<l>Cos&#x00ec; fra quanto al senso de’ mortali</l>
<l>Sotto forma visibil si dimostra,</l>
<l>Creatura non &#x00e8; la qual non senta</l>
<l>Religione, e nasce il sacro instinto,</l>
<l>Per&#x00f2; che natural conoscitrice</l>
<l>Ciascuna de lo stato di se stessa,</l>
<l>Sa che non &#x00e8; se non quanto &#x00e8; da Dio,</l>
<l>E sa che, qual repente il lume langue</l>
<l>Se nube ingombra il sol, cos&#x00ec; morrassi</l>
<l>Ov’ei di vita a lei l’eterno influsso</l>
<l>Sospenda, onde devota e riverente,</l>
<l>Adorando e lodando, si rivolge </l>
<l>Religiosa al suo conservatore.</l>
<l>Questo ciel tanti lumi accende a Dio,</l>
<l>A Dio fa tanti giri, a Dio combatte </l>
<l>Con l’acqua il foco, e con l’aer la terra,</l>
<l>Che cos&#x00ec; ripugnanti et inimici</l>
<l>Nel lor combattimento adoran Dio, </l>
<l>Regenerando il mondo opra di Dio:</l>
<l>È di religion l’innato spirto</l>
<l>Ch’inamora la vite e la marita</l>
<l>Lieta e cupida a l’olmo, e la fa schiva</l>
<l>De l’elce e del cipresso; per gli boschi</l>
<l>Sente religion l’orsa e la tigre,</l>
<l>E, chi ben gli intendesse, i feri suoni</l>
<l>Spaventevoli a noi son voci pie,</l>
<l>E di lodi e di grazie a Dio rendute;</l>
<l>La serpe uscendo al sol prima non osa</l>
<l>Por orma nel dipinto de le piagge</l>
<l>Che lasci il sozzo de la vecchia scorza </l>
<l>E si ringiovenisca e rinovelli,</l>
<l>Opera di devota riverenza</l>
<l>Ver l’immortal pittor di primavera</l>
<l>Dio, che sparge di porpora le rose,</l>
<l>E di neve odorata e d’oro i gigli;</l>
<l>Religioso affetto &#x00e8; quel che desta</l>
<l>Or gli augelletti a salutar l’Aurora;</l>
<l>E se con l’arte di religione</l>
<l>La Deit&#x00e0; che provede a le cose</l>
<l>Non reggesse i contrasti di natura,</l>
<l>L’ordin del mondo, oggi raro e soprano,</l>
<l>Ritornaria confuso,</l>
<l>E ne la prima informit&#x00e0; deforme.</l>
						</lg>
					</sp>
				   </div1>
				</div>
			</body>
			<back>
				<div type="note">
				   <div1>
					<head type="note"><hi rend="grassetto">NOTE</hi></head>
					<note n="1">
						<hi rend="grassetto">1.</hi>
						 Autore di vari studi dedicati al filosofo e alle sue vicende biografiche (in particolare si veda A. P<hi rend="maiuscoletto">oppi</hi> , 
						 <hi rend="corsivo">Cremonini, Galilei, e gli inquisitori del Santo a Padova </hi>, Padova, Centro Studi Antoniani, 1993), Poppi ne ha anche edito alcuni scritti (C. C<hi rend="maiuscoletto">remonini</hi> ,
						  Orazioni, a cura di Antonino Poppi, Padova, Antenore, 1998) ed &#x00e8; stato tra i promotori dell’ultimo convegno dedicato al docente dell’Ateneo padovano (<hi rend="corsivo">Cesare Cremonini. Aspetti del pensiero e scritti </hi>, a cura di Ezio Riondato e Antonino Poppi, 2 voll., Padova, Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti, 2000).
						 </note>
						 
						 <note n="2">
<hi rend="grassetto">2. </hi>
A. P<hi rend="maiuscoletto">oppi</hi> , op. cit., p. 39. 
</note>

<note n="3">
<hi rend="grassetto">3.</hi>
Ibidem.
</note>

<note n="4">
<hi rend="grassetto">4. </hi>
Queste le parole con cui Pomponazzi ammoniva i suoi allievi: “Tantum credite in philosophia, quantum rationes dictant vobis; in theologia credite tantum, quantum vobis dictant theologi et antistites omnes cum tota Romana Ecclesia, quia aliter facerent vobis facere mortem castanearum”. 
</note>

<note n="5">
<hi rend="grassetto">5. </hi>
Si vedano soprattutto, entrambi in <hi rend="corsivo">Cesare Cremonini. Aspetti del pensiero e scritti </hi>, cit.: L. S<hi rend="maiuscoletto">pruit</hi> ,
 <hi rend="corsivo"> Cremonini nelle carte del Sant’Uffizio romano </hi>  (I, pp. 193-205) e M. S<hi rend="maiuscoletto">angalli</hi> , <hi rend="corsivo"> Cesare Cremonini, la Compagnia di Ges&#x00f9; e la Repubblica di Venezia: eterodossia e protezione politica </hi> (I, pp. 207-218). 
</note>

<note n="6">
<hi rend="grassetto">6. </hi>
Il frontespizio della princeps recita: <hi rend="corsivo">Le Pompe funebri, overo Aminta e Clori, Favola silvestre di Cesare Cremonino. </hi>  Al Sereniss. Principe, Il Sig. Duca di Ferrara, etc. In Ferrara. Appresso Vittorio Baldini. M. D. XC. Con licenza de’ Superiori. L’edizione venne replicata dal Baldini l’anno successivo e poi ancora nel 1599, infine la favola fu ristampata a Vicenza nel 1610 “Appresso Francesco Bolzetta”. 
</note>

<note n="7">
<hi rend="grassetto">7. </hi>
 A. CORSARO , <hi rend="corsivo"> Percorsi dell’incredulit&#x00e0;. Religione, amore, natura nel primo Tasso </hi>, Roma, Salerno, 2003, pp. 215-221. 
</note>

<note n="8">
<hi rend="grassetto">8. </hi>
Segnalo per&#x00f2; che ulteriori notizie sulla favola e sull’intermezzo del Cremonini, nonch&#x00e9; complessivamente sul genere pastorale, sono ora ricavabili anche visitando il progetto <hi rend="corsivo"> Archivi Elettronici. Favole Pastorali </hi>  al sito www.sur-sum.unito.it, dove &#x00e8; anche possibile (o lo sar&#x00e0; in un prossimo futuro) la lettura della favola digitalizzata dall’e-dizione Baldini. 
</note>

<note n="9">
<hi rend="grassetto">9. </hi>Ad esempio i topici lamenti d’amore (soprattutto nella scena quarta del terzo atto il lamento di Aminta narrato da un’Amadriade) o un interessante canto d’amore “all’epicurea” interpretato da Sileno nella terza scena dell’atto quarto, vera e propria rivisitazione del celebre coro del primo atto dell’ <hi rend="corsivo">Aminta </hi>  tassiana con l’invettiva contro la “vanit&#x00e0;, ch’ha nome Onore”, a proposito del quale non mi pare condivisibile la critica di Corsaro che nella “fedelt&#x00e0; essenziale a Tasso” coglie soprattutto “povert&#x00e0; di ispirazione” personale. 
</note>


<note n="10">
<hi rend="grassetto">10. </hi>
Viene ovviamente da pensare al <hi rend="corsivo"> Mondo creato </hi>  che il Tasso stava proprio in quegli anni componendo, ma da allora bisogner&#x00e0; ridiscendere almeno fino al Monti della Bellezza dell’universo per trovare un’analoga grandezza di ispirazione e di sentimento. 
</note>

<note n="11">
<hi rend="grassetto">11. </hi>
La si legge in C. C<hi rend="maiuscoletto">remonini</hi> , <hi rend="corsivo">Orazioni </hi>, cit., pp. 5-51. 
</note>

<note n="12">
<hi rend="grassetto">12. </hi>
Trascrivo la traduzione prodotta da Antonino Poppi nel volume delle <hi rend="corsivo">Orazioni </hi>  appena citato: “Dunque, ascoltatori, nel nostro mondo non vi &#x00e8; niente di cos&#x00ec; fiorente, che non debba sfiorire; di tanto elevato, che non debba crollare; di tanto stabile, che non debba andare in rovina. Tutto ci&#x00f2; che ci circonda fluisce nella precariet&#x00e0; e nell’instabilit&#x00e0;, e cos&#x00ec; in conclusione <hi rend="corsivo"> il mondo non &#x00e8; mai: nasce e muore continuamente” </hi>. 
</note>

<note n="13">
<hi rend="grassetto">13. </hi>
 Si legga come un auspicio e un invito rivolto principalmente a Paolo Luparia, ben esercitato dal commento al Mondo creato alle letture filosofiche e teologiche, e a Massimo Scorsone, uso da sempre a delibare ogni genere di lettura e perfettamente a suo agio tra turiboli e incensi, ai quali io riesco invece sempre allergico. 
</note>

<note n="14">
<hi rend="grassetto">14. </hi>
 Massimo Scorsone mi suggerisce, appunto, Tertulliano, <hi rend="corsivo"> De oratione </hi>, XXIX, 4: “Orat omnis creatura, orant pecudes, et ferae, et genua declinant, et egredientes de stabulis ac speluncis, ad coelum non otiosi ore suspiciunt, vibrantes spiritu suo movere …”. 
</note>

<note n="15">
<hi rend="grassetto">15. </hi>
 Il brano, tratto da una denuncia anonima fatta pervenire al Santo Uffizio in Roma nel 1652, &#x00e8; citato da G. SPINI, <hi rend="corsivo">Ricerca dei libertini. Le teorie dell’impostura delle religioni nel seicento italiano </hi>, Roma, Universale, 1950, p. 158.
</note>
                  </div1>
				</div>
			</back>
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