|
I
Voi chascoltate in rime sparse il suono
Di quei sospiri, ondio nudriva il core
In sul mio primo giovenil errore,
Quandera in parte altruom da quel chi
sono,
Del vario stile, in chio piango e ragiono
Fra le vane speranze e l van dolore,
Ove sia chi per prova intenda amore,
Spero trovar pietà, non che perdono.
Ma ben veggi or sì come al popol tutto
Favola fui gran tempo, onde sovente
Di me medesmo meco mi vergogno;
E del mio vaneggiar vergogna è l frutto,
E l pentirsi, e l conoscer chiaramente
Che quanto piace al mondo è breve sogno.
II
Per far una leggiadra sua vendetta,
E punir in un dì ben mille offese,
Celatamente Amor larco riprese,
Comuom cha nocer luogo e tempo aspetta.
Era la mia virtute al cor ristretta,
Per far ivi, e negli occhi sue difese,
Quando il colpo mortal la giù discese,
Ove solea spuntarsi ogni saetta.
Però turbata nel primiero assalto
Non ebbe tanto né vigor, né spazio,
Che potesse al bisogno prender larme;
O vero al poggio faticoso ed alto
Ritrarmi accortamente da lo strazio,
Del qual oggi vorrebbe, e non può, aitarme.
III
Era il giorno chal sol si scoloraro
Per la pietà del suo Fattore i rai,
Quandio fui preso e non me ne guardai,
Che i vostri begli occhi, Donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
Contra colpi dAmor, però nandai
Secur senza sospetto; onde i miei guai
Nel commune dolor sincominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato,
Ed aperta la via per gli occhi al core,
Che di lacrime son fatti uscio e varco.
Però al mio parer non gli fu onore
Ferir me di saetta in quello stato,
E a voi armata non mostrar pur larco.
IV
Quel chinfinita providenza ed arte
Mostrò nel suo mirabil magistero,
Che creò questo, e quellaltro emisfero,
E mansueto più Giove che Marte,
Venendo in terra a illuminar le carte
Chavean moltanni già celato il vero,
Tolse Giovanni da la rete, e Piero,
E nel regno del Ciel fece lor parte.
Di sé nascendo a Roma non fe grazia,
A Giudea sì, tanto sovrogni stato
Umiltate essaltar sempre gli piacque.
Ed or dun picciol borgo un Sol nha dato,
Tal che natura e l luogo si ringrazia,
Onde sì bella donna al mondo nacque.
V
Quandio movo i sospiri a chiamar voi,
E l nome che nel cor mi scrisse Amore,
LAUdando sincomincia udir di fore
Il suon de primi dolci accenti suoi.
Vostro stato REal, che ncontro poi,
Raddoppia lalta impresa al mio valore:
Ma, TAci, grida il fin, che farle onore
È daltromeri soma, che da tuoi.
Così laudare, e reverire insegna
La voce stessa, pur chaltri vi chiami,
O dogni riverenza, e donor degna:
Se non che forse Apollo si disdegna
Cha parlar de suoi sempre verdi rami
Lingua mortal presontuosa vegna.
VI
Sì traviato è l folle mio desio
A seguitar costei, che n fuga è volta,
E de lacci dAmor leggiera e sciolta
Vola dinanzi al lento correr mio,
Che quanto richiamando più le nvio
Per la secura strada, men mascolta:
Né mi vale spronarlo, o dargli volta,
ChAmor, per sua natura, il fa restio.
E poi che l fren per forza a sé raccoglie,
I mi rimango in signoria di lui,
Che, mal mio grado, a morte mi trasporta,
Sol per venir al Lauro, onde si coglie
Acerbo frutto, che le piaghe altrui
Gustando, affligge più che non conforta.
VII
La gola, e l sonno, e loziose piume
Hanno del mondo ogni virtù sbandita,
Ondè dal corso suo quasi smarrita
Nostra natura vinta dal costume.
Ed è sì spento ogni benigno lume
Del ciel, per cui sinforma umana vita,
Che per cosa mirabile saddita
Chi vuol far dElicona nascer fiume.
Qual vaghezza di lauro, e qual di mirto?
Povera e nuda vai filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa;
Pochi compagni avrai per laltra via:
Tanto ti prego più, gentile spirto,
Non lassar la magnanima tua impresa.
VIII
A piè de colli ove la bella vesta
Prese de le terrene membra pria
La donna, che colui cha te ne invia
Spesso dal sonno lagrimando desta,
Libere in pace passavam per questa
Vita mortal, chogni animal desia,
Senza sospetto di trovar fra via
Cosa chal nostrandar fosse molesta;
Ma del misero stato ove noi semo
Condotte da la vita altra, serena,
Un sol conforto, e de la morte, avemo:
Che vendetta è di lui, cha ciò ne mena;
Lo qual in forza altrui, presso a lestremo,
Riman legato con maggior catena.
IX
Quando il pianeta che distingue lore
Ad albergar col Tauro si ritorna,
Cade virtù dallinfiammate corna
Che veste il mondo di novel colore;
E non pur quel che sapre a noi di fore,
Le rive e i colli, di fioretti adorna,
Ma dentro, dove giamai non aggiorna,
Gravido fa di sé il terrestre umore,
Onde tal frutto, e simile si colga;
Così costei, chè tra le donne un Sole,
In me movendo de begli occhi i rai,
Cria damor pensieri, atti e parole;
Ma come chella gli governi o volga,
Primavera per me pur non è mai.
X
Gloriosa Colonna, in cui sappoggia
Nostra speranza, e l gran nome latino,
Chancor non torse dal vero camino
Lira di Giove per ventosa pioggia;
Qui non palazzi, non teatro, o loggia,
Ma n lor vece un abete, un faggio, un pino,
Tra lerba verde e l bel monte vicino,
Onde si scende poetando, e poggia,
Levan di terra al Ciel nostrintelletto,
E l rosignuol, che dolcemente a lombra
Tutte le notti si lamenta e piagne,
Damorosi pensieri il cor ne ngombra:
Ma tanto ben sol tronchi, e fai imperfetto
Tu, che da noi, Signor mio, ti scompagni.
