Rime del Petrarca trasformate

Introduzione


“[Le] parodie […] variano per lo più il sentimento de' poemi, da cui si trasportano […] e 'l Signor Giovan Battista Lalli ha fatto pur il simigliante di alcuni Sonetti del Petrarca; tramutando i lor sentimenti non in turpi e osceni, ma come ben si conviene alla modestia della sua Musa, in piacevoli e urbani”1. Così si esprimeva Nicola Villani nel suo Ragionamento sopra la poesia giocosa (1634), accennando alle Rime del Petrarca trasformate, pubblicate per la prima volta nel 1629, ristampate nel 1630 e uscite postume nel 1638. Silvia Longhi probabilmente le definirebbe casi “cristallini” di parodia, ovvero rifacimenti di interi testi presi a modello, che, lasciando intatta la parte più estesa possibile della lettera originale, riescono, con opportuni ritocchi, a mutarne completamente i significati2. Tale modalità di controcanto non è certo innovazione del Lalli, largamente debitore, in ciò, della poesia bernesca, che si serviva a dismisura di singoli lemmi o di versi interi del Petrarca rovesciati comicamente grazie al loro inserimento in contesti difformi, del tutto inadatti ad accoglierli3. Lungi dall'esaurire le forme della parodia, la riscrittura `integrale' di un testo modello non è che una delle modalità con cui si esplica l'attitudine giocosa degli autori burleschi del Cinquecento. Il Lalli ne fa, invece, lo strumento privilegiato ed esclusivo della sua `revisione', sia pure limitata a trentatré liriche, del corpus petrarchesco. La deformazione del testo operata da questi innesti dissacranti investe soprattutto la concretizzazione di ambiti metaforici astratti e sublimi che, riadattati in luoghi diversi da quelli originali, si fanno portatori di inaspettate valenze espressive. Così, ad esempio, la meditata vendetta di Amore, che agisce furtivamente “com'uom ch'a nocer luogo e tempo aspetta” (RVF, II, 4)4, diviene la pazienza criminale di un lesto ladro di capponi che attende il momento buono per compiere le sue ruberie (Sonetto II, vv. 1-2); gli occhi della donna che legano fatalmente a sé l'amante si fanno prosaiche e rozze corde nella riscrittura di Era il giorno, ch'al sol si scoloraro (RVF, III); la perifrasi astronomica con la quale esordisce Quando il pianeta che distingue l'ore (RVF, IX) innesca invece, una volta eliminata la costellazione del Toro, una lunga digressione campestre sul duro lavoro di massicci e ineleganti “buoi” (Sonetto IX, v. 1). Lucia Olbrechts-Tyteca, nel suo saggio dedicato al comico e al riso, affermava che la parodia “distrugge l'unicità di qualcosa che ci faccia ricordare il valore attribuito a questa unicità”5. Questo ci sembra il motivo per il quale, nelle Rime del Petrarca trasformate, il Lalli prende a bersaglio un testo tanto riconoscibile ed esemplare: i continui richiami al modello inducono il lettore a riconoscere in esso le non poche limitazioni semantiche del linguaggio poetico alto, che volgendosi al basso e al concreto, rivela altre, sorprendenti potenzialità. Perché la trasformazione operata risulti tanto più evidente, il Lalli si serve non solo della ripresa della quasi totalità delle parole rima del Petrarca, ma si spinge spesso al riuso di interi versi.

È possibile che l'idea della riscrittura parodica dei Rerum vulgarium fragmenta nasca, nella mente del Norcino, dopo la stesura del poemetto Franceide, overo del malfrancese, dato alle stampe a Venezia nel 16296, che sperimenta, sia pure episodicamente, l'innesto di versi petrarcheschi nel contesto eroicomico: nel secondo canto, la descrizione di un'impietosa parata di ammalati di sifilide, che rovescia parodicamente il topos epico della rassegna dell'esercito in armi, ricorre, nell'explicit di molte ottave, a versi fin troppo noti. Così può accadere, ad esempio, che “i capei d'oro a l'aura sparsi” diventino la sconfortante conseguenza dell'alopecia indotta dalla terribile lue7. Molti altri esempi si potrebbero addurre dall'Eneide Travestita (Roma, Eredi del Facciotti, 1634) anche se, come per la Franceide, si tratta di “furti” rari, di sperimentazioni occasionali. Occorre dire, tuttavia, che veri e propri precedenti di riscrittura sistematica del Canzoniere sono attivi sin dal Cinquecento, pur trattandosi di rifacimenti di carattere serio. Ci si riferisce al Petrarca spirituale di Girolamo Malipiero (1536), che emenda in chiave religiosa i Rerum vulgarium fragmenta, sostituendo a Laura la Vergine Maria e adattando a quest'ultima ogni dettaglio originariamente riservato alla prima8, e a I sonetti, le canzoni et i triomphi di Madonna Laura (1552), attribuiti a Stefano Colonna9, che costituisce un'operazione riscrittoria forse ancora più originale: l'intero corpus petrarchesco infatti viene posto sulle labbra stesse di Laura, mostrando, ancora una volta dopo l'esperimento del Malipiero, una chiara intenzione moralizzatrice nei confronti del modello, che si manifesta nelle continue esortazioni al poeta a liberarsi dai lacci del falso amore per guadagnare così la salvezza eterna. Il Lalli verisimilmente conobbe entrambe le opere, ma è quest'ultima a mostrare significative analogie, formali e strutturali, con le sue parodie. Come avviene nell'opera attribuita al Colonna, le prime due edizioni delle Rime del Petrarca trasformate (1629, 1630) riportano come indice paratestuale, in testa a ogni componimento, l'incipit petrarchesco che attiva il confronto con il modello evocato; la terza, postuma, a fronte del testo del Lalli, mostra addirittura l'intero originale. Inoltre, nella finzione colonniana, i sonetti `di Laura' si servono, come pure quelli del Lalli, dell'ostentato riuso delle parole rima del Canzoniere. Sia la rilettura religioso-devozionale del Malipiero che i I sonetti, le canzoni et i triomphi di Madonna Laura mirano alla decostruzione dell'universo etico che sostiene l'opera del Petrarca10, trasformando il senso stesso della sua poesia, piegata a esprimere valori completamente mutati. Si tratta di vere e proprie “risposte” alla concezione dell'amore che vi si legge, di critiche non affatto velate al mondo poetico dell'autore. Anche le rime più interessanti del Lalli si configurano come risposte, benché solo ironiche o stizzite, all'idea dell'amore crudele, insieme fiamma, delusione e tormento del protagonista dei Rerum vulgarium fragmenta. Così, fin dalla trasformazione del sonetto proemiale, il Lalli si dichiara lontano e distaccato dalla “tirannia d'Amor”, che gli permette, anzi, di scherzare sui danni da esso provocati. Altrove, invece, con un moto di stizza, deplora chi si lamenta delle pene di cuore a fronte di problemi di più pressante urgenza: “Quei che dir soglion ch'ha gran pene Amore / Bisogneria provassero i martiri / Di star senza danar solo quattr'ore” (riscrittura di Se la mia vita da l'aspro tormento, RVF XII - RPT XI, vv. 9-11). Diversamente da quanto avveniva nella poesia bernesca, l'amore non viene parodiato dal Lalli attraverso la sua degradazione oscena o tramite il ricorso alle topiche descrizioni elogiative di donne orrende11. Emergono piuttosto rifiuto e dichiarata stanchezza nei confronti delle abusate e ormai sterili forme poetiche tramandate dal classicismo rinascimentale. Così, rifacendo il sonetto Vergognando talor ch'ancor si taccia, una voce esasperata esclama: “Deh, per amor di Dio s'accheti e taccia / Un tal che vuol cantar d'amor in rima, / Poi che questa è una storia udita in prima / Già mille volte, e non par che più piaccia […]” (RVF XX - RPT XVIII, vv. 1-4). Senza risolversi in parodia fine a se stessa, la trasformazione del Canzoniere diviene poetica denuncia dell'esaurita esemplarità del testo canonizzato dalla lirica cinquecentesca, a fronte della quale la scelta della musa giocosa sembra non essere altro che un poco consolante ripiego. Solo questo atteggiamento, tipicamente barocco, di rifiuto di forme poetiche trite e ripetitive e di contemporanea ricerca di un loro rinnovamento, può forse spiegare l'incessante sperimentalismo che interessò l'iter poetico del Lalli: dai poemetti eroicomici Moscheide (1626) e Franceide (1629), ricchi di tratti lirici e classicheggianti, alle Rime giocose (1630), alle Rime del Petrarca trasformate e all'Eneide travestita (1634), del tutto intonate allo stile giocoso, fino alla tormentata stesura del Tito, overo Gerusalemme desolata (1635), poema serio di chiara ascendenza tassiana. La figura inquieta e poliedrica di questo autore, a lungo tormentato dall'ambizione di rinverdire i fasti della grande poesia rinascimentale, nostalgico del mondo cortigiano, che pure tante volte torna a criticare nella sua giocosa versione del Canzoniere con toni che ricordano la veemenza delle satire ariostesche12, sempre comunque disposto allo scherzo e all'ironia tagliente, sembra riassumersi esemplarmente nella riscrittura di Sì traviato è 'l folle mio desio (RVF, VI), alla cui invenzione è affidata l'immagine di un goffo, maldestro cavaliere in sella al maestoso destriero della Poesia: “D'ascender come gli altri ebbi desio / Sul caval pegaseo solo una volta: / Vi montai, e correndo a briglia sciolta,/ Facea rider ognun del fatto mio. // Che mentre per sentiere alto m'invio, / Sento dirmi da molti: ascolta, ascolta; / D'acquistar fama per cotesta volta / Non pensar già, su quel caval restio, // […] // Dal troppo ardire frutto amar si coglie, / Lascia domar la bestiaccia altrui, / E a gir con le tue gambe or ti conforta”. (vv. 1-8; 12-14).

Note al Testo

Le Rime del Petrarca trasformate appaiono per la prima volta in calce alla seconda edizione del poemetto eroicomico Franceide, overo del malfrancese, stampato a Foligno nel 1629. Lo stampatore Agostino Alterii, nella nota “a chi legge” riconosce di pubblicarle senza il consenso dell'autore, dichiarando di averne ottenuti gli autografi da Francesco Cirocco al quale il Lalli era solito “con ogni libera confidenza” comunicare “i primi pensieri, non che i primi parti del suo fertilissimo ingegno”. A forza di reiterate preghiere egli sarebbe riuscito a ottenerle dal suddetto, e augurandosi di non contristare troppo l'autore con il suo `furto', le avrebbe date quindi alla luce immature e non controllate13. Nel 1630 le Rime del Petrarca trasformate vengono ristampate senza varianti di rilievo rispetto alla princeps folignate nelle Opere poetiche del Lalli, pubblicate a Milano presso Donato Fontana e Gioseffo Scaccabarozzo14. L'edizione che qui si riproduce compare, postuma, nel volume Poesie Nuove, uscito a Roma presso Cavalli nel 1638, a un anno dalla morte dell'autore15. A detta del figlio Giovanni, che ne firma la dedicatoria al cardinale Borghese, le Rime del Petrarca trasformate sarebbero state dal Lalli stesso destinate “a farsi vedere nel Teatro del mondo sotto il glorioso nome” del cardinale16. Pur non trattandosi di un'edizione `in vita', e quindi sorvegliata dall'autore, si è deciso di basarsi comunque su di essa: rispetto alle precedenti, contiene dieci componimenti in più per i quali difficilmente si potrebbe - a nostro avviso - ipotizzare un autore diverso dal Norcino, dal momento che la miscellanea che li comprende dichiara espressamente la sua parziale paternità a proposito di altri scritti ivi pure compresi: le Egloghe di Virgilio tradotte infatti - afferma lo stampatore Francesco Cavalli - si devono solo in parte al Lalli, essendo per il resto opera del figlio e dell'amico poeta Bartolomeo Tortoletti17. Lo stampatore avvisa il lettore che ai primi ventidue componimenti, già dati alle stampe nelle edizioni precedenti, si devono aggiungere “la Canzone Nel dolce tempo de la prima etade, con altri diece Sonetti del Petrarca, dal medesimo autore ultimamente trasformati”, avvertendo di aver ritenuto “convenevole di porre avanti, con essi, gli altri primi sonetti, già con la Franceide veduti impressi”, perché “si godano per ordine: massime essendo […] stati riveduti e corretti”18. La revisione cui si accenna concerne esclusivamente la normalizzazione di alcuni versi ipermetri, senza che il testo subisca per questo mutazioni di rilievo. È arbitrio dichiarato dello stampatore porre “gli originali di esso Petrarca all'incontro” del testo lalliano, perché “gustar si possa maggiormente l'ingegnosa trasformazione per le rime, e le parole medesime, il che finora non è stato fatto”19. Consapevoli che la completa degustazione della parodia non possa che scaturire dal confronto serrato col testo-modello, anche noi lo riproponiamo al lettore a fronte delle Rime del Petrarca trasformate, così come lo si legge nella loro edizione del 1638. Tuttavia, in considerazione del fatto che quello edito dal Cavalli non è il testo petrarchesco su cui il Lalli esercitò il suo talento parodistico (infatti non ripete nella parodia un'errata parola-rima al v. 5 della Ballata I) e in considerazione delle numerose scorrettezze che talvolta alterano considerevolmente la lezione tràdita, si è provveduto a emendare tutti i luoghi più vistosamente corrotti, tollerando le semplici banalizzazioni, nonché il frequente ricorso ad apocopi e aferesi. È ovvio perciò che il testo petrarchesco qui posto a fronte si distacca ampiamente da quello critico stabilito dal Contini, tanto più che anche per esso, come per l'originale lalliano, sono stati adottati i criteri ecdotici ammodernanti che verrano tra breve illustrati. Si fornisce ora un breve elenco delle più significative lezioni scorrette rispetto al testo unanimemente accolto nelle edizioni moderne del Canzoniere, tratto dal codice Vaticano latino 3195: VI 10: I' mi] E mi; Ballata I 5: celati] colmi; Ballata II 5: chiuder] chieder; XIV 8: Rotto] Ratto; XVI 7: Vommene] Stommene; Sestina 19: pascesse] passasse; Sestina 26: tomi] torni; Sestina 27: fia] sia; Canzone I 19: face] fece; Canzone II 8: e quel] quel; Canzone IV 8: ch'è] che; Canzone VII 1: ch'è] che; XXVII 10: sostenne] sostene; XXIX 4: quello] questo. Non siamo invece intervenuti sui seguenti due casi: Ballata I 6: di tant'anni,  che dà comunque senso, anche se assai distante dall'accertato desiando ; Canzone II 11: al fin, che è forma erronea per el fin, ma attestata nella tradizione del testo petrarchesco.

 

Nella trascrizione del testo è stata ammodernata la grafia di apostrofi e accenti, sono state sciolte le abbreviazioni, il nesso intervocalico -ti- è stato reso con -zi-, si è provveduto a raddoppiare la z sonora, si è eliminata l'h etimologica, ripristinandola quando necessario per le voci del verbo avere. Et e la sigla tironiana sono state ridotte a e (a ed in caso di sinalefe). È stata sfrondata l'eccessiva maiuscolatura e razionalizzato il sistema interpuntivo.


ILARIA CAPPELLINI


Rime del Petrarca trasformate
di Giovan Battista Lalli

 

 

 

I


Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Di quei sospiri, ond’io nudriva il core
In sul mio primo giovenil errore,
Quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
Del vario stile, in ch’io piango e ragiono
Fra le vane speranze e ’l van dolore,
Ove sia chi per prova intenda amore,
Spero trovar pietà, non che perdono.
Ma ben veggi’ or sì come al popol tutto
Favola fui gran tempo, onde sovente
Di me medesmo meco mi vergogno;
E del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
E ’l pentirsi, e ’l conoscer chiaramente
Che quanto piace al mondo è breve sogno.

II

Per far una leggiadra sua vendetta,
E punir in un dì ben mille offese,
Celatamente Amor l’arco riprese,
Com’uom ch’a nocer luogo e tempo aspetta.
Era la mia virtute al cor ristretta,
Per far ivi, e negli occhi sue difese,
Quando il colpo mortal la giù discese,
Ove solea spuntarsi ogni saetta.
Però turbata nel primiero assalto
Non ebbe tanto né vigor, né spazio,
Che potesse al bisogno prender l’arme;
O vero al poggio faticoso ed alto
Ritrarmi accortamente da lo strazio,
Del qual oggi vorrebbe, e non può, aitarme.



III


Era il giorno ch’al sol si scoloraro
Per la pietà del suo Fattore i rai,
Quand’io fui preso e non me ne guardai,
Che i vostri begli occhi, Donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
Contra ’ colpi d’Amor, però n’andai
Secur senza sospetto; onde i miei guai
Nel commune dolor s’incominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato,
Ed aperta la via per gli occhi al core,
Che di lacrime son fatti uscio e varco.
Però al mio parer non gli fu onore
Ferir me di saetta in quello stato,
E a voi armata non mostrar pur l’arco.


IV


Quel ch’infinita providenza ed arte
Mostrò nel suo mirabil magistero,
Che creò questo, e quell’altro emisfero,
E mansueto più Giove che Marte,
Venendo in terra a illuminar le carte
Ch’avean molt’anni già celato il vero,
Tolse Giovanni da la rete, e Piero,
E nel regno del Ciel fece lor parte.
Di sé nascendo a Roma non fe’ grazia,
A Giudea sì, tanto sovr’ogni stato
Umiltate essaltar sempre gli piacque.
Ed or d’un picciol borgo un Sol n’ha dato,
Tal che natura e ’l luogo si ringrazia,
Onde sì bella donna al mondo nacque.


V


Quand’io movo i sospiri a chiamar voi,
E ’l nome che nel cor mi scrisse Amore,
LAUdando s’incomincia udir di fore
Il suon de’ primi dolci accenti suoi.
Vostro stato REal, che ’ncontro poi,
Raddoppia l’alta impresa al mio valore:
Ma, TAci, grida il fin, che farle onore
È d’altr’omeri soma, che da’ tuoi.
Così laudare, e reverire insegna
La voce stessa, pur ch’altri vi chiami,
O d’ogni riverenza, e d’onor degna:
Se non che forse Apollo si disdegna
Ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami
Lingua mortal presontuosa vegna.


VI


Sì traviato è ’l folle mio desio
A seguitar costei, che ’n fuga è volta,
E de’ lacci d’Amor leggiera e sciolta
Vola dinanzi al lento correr mio,
Che quanto richiamando più le ’nvio
Per la secura strada, men m’ascolta:
Né mi vale spronarlo, o dargli volta,
Ch’Amor, per sua natura, il fa restio.
E poi che ’l fren per forza a sé raccoglie,
I’ mi rimango in signoria di lui,
Che, mal mio grado, a morte mi trasporta,
Sol per venir al Lauro, onde si coglie
Acerbo frutto, che le piaghe altrui
Gustando, affligge più che non conforta.


VII


La gola, e ’l sonno, e l’oziose piume
Hanno del mondo ogni virtù sbandita,
Ond’è dal corso suo quasi smarrita
Nostra natura vinta dal costume.
Ed è sì spento ogni benigno lume
Del ciel, per cui s’informa umana vita,
Che per cosa mirabile s’addita
Chi vuol far d’Elicona nascer fiume.
Qual vaghezza di lauro, e qual di mirto?
Povera e nuda vai filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa;
Pochi compagni avrai per l’altra via:
Tanto ti prego più, gentile spirto,
Non lassar la magnanima tua impresa.


VIII


A piè de’ colli ove la bella vesta
Prese de le terrene membra pria
La donna, che colui ch’a te ne invia
Spesso dal sonno lagrimando desta,
Libere in pace passavam per questa
Vita mortal, ch’ogni animal desia,
Senza sospetto di trovar fra via
Cosa ch’al nostr’andar fosse molesta;
Ma del misero stato ove noi semo
Condotte da la vita altra, serena,
Un sol conforto, e de la morte, avemo:
Che vendetta è di lui, ch’a ciò ne mena;
Lo qual in forza altrui, presso a l’estremo,
Riman legato con maggior catena.


IX

Quando il pianeta che distingue l’ore
Ad albergar col Tauro si ritorna,
Cade virtù dall’infiammate corna
Che veste il mondo di novel colore;
E non pur quel che s’apre a noi di fore,
Le rive e i colli, di fioretti adorna,
Ma dentro, dove giamai non aggiorna,
Gravido fa di sé il terrestre umore,
Onde tal frutto, e simile si colga;
Così costei, ch’è tra le donne un Sole,
In me movendo de’ begli occhi i rai,
Cria d’amor pensieri, atti e parole;
Ma come ch’ella gli governi o volga,
Primavera per me pur non è mai.


X


Gloriosa Colonna, in cui s’appoggia
Nostra speranza, e ’l gran nome latino,
Ch’ancor non torse dal vero camino
L’ira di Giove per ventosa pioggia;
Qui non palazzi, non teatro, o loggia,
Ma ’n lor vece un abete, un faggio, un pino,
Tra l’erba verde e ’l bel monte vicino,
Onde si scende poetando, e poggia,
Levan di terra al Ciel nostr’intelletto,
E ’l rosignuol, che dolcemente a l’ombra
Tutte le notti si lamenta e piagne,
D’amorosi pensieri il cor ne ’ngombra:
Ma tanto ben sol tronchi, e fai imperfetto
Tu, che da noi, Signor mio, ti scompagni.


BALLATA PRIMA


Lassare il velo o per sole o per ombra,
Donna, non vi vidd’io,
Poi che in me conosceste il gran desio,
Ch’ogn’altra voglia dentr’al cor mi sgombra.
Mentr’io portava i be’ pensier celati,
Ch’hanno la mente di tant’anni morta,
Viddivi di pietà ornar il volto;
Ma poi ch’Amor di me vi fece accorta,
Fur i biondi capelli allor velati,
E l’amoroso sguardo in sé raccolto.
Quel che più desiava in voi m’è tolto;
Sì mi governa il velo,
Che per mia morte, e al caldo e al gelo,
De’ be’ vostr’occhi il dolce lume adombra.


XI


Se la mia vita da l’aspro tormento
Si può tanto schermire, e dagli affanni,
Ch’i’ veggia per virtù degli ultim’anni,
Donna, de be’ vostr’occhi il lume spento,
E i cape’ d’oro fin farsi d’argento,
E lassar le ghirlande, e i verdi panni,
E il viso scolorir, che ne’ miei danni
A lamentar mi fa pauroso e lento,
Pur mi darà tanta baldanza Amore,
Ch’io vi discovrirò de’ miei martiri
Quai son stati gli anni, e i giorni e l’ore.
E se il tempo è contrario a be’ desiri,
Non fia ch’almen non giunga al mio dolore
Alcun soccorso di tardi sospiri.


XII

Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
Quanto ciascuna è men bella di lei,
Tanto cresce il desio che m’innamora.
E benedico il loco, il tempo e l’ora
Che sì alto miraron gli occhi miei,
E dico: Anima, assai ringraziar dei
Che fosti a tanto onor degnata allora.
Da lei ti vien l’amoroso pensiero,
Che mentre ’l segui, al sommo ben t’invia,
Poco prezzando quel ch’ogni uom desia.
Da lei vien l’animosa leggiadria
Ch’al ciel ti scorge per destro sentero,
Sì ch’i’ vo già della speranza altero.


BALLATA II


Occhi miei lassi, mentre ch’io vi giro
Nel bel viso di quella che v’ha morti,
Pregovi siate accorti;
Che già vi sfida Amore, ond’io sospiro.
Morte può chiuder sola a’ miei pensieri
L’amoroso camin, che li conduce
Al dolce porto de la lor salute.
Ma puossi a voi celar la vostra luce
Per meno oggetto, perché meno interi
Siete formati, e di minor virtute.
Però dolenti, anzi che sian venute
L’ore del pianto, che son già vicine,
Prendete or a la fine
Breve conforto a sì lungo martiro.

XIII


Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
Col corpo stanco, ch’a gran pena porto;
E prendo allor del vostr’aere conforto,
Che ’l fa gir oltra, dicendo: Oimè lasso!
Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso,
Al camin lungo, ed al mio viver corto,
Fermo le piante sbigottito e smorto,
E gli occhi a terra lagrimando abbasso.
Talor m’assale in mezzo a’ tristi pianti
Un dubbio: come posson queste membra
Da lo spirito lor viver lontane?
Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra,
Che questo è privilegio degli amanti,
Sciolti da tutte qualitati umane?

XIV


Movesi ’l vecchiarel canuto e bianco
Dal dolce loco ov’ha sua età fornita,
E da la famigliuola sbigottita,
Che vede il caro padre venir manco.
Indi traendo poi l’antico fianco
Per l’estreme giornate di sua vita,
Quanto più può, col buon voler s’aita,
Rotto dagli anni, e dal camino stanco.
E viene a Roma seguendo ’l desio,
Per mirar la sembianza di colui
Ch’ancor là su nel ciel vedere spera.
Così, lasso, talor vo cercand’io,
Donna, quant’è possibil in altrui
La desiata vostra forma vera.

XV


Piovommi amare lagrime dal viso
Con un vento angoscioso di sospiri,
Quando in voi adivien che gli occhi giri,
Per cui sola dal mondo i’ son diviso.
Vero è che ’l dolce mansueto riso
Pur acqueta gli ardenti miei desiri,
E mi sottragge al foco de’ martiri,
Mentr’io son a mirarvi intento e fiso.
Ma gli spiriti miei s’agghiaccian poi
Ch’i’ veggio al dipartir gli atti soavi
Torcer da me le mie fatali stelle.
Largata al fin con l’amorose chiavi
L’anima esce del cor, per seguir voi,
E con molto pensiero indi si svelle.

XVI


Quand’io son tutto volto in quella parte
Ove ’l bel viso di Madonna luce,
E m’è rimasa nel pensier la luce
Che m’arde, e strugge dentro a parte a parte,
I’ temo del cor, che mi si parte,
E veggio presso il fin de la mia luce,
Vommene in guisa d’orbo senza luce,
Che non sa ove si vada e pur si parte.
Così davanti ai colpi de la morte
Fuggo, ma non sì ratto che ’l desio
Meco non venga, come venir sole.
Tacito vo, che le parole morte
Farian pianger la gente, ed i’ desio
Che le lagrime mie si spargan sole.

XVII


Son animali al mondo di sì altera
Vista, che ’ncontra al sol pur si difende;
Altri però, ché ’l gran lume gli offende,
Non escon fuor, se non verso la sera;
Et altri col desio folle, che spera
Gioir forse nel foco, perché splende,
Provan l’altra vertù, quella che ’ncende:
Lasso, il mio loco è ’n quest’ultima schiera.
Ch’ i’ non son forte ad aspettar la luce
Di questa donna, e non so fare schermi
Di luoghi tenebrosi, o d’ore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi
Mio destino a vederla mi conduce,
E so ben ch’io vo dietro a quel che m’arde.

XVIII


Vergognando talor ch’ancor si taccia,
Donna, per me vostra bellezza in rima,
Ricorro al tempo ch’i’ vi vidi prima,
Tal che null’altra fia mai che mi piaccia.
Ma trovo peso non da le mie braccia,
Né opra da pulir con la mia lima;
Però l’ingegno, che sua forza estima,
Ne l’operazion tutto s’agghiaccia.
Più volte già per dir le labbra apersi,
Poi rimase la voce in mezzo al petto:
Ma qual suon porria mai salir tant’alto?
Più volte cominciai di scriver versi,
Ma la penna, e la mano, e l’intelletto
Rimaser vinti nel primier assalto.

XIX


Mille fiate, o dolce mia guerrera,
Per aver co’ begli occhi vostri pace,
V’aggio proferto il cor, ma a voi non piace
Mirar sì basso con la mente altera;
E se di lui fors’altra donna spera,
Vive in speranza debile e fallace;
Mio, perché sdegno ciò ch’a voi dispiace,
Esser non può già mai, così com’era.
Or, s’io lo scaccio ed e’ non trova in voi
Nell’esilio infelice alcun soccorso,
Né sa star sol, né gire ov’altr’il chiama.
Porria smarrire il suo natural corso,
Che grave colpa fia d’ambeduo noi,
E tanto più di voi, quanto più v’ama.

SESTINA


A qualunque animale alberga in terra,
Se non se alquanti c’hanno in odio il sole,
Tempo da travagliare è, quanto è ’l giorno.
Ma poi che ’l ciel accende le sue stelle,
Qual torna a casa e qual s’annida in selva,
Per aver posa almeno infin a l’alba.
Ed io, da che comincia la bell’alba
A scuoter l’ombra intorno de la terra,
Svegliando gli animali in ogni selva,
Non ho mai triegua di sospir col sole.
Poi quand’io veggio fiammeggiar le stelle,
Vo lagrimando e desiando il giorno.
Quando la sera scaccia il chiaro giorno,
E le tenebre nostre altrui fann’alba,
Miro pensoso le crudeli stelle,
Che m’hanno fatto di sensibil terra,
E maledico il dì ch’i’ vidi il sole,
Che mi fa in vista un uom nudrito in selva.
Non credo che pascesse mai per selva
Sì aspra fera, o di notte o di giorno,
Come costei, ch’i’ piango a l’ombra e al sole:
E non mi stanca primo sonno, o alba,
Che, bench’i’ sia mortal corpo di terra,
Lo mio fermo desir vien da le stelle.
Prima ch’i’ torni a voi, lucenti stelle,
O tomi giù ne l’amorosa selva,
Lassando il corpo, che fia trita terra,
Vedess’io in lei pietà, che ’n un sol giorno
Può ristorar molt’anni, e ’nnanzi l’alba
Puommi arricchir dal tramontar del sole.
Con lei foss’io da che si parte il sole,
E non ci vedess’altri che le stelle,
Sol una notte, e mai non fosse l’alba,
E non si trasformasse in verde selva
Per uscirmi di braccio, come il giorno
Che Apollo la seguia qua giù per terra.
Ma io sarò sotterra in secca selva,
E ’l giorno andrà pien di minute stelle,
Prima ch’a sì dolce alba arrivi il sole.

CANZONE



Nel dolce tempo de la prima etade,
Che nascer vide, ed ancor quasi in erba,
La fera voglia che per mio mal crebbe,
Perché cantando il duol si disacerba,
Canterò com’io vissi in libertade
Mentr’Amor nel mio albergo a sdegno s’ebbe.
Poi seguirò sì come a lui ne ’ncrebbe
Troppo altamente, e che di ciò m’avenne,
Di ch’io son fatto a molta gente essempio;
Benché ’l mio duro scempio
Sia scritto altrove, sì che mille penne
Ne son già stanche, e quasi in ogni valle
Rimbombi il suon de’ miei gravi sospiri,
Ch’acquistan fede alla penosa vita.
E se qui la memoria non m’aita,
Come suol fare, iscusilla i martiri,
Ed un pensier che solo angoscia dalle,
Tal ch’ad ogni altro fa voltar le spalle,
E mi face obliar me stesso a forza:
Ché ten di me quel dentro, ed io la scorza.
I’ dico, che dal dì che ’l primo assalto
Mi diede Amor, molt’anni eran passati,
Sì ch’io cangiava il giovenile aspetto;
E d’intorno al mio cor pensier gelati
Fatto avean quasi adamantino smalto,
Ch’allentar non lassava il duro affetto;
Lagrima ancor non mi bagnava il petto,
Né rompea il sonno, e quel, che ’n me non era,
Mi parea un miracolo in altrui.
Lasso, che son? Che fui?
La vita al fin, e ’l dì loda la sera.
Ché sentendo il crudel di ch’io ragiono
Infin allor percossa di suo strale
Non essermi passato oltra la gonna,
Prese in sua scorta una possente donna,
Ver cui poco giamai mi valse o vale
Ingegno o forza o dimandar perdono.
E i dui mi trasformaro in quel ch’i’ sono,
Facendomi d’uom vivo un lauro verde,
Che per fredda stagion foglia non perde.
Qual mi fec’io, quando primier m’accorsi
De la trasfigurata mia persona,
E i capei vidi far di quella fronde
Di che sperato avea già lor corona,
E i piedi, in ch’io mi stetti e mossi e corsi,
Com’ogni membro a l’anima risponde,
Diventar due radici sovra l’onde,
Non di Peneo, ma d’un più altero fiume,
E ’n due rami mutarsi ambo le braccia.
Né meno ancor m’agghiaccia
L’esser coperto poi di bianche piume,
Allor che fulminato e morto giacque
Il mio sperar, che troppo alto montava;
Che perch’io non sapea dove né quando
Me ’l ritrovassi, solo, lagrimando,
Là ’ve tolto mi fu, dì e notte andava
Ricercando dal lato, e dentro l’acque;
E già mai poi la mia lingua non tacque,
Mentre poteo, del suo cader maligno,
Ond’io presi col suon color d’un cigno.
Così lungo l’amate rive andai,
Che, volendo parlar, cantava sempre,
Mercé chiamando con estrania voce;
Né mai in sì dolci o in sì soavi tempre
Risonar seppi gli amorosi guai
Che ’l cor s’umiliasse aspro e feroce.
Qual fu a sentir, che ’l ricordar mi coce!
Ma molto più di quel ch’è per inanzi
De la dolce ed acerba mia nemica
È bisogno ch’io dica,
Benché sia tal ch’ogni parlare avanzi.
Questa, che col mirar gli animi fura,
M’aperse il petto, e ’l cor prese con mano,
Dicendo a me: “Di ciò non far parola”.
Poi la rividi in altro abito sola,
Tal ch’io non la conobbi, oh senso umano,
Anzi le dissi ’l ver pien di paura,
Ed ella, ne l’usata sua figura
Tosto tornando, fecemi, oimè lasso,
D’un quasi vivo e sbigottito sasso.
Ella parlava sì turbata in vista
Che tremar mi fea dentro a quella petra,
Udendo: “I’ non son forse chi tu credi”.
E dicea meco: “Se costei mi spetra,
Nulla vita mi fia noiosa o trista:
A farmi lagrimar, Signor mio, riedi”.
Come non so, pur io mossi indi i piedi,
Non altrui incolpando che me stesso,
Mezzo, tutto quel dì, tra vivo e morto.
Ma, perché ’l tempo è corto,
La penna al buon voler non può gir presso,
Onde più cose ne la mente scritte
Vo trapassando, e sol d’alcune parlo,
Che meraviglia fanno a chi l’ascolta.
Morte mi s’era intorno al core avvolta,
Né tacendo potea di sua man trarlo
O dar soccorso a le virtuti afflitte.
Le vive voci m’erano interditte,
Ond’io gridai con carta e con inchiostro:
Non son mio, no; s’io moro, il danno è vostro.
Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi
D’indegno far così di mercé degno,
E questa speme m’avea fatto ardito.
Ma talor umiltà spegne disdegno,
Talor l’infiamma, e ciò sepp’io dapoi
Lunga stagion di tenebre vestito,
Ch’a quei preghi il mio lume era sparito.
Ed io non ritrovando intorno intorno
Ombra di lei, né pur de’ suoi piedi orma,
Com’uom che tra via dorma,
Gittaimi stanco sopra l’erba un giorno.
Ivi, accusando il fuggitivo raggio,
Alle lagrime triste allargai ’l freno,
E lasciaile cader come a lor parve.
Né giamai neve sotto ’l sol disparve,
Com’io senti’ me tutto venir meno,
E farmi una fontana a piè d’un faggio.
Gran tempo umido tenni quel viaggio.
Chi udì mai d’uom vero nascer fonte?
E parlo cose manifeste e conte.
L’alma, ch’è sol da Dio fatta gentile,
Che già d’altrui non può venir tal grazia,
Simile al suo Fattor stato ritene;
Però di perdonar mai non è sazia
A chi col core e col sembiante umile
Dopo quantunque offese a mercé vene.
E se contra suo stile ella sostene
D’esser molto pregata, in lui si specchia,
E fal perché peccar più si pavente,
Ché non ben si ripente
De l’un mal chi de l’altro s’apparecchia.
Poi che Madonna da pietà commossa
Degnò mirarmi e riconobbe e vide
Gir di pari la pena col peccato,
Benigna mi ridusse al primo stato.
Ma nulla è al mondo in ch’uom saggio si fide:
Ch’ancor poi ripiegando i nervi e l’ossa
Mi volse in dura selce; e così scossa
Voce rimasi de l’antiche some,
Chiamando morte, e lei sola per nome.
Spirto doglioso errante, mi rimembra,
Per spelonche diserte e pellegrine
Piansi molt’anni il mio sfrenato ardire,
Ed ancor poi trovai di quel mal fine,
E ritornai nelle terrene membra,
Credo, per più dolor ivi sentire.
I’ segui’ tanto avanti il mio desire,
Ch’un dì cacciando, sì com’io solea,
Mi mossi, e quella fera bella e cruda
In una fonte ignuda
Si stava, quando ’l sol più forte ardea.
Io, perché d’altra vita non m’appago,
Stetti a mirarla: ond’ella ebbe vergogna,
E per farne vendetta, o per celarse,
L’acqua nel viso con le man mi sparse.
Vero dirò, forse e’ parrà menzogna,
Ch’i’ senti’ trarmi de la propria imago,
Ed in un cervo solitario e vago
Di selva in selva ratto mi trasformo,
Ed ancor de’ miei can fuggo lo stormo.
Canzon, i’ non fui mai quel nuvol d’oro,
Che poi discese in preziosa pioggia,
Sì che ’l foco in Giove in parte spense,
Ma fui ben fiamma ch’un bel guardo accense,
E fui l’uccel che più per l’aere poggia
Alzando lei che ne’ miei detti onoro;
Né per nova figura il primo alloro
Seppi lassar, ché pur la sua dolce ombra
Ogni men bel piacer del cor mi sgombra.

XX

Se l’onorata fronde che prescrive
L’ira del ciel quando ’l gran Giove tona
Non m’avesse disdetta la corona
Che suole ornar chi poetando scrive,
I’ era amico a queste vostre Dive,
Le qua’ vilmente il secolo abbandona;
Ma questa ingiuria già lunge mi sprona
Da l’inventrice de le prime olive.
Che non bolle la polver d’Etiopia
Sotto ’l più ardente sol, com’io sfavillo
Perdendo tanto amata cosa propia.
Cercate dunque fonte più tranquillo,
Ché ’l mio d’ogni liquor sostene inopia,
Salvo di quel che lagrimando stillo.

XXI



Amor piangeva, ed io con lui tal volta,
Dal qual miei passi non fur mai lontani,
Mirando per gli effetti acerbi e strani
L’anima vostra de’ suoi nodi sciolta.
Or ch’al dritto camin l’ha Dio rivolta,
Col cor levando al cielo ambe le mani,
Ringrazio lui che giusti prieghi umani
Benignamente, sua mercede, ascolta.
E se tornando a l’amorosa vita,
Per farvi al bel desio volger le spalle,
Trovaste per la via fossati o poggi,
Fu per mostrar quanto è spinoso ’l calle
E quanto alpestra e dura la salita
Onde al vero valor conven ch’uom poggi.

XXII


Più di me lieta non si vede a terra
Nave da l’onde combattuta e vinta,
Quando la gente di pietà dipinta
Su per la riva a ringraziar s’atterra;
Né lieto più del carcer si disserra
Chi ’ntorno al collo ebbe la corda avinta,
Di me, veggendo quella spada scinta
Che fece al Signor mio sì lunga guerra.
E tutti voi, ch’Amor lodate in rima,
Al buon testor degli amorosi detti
Rendete onor, ch’era smarrito in prima.
Ché più gloria è nel regno degli eletti
D’un spirito converso, e più s’estima,
Che di novantanove altri perfetti.

XXIII


Il successor di Carlo, che la chioma
Con la corona del suo antico adorna,
Prese ha già l’arme per fiaccar le corna
A Babilonia, e chi da lei si noma.
E ’l Vicario di Cristo con la soma
De le chiavi e del manto al nido torna,
Sì che s’altro accidente no ’l distorna,
Vedrà Bologna, e poi la nobil Roma.
La mansueta vostra e gentil agna
Abbatte i fieri lupi: e così vada
Chiunque amor legitimo scompagna.
Consolate lei dunque, ch’ancor bada,
E Roma che del suo sposo si lagna;
E per Giesù cingete omai la spada.

XXIV


Quest’anima gentil, che si diparte
Anzi tempo chiamata a l’altra vita,
Se là suso è quant’esser de’ gradita,
Terrà del ciel la più beata parte.
S’ella riman tra ’l terzo lume e Marte,
Fia la vista del Sole scolorita,
Poi ch’a mirar sua bellezza infinita
L’anime degne intorno a lei fien sparte.
Se si posasse sotto ’l quarto nido,
Ciascuna de le tre saria men bella
Ed essa sola avria la fama e ’l grido.
Nel quinto giro non abitrebb’ella;
Ma se vola più alto, assai mi fido
Che con Giove sia vinta ogni altra stella.

XXV


Quanto più m’avvicino al giorno estremo
Che l’umana miseria suol far breve,
Più veggio ’l tempo andar veloce e leve
E ’l mio di lui sperar fallace e scemo.
I’ dico a’ miei pensier: Non molto andremo
D’amor parlando omai, ché ’l duro e greve
Terreno incarco, come fresca neve,
Si va struggendo, onde noi pace avremo:
Perché con lui cadrà quella speranza
Che ne fe’ vaneggiar sì lungamente,
E ’l riso e ’l pianto, e la paura e l’ira.
Sì vedrem chiaro poi come sovente
Per le cose dubbiose altri s’avanza,
E come spesso indarno si sospira.

XXVI


Già fiammeggiava l’amorosa stella
Per l’Oriente, e l’altra, che Giunone
Suol far gelosa, nel Settentrione
Rotava i raggi suoi lucente e bella.
Levata era a filar la vecchiarella,
Discinta e scalza, e desto avea ’l carbone;
E gli amanti pungea quella stagione
Che per usanza a lagrimar gli appella:
Quando mia speme già condotta al verde
Giunse nel cor non per l’usata via,
Che ’l sonno tenea chiusa e ’l dolor molle,
Quanto cangiata, oimè, da quel di pria!
E parea dir: Perché tuo valor perde?
Veder quest’occhi ancor non ti si tolle.

XXVII


Apollo, s’ancor vive il bel desio
Che t’infiammava a le tessaliche onde,
E se non hai l’amate chiome bionde,
Volgendo gli anni, già poste in oblio,
Dal pigro gelo e dal tempo aspro e rio,
Che dura quanto ’l tuo viso s’asconde,
Difendi or l’onorata e sacra fronde
Ove tu prima e poi fu’ invescat’io;
E per virtù de l’amorosa speme
Che ti sostenne nella vita acerba,
Di queste impression l’aere disgombra.
Sì vedrem poi per meraviglia insieme
Seder la donna nostra sopra l’erba
E far de le sue braccia a se stess’ombra.

XXVIII


Solo e pensoso i più deserti campi
Vo misurando a passi tardi e lenti,
E gli occhi porto per fuggire intenti
Dove vestigio uman l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
Dal manifesto accorger de le genti,
Perché negli atti d’allegrezza spenti
Di fuor si vede com’io dentro avvampi:
Sì ch’io mi credo omai che monti e piagge
E fiumi e selve sappian di che tempre
Sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
Cercar non so, ch’Amor non venga sempre
Ragionando con meco, ed io con lui.

XXIX


S’io credesse per morte essere scarco
Del pensier amoroso che m’atterra,
Con le mie mani avrei già posto in terra
Queste membra noiose e quello incarco.
Ma perch’io temo che sarebbe un varco
Di pianto in pianto, e d’una in altra guerra,
Di qua dal passo ancor, che mi si serra,
Mezzo rimango, lasso, e mezzo il varco.
Tempo ben fora omai d’avere spinto
L’ultimo stral la dispietata corda,
Ne l’altrui sangue già bagnato e tinto.
Ed io ne prego Amore, e quella sorda
Che mi lassò de’ suoi color dipinto,
E di chiamarmi a sé non le ricorda.

 

SONETTO PRIMO
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

Voi ch’ascoltate imbastardito il suono
Del maggior Tosco, e ve ne crepa il core,
Con brontolar che quest’è grand’errore,
E che sfacciato e temerario i’ sono,
Sappiate che quant’io scherzo e ragiono,
Vien perché quasi io scoppio di dolore,
In veder, ch’anco a li più saggi, Amore
Fa salsiccie dei cor senza perdono.
La tirannia d’Amor s’ode per tutto
Con sì gravi schiamazzi, che sovente
Io, che non v’ho che far, me ne vergogno.
Sospir sono i suoi fior, pianto il suo frutto,
E sol chi ’l fugge vede chiaramente
Che non è sua bravura altro che sogno.

SONETTO II
Per far una leggi adra sua vendetta

Per far d’un buon cappon ghiotta vendetta,
Un ladroncel, se ben non mai l’offese,
Celatamente un giorno egli sel prese,
Com’uom ch’a nocer luogo e tempo aspetta.
Con la manina poi sua gola stretta,
L’uccise, e far non valse altre difese;
Poscia dal mio pollaio il furbo scese
Con furia tal, che parve empia saetta.
Io conturbato da sì fiero assalto,
Non ebbi tanto né vigor, né spazio,
Che potessi al bisogno prender l’armi:
Al ladro, al ladro, gridai sempre, ed alto;
Ma non fu un cane, che in sì duro strazio,
A poterlo acchiappar volesse aitarmi.

SONETTO III
Era il giorno ch’al sol si scoloraro

Quando d’Apollo in ciel si scoloraro
Per gire in mare ad annegarsi i rai,
Ritornò il ladro, ed io che ben guardai,
Chiamai li sbirri, e subito il legaro.
Non ebbe punto tempo a far riparo,
Che dal Giudice tosto i’ me n’andai,
E fu bello e convinto, onde i suoi guai
Nel voler capponar s’incominciaro.
Era venuto in tutto disarmato,
E non credea ch’i’ avessi o voglia o core
Di vendicarmi, e d’acchiapparlo al varco;
Il buon Giudice poi, per farli onore,
Gli diè perpetuo bando dal suo stato,
E ’l pose a la berlina sotto a un arco.


SONETTO IV
Quel ch’infinita providenza ed arte

Quando Vulcano fece con tant’arte
La rete di sì nobil magistero,
Che poscia sopra il nostro alto emisfero
Abbracciati acchiappò Venere e Marte,
Allora a pien si discoprir le carte
Che di vergogna avean celato il vero:
E non valse a chiamar Gianni, né Piero,
Ch’apparve il Cornucopia in ogni parte.
Marte non si crucciò, l’ebbe per grazia
D’esser trovato in quel felice stato,
Tanto il suo nobil furto agli occhi piacque.
A Vulcan poi fu in ricompensa dato
Che da lui, onde ognun ne lo ringrazia,
La gran razza de’ becchi al mondo nacque


SONETTO V
Quand’io movo i sospiri a chiamar voi

Verso Parnaso per cenar con voi,
O dotte Muse, un dì mi spinse Amore,
Ma un can cornuto, che giacea lì fuore,
Mi traversò il camin con gli urli suoi.
L’uscier tutto stizzato incontrai poi,
Ch’ignudo m’adocchiò d’ogni valore,
Onde in vece d’aprirmi e farmi onore,
Mi disse: Amico, va’ pe’ fatti tuoi.
Dunque, o Messer Apol, che con l’insegna
Di lauro quasi a l’osteria ci chiami,
Se d’introdurmi alcun de’ tuoi non degna,
Fa’, poiché l’ortolana si disdegna,
Darmi un tantin de’ sempre verdi rami,
Che d’una zucca favorito io vegna.


SONETTO VI
Sì traviato è ’l folle mio desio

D’ascender come gli altri ebbi desio
Sul caval pegaseo solo una volta:
Vi montai, e correndo a briglia sciolta,
Facea rider ognun del fatto mio.
Che mentre per sentiere alto m’invio,
Sento dirmi da molti: ascolta, ascolta;
D’acquistar fama per cotesta volta
Non pensar già, su quel caval restio,
Che se ben ei sul dorso or ti raccoglie,
Proverai tosto il calcitrar di lui,
Ch’ad annegarti in Lete ti trasporta.
Dal troppo ardire frutto amar si coglie,
Lascia domar la bestiaccia altrui,
E a gir con le tue gambe or ti conforta


SONETTO VII
La gola, il sonno, e l’oziose piume

Per l’aereo sentiero erge le piume
Dal mondo rio la Cortesia sbandita,
E più ch’ogn’altro popolo smarrita
L’ha delle Corti il natural costume.
Ne l’apparente lor splendido lume
Perdon farfalle i corteggian la vita:
E per cosa mirabile s’addita
Che al fin di pianti in lor non versi un fiume.
Meglio fia sotto un lauro, o sotto un mirto,
La nuda omai seguir filosofia,
Ch’aver la mente a gir in Corte intesa.
Chi ad arricchir colà si mette in via,
Consumando col corpo anco lo spirto,
Di far l’asin volar prende l’impresa.


SONETTO VIII
A piè de’ colli, ove la bella vesta

La Poesia con onorevol vesta,
Mercé de’ Mecenati, andonne pria:
Or zoppicando a l’ospedal s’invia,
Né trova albergo, e carità non desta.
Lunge, o Giovanni mio, lunge da questa
Arte infelice, chi campar desia:
Fuggila dunque, se non vuoi tra via
Menar sempre la vita egra e molesta.
Tardi io ’l conosco: pure a tempo or semo
Di miglior ricercar vita serena,
Se qui sol nubi, e sol tempesta avemo.
L’uomo, che poetando i suoi dì mena,
S’accorge, o figliuol mio, nel punto estremo,
Ch’è un grandissimo pazzo da catena.


SONETTO IX
Quando il pianeta che distingue l’ore

Quand’hanno arato i buoi quattr’o cinqu’ore
E a’ nuovi solchi l’arator ritorna,
Comincian stracchi ad abbassar le corna,
Pria che spanda la notte atro il colore.
Cavandogli esso allor dal campo fuore,
Di paglia e fien la mangiatoia adorna,
Ed han riposo fin che non s’aggiorna,
Dato lor ber del cristallino umore.
Ma l’uomo, splenda al mondo, o pure colga
Coralli in mar per la sua ninfa il Sole,
Portando ad altro polo i dolci rai,
Conviene, s’ho da dirlo in due parole,
Che notte e dì, qual asino, si volga,
E che un momento non riposi mai.


SONETTO X
Gloriosa Colonna, in cui s’appoggia

Sul cubito l’astrologo s’appoggia,
Come il fanciul ch’a far pensa il latino,
E vorria pria che mettersi in camino
Congetturar se farà sole, o pioggia.
E salir crede a la superna loggia,
Come si fa sovra gran quercia o pino;
O qual chi crede il cielo aver vicino,
Se sovra il monte si conduce, e poggia.
Ma perde al fine il tempo, e l’intelletto,
Ed Icaro novello in un mar d’ombra,
L’infelice suo fin sol vede e piagne.
In fatti l’uom cui tal pensiero ingombra,
Stolido, mentecatto, ed imperfetto,
Da pazzarelli mai non si scompagne.


CANZONE PRIMA
Lassare il velo o per sole o per ombra

Senz’appetito, o per sole o per ombra,
Mai, mai, mai non vidd’io
Un mio compagno, che con gran desio
In un’occhiata ogni gran mensa sgombra.
O com’ei trova i buon boccon celati,
Ed a l’odor d’una gallina morta
Il miri d’allegrezza ornare il volto!
D’averlo in commensal la gente accorta
Fugge, e avendo i cibi omai velati,
Duolsi s’a mensa l’ha talor raccolto,
Perch’egli il tutto ha divorato e tolto,
Senza modestia o velo;
Onde solo in vederlo or fa di gielo
Venir ciascuno, e fino agli osti adombra.

SONETTO XI
Se la mia vita da l’aspro tormento

Io non credo vi sia maggior tormento,
Né più spietato cumulo d’affanni,
Che star senza denari i mesi, gli anni,
Ch’è quasi esser sepolto anzi che spento.
Bastava il reo privar d’oro e d’argento,
E farlo andar ramingo e senza panni
A Phalari crudel, senz’altri danni
Di tori, e foco tormentoso e lento.
Quei che dir soglion ch’ha gran pene Amore
Bisogneria provassero i martiri
Di star senza denar solo quattr’ore.
So che cangiando allor voglie e desiri,
Dirian che quest’è il re d’ogni dolore,
E l’estremo dei pianti e de’ sospiri.


SONETTO XII
Quando fra l’altre donne ad ora ad ora

Un Zerbin di vedere ad ora ad ora
Crede la ninfa, e dice: ecco costei;
Ma sul balcone in cambio poi di lei
Stassi la gatta sua che l’innamora.
Il pover’uom l’altr’ier più di mezz’ora
Disse: O mio core, o sol degli occhi miei,
Alza la gelosia, che far lo dei;
Ora pensate voi s’io risi allora.
Mentre non gli riesce il suo pensiero,
Fa mostra di partire, e già s’invia,
Poi torna a cercar pur quel che desia.
Ma miagolando allor con leggiadria
La gatta, egli al fin prese il suo sentiero,
Tutto confuso, ov’era pria sì altero.


BALLATA II
Occhi miei lassi, mentre ch’io vi giro

Occhi miei lassi, mentre ch’io vi giro
A mirar quei che per Amor son morti,
Pregovi siate accorti,
Perch’io la sorte lor piango e sospiro.
Han sempre vaneggianti i lor pensieri
Color ch’ei quasi bufali conduce
Lontani da la via de la salute.
Seguon farfalla, che svolazza e luce,
E perdono le notti e i giorni intieri
Privi affatto di senno, e di virtute.
Le genti ch’in sua man son già venute,
Quante sciagure ha il mondo, hanno vicine;
E a provar vanno, male accorte al fine,
Per un breve piacer lungo martiro.

SONETTO XIII
Io mi rivolgo indietro a ciascun passo

Io mi rivolgo indietro a ciascun passo,
Se ben con me pochi denari io porto;
E grido sempre senz’alcun conforto:
Il mondo è pien di ladri; oimè son lasso!
Se questo piglio, e quel sentiero lasso,
Perché mi par più agevole e più corto,
Trovo pur chi mi rubba, e tutto smorto,
Gli occhi miei in terra lagrimando abbasso.
Oimè, per ogni via s’odono i pianti,
Né la robba è sicura, né le membra,
Ne le parti vicine e le lontane.
Non d’un, di mille Cacchi mi rimembra,
Che de le vacche, e de le borse amanti,
Tutte depredan le sostanze umane.

SONETTO XIV
Movesi ’l vecchiarel canuto e bianco

Ognuno di buon vino e di pan bianco
Brama d’aver la sua casa fornita,
Acciò la famigliuola sbigottita
Di sete e fame non li venga manco.
E chi non l’ha, va con la spada al fianco
A procacciarlo a rischio de la vita:
Ciascuno in somma a più poter s’aita,
E il vitto acquistar non è mai stanco.
Alcuni poi, ch’han pur simil desio,
Son, per disgrazia lor, come colui
Che semina in arena, e ’l frutto spera.
Lasso, che fra questi ultimi son io,
Che con sperar nel refrigerio altrui,
Di Tantal mostro la sembianza vera.

SONETTO XV
Piovommi amare lagrime dal viso

Piovommi amare lagrime dal viso
Con un vento angoscioso di sospiri,
Quando avvien che a la borsa gli occhi io giri,
Né v’è un doblone intiero, o almen diviso.
Quel cui mancan danari, in pianto il riso
Subito cangia, e in mesti i suoi desiri.
E cade tosto in mar d’aspri martiri,
E par morto a chi ’l guarda intento e fiso.
Se qualche amico consolarlo poi
Cerca con detti placidi e soavi,
Ad ogni modo vede ognor le stelle.
Ahi, chi non vi ritien sotto le chiavi,
O scudi d’or, quanto più pensa a voi
La barba a pelo a pel sempre si svelle!

SONETTO XVI
Quand’io son tutto volto in quella parte

Quand’io gli occhi rivolgo in quella parte
Dove in cristallo il vin raccolto luce,
Il cor, per contemplar quell’aurea luce,
Di mezzo il petto mi si spicca e parte.
Per quel, del volto ne la regia parte,
La porpora lampeggia, e l’ostro luce;
Per quello il pigro ingegno e senza luce
Si risveglia e rischiara in ogni parte.
Sia benedetto ancor dopo la morte
Quel valent’uom ch’ebbe sì bel disio
Di piantar pria le vigne esposte al sole.
Mi parve, poco fa, sorger da morte,
Mentre, dopo gran sete, con disio
Ne tracannai del buon due tazze sole.

SONETTO XVII
Son animali al mondo di sì altera

È l’osteria una donnaccia altera,
Che lusingando t’apre, e ti difende
O dal sole o dal freddo che t’offende,
E ti dà ’l ben venuto, e buona sera.
Mentre il tuo cor di riposar poi spera
Sul letto, e appresso un lumicin ti splende,
Vedi una, che t’assalta e che t’offende,
Di cimicie e di pulci orrenda schiera.
Ahi, che non basta di bramar la luce
Per partir quindi, e far difese e schermi
Tutta la notte a l’ore lunghe e tarde!
Al fin sollevi pure i membri infermi,
E a farti i conti addosso ti conduce,
Ché senza foco ti consuma ed arde.

SONETTO XVIII
Vergognando talor ch’ancor si taccia

Deh, per amor di Dio s’accheti e taccia
Un tal che vuol cantar d’amor in rima,
Poi che questa è una storia udita in prima
Già mille volte, e non par che più piaccia.
Bramar donna crudel ne le sue braccia,
Dir che gli rode il cor con la sua lima,
È una canzon omai che non si stima,
È un cavol riscaldato che s’agghiaccia.
Io, dal dì che a cantar le labbra apersi,
Voce non mi trovai dentr’al mio petto,
Né penna altera da volar tant’alto.
A lodar presi co’ miei rozzi versi,
Senz’affannarmi molto l’intelletto,
Or mal francese, or d’un moscon l’assalto.

SONETTO XIX
Mille fiate, o dolce mia guerrera

Fortuna empia e crudele è una guerrera
Che col mio chiacchiarar non vuol mai pace:
Quanto la prego io più, vie più le piace
Di travagliarmi con sua forza altera.
Folle è chi fonda in lei, folle chi spera
D’umiliar quest’Idra empia e fallace:
Cesare il sa, che in fin, tanto le piace,
Fu astretto a dir ch’una puttana ell’era.
Egli era il suo diletto, come voi
Ch’or siete su la rota, e pur soccorso
Non impetra al morir, mentr’ei la chiama.
Sol le impedisce il furibondo corso
Il bell’oprar, che far dobbiamo noi,
E chi virtù seguendo, Iddio sol ama.

SESTINA
A qualunque animale alberga in terra

A qualunque animale alberga in terra
Dispiaccion le cipolle, e nega il sole,
Al fetor loro, il riportarne il giorno.
Queste in mangiarne fan veder le stelle,
Né mira frutto alcuno in campo o in selva
Più spiacevol di questa al sorger l’alba.
Appestan queste il nobil fiato a l’alba,
Ed ogni uom ghiotto l’aborrisce in terra;
Mangine dunque sol chi è avvezzo in selva,
E poi s’asconda, e mai non veggia il sole;
Ch’io ebbi quasi a rinegar le stelle,
Mentre ne mangiai per forza un giorno.
Promise Silvia al caro Aminta un giorno
Di darli un bacio a lo spuntar de l’alba,
Quando tutte nel ciel morian le stelle;
Ma cadde tosto tramortita in terra,
Perch’egli due cipolle al suo bel sole
Portava in don da la vicina selva.
Ella, tornata in sé, verso la selva
Odiandolo fuggissi, onde ogni giorno
Egli ne piange: o che si colchi il sole,
O che poi torni a riportarne l’alba,
Le cipolle bestemmia, e quella terra
Che le produsse con maligne stelle.
Quando il gran Giove da l’eteree stelle,
Per fulminar Giganti, una gran selva
Vibrò di strali, e minacciò la terra,
Se avventava cipolle, in un sol giorno
Gli avrebbe spenti. Ben è ver che l’alba
Per quel fetor ci avria negato il sole.
Per gran tormento le produsse il sole,
E per far lagrimar anco le stelle,
Colerica talor le innaffia l’alba:
Se i lupi ne mangiasser ne la selva,
Creperebbono tosto, e tutto il giorno
Non si vedrebbon poi sturbar la terra.
Lor nieghi umor la terra, ombre la selva,
Vigore il giorno, influssi almi le stelle,
Le sue rugiade l’alba, i raggi il sole.


Nel dolce tempo de la prima etade
Canzone del Petrarca trasformata dal Lalli
‘Sopra le carote’

Nel dolce tempo de la prima etade
Sol vide il mondo le carote in erba,
Il cui rio seme poi cotanto crebbe.
Or se cantando il duol si disacerba,
Dammi, o messer Apollo, libertade
Di dir quando tal seme in pregio s’ebbe.
Quegli antichi Romani, ai quali increbbe
Vivere in pace, onde gran male avvenne,
Pensar, con alterezza senza esempio,
Soggiogar Roma e scempio
Farne, che scritto appar di mille penne.
Cominciar per lo piano e per la valle
Piantar carote e simular sospiri,
E sparger promettean la propria vita,
Per salvar Roma e per portarle aita,
E sottrarla ai tirannici martiri.
Fra tanto, a poco a poco, e dàlle dàlle,
Al giogo lor fer chinar le spalle,
E fingendo soccorso ov’era forza,
De le carote sol mostrar la scorza.
Andavan quindi con civile assalto,
Or da Silla, or da Mario ed or passati
Da Cesare e Pompeo, mutando aspetto,
E i grossi di legname, i cor gelati
Tenendo, e fatti adamantino smalto,
Non s’accorgean di quel superbo affetto.
Mostravan quei caldo desio nel petto
Che il zelo lor di libertà sol era.
Mentre assaliano in quella guisa altrui,
Misera me, che fai?
Disse poi Roma al fin verso la sera,
Le carote in veder di ch’io ragiono,
Quelle carote che qual fiero strale,
Senza esser viste, passar la gonna,
E di donzella al fin la fecer donna.
Da indi in poi quella semenza vale
Per far colpo mortal, senza perdono.
E quanto accorto pur talor mi sono,
Risorge ai tempi nostri ognor più verde,
E de’ grandi nel cor foglia non perde.
A poco a poco poscia anch’io m’accorsi
Ch’oggi ne pianta al mondo ogni persona:
Ma più alligna fra’ grandi, e di tal fronde
Molti d’intorno al capo han la corona.
E vidi, mentre per lo mondo corsi,
Come ogni membro al capo suo risponde,
Ch’i lor ministri vi cospargon l’onde
Che d’adulazion versa il gran fiume,
Ond’elle crescon lunghe a quattro braccia.
Dentro il cor mi s’agghiaccia,
Qualor pens’io che con troppo alte piume
Ergea sua speme e fulminato giacque
Chi in gustando carote alto montava.
Né se n’avvede l’uom, se non pur quando
Speso ha gli anni a le Corti, e lagrimando
Vede che gonfio per tal pasto andava,
E si muor poi di sete in mezzo a l’acque.
Deh, perché Ovidio il trasformarsi tacque
Che fa la Corte in tal seme maligno
E cantò Giove poi converso in cigno?
De’ venditor di carote andai
Osservando l’offerte e trovai sempre
Che specchio son di gentilezza in voce:
Con simulato riso e dolci tempre
Paion porger rimedio agli altrui guai,
Ma celano il velen nel cor feroce.
Quando il fresco t’attendi, allor ti coce
Sì fatta razza: or levami dinanzi
Questa di verità gente inimica.
Nessuno omai mi dica
Ch’in questa mercanzia molto s’avanza
E ch’il vender carote ogni cor fura,
E ch’in prometter, senz’aprir la mano,
Con un dolce sorriso, e una parola,
E con piantare una carota sola,
Può l’uom parere assai cortese e umano,
Perch’io di questi tali ho più paura
Ed odio in lor di Proteo la figura.
Un bel sì, un bel no bramerei, lasso,
E non prometter pane e darmi un sasso.
Ma qual vid’io tutta gentile in vista
Carotiera d’Amor farsi aspra pietra,
Ch’animata dolcezza anzi esser credi,
Meco diresti: “Se costei si spetra,
Nulla vita mi fia noiosa e trista”,
Ma incarotato a sospirar ne riedi.
Tal indi mossi sconsolato i piedi,
Non incolpando altrui, ma sol me stesso,
Mezzo mezzo, quel dì, tra vivo e morto.
Ahi, troppo il tempo è corto,
Né può la penna al carotar gir presso,
Onde più cose nel polmone ho scritte
Vo trapassando, e sol d’alcune parlo,
Che meraviglia fanno a chi l’ascolta.
Morte mi s’era intorno al core avvolta,
Né tacendo potea di sua man trarlo
O dar soccorso a le virtuti afflitte.
Le vive voci m’erano interditte,
Ond’io gridai con carta e con inchiostro:
Non son mio, no; s’io moro, il danno è vostro.
Pur ravvivato inanzi agli occhi suoi,
Pensai rendermi ancor di mercé degno,
Fatto, in lodar sue carote, ardito.
Ma l’adular talor rompe disdegno,
Talor l’infiamma, e questo appresi io poi,
A la zenese, di cotton vestito,
Che d’ogni speme il lume era sparito.
E di me fuor, non ritrovando intorno
Ombra veruna, né de’ suoi piedi orma,
Com’uom che tra via dorma,
Per rabbia mi gettai su l’erba un giorno.
Ivi, del sole odiando il caldo raggio,
Lentai al pianto a tutta briglia il freno,
E lasciailo cader, come a lui parve.
Non così neve sotto al sol disparve,
Com’io tutto mi vidi venir meno,
E farmi un fonte a piè d’un secco faggio,
Ch’altro fu che sudar per gran viaggio.
Or chi mai vide un uom cangiarsi in fonte,
Per inacquar grosse carote e conte?
L’alma, ch’è sol da Ciel fatta gentile,
Ch’altronde non potria venir tal grazia,
Degno dell’esser suo stato ritiene,
Finché del vero non si mostra sazia,
Serbando il cor, qual è il sembiante, umile.
Ma se maligna a carotar ne viene,
E contro il primier uso ella sostiene
Finte sembianze, e lieta in lor si specchia,
Come sia ch’in mirarsi non pavente,
Se pur non si ripente
D’un tanto mal, ch’ogn’altro le apparecchia?
Da un tal rimbrotto quella rea commossa,
Benigna un tratto rimirommi e vide
La grave pena in me del suo peccato,
E tosto mi ridusse al primo stato.
Ma nulla è sotto il ciel in ch’uom si fide:
Ch’in alterar lo sguardo, i nervi e l’ossa,
Fecemi una carota: e così scossa
Voce rimasi da l’antiche some,
Membrando ognor de le carote il nome.
Fantasma doloroso mi rimembra,
Per inospite buche e pellegrine,
Piansi gran tempo il temerario ardire.
Poggiai ’n Parnaso e Apollo a quel mal fine
Trovommi: e ripigliai l’antiche membra,
Per un doppio malanno ivi sentire.
Poiché seguendo avanti il mio desire,
Le carote a purgar, come solea,
Mi mossi un dì; quando eccomi una cruda
Musa, ch’al fonte ignuda
Si stava allor che ’l sol più forte ardea.
Io, perché d’altra cosa non m’appago,
Carote offersi. Ed ella ebbe vergogna,
E per farmi dispetto, e per celarse,
Quell’acqua in viso con le man mi sparse.
È vero affé, forse parrà menzogna,
Ch’i’ senti’ trarmi da la propria imago,
E in cornacchione solitario e vago
Ed or in cigno rauco mi trasformo,
E de’ grifagni augei fuggo lo stormo.
Canzone, io non fui mai quel nuvol d’oro
Onde spuntò tal caroton, ch’in pioggia
Di Giove in qualche parte il foco spense.
Né fui fiamma, ch’il foco in Ilio accense,
Ma un uccellaccio tal ch’in aer poggia,
Seminando carote, ond’io mi onoro;
Né per nova figura il vago alloro
Potei lasciar de le carote a l’ombra,
Ch’ogni bestial umor dal cuor mi sgombra.

SONETTO XX
Se l’onorata fronde che prescrive

La fronde, che il buon fegato prescrive
De l’animal che col suo grugno tona,
Farammi un giorno una real corona,
Qual si conviene a chi carote scrive,
Se de l’eccelse alme castalie Dive
La guattara gentil non mi abbandona;
E tanto il fato l’asinel mio sprona,
Che possa riposar con quattro olive.
Il nome mio, che sembra in Etiopia
Nato, con quell’umor, ond’io sfavillo,
Spero far diventar lucciola propia.
E intanto, in aspettar tempo tranquillo,
Per non crepar di spasimo e d’inopia,
Fabrico in aria ed il cervel mi stillo.

SONETTO XXI
Amor piangeva, ed io con lui tal volta

Le mie speranze assomigl’io tal volta
Ai nuvoli ch’appaiono lontani,
Che dimostran castelli acerbi e strani,
Poi ’l suo bel si dilegua in nebbia sciolta.
Gira qua, gira là, volta e rivolta,
Mi trovo sempre le mie mosche in mani.
E sembra sordo ognun, ch’a’ prieghi umani
O storce tosto il muso o non gli ascolta.
Felici quei ch’in solitaria vita
A questo mondo rio voltar le spalle,
E che sepper saltar fossati e poggi:
Che in questo duro e disastroso calle
Convien, se spera al ciel di far salita,
Che spregi il mondo e sol con Dio l’uom poggi.

SONETTO XXII
Più di me lieta non si vede a terra

Trionfa al mondo, e col gran mar la terra
Ha la Pazzia già soggiogata e vinta,
Ed al suo trono, di pallor dipinta,
Ogni gente umilissima si atterra.
Oggi ogni strada a lei s’apre e disserra,
E s’ebbe già la fune al collo avinta,
Omai per tutto baldanzosa e scinta
Scorre e s’aggira e fa perpetua guerra.
Ma s’incontra un umor che canti in rima,
Fra’ suoi strambotti e gli amorosi detti,
Il rende allor più matto assai di prima.
Ché fra’ pazzi solenni e fra gli eletti,
Sempre furo i poeti in maggior stima,
E son di tutti gli altri i più perfetti.

SONETTO XXIII
Il successor di Carlo, che la chioma

Un vago giovanotto, che la chioma
Con un cappello e un pennacchione adorna,
Cerca in tal guisa ricoprir le corna
Che porta in fronte, onde s’addita e noma.
Ma mentre ei crede alleggerir la soma,
Ad aggravarla più che pria ritorna,
E s’un, di lui più saggio, no ’l distorna,
Farebbe dir di sé per tutta Roma.
Tien la sua vacca incorrottibil agna,
E chi gli fa veder com’ella vada
Giunta al suo amor, da cui non si scompagna,
A questo amico il moccolon non bada,
E se di sue vergogne altri si lagna,
Finge il poltron di adoperar la spada.

SONETTO XXIV
Quest’anima gentil che si diparte

Di casa un certo amico si diparte,
Nudo, che s’ha giocato anco la vita,
E vuol provar se cera più gradita
Fortuna a lui mostrasse in altra parte.
Giunto poi ’l goffo a la città di Marte,
Con faccia d’appestato e scolorita,
Mentre ognuno ha di lui tema infinita,
Vede le sue speranze a terra sparte.
Manco ne l’ospedal ricetto e nido
Trovava il poverel, ch’era più bella
Che l’escludea di pestilenza il grido.
Con la sua sorte si lagnò, per ch’ella
Gli tolse i bezzi ed il soccorso fido,
E tornò a riveder la propria stella.

SONETTO XXV
Quanto più m’avvicino al giorno estremo

Giunto de l’animale il punto estremo
Che scannato esser dee per spazio breve,
Più ’l veggio caminar veloce e lieve,
D’ogne suspizion libero e scemo.
Verso il macel s’invia: non molto andremo,
Che s’avvedrà d’un colpo orrendo e greve.
Ecco a la gola il ferro e ’l fa di neve,
E sangue a furia per migliacci avremo.
S’allegra la famiglia, con speranza
Di far assai pan unto e lungamente
Dar poscia il bando capitale a l’ira.
Ma col troppo mangiarne, ella sovente
Tal catarro ne trae che le ne avanza,
E la perduta sanità sospira.

SONETTO XXVI
Già fiammeggiava l’amorosa stella

Già fiammeggiava l’amorosa stella
Che ’l sol precede e l’altra, che Giunone
Gelosa rende nel Settentrione,
Spiegava i raggi suoi lucente e bella.
Venere allor le disse: O vecchiarella,
Hai tu nel focolar desto il carbone?
Che fai? Che pensi? Questa è la stagione
Che le tu’ pari a tal mestiere appella.
A dirti il ver, sei già ridotta al verde,
Non sei più buona a nulla e questa via
Sol resta, e ’l volto affaticato e molle:
Quanto cangiata sei da quel di pria!
Giunone allor la pazienza perde,
Ziffe, e dagli occhi in un balen si tolle.

SONETTO XXVII
Apollo, s’ancor vive il bel desio

Apollo, a dirti il vero, ho gran desio
Di ber d’Orvieto a le dolcissime onde:
Buscamen quattro fiaschi, se le bionde
Chiome e ’l tuo sol no hai posto in oblio.
Il pigro gelo ed il tempo aspro rio,
Che ’l tuo lucente volto a me nasconde,
Mi priva ancor de l’onorata fronde,
Per cui tu prima e poi fu’ invescat’io.
Tu, per virtù de l’amorosa speme,
Che regge a pena la tua vita acerba,
L’aria di questi cancheri disgombra.
Che se ho tal vin, noi lo berremo insieme,
Fra l’aria fresca e l’odorifer’erba,
Con far brinzi ad Amor, colcati a l’ombra.

SONETTO XXVIII
Solo e pensoso i più deserti campi

Infra gli spaziosi immensi campi
Che vo squadrando a passi tardi e lenti,
Gli occhi ognor giro a contemplare intenti
Qualche bel concetton ch’io scriva e stampi.
Penso che è l’uom mortale e Dio ci scampi
Dal furor cieco d’insensate genti,
Che più di diece ha mortalmente spenti,
E mostran di qual rabbia il core avvampi.
Sì che fuggendo io vo per monti e piagge,
Per non render palese di che tempre
Sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
Trovar non so, che non ragioni sempre
Il rio Sospetto meco, ed io con lui.

SONETTO XXIX
S’io credesse per morte essere scarco

Io credo sol per morte essere scarco
Dal debito infinito che mi atterra,
Però mille anni parmi che a la terra
Io questo renda mio noioso incarco.
Ma una tal morte mi farebbe un varco
Di male in peggio, e d’una in altra guerra,
Onde dal passo in qua, che mi si serra,
Mezzo rimango, lasso, e mezzo il varco.
Allor ch’io poi mi veggio a morte spinto,
E uscir l’ultimo stral, mossa la corda,
Nel proprio sangue mio bagnato e tinto,
Mi trovo al fin burlato, e quella sorda,
Che mi fa gir del suo pallor dipinto,
Nulla del fatto mio poi si ricorda.

 

NOTE

1. N. VILLANI, Ragionamento dello Academico Aldeano sopra la poesia giocosa de' Greci, de' Latini e de' Toscani con alcune poesie piacevoli del medesimo autore, Venezia, Pinelli, 1634, pp. 96-97. L'opera venne composta per fornire, come le prime righe dichiarano, un tentativo di sistemazione teorica dell'Eneide travestita, che il Lalli aveva da poco pubblicata: "Il Signor Giovan Battista Lalli ha portato in lingua volgare con sottile e piacevole maniera di locuzione il gravissimo e augusto poema di Virgilio. Vengo io pregato da chi mi comanda col merito a voler aprire il parer mio sopra il fatto di questa impresa e a discorrere anche brevemente sopra il genere della ridevole e giocosa poesia". (Ivi, p. 6) L'Eneide travestita fa di Giovan Battista Lalli (Norcia, 1572 - Ivi, 1637) l'inventore di quella particolare modalità della riscrittura che è il travestimento letterario. A quest'opera è stata dedicata la mia tesi di laurea, discussa presso l'Università degli Studi di Padova nell'anno accademico 1999-2000 [Relatore: Prof. Luciana Borsetto]).
Le poche notizie biografiche che riguardano l'autore sono raccolte dal figlio di questi, Giovanni, nel volume miscellaneo da cui ho scelto di riprodurre le Rime del Petrarca trasformate (G. B. LALLI, Poesie nuove di Giovan Battista Lalli. Volume postumo. Cioè L'Egloghe di Virgilio tradotte. L'Epistole giocose. Rime del Petrarca trasformate. Sonetti gravi e Centone. Vita dell'Autore), dal quale attinge anche Ulisse Micocci, autore del breve saggio Vita e scritti di Giovan Battista Lalli, Norcia, Tonti, 1887.
2. S. LONGHI, Lusus. Il capitolo burlesco nel Cinquecento, Padova, Antenore, 1983, p. 6.
3. Ivi, p. 20.
4. Con la sigla RVF ci si riferisce ovviamente all'edizione continiana dei Rerum vulgarium fragmenta ; la numerazione adottata nella parodia lalliana tuttavia, non fosse altro perché risultano numerati soltanto i sonetti e non gli altri tipi di componimento, non corrisponde affatto a quella canonica. Perciò laddove la discrepanza poteva ingenerare equivoci si riporta anche, con la sigla RPT, il rimando all'indicazione numerica delle liriche petrarchesche come riprodotte nell'edizione del 1638 delle Rime del Petrarca trasformate.
5. L. OLBRECHTS-TYTECA, Il comico del discorso. Un contributo alla teoria generale del comico e del riso, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 87.
6. G. B. LALLI, Franceide overo del malfrancese, Venezia, Sarzina, 1629.
7. Ivi, II, 27, 4-8: "Parea privo di fronde orrido stelo / Arsa capanna e fulminata stanza, / Ed esclamava spesso in pettinarsi / Erano i capei d'oro a l'aura sparsi".
8. Per uno studio approfondito del Petrarca spirituale del Malipiero si veda A. QUONDAM, Riscrittura, citazione e parodia. Il Petrarca spirituale di Girolamo Malipiero in Il naso di Laura. Lingua e poesia lirica nella tradizione del classicismo, Milano, Feltrinelli, 1991, pp. 203-262.
9. L'attribuzione a Stefano Colonna, data per altro con qualche riserva, è di Guido Arbizzoni che dedica a quest'opera un contributo nel volume miscellaneo Scritture di scritture. Testi, generi, modelli, Roma, Bulzoni, 1987, pp. 539-573.
10. R. SALINA BORELLO, Testo, intertesto, ipotesto, Roma, Bulzoni, 1996, pp. 101-103.
11. Si pensi, a titolo d'esempio, al capitolo del Berni In lamentazion d'amore, nel quale la forza del sentimento, anche se trasposta in gioco, mantiene il suo potere distruttivo; o ai due capitoli Alla sua innamorata incentrati sull'idea di un amore tutto fisico, a tratti violento e irrefrenabile.
12. Si veda, in proposito, la riscrittura di La gola, il sonno, e l'oziose piume (VIII).
13. G. B. LALLI, Franceide, overo del malfrancese, Foligno, Alterij, 1629, c. H5.
14. G. B. LALLI, Opere poetiche, Milano, Fontana e Scaccabarozzo.
15. G. B. LALLI, Poesie nuove, Roma, Cavalli, 1638.
16. Ivi, c. A2r.
17. Ivi, p. 37.
18. Ivi, p. 106.
19. Ibidem.


torna indietro

download acrobat reader

clicca qui per scaricare il testo