L’Aurora ingannata

Introduzione

La drammaturgia di Ridolfo Campeggi (1565-1624) rappresenta probabilmente l’aspetto
meno conosciuto di un autore il cui nome, tornato soltanto di recente all’attenzione degli
studiosi 2 , è più spesso associato alla raccolta lirica di chiara impronta mariniana (Rime, 1608)
e al poema sacro, esemplato sul modello delle Lagrime di San Pietro del Tansillo (Le lagrime
di Maria Vergine, 1618). La sua produzione poetica è tuttavia considerevolmente vasta ed
eclettica, attestante la volontà di cimentarsi nei più vari generi sia lirici sia drammatici, a
gara con gli illustri letterati che intrattennero con lui, potente e generoso rappresentante
dell’aristocrazia felsinea, amicali rapporti. Associato fin dalla fondazione all’Accademia dei
Gelati, di cui fu Principe con lo pseudonimo di Rugginoso, il Campeggi mantenne infatti
intensi rapporti di letteraria sodalitas non soltanto con i concittadini (e fra questi Girolamo
Preti innanzi tutti), ma anche con il Marino, il Guarini, il Tassoni, il Testi.

L’edizione delle Rime stampata a Bologna nel 1620 fu in certo qual modo il monumento
conclusivo della sua attività letteraria e significativamente presentò, accanto a una prima parte
costituita da un canzoniere molto più ampio di quello edito dodici anni prima, una seconda
parte ove erano raccolti insieme agli idilli, in gran parte già editi, i drammi per musica, che
rappresentarono dunque un aspetto assai significativo della sua produzione in decenni che
videro l’evoluzione decisiva del teatro musicale. Oltre a tali drammi, che andavano dalla “tra-gedia
per musica” Andromeda, alla Proserpina rapita, agli intermezzi L’Aurora ingannata, a
testi di minor respiro composti per occasioni mondane (Il Reno sacrificante, Le nozze di Teti
e di Peleo), il Campeggi compose per il teatro anche un dramma pastorale (Filarmindo, 1605)
e una tragedia di ispirazione boccacciana (Tancredi, 1614, tratta da Decameron, II, 1), a en-trambe
le quali arrise un notevole successo testimoniato dalle numerose ristampe.

Proprio alla fortuna del Filarmindo, e anche alla sua fortuna scenica nonostante la notevole
lunghezza, si lega l’operetta che viene qui proposta, L’Aurora ingannata, favola mitologica
composta nel 1608 e concepita come intermezzo musicale per la rappresentazione del suddetto
dramma pastorale. Edita una prima volta autonomamente nel 1608 a Bologna dal Rossi (da
questa edizione è tratto il testo che si presenta), L’Aurora ingannata accompagnò poi, a partire
dall’edizione bolognese del Cocchi nel 1613, il testo del Filarmindo nelle sue numerose ri-stampe
(ulteriori sei fino al 1628 dopo le cinque tra il 1605 e il 1613) a riprova dell’ormai
consolidato rapporto di reciprocità esistente tra dramma e intermezzi, che peraltro non ri-guardò
soltanto quest’opera. Gli intermezzi infatti conobbero negli anni a cavaliere dei due
secoli una evoluzione che li portò a trasformarsi da semplice riempitivo tra gli atti di una
rappresentazione drammatica a forma spettacolare autonomamente significante, attraverso il
superamento, anche in nome dell’esigenza di unità di aristotelica derivazione, dell’iniziale
dispersione cronologica e tematica in favore di un’organizzazione in struttura unitaria. Fu
così che questi eterogenei momenti di spettacolo svilupparono una propria trama rappresen -tativa,
risolvendosi essi stessi in narrazione e venendo così a coincidere con lo svolgimento
di una favola. Per questa via divenne possibile creare un rapporto di reciprocità tra gli atti
dello spettacolo ‘contenitore’ e le diverse sezioni, gli intermezzi appunto, di questa favola.
Tra il Filarmindo e L’Aurora ingannata questa stretta corrispondenza è rafforzata dal prologo
del primo, significativamente agito da Aurora, dalla comunanza della medesima atmosfera
pastorale e dalla centralità del tema amoroso. Sebbene protagoniste degli intermezzi siano
le divinità della mitologia classica, secondo quanto suggeriva la necessità di realizzazioni sce-niche
spettacolari volte a destare la meraviglia del pubblico, il motivo dell’innamoramento
di Aurora per il pastore Cefalo, frequente nella letteratura manierista e barocca, consente
di fondere l’ispirazione pastorale con quella mitologica sulla base di una analoga vicenda
d’amore.

Nella scelta della vicenda di Cefalo e di Aurora, l’una amante respinta, l’altro ritroso e
sprezzante le profferte amorose della dea perché già innamorato di Procri, è anche da se-gnalare
il tentativo del Campeggi di emulare un’opera che proprio nel 1608 conquistò la
ribalta delle cronache letterarie, non soltanto bolognesi, ovvero la Salmace di Girolamo Preti 3 ,
della quale, oltre alla situazione narrativa, sono riprese anche talune figure elocutive (come
ad esempio ai vv. 48-49 del secondo intermezzo 4 ). Nel primo intermezzo, ai vv. 84-85, abbiamo
invece un altro spunto che prova l’attenzione del Campeggi per i temi dominanti il contem -poraneo
dibattito letterario, ovvero l’accenno polemico alla Filli di Sciro del Bonarelli e alla
celebre difesa colà svolta della liceità del duplice amore. Per bocca di Amore, vanamente
chiamato in soccorso dalla madre Venere per operare miracolosamente l’innamoramento di
Cefalo per Aurora, il Campeggi riafferma perentoriamente la validità della concezione pla-tonica
dell’unicità dell’amore: “Come ferir quel core, Se non può aver un cor più d’un amo-re?”.

Diversamente dal Filarmindo la conclusione della favola mitologica non è lieta, Aurora
infatti non riesce a soddisfare il proprio desiderio d’amore e in questo fallimento si può
leggere forse la moralistica condanna dell’autore per un sentimento estraneo ai canoni del
lecito. Nonostante il sortilegio operato da Sonno e Morfeo che addormentano Cefalo e, mercé
un’illusione onirica, lo inducono a corrispondere alle effusioni dell’amante divina, l’arrivo
improvviso del vecchio Titone e di Procri vanifica le attese di Aurora. L’interesse dell’operetta
tuttavia, come è ovvio, non sta nelle invenzioni narrative che variano la tradizione mitologica,
ma nel suo presentarsi come testo espressamente composto per un articolato accompagna-mento
musicale, del quale purtroppo non è rimasta alcuna notizia 5 . Esso dovette presumi-bilmente
beneficiare della complessa varietà metrica dell’opera che, sul tessuto prevalente
della libera alternanza di endecasillabi e settenari, inseriva strofette di quinari, squarci ma-drigalistici
e addirittura, nel quarto intermezzo, un breve brano in terza rima. Non è possibile
avanzare ipotesi sul prevalere o meno della componente musicale nello spettacolo messo in
scena sul testo del Campeggi, né sul rapporto di esso con i più celebri eventi contemporanei
che segnarono la nascita del melodramma; la presente pubblicazione vuole semplicemente
aprire uno spiraglio su un genere drammatico che andrebbe indagato con maggiore sistema -ticità.

PAOLA CONFALONIERI

L’Aurora ingannata
di Ridolfo Campeggi


Intermedio primo
Aurora, Venere con le tre Grazie, Amore

Aurora
Cefalo dove sei garzon crudele?
O contraria mia sorte,
Là ’ve non giunge il piè risuonan forte
I miei tronchi sospiri,
Le mie giuste querele,                                      5
E pure a’ miei martiri,
Fero, già non rispondi,
Oimè, dove ti ascondi?
Tu d’Amor genitrice,
Che col bel viso adorno                                   10
Precorri il nuovo giorno,
Pietosissima ascolta
Chi per soverchio amore
Vive in dolore.

Venere

Scopri, amante infelice,                                   15
Nel profondo del cor tua pena involta,
Che poc’arde, o non ama,
Chi soccorso non chiama.

Aurora

Per bellezza infinita
Colma di feritade                                            20
Infinito è il desire,
Infinito è il martire.
Venere
Fero mostro, empia fera,
È ritrosa beltade,
Misera, io t’ho pietade.                                    25

Aurora

Non giova la pietà senza l’aita.

Venere

Alle tue voglie pronta ecco m’avrai,
Agli amorosi guai soccorso spera,
Dimmi l’angoscie tue, narra gli affanni.

Aurora
De’ miei penosi danni                                      30
Questo appunto saprai,
Ch’amo Cefalo il crudo,
Adorno di beltà, di pietà nudo.

Venere

Se le vaghezze tue, d’Amor tesoro
(Onde amoroso appare                                    35
Il bel volto di rose, il tuo crin d’oro),
Non potero destare
In quel rigido cor foco dovuto,
Ah sarà forse il mio
Tardo soccorso intempestivo aiuto.                   40

Aurora
D’esser gradita già non chiedo tanto,
Se ben tanto desio,
Ché quel garzon feroce
Ne’ cani e ne le fiere ha il cor sepolto,
E perch’io l’amo intanto                                   45
Cinge di gelo il core, e d’ira il volto:
Ahi, ch’una sola voce,
Una stilla di pianto
Sdegna mirar, nega d’udire, e poi
M’asconde ancora il sol degli occhi suoi.             50

Venere
Dunque che brami tu, mia vaga amica?

Aurora

Ch’ei mi si scopra, e il piè fugace e lieve
Non mova al corso (oimè) pria ch’io gli dica
Il mio tormento greve.
Tu, vaga e bella Dea,                                      55
Dammi questo contento,
Che sai ben tu che fra le pene amare
E non amato amare
È più crudo martoro
E pria morir, che poter dire: io moro.                  60

Venere

Vanne, ch’io ti prometto
Oprarmi in tuo diletto.

Venere con le Grazie
Amor, nume leggiadro,
Ch’in vece di ferir l’anime furi,
Via più ch’esperto arcier sagace ladro,                65
Cefalo crudo e fero
Ribellante al tuo impero
Prendi, impiaga, innamora
De la sprezzata Aurora.
Tu, che i cori più saldi,                                     70
E del macigno ancor più freddi e duri,
Col tuo potere incenerisci e scaldi,
Cefalo crudo e fero,
Ribellante al tuo impero,
Prendi, impiaga, innamora                                  75
De la sprezzata Aurora.

Amore
Arde Cefalo, ed ama,
Ama sì che non cura
Nov’amorosa cura.
Arde sì che sol brama                                       80
Ch’eterno sia l’ardore;
Dunque come poss’io
Far pago il tuo desio?
Come ferir quel core,
Se non può aver un cor più d’un amore?               85

Venere

Figlio, la tua possanza
Ogn’altra forza avanza.

Amore

Madre, il mio non volere
Mi toglie ogni potere.

Venere

Dunque non vuoi?                                             90

Amore

Non voglio.

Venere

O fanciul pien d’orgoglio!

Amore

O donna dispettosa!

Venere

Figlio superbo e rio,
Parto d’orsa crudel, non figlio mio!                        95
Non vuo’, né avrò mai posa
Fin che l’afflitta Aurora io non rimiri
Contenta appien de’ cari suoi desiri;
E dove non potranno
Le forze aperte, adoprerò l’inganno.                    100

Intermedio secondo
Aurora, Cefalo, Coro di Cacciatori, Eco, e le Grazie

Cefalo
Aura dolce e diletta,
Aura pura e gradita,
Fiato gentil de le celesti sfere,
Il tuo chiaro n’aletta,
Il tuo fresco n’invita                                            5
A mirar, a godere
Da queste alte pendici
Le bellezze del mondo alettatrici.
Ecco ne l’Oriente
Vaga magion del giorno                                       10
Scoprir le pompe sue nascendo il Sole:
Ei col raggio lucente
Fa che spuntino intorno
Le rose e le viole,
Con cui s’adorna poi                                           15
Procri nel seno i caldi avorii suoi.

Aurora

Odi, Cefalo ingrato,
Bella e cruda cagion de’ miei tormenti,
Odi gli ultimi accenti
D’un core disperato.                                           20

Cefalo

Di’ pure e quante e quali
Sian le tue pene rie,
Ma non sperarmi amante,
Che le viscere mie
Sono duro diamante,                                          25
E le preghiere tue qual vetro frali.

Aurora

Più non voglio pregarti
(Così potess’io dir non voglio amarti):
Vedi miseria estrema,
Tu mi sprezzi, io t’adoro,                                     30
Tu m’uccidi, io non moro,
E pur quel duro cor non scaldi o pieghi;
Crudele, accetta un don, se sdegni i prieghi.

Cefalo

Inespugnabil sono,
Quel che non poté Amor, non potrà il dono.            35

Aurora
Queste mie chiome bionde,
Queste guancie di rose,
Queste luci gioconde,
Questo sen d’alabastro,
Queste poppe amorose,                                      40
Me stessa al fine, ed ogni mio desio
A te dono, ben mio.
O vago, o vivo scoglio,
Tu non rispondi pur? lassa, ch’io veggio
Sfavillarti negli occhi ira ed orgoglio.                      45
O core di diaspro,
Parla, ch’altro non chieggio;
Deh non negare, a chi per te vien meno,
Se troppo è una parola, un cenno almeno.

Cefalo

Non con cenni o con segni,                                  50
Ma con schietto parlare or ti fo chiaro,
Ch’èmmi il tuo amare amaro.
Resta, ch’io t’assicuro
Che m’agghiaccia il tuo ardore,
Che i doni tuoi non curo,                                      55
Che per te non ho core.

Aurora

Fuggi, garzon feroce,
Fuggi, che pur ti segue addolorata
L’anima mia con questa fioca voce;
Per restar consolata                                           60
Dovunque andrai fuggendo
(Che sempre fuggitivo, oimè, ti vedo),
Teco verrà lambendo
L’orma gentil del leggiadretto piede.
Quest’è dunque il conforto, o Dea di Pafo,              65
Da te promesso?

Eco

Esso.

Aurora

Chi mi risponde? or tu chi sei, cui tanto
Movo a pietà del dolor mio?

Eco

Io.

Aurora

L’alma del terzo ciel cui Gnido onora,
Venere bella?

Eco
Ella.                                                                70

Aurora

Deh t’increscano ormai, vaga Ciprigna,
Gli aspri miei guai.

Eco

Ahi.

Aurora

Ahi dolor senza aita, ecco a ragione,
Mio cor, dispera.

Eco

Spera.

Aurora

E che sperar poss’io quasi la morte,                      75
Ch’a questa solo il duol m’invita?

Eco

Vita.

Le Grazie

Siam noi le Grazie, ancelle
Di lei che vince in cielo
Di bellezza e splendor tutte le stelle;
Venere a te ci manda,                                       80
E per noi ti comanda
Che rassereni il volto afflitto e smorto:
Ch’avrai, se non contento, almen conforto.

Aurora

Nutrendo andrò col mio pensiero incerto
Di dubbia speme il cor nel dolor certo.                  85

Intermedio terzo
Venere con le Grazie, Adone, il Sonno, Morfeo


Venere
Dove vai? perché parti,
O de l’anima mia vero soggiorno?
Ah non partire ancora,
Leggiadro Adon, che il tuo partir m’accora;
A pena a queste luci                                          5
Col tuo solo apparir facesti giorno,
Che col presto fuggir lor notte adduci.

Adone
Non t’incresca il partire,
Che più soave fia
Poscia il ritorno ancora, anima mia.                     10

Venere

Crudelissima gita,
Spietata dipartita,
Or provo sì, ma più lo prova il core,
Che ’l più crudo dei mali è il mal d’amore;
Ma vedi, meraviglia,                                         15
Per soccorrer l’Aurora il passo or movo,
Né aita per me trovo.
Eccomi giunta a le cimerie grotte
Del Sonno e della Notte.

Venere con le Grazie

O nel silenzio involti,                                        20
O ne l’oblio sepolti,
Che in questo speco ascoso
Agli occhi altrui dormite,
A l’aura, a l’aura uscite,
O figli de la Notte e del Riposo.                          25
Lasciar non vi sia grave
La quiete soave,
Ch’a questa chiara luce
Colei v’invita e chiama
Che Diva è in terra, e stella in ciel riluce.             30

Sonno

Deh qual voce or risuona
Fra quest’ombre segrete,
Ladra de la quiete?

Venere

Venere io son, son io
Del vago Cipro il riverito donno;                          35
Or non udite? o Sonno,
Te chiedo; o Morfeo, e te bramo e desio.

Sonno

O vago Nume,
O caro lume,
Che i nostri orrori                                             40
Rischiari e indori
Co’ vivi rai,
Comanda omai.
Per te fia lieve
Fatica greve,                                                  45
Veloci e pronti
Per piani e monti
N’andremo noi
A’ cenni tuoi,
Augelli e fiere,                                                 50
Veloci e fiere,
Dolce alettando,
Addormentando
Cotanto forte
Che paian morte.                                              55
Così dormendo,
Potrai, volendo,
Farne pian piano
Con la tua mano
Care ruine,                                                      60
Nove rapine.

Venere

Di Cefalo crudel, Sonno, io vorrei,
Nel lungo faticar già sazio e stanco,
Ch’entrando ne’ belli occhi, or dolci e rei,
Per te quetasse il travagliato fianco;                    65
E tu, che del pensier l’imago sei,
Morfeo, un sogno desio non visto unquanco:
Dorma il garzone, e veggia con la mente
Ne l’Aurora gentil Procri presente.

Sonno

Non vana è la speranza                                      70
Ch’hai de la mia possanza.

Morfeo

Ed io, che Morfeo sono, al poter mio
Fo legge il tuo desio.

Venere

E così, Aurora, sei
Da me servita, e se non quanto appieno                75
Era il pronto voler, come potei.
Venere con le Grazie
Che non può, che non vale
Co’ vaghi pregi suoi
Oggi beltà fra noi?
Un fiato sol, che bella donna essale,                     80
Basta per suscitare in rozzo core
Dolce fiamma d’Amore.

Intermedio quarto
Cefalo, Sonno, Morfeo, Aurora, Titone, Procri

Cefalo
O monti, o colli, o prati, ecco a voi riede
Col veloce pensier pronto il desio,
Anzi, che resta il cor, se parte il piede,
Che in voi s’annida ogni diletto mio.
Ma poi ch’alla stanchezza il vigor cede,                    5
Ogni altra cura dolcemente oblio,
E gli occhi miei, ch’aperti star non ponno,
Qui dono in preda a la quiete e al sonno.

Sonno

Tanto l’attesi pur, ch’io il giunsi al varco;
Ei già d’affanni scarco                                         10
Soavemente posa, e dorme queto,
Ond’io mi parto taciturno e lieto.

Morfeo

Dorme Cefalo, o finge?
Ah parmi pur che dorma:
Così l’amata forma                                              15
Fia ben ch’or l’appresenti; onde per questo
Visibil parto, ed invisibil resto.

Aurora

O Cefalo spietato,
È questo il guiderdon de la mia fede,
Il premio de’ miei guai,                                         20
La merzé del dolore,
Fuggirmi a tutte l’ore?
Dove sei? dove stai?
Ah rispondemi omai,
Che questo sol desio.                                          25

Cefalo

Dolce cor mio.

Aurora

Odi voce soave,
Soavissimo suono.
Stolta, mentre ragiono
Non miro il mio bel sol? non veggio quello               30
Ch’ha del mio cor la chiave?
O precioso ostello,
Dove nasce la luce
Ch’al mio ben mi conduce!
Che fai tu qui soletto,                                        35
Amato mio diletto?
Stanco forse pigliar cerchi ristoro?

Cefalo

Sì, mio tesoro.

Aurora

O parole amorose,
Con opportuna aita                                           40
Voi mi date la vita.
Vaghe labbra di rose,
Concedetemi almeno (e premio sia
De l’aspra pena mia,
De l’interno mio duolo)                                       45
Un bacio, un bacio solo.
Per sì caro desire
Io mi sento morire,
Si liquefa col cor l’anima insieme.

Cefalo

Viva mia speme.                                               50

Aurora

Pietosissima Dea,
Quelle grazie ti rendo
Cui deggio e so, poiché per te comprendo
Che è vero quel contento
Che nasce da tormento;                                    55
Labbra cortesi e pie,
Datemi in parte omai, se non in tutto,
Il desiato frutto
De le miserie mie,
De’ miei penosi guai.                                         60

Cefalo

Baciami ormai.

Titone

Ferma l’audaci labbra (o troppo ardita)!
E ben fermar le dei,
Che quei baci son miei.
Tu, tu dal letto uscita,                                      65
Lasciasti, sol per far la scorta al Sole,
Del tuo Titon le membra e fredde e sole.
Or ecco a mezzo il giorno:
Quando fia il tuo ritorno?
Ah veggio sì quanto veder mi spiace,                   70
E grida il cor, se ben la lingua tace.

Procri

Oimè, che veggio? oimè vista dolente,
Quest’è la pura fé, Cefalo infido,
Questo è, garzon crudel, l’amore ardente?
O già del mio sperar ricetto e nido,                      75
Così tradirmi? or io l’immenso amore,
Che per te m’arse il cor, sveno ed ancido.
Queste lagrime mie, cui verso fuore,
Sono il sangue di lui, perché nel seno
Cadendo estingua il mal gradito ardore.                80
Deh, perché il pianto (oimè) non è veneno?
Che bevendolo or or, mi fora grato
Col mio morir farti contento appieno,
Cefalo traditor, Cefalo ingrato!

Titone

Or dunque affretta il piè dubbioso e tardo.            85

Aurora

Io mi sento morire.

Cefalo

Ah non partire!

Procri

Ed io tutta di sdegno avampo ed ardo.

Titone

Deh vieni, e non tardare.

Aurora

Oimè, ch’io moro!                                            90

Cefalo

Ahi, che martoro!

Procri

Ed io di rabbia e giel mi discoloro;
Statti, che dal tuo aspetto io mi dileguo.

Cefalo

Perché fuggir? deh ferma, ed io ti seguo.
Oimè, son desto o dormo?                                95
O sol degl’occhi miei,
Procri mia, dove sei?
Com’esser può che sia
Quasi sparita a volo
L’alma de l’alma mia?                                      100
Ah pur mi chiese un bacio, e un bacio solo;
Ma guidatemi voi, orme inchinate
A quelle stelle amate,
Che non l’avendo appresso,
Aborro questa luce, odio me stesso.                  105


Note

l. 1. Il presente contributo è frutto di uno stralcio, ampliato e riveduto, dalla tesi di laurea (Le opere drammatiche
di Ridolfo Campeggi
) da me discussa, relatore Francesco Spera, all’Università degli Studi di Milano nell’a.a. 1999-
2000.
2. Dopo il contributo di Giorgio Fulco, Marino, “Flavio” e il Parnaso barocco nella corrispondenza del “Rugginoso”,
in Feconde venner le carte. Studi in onore di Ottavio Besomi, a c. di T. Crivelli, Bellinzona, Casagrande, 1997, pp.
297-331 e gli studi dedicati da Domenico Chiodo agli idilli del bolognese (cfr. Idilli, Torino, Res, 1999 e D.
Chiodo, L’idillio barocco e altre bagatelle, Alessandria Ed. dell’Orso, 2000) si è aggiunto: L. Giachino, “Aurea
catena che le menti annoda
”. La poesia lirica di Ridolfo Campeggi, in “Giorn. Storico della Lett. Ital.”, CLXXVII
2000, pp. 361-384.
3. La Salmace si legge oggi in G. PRETI , Poesie, Torino, Res, 1991; la princeps data al settembre del 1608, ma
l’opera in ambito bolognese dovette circolare manoscritta già nei mesi precedenti ed essere oggetto di animate
discussioni soprattutto all’interno dell’Accademia dei Gelati (cfr. D. CHIODO , op. cit. pp. 23-sgg.).
4. Così ai vv. 533-535 della Salmace : “Non mi negar almeno Ch’io prenda, anzi ch’io mora, Baci, se non d’amante,
almen di suora”; e così nell’imitazione del Campeggi: “Deh non negare, a chi per te vien meno, Se troppo è una
parola, un cenno almeno”.
5. Si ha invece notizia della collaborazione di Girolamo Giacobbi per la rappresentazione dell’Andromeda nel
1610, benché anche di quella partitura ‘in stile rappresentativo’ si sia persa traccia.