BALLATA PRIMA
Lassare il velo o per sole o per ombra,
Donna, non vi viddio,
Poi che in me conosceste il gran desio,
Chognaltra voglia dentral cor mi sgombra.
Mentrio portava i be pensier celati,
Chhanno la mente di tantanni morta,
Viddivi di pietà ornar il volto;
Ma poi chAmor di me vi fece accorta,
Fur i biondi capelli allor velati,
E lamoroso sguardo in sé raccolto.
Quel che più desiava in voi mè tolto;
Sì mi governa il velo,
Che per mia morte, e al caldo e al gelo,
De be vostrocchi il dolce lume adombra.
XI
Se la mia vita da laspro tormento
Si può tanto schermire, e dagli affanni,
Chi veggia per virtù degli ultimanni,
Donna, de be vostrocchi il lume spento,
E i cape doro fin farsi dargento,
E lassar le ghirlande, e i verdi panni,
E il viso scolorir, che ne miei danni
A lamentar mi fa pauroso e lento,
Pur mi darà tanta baldanza Amore,
Chio vi discovrirò de miei martiri
Quai son stati gli anni, e i giorni e lore.
E se il tempo è contrario a be desiri,
Non fia chalmen non giunga al mio dolore
Alcun soccorso di tardi sospiri.
XII
Quando fra laltre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
Quanto ciascuna è men bella di lei,
Tanto cresce il desio che minnamora.
E benedico il loco, il tempo e lora
Che sì alto miraron gli occhi miei,
E dico: Anima, assai ringraziar dei
Che fosti a tanto onor degnata allora.
Da lei ti vien lamoroso pensiero,
Che mentre l segui, al sommo ben tinvia,
Poco prezzando quel chogni uom desia.
Da lei vien lanimosa leggiadria
Chal ciel ti scorge per destro sentero,
Sì chi vo già della speranza altero.
BALLATA
II
Occhi miei lassi, mentre chio vi giro
Nel bel viso di quella che vha morti,
Pregovi siate accorti;
Che già vi sfida Amore, ondio sospiro.
Morte può chiuder sola a miei pensieri
Lamoroso camin, che li conduce
Al dolce porto de la lor salute.
Ma puossi a voi celar la vostra luce
Per meno oggetto, perché meno interi
Siete formati, e di minor virtute.
Però dolenti, anzi che sian venute
Lore del pianto, che son già vicine,
Prendete or a la fine
Breve conforto a sì lungo martiro.
XIII
Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
Col corpo stanco, cha gran pena porto;
E prendo allor del vostraere conforto,
Che l fa gir oltra, dicendo: Oimè lasso!
Poi ripensando al dolce ben chio lasso,
Al camin lungo, ed al mio viver corto,
Fermo le piante sbigottito e smorto,
E gli occhi a terra lagrimando abbasso.
Talor massale in mezzo a tristi pianti
Un dubbio: come posson queste membra
Da lo spirito lor viver lontane?
Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra,
Che questo è privilegio degli amanti,
Sciolti da tutte qualitati umane?
XIV
Movesi l vecchiarel canuto e bianco
Dal dolce loco ovha sua età fornita,
E da la famigliuola sbigottita,
Che vede il caro padre venir manco.
Indi traendo poi lantico fianco
Per lestreme giornate di sua vita,
Quanto più può, col buon voler saita,
Rotto dagli anni, e dal camino stanco.
E viene a Roma seguendo l desio,
Per mirar la sembianza di colui
Chancor là su nel ciel vedere spera.
Così, lasso, talor vo cercandio,
Donna, quantè possibil in altrui
La desiata vostra forma vera.
XV
Piovommi amare lagrime dal viso
Con un vento angoscioso di sospiri,
Quando in voi adivien che gli occhi giri,
Per cui sola dal mondo i son diviso.
Vero è che l dolce mansueto riso
Pur acqueta gli ardenti miei desiri,
E mi sottragge al foco de martiri,
Mentrio son a mirarvi intento e fiso.
Ma gli spiriti miei sagghiaccian poi
Chi veggio al dipartir gli atti soavi
Torcer da me le mie fatali stelle.
Largata al fin con lamorose chiavi
Lanima esce del cor, per seguir voi,
E con molto pensiero indi si svelle.
XVI
Quandio son tutto volto in quella parte
Ove l bel viso di Madonna luce,
E mè rimasa nel pensier la luce
Che marde, e strugge dentro a parte a parte,
I temo del cor, che mi si parte,
E veggio presso il fin de la mia luce,
Vommene in guisa dorbo senza luce,
Che non sa ove si vada e pur si parte.
Così davanti ai colpi de la morte
Fuggo, ma non sì ratto che l desio
Meco non venga, come venir sole.
Tacito vo, che le parole morte
Farian pianger la gente, ed i desio
Che le lagrime mie si spargan sole.
XVII
Son animali al mondo di sì altera
Vista, che ncontra al sol pur si difende;
Altri però, ché l gran lume gli offende,
Non escon fuor, se non verso la sera;
Et altri col desio folle, che spera
Gioir forse nel foco, perché splende,
Provan laltra vertù, quella che ncende:
Lasso, il mio loco è n questultima schiera.
Ch i non son forte ad aspettar la luce
Di questa donna, e non so fare schermi
Di luoghi tenebrosi, o dore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e nfermi
Mio destino a vederla mi conduce,
E so ben chio vo dietro a quel che marde.
XVIII
Vergognando talor chancor si taccia,
Donna, per me vostra bellezza in rima,
Ricorro al tempo chi vi vidi prima,
Tal che nullaltra fia mai che mi piaccia.
Ma trovo peso non da le mie braccia,
Né opra da pulir con la mia lima;
Però lingegno, che sua forza estima,
Ne loperazion tutto sagghiaccia.
Più volte già per dir le labbra apersi,
Poi rimase la voce in mezzo al petto:
Ma qual suon porria mai salir tantalto?
Più volte cominciai di scriver versi,
Ma la penna, e la mano, e lintelletto
Rimaser vinti nel primier assalto.
XIX
Mille fiate, o dolce mia guerrera,
Per aver co begli occhi vostri pace,
Vaggio proferto il cor, ma a voi non piace
Mirar sì basso con la mente altera;
E se di lui forsaltra donna spera,
Vive in speranza debile e fallace;
Mio, perché sdegno ciò cha voi dispiace,
Esser non può già mai, così comera.
Or, sio lo scaccio ed e non trova in voi
Nellesilio infelice alcun soccorso,
Né sa star sol, né gire ovaltril chiama.
Porria smarrire il suo natural corso,
Che grave colpa fia dambeduo noi,
E tanto più di voi, quanto più vama.
SESTINA
A qualunque animale alberga in terra,
Se non se alquanti channo in odio il sole,
Tempo da travagliare è, quanto è l giorno.
Ma poi che l ciel accende le sue stelle,
Qual torna a casa e qual sannida in selva,
Per aver posa almeno infin a lalba.
Ed io, da che comincia la bellalba
A scuoter lombra intorno de la terra,
Svegliando gli animali in ogni selva,
Non ho mai triegua di sospir col sole.
Poi quandio veggio fiammeggiar le stelle,
Vo lagrimando e desiando il giorno.
Quando la sera scaccia il chiaro giorno,
E le tenebre nostre altrui fannalba,
Miro pensoso le crudeli stelle,
Che mhanno fatto di sensibil terra,
E maledico il dì chi vidi il sole,
Che mi fa in vista un uom nudrito in selva.
Non credo che pascesse mai per selva
Sì aspra fera, o di notte o di giorno,
Come costei, chi piango a lombra e al sole:
E non mi stanca primo sonno, o alba,
Che, benchi sia mortal corpo di terra,
Lo mio fermo desir vien da le stelle.
Prima chi torni a voi, lucenti stelle,
O tomi giù ne lamorosa selva,
Lassando il corpo, che fia trita terra,
Vedessio in lei pietà, che n un sol giorno
Può ristorar moltanni, e nnanzi lalba
Puommi arricchir dal tramontar del sole.
Con lei fossio da che si parte il sole,
E non ci vedessaltri che le stelle,
Sol una notte, e mai non fosse lalba,
E non si trasformasse in verde selva
Per uscirmi di braccio, come il giorno
Che Apollo la seguia qua giù per terra.
Ma io sarò sotterra in secca selva,
E l giorno andrà pien di minute stelle,
Prima cha sì dolce alba arrivi il sole.
CANZONE
Nel dolce tempo de la prima etade,
Che nascer vide, ed ancor quasi in erba,
La fera voglia che per mio mal crebbe,
Perché cantando il duol si disacerba,
Canterò comio vissi in libertade
MentrAmor nel mio albergo a sdegno sebbe.
Poi seguirò sì come a lui ne ncrebbe
Troppo altamente, e che di ciò mavenne,
Di chio son fatto a molta gente essempio;
Benché l mio duro scempio
Sia scritto altrove, sì che mille penne
Ne son già stanche, e quasi in ogni valle
Rimbombi il suon de miei gravi sospiri,
Chacquistan fede alla penosa vita.
E se qui la memoria non maita,
Come suol fare, iscusilla i martiri,
Ed un pensier che solo angoscia dalle,
Tal chad ogni altro fa voltar le spalle,
E mi face obliar me stesso a forza:
Ché ten di me quel dentro, ed io la scorza.
I dico, che dal dì che l primo assalto
Mi diede Amor, moltanni eran passati,
Sì chio cangiava il giovenile aspetto;
E dintorno al mio cor pensier gelati
Fatto avean quasi adamantino smalto,
Challentar non lassava il duro affetto;
Lagrima ancor non mi bagnava il petto,
Né rompea il sonno, e quel, che n me non era,
Mi parea un miracolo in altrui.
Lasso, che son? Che fui?
La vita al fin, e l dì loda la sera.
Ché sentendo il crudel di chio ragiono
Infin allor percossa di suo strale
Non essermi passato oltra la gonna,
Prese in sua scorta una possente donna,
Ver cui poco giamai mi valse o vale
Ingegno o forza o dimandar perdono.
E i dui mi trasformaro in quel chi sono,
Facendomi duom vivo un lauro verde,
Che per fredda stagion foglia non perde.
Qual mi fecio, quando primier maccorsi
De la trasfigurata mia persona,
E i capei vidi far di quella fronde
Di che sperato avea già lor corona,
E i piedi, in chio mi stetti e mossi e corsi,
Comogni membro a lanima risponde,
Diventar due radici sovra londe,
Non di Peneo, ma dun più altero fiume,
E n due rami mutarsi ambo le braccia.
Né meno ancor magghiaccia
Lesser coperto poi di bianche piume,
Allor che fulminato e morto giacque
Il mio sperar, che troppo alto montava;
Che perchio non sapea dove né quando
Me l ritrovassi, solo, lagrimando,
Là ve tolto mi fu, dì e notte andava
Ricercando dal lato, e dentro lacque;
E già mai poi la mia lingua non tacque,
Mentre poteo, del suo cader maligno,
Ondio presi col suon color dun cigno.
Così lungo lamate rive andai,
Che, volendo parlar, cantava sempre,
Mercé chiamando con estrania voce;
Né mai in sì dolci o in sì soavi tempre
Risonar seppi gli amorosi guai
Che l cor sumiliasse aspro e feroce.
Qual fu a sentir, che l ricordar mi coce!
Ma molto più di quel chè per inanzi
De la dolce ed acerba mia nemica
È bisogno chio dica,
Benché sia tal chogni parlare avanzi.
Questa, che col mirar gli animi fura,
Maperse il petto, e l cor prese con mano,
Dicendo a me: Di ciò non far parola.
Poi la rividi in altro abito sola,
Tal chio non la conobbi, oh senso umano,
Anzi le dissi l ver pien di paura,
Ed ella, ne lusata sua figura
Tosto tornando, fecemi, oimè lasso,
Dun quasi vivo e sbigottito sasso.
Ella parlava sì turbata in vista
Che tremar mi fea dentro a quella petra,
Udendo: I non son forse chi tu credi.
E dicea meco: Se costei mi spetra,
Nulla vita mi fia noiosa o trista:
A farmi lagrimar, Signor mio, riedi.
Come non so, pur io mossi indi i piedi,
Non altrui incolpando che me stesso,
Mezzo, tutto quel dì, tra vivo e morto.
Ma, perché l tempo è corto,
La penna al buon voler non può gir presso,
Onde più cose ne la mente scritte
Vo trapassando, e sol dalcune parlo,
Che meraviglia fanno a chi lascolta.
Morte mi sera intorno al core avvolta,
Né tacendo potea di sua man trarlo
O dar soccorso a le virtuti afflitte.
Le vive voci merano interditte,
Ondio gridai con carta e con inchiostro:
Non son mio, no; sio moro, il danno è vostro.
Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi
Dindegno far così di mercé degno,
E questa speme mavea fatto ardito.
Ma talor umiltà spegne disdegno,
Talor linfiamma, e ciò seppio dapoi
Lunga stagion di tenebre vestito,
Cha quei preghi il mio lume era sparito.
Ed io non ritrovando intorno intorno
Ombra di lei, né pur de suoi piedi orma,
Comuom che tra via dorma,
Gittaimi stanco sopra lerba un giorno.
Ivi, accusando il fuggitivo raggio,
Alle lagrime triste allargai l freno,
E lasciaile cader come a lor parve.
Né giamai neve sotto l sol disparve,
Comio senti me tutto venir meno,
E farmi una fontana a piè dun faggio.
Gran tempo umido tenni quel viaggio.
Chi udì mai duom vero nascer fonte?
E parlo cose manifeste e conte.
Lalma, chè sol da Dio fatta gentile,
Che già daltrui non può venir tal grazia,
Simile al suo Fattor stato ritene;
Però di perdonar mai non è sazia
A chi col core e col sembiante umile
Dopo quantunque offese a mercé vene.
E se contra suo stile ella sostene
Desser molto pregata, in lui si specchia,
E fal perché peccar più si pavente,
Ché non ben si ripente
De lun mal chi de laltro sapparecchia.
Poi che Madonna da pietà commossa
Degnò mirarmi e riconobbe e vide
Gir di pari la pena col peccato,
Benigna mi ridusse al primo stato.
Ma nulla è al mondo in chuom saggio si fide:
Chancor poi ripiegando i nervi e lossa
Mi volse in dura selce; e così scossa
Voce rimasi de lantiche some,
Chiamando morte, e lei sola per nome.
Spirto doglioso errante, mi rimembra,
Per spelonche diserte e pellegrine
Piansi moltanni il mio sfrenato ardire,
Ed ancor poi trovai di quel mal fine,
E ritornai nelle terrene membra,
Credo, per più dolor ivi sentire.
I segui tanto avanti il mio desire,
Chun dì cacciando, sì comio solea,
Mi mossi, e quella fera bella e cruda
In una fonte ignuda
Si stava, quando l sol più forte ardea.
Io, perché daltra vita non mappago,
Stetti a mirarla: ondella ebbe vergogna,
E per farne vendetta, o per celarse,
Lacqua nel viso con le man mi sparse.
Vero dirò, forse e parrà menzogna,
Chi senti trarmi de la propria imago,
Ed in un cervo solitario e vago
Di selva in selva ratto mi trasformo,
Ed ancor de miei can fuggo lo stormo.
Canzon, i non fui mai quel nuvol doro,
Che poi discese in preziosa pioggia,
Sì che l foco in Giove in parte spense,
Ma fui ben fiamma chun bel guardo accense,
E fui luccel che più per laere poggia
Alzando lei che ne miei detti onoro;
Né per nova figura il primo alloro
Seppi lassar, ché pur la sua dolce ombra
Ogni men bel piacer del cor mi sgombra.
XX
Se lonorata fronde che prescrive
Lira del ciel quando l gran Giove tona
Non mavesse disdetta la corona
Che suole ornar chi poetando scrive,
I era amico a queste vostre Dive,
Le qua vilmente il secolo abbandona;
Ma questa ingiuria già lunge mi sprona
Da linventrice de le prime olive.
Che non bolle la polver dEtiopia
Sotto l più ardente sol, comio sfavillo
Perdendo tanto amata cosa propia.
Cercate dunque fonte più tranquillo,
Ché l mio dogni liquor sostene inopia,
Salvo di quel che lagrimando stillo.
XXI
Amor piangeva, ed io con lui tal volta,
Dal qual miei passi non fur mai lontani,
Mirando per gli effetti acerbi e strani
Lanima vostra de suoi nodi sciolta.
Or chal dritto camin lha Dio rivolta,
Col cor levando al cielo ambe le mani,
Ringrazio lui che giusti prieghi umani
Benignamente, sua mercede, ascolta.
E se tornando a lamorosa vita,
Per farvi al bel desio volger le spalle,
Trovaste per la via fossati o poggi,
Fu per mostrar quanto è spinoso l calle
E quanto alpestra e dura la salita
Onde al vero valor conven chuom poggi.
XXII
Più di me lieta non si vede a terra
Nave da londe combattuta e vinta,
Quando la gente di pietà dipinta
Su per la riva a ringraziar satterra;
Né lieto più del carcer si disserra
Chi ntorno al collo ebbe la corda avinta,
Di me, veggendo quella spada scinta
Che fece al Signor mio sì lunga guerra.
E tutti voi, chAmor lodate in rima,
Al buon testor degli amorosi detti
Rendete onor, chera smarrito in prima.
Ché più gloria è nel regno degli eletti
Dun spirito converso, e più sestima,
Che di novantanove altri perfetti.
XXIII
Il successor di Carlo, che la chioma
Con la corona del suo antico adorna,
Prese ha già larme per fiaccar le corna
A Babilonia, e chi da lei si noma.
E l Vicario di Cristo con la soma
De le chiavi e del manto al nido torna,
Sì che saltro accidente no l distorna,
Vedrà Bologna, e poi la nobil Roma.
La mansueta vostra e gentil agna
Abbatte i fieri lupi: e così vada
Chiunque amor legitimo scompagna.
Consolate lei dunque, chancor bada,
E Roma che del suo sposo si lagna;
E per Giesù cingete omai la spada.
XXIV
Questanima gentil, che si diparte
Anzi tempo chiamata a laltra vita,
Se là suso è quantesser de gradita,
Terrà del ciel la più beata parte.
Sella riman tra l terzo lume e Marte,
Fia la vista del Sole scolorita,
Poi cha mirar sua bellezza infinita
Lanime degne intorno a lei fien sparte.
Se si posasse sotto l quarto nido,
Ciascuna de le tre saria men bella
Ed essa sola avria la fama e l grido.
Nel quinto giro non abitrebbella;
Ma se vola più alto, assai mi fido
Che con Giove sia vinta ogni altra stella.
XXV
Quanto più mavvicino al giorno estremo
Che lumana miseria suol far breve,
Più veggio l tempo andar veloce e leve
E l mio di lui sperar fallace e scemo.
I dico a miei pensier: Non molto andremo
Damor parlando omai, ché l duro e greve
Terreno incarco, come fresca neve,
Si va struggendo, onde noi pace avremo:
Perché con lui cadrà quella speranza
Che ne fe vaneggiar sì lungamente,
E l riso e l pianto, e la paura e lira.
Sì vedrem chiaro poi come sovente
Per le cose dubbiose altri savanza,
E come spesso indarno si sospira.
XXVI
Già fiammeggiava lamorosa stella
Per lOriente, e laltra, che Giunone
Suol far gelosa, nel Settentrione
Rotava i raggi suoi lucente e bella.
Levata era a filar la vecchiarella,
Discinta e scalza, e desto avea l carbone;
E gli amanti pungea quella stagione
Che per usanza a lagrimar gli appella:
Quando mia speme già condotta al verde
Giunse nel cor non per lusata via,
Che l sonno tenea chiusa e l dolor molle,
Quanto cangiata, oimè, da quel di pria!
E parea dir: Perché tuo valor perde?
Veder questocchi ancor non ti si tolle.
XXVII
Apollo, sancor vive il bel desio
Che tinfiammava a le tessaliche onde,
E se non hai lamate chiome bionde,
Volgendo gli anni, già poste in oblio,
Dal pigro gelo e dal tempo aspro e rio,
Che dura quanto l tuo viso sasconde,
Difendi or lonorata e sacra fronde
Ove tu prima e poi fu invescatio;
E per virtù de lamorosa speme
Che ti sostenne nella vita acerba,
Di queste impression laere disgombra.
Sì vedrem poi per meraviglia insieme
Seder la donna nostra sopra lerba
E far de le sue braccia a se stessombra.
XXVIII
Solo e pensoso i più deserti campi
Vo misurando a passi tardi e lenti,
E gli occhi porto per fuggire intenti
Dove vestigio uman larena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
Dal manifesto accorger de le genti,
Perché negli atti dallegrezza spenti
Di fuor si vede comio dentro avvampi:
Sì chio mi credo omai che monti e piagge
E fiumi e selve sappian di che tempre
Sia la mia vita, chè celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
Cercar non so, chAmor non venga sempre
Ragionando con meco, ed io con lui.
XXIX
Sio credesse per morte essere scarco
Del pensier amoroso che matterra,
Con le mie mani avrei già posto in terra
Queste membra noiose e quello incarco.
Ma perchio temo che sarebbe un varco
Di pianto in pianto, e duna in altra guerra,
Di qua dal passo ancor, che mi si serra,
Mezzo rimango, lasso, e mezzo il varco.
Tempo ben fora omai davere spinto
Lultimo stral la dispietata corda,
Ne laltrui sangue già bagnato e tinto.
Ed io ne prego Amore, e quella sorda
Che mi lassò de suoi color dipinto,
E di chiamarmi a sé non le ricorda.
|
SONETTO
PRIMO
Voi chascoltate in rime sparse il suono
Voi chascoltate imbastardito il suono
Del maggior Tosco, e ve ne crepa il core,
Con brontolar che questè granderrore,
E che sfacciato e temerario i sono,
Sappiate che quantio scherzo e ragiono,
Vien perché quasi io scoppio di dolore,
In veder, chanco a li più saggi, Amore
Fa salsiccie dei cor senza perdono.
La tirannia dAmor sode per tutto
Con sì gravi schiamazzi, che sovente
Io, che non vho che far, me ne vergogno.
Sospir sono i suoi fior, pianto il suo frutto,
E sol chi l fugge vede chiaramente
Che non è sua bravura altro che sogno.
SONETTO II
Per far una leggi adra sua vendetta
Per far dun buon cappon ghiotta vendetta,
Un ladroncel, se ben non mai loffese,
Celatamente un giorno egli sel prese,
Comuom cha nocer luogo e tempo aspetta.
Con la manina poi sua gola stretta,
Luccise, e far non valse altre difese;
Poscia dal mio pollaio il furbo scese
Con furia tal, che parve empia saetta.
Io conturbato da sì fiero assalto,
Non ebbi tanto né vigor, né spazio,
Che potessi al bisogno prender larmi:
Al ladro, al ladro, gridai sempre, ed alto;
Ma non fu un cane, che in sì duro strazio,
A poterlo acchiappar volesse aitarmi.
SONETTO
III
Era il giorno chal sol si scoloraro
Quando dApollo in ciel si scoloraro
Per gire in mare ad annegarsi i rai,
Ritornò il ladro, ed io che ben guardai,
Chiamai li sbirri, e subito il legaro.
Non ebbe punto tempo a far riparo,
Che dal Giudice tosto i me nandai,
E fu bello e convinto, onde i suoi guai
Nel voler capponar sincominciaro.
Era venuto in tutto disarmato,
E non credea chi avessi o voglia o core
Di vendicarmi, e dacchiapparlo al varco;
Il buon Giudice poi, per farli onore,
Gli diè perpetuo bando dal suo stato,
E l pose a la berlina sotto a un arco.
SONETTO
IV
Quel chinfinita providenza ed arte
Quando Vulcano fece con tantarte
La rete di sì nobil magistero,
Che poscia sopra il nostro alto emisfero
Abbracciati acchiappò Venere e Marte,
Allora a pien si discoprir le carte
Che di vergogna avean celato il vero:
E non valse a chiamar Gianni, né Piero,
Chapparve il Cornucopia in ogni parte.
Marte non si crucciò, lebbe per grazia
Desser trovato in quel felice stato,
Tanto il suo nobil furto agli occhi piacque.
A Vulcan poi fu in ricompensa dato
Che da lui, onde ognun ne lo ringrazia,
La gran razza de becchi al mondo nacque
SONETTO
V
Quandio movo i sospiri a chiamar voi
Verso Parnaso per cenar con voi,
O dotte Muse, un dì mi spinse Amore,
Ma un can cornuto, che giacea lì fuore,
Mi traversò il camin con gli urli suoi.
Luscier tutto stizzato incontrai poi,
Chignudo madocchiò dogni valore,
Onde in vece daprirmi e farmi onore,
Mi disse: Amico, va pe fatti tuoi.
Dunque, o Messer Apol, che con linsegna
Di lauro quasi a losteria ci chiami,
Se dintrodurmi alcun de tuoi non degna,
Fa, poiché lortolana si disdegna,
Darmi un tantin de sempre verdi rami,
Che duna zucca favorito io vegna.
SONETTO
VI
Sì traviato è l folle mio desio
Dascender come gli altri ebbi desio
Sul caval pegaseo solo una volta:
Vi montai, e correndo a briglia sciolta,
Facea rider ognun del fatto mio.
Che mentre per sentiere alto minvio,
Sento dirmi da molti: ascolta, ascolta;
Dacquistar fama per cotesta volta
Non pensar già, su quel caval restio,
Che se ben ei sul dorso or ti raccoglie,
Proverai tosto il calcitrar di lui,
Chad annegarti in Lete ti trasporta.
Dal troppo ardire frutto amar si coglie,
Lascia domar la bestiaccia altrui,
E a gir con le tue gambe or ti conforta
SONETTO
VII
La gola, il sonno, e loziose piume
Per laereo sentiero erge le piume
Dal mondo rio la Cortesia sbandita,
E più chognaltro popolo smarrita
Lha delle Corti il natural costume.
Ne lapparente lor splendido lume
Perdon farfalle i corteggian la vita:
E per cosa mirabile saddita
Che al fin di pianti in lor non versi un fiume.
Meglio fia sotto un lauro, o sotto un mirto,
La nuda omai seguir filosofia,
Chaver la mente a gir in Corte intesa.
Chi ad arricchir colà si mette in via,
Consumando col corpo anco lo spirto,
Di far lasin volar prende limpresa.
SONETTO
VIII
A piè de colli, ove la bella vesta
La Poesia con onorevol vesta,
Mercé de Mecenati, andonne pria:
Or zoppicando a lospedal sinvia,
Né trova albergo, e carità non desta.
Lunge, o Giovanni mio, lunge da questa
Arte infelice, chi campar desia:
Fuggila dunque, se non vuoi tra via
Menar sempre la vita egra e molesta.
Tardi io l conosco: pure a tempo or semo
Di miglior ricercar vita serena,
Se qui sol nubi, e sol tempesta avemo.
Luomo, che poetando i suoi dì mena,
Saccorge, o figliuol mio, nel punto estremo,
Chè un grandissimo pazzo da catena.
SONETTO
IX
Quando il pianeta che distingue lore
Quandhanno arato i buoi quattro cinquore
E a nuovi solchi larator ritorna,
Comincian stracchi ad abbassar le corna,
Pria che spanda la notte atro il colore.
Cavandogli esso allor dal campo fuore,
Di paglia e fien la mangiatoia adorna,
Ed han riposo fin che non saggiorna,
Dato lor ber del cristallino umore.
Ma luomo, splenda al mondo, o pure colga
Coralli in mar per la sua ninfa il Sole,
Portando ad altro polo i dolci rai,
Conviene, sho da dirlo in due parole,
Che notte e dì, qual asino, si volga,
E che un momento non riposi mai.
SONETTO X
Gloriosa Colonna, in cui sappoggia
Sul cubito lastrologo sappoggia,
Come il fanciul cha far pensa il latino,
E vorria pria che mettersi in camino
Congetturar se farà sole, o pioggia.
E salir crede a la superna loggia,
Come si fa sovra gran quercia o pino;
O qual chi crede il cielo aver vicino,
Se sovra il monte si conduce, e poggia.
Ma perde al fine il tempo, e lintelletto,
Ed Icaro novello in un mar dombra,
Linfelice suo fin sol vede e piagne.
In fatti luom cui tal pensiero ingombra,
Stolido, mentecatto, ed imperfetto,
Da pazzarelli mai non si scompagne.
CANZONE PRIMA
Lassare il velo o per sole o per ombra
Senzappetito, o per sole o per ombra,
Mai, mai, mai non viddio
Un mio compagno, che con gran desio
In unocchiata ogni gran mensa sgombra.
O comei trova i buon boccon celati,
Ed a lodor duna gallina morta
Il miri dallegrezza ornare il volto!
Daverlo in commensal la gente accorta
Fugge, e avendo i cibi omai velati,
Duolsi sa mensa lha talor raccolto,
Perchegli il tutto ha divorato e tolto,
Senza modestia o velo;
Onde solo in vederlo or fa di gielo
Venir ciascuno, e fino agli osti adombra.
SONETTO
XI
Se la mia vita da laspro tormento
Io non credo vi sia maggior tormento,
Né più spietato cumulo daffanni,
Che star senza denari i mesi, gli anni,
Chè quasi esser sepolto anzi che spento.
Bastava il reo privar doro e dargento,
E farlo andar ramingo e senza panni
A Phalari crudel, senzaltri danni
Di tori, e foco tormentoso e lento.
Quei che dir soglion chha gran pene Amore
Bisogneria provassero i martiri
Di star senza denar solo quattrore.
So che cangiando allor voglie e desiri,
Dirian che questè il re dogni dolore,
E lestremo dei pianti e de sospiri.
SONETTO
XII
Quando fra laltre donne ad ora ad ora
Un Zerbin di vedere ad ora ad ora
Crede la ninfa, e dice: ecco costei;
Ma sul balcone in cambio poi di lei
Stassi la gatta sua che linnamora.
Il poveruom laltrier più di mezzora
Disse: O mio core, o sol degli occhi miei,
Alza la gelosia, che far lo dei;
Ora pensate voi sio risi allora.
Mentre non gli riesce il suo pensiero,
Fa mostra di partire, e già sinvia,
Poi torna a cercar pur quel che desia.
Ma miagolando allor con leggiadria
La gatta, egli al fin prese il suo sentiero,
Tutto confuso, overa pria sì altero.
BALLATA
II
Occhi miei lassi, mentre chio vi giro
Occhi miei lassi, mentre chio vi giro
A mirar quei che per Amor son morti,
Pregovi siate accorti,
Perchio la sorte lor piango e sospiro.
Han sempre vaneggianti i lor pensieri
Color chei quasi bufali conduce
Lontani da la via de la salute.
Seguon farfalla, che svolazza e luce,
E perdono le notti e i giorni intieri
Privi affatto di senno, e di virtute.
Le genti chin sua man son già venute,
Quante sciagure ha il mondo, hanno vicine;
E a provar vanno, male accorte al fine,
Per un breve piacer lungo martiro.
SONETTO
XIII
Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
Io mi rivolgo indietro a ciascun passo,
Se ben con me pochi denari io porto;
E grido sempre senzalcun conforto:
Il mondo è pien di ladri; oimè son lasso!
Se questo piglio, e quel sentiero lasso,
Perché mi par più agevole e più corto,
Trovo pur chi mi rubba, e tutto smorto,
Gli occhi miei in terra lagrimando abbasso.
Oimè, per ogni via sodono i pianti,
Né la robba è sicura, né le membra,
Ne le parti vicine e le lontane.
Non dun, di mille Cacchi mi rimembra,
Che de le vacche, e de le borse amanti,
Tutte depredan le sostanze umane.
SONETTO
XIV
Movesi l vecchiarel canuto e bianco
Ognuno di buon vino e di pan bianco
Brama daver la sua casa fornita,
Acciò la famigliuola sbigottita
Di sete e fame non li venga manco.
E chi non lha, va con la spada al fianco
A procacciarlo a rischio de la vita:
Ciascuno in somma a più poter saita,
E il vitto acquistar non è mai stanco.
Alcuni poi, chhan pur simil desio,
Son, per disgrazia lor, come colui
Che semina in arena, e l frutto spera.
Lasso, che fra questi ultimi son io,
Che con sperar nel refrigerio altrui,
Di Tantal mostro la sembianza vera.
SONETTO
XV
Piovommi amare lagrime dal viso
Piovommi amare lagrime dal viso
Con un vento angoscioso di sospiri,
Quando avvien che a la borsa gli occhi io giri,
Né vè un doblone intiero, o almen diviso.
Quel cui mancan danari, in pianto il riso
Subito cangia, e in mesti i suoi desiri.
E cade tosto in mar daspri martiri,
E par morto a chi l guarda intento e fiso.
Se qualche amico consolarlo poi
Cerca con detti placidi e soavi,
Ad ogni modo vede ognor le stelle.
Ahi, chi non vi ritien sotto le chiavi,
O scudi dor, quanto più pensa a voi
La barba a pelo a pel sempre si svelle!
SONETTO
XVI
Quandio son tutto volto in quella parte
Quandio gli occhi rivolgo in quella parte
Dove in cristallo il vin raccolto luce,
Il cor, per contemplar quellaurea luce,
Di mezzo il petto mi si spicca e parte.
Per quel, del volto ne la regia parte,
La porpora lampeggia, e lostro luce;
Per quello il pigro ingegno e senza luce
Si risveglia e rischiara in ogni parte.
Sia benedetto ancor dopo la morte
Quel valentuom chebbe sì bel disio
Di piantar pria le vigne esposte al sole.
Mi parve, poco fa, sorger da morte,
Mentre, dopo gran sete, con disio
Ne tracannai del buon due tazze sole.
SONETTO
XVII
Son animali al mondo di sì altera
È losteria una donnaccia altera,
Che lusingando tapre, e ti difende
O dal sole o dal freddo che toffende,
E ti dà l ben venuto, e buona sera.
Mentre il tuo cor di riposar poi spera
Sul letto, e appresso un lumicin ti splende,
Vedi una, che tassalta e che toffende,
Di cimicie e di pulci orrenda schiera.
Ahi, che non basta di bramar la luce
Per partir quindi, e far difese e schermi
Tutta la notte a lore lunghe e tarde!
Al fin sollevi pure i membri infermi,
E a farti i conti addosso ti conduce,
Ché senza foco ti consuma ed arde.
SONETTO
XVIII
Vergognando talor chancor si taccia
Deh, per amor di Dio saccheti e taccia
Un tal che vuol cantar damor in rima,
Poi che questa è una storia udita in prima
Già mille volte, e non par che più piaccia.
Bramar donna crudel ne le sue braccia,
Dir che gli rode il cor con la sua lima,
È una canzon omai che non si stima,
È un cavol riscaldato che sagghiaccia.
Io, dal dì che a cantar le labbra apersi,
Voce non mi trovai dentral mio petto,
Né penna altera da volar tantalto.
A lodar presi co miei rozzi versi,
Senzaffannarmi molto lintelletto,
Or mal francese, or dun moscon lassalto.
SONETTO
XIX
Mille fiate, o dolce mia guerrera
Fortuna empia e crudele è una guerrera
Che col mio chiacchiarar non vuol mai pace:
Quanto la prego io più, vie più le piace
Di travagliarmi con sua forza altera.
Folle è chi fonda in lei, folle chi spera
Dumiliar questIdra empia e fallace:
Cesare il sa, che in fin, tanto le piace,
Fu astretto a dir chuna puttana ellera.
Egli era il suo diletto, come voi
Chor siete su la rota, e pur soccorso
Non impetra al morir, mentrei la chiama.
Sol le impedisce il furibondo corso
Il belloprar, che far dobbiamo noi,
E chi virtù seguendo, Iddio sol ama.
SESTINA
A qualunque animale alberga in terra
A qualunque animale alberga in terra
Dispiaccion le cipolle, e nega il sole,
Al fetor loro, il riportarne il giorno.
Queste in mangiarne fan veder le stelle,
Né mira frutto alcuno in campo o in selva
Più spiacevol di questa al sorger lalba.
Appestan queste il nobil fiato a lalba,
Ed ogni uom ghiotto laborrisce in terra;
Mangine dunque sol chi è avvezzo in selva,
E poi sasconda, e mai non veggia il sole;
Chio ebbi quasi a rinegar le stelle,
Mentre ne mangiai per forza un giorno.
Promise Silvia al caro Aminta un giorno
Di darli un bacio a lo spuntar de lalba,
Quando tutte nel ciel morian le stelle;
Ma cadde tosto tramortita in terra,
Perchegli due cipolle al suo bel sole
Portava in don da la vicina selva.
Ella, tornata in sé, verso la selva
Odiandolo fuggissi, onde ogni giorno
Egli ne piange: o che si colchi il sole,
O che poi torni a riportarne lalba,
Le cipolle bestemmia, e quella terra
Che le produsse con maligne stelle.
Quando il gran Giove da leteree stelle,
Per fulminar Giganti, una gran selva
Vibrò di strali, e minacciò la terra,
Se avventava cipolle, in un sol giorno
Gli avrebbe spenti. Ben è ver che lalba
Per quel fetor ci avria negato il sole.
Per gran tormento le produsse il sole,
E per far lagrimar anco le stelle,
Colerica talor le innaffia lalba:
Se i lupi ne mangiasser ne la selva,
Creperebbono tosto, e tutto il giorno
Non si vedrebbon poi sturbar la terra.
Lor nieghi umor la terra, ombre la selva,
Vigore il giorno, influssi almi le stelle,
Le sue rugiade lalba, i raggi il sole.
Nel dolce tempo de la prima etade
Canzone del Petrarca trasformata dal Lalli
Sopra le carote
Nel dolce tempo de la prima etade
Sol vide il mondo le carote in erba,
Il cui rio seme poi cotanto crebbe.
Or se cantando il duol si disacerba,
Dammi, o messer Apollo, libertade
Di dir quando tal seme in pregio sebbe.
Quegli antichi Romani, ai quali increbbe
Vivere in pace, onde gran male avvenne,
Pensar, con alterezza senza esempio,
Soggiogar Roma e scempio
Farne, che scritto appar di mille penne.
Cominciar per lo piano e per la valle
Piantar carote e simular sospiri,
E sparger promettean la propria vita,
Per salvar Roma e per portarle aita,
E sottrarla ai tirannici martiri.
Fra tanto, a poco a poco, e dàlle dàlle,
Al giogo lor fer chinar le spalle,
E fingendo soccorso overa forza,
De le carote sol mostrar la scorza.
Andavan quindi con civile assalto,
Or da Silla, or da Mario ed or passati
Da Cesare e Pompeo, mutando aspetto,
E i grossi di legname, i cor gelati
Tenendo, e fatti adamantino smalto,
Non saccorgean di quel superbo affetto.
Mostravan quei caldo desio nel petto
Che il zelo lor di libertà sol era.
Mentre assaliano in quella guisa altrui,
Misera me, che fai?
Disse poi Roma al fin verso la sera,
Le carote in veder di chio ragiono,
Quelle carote che qual fiero strale,
Senza esser viste, passar la gonna,
E di donzella al fin la fecer donna.
Da indi in poi quella semenza vale
Per far colpo mortal, senza perdono.
E quanto accorto pur talor mi sono,
Risorge ai tempi nostri ognor più verde,
E de grandi nel cor foglia non perde.
A poco a poco poscia anchio maccorsi
Choggi ne pianta al mondo ogni persona:
Ma più alligna fra grandi, e di tal fronde
Molti dintorno al capo han la corona.
E vidi, mentre per lo mondo corsi,
Come ogni membro al capo suo risponde,
Chi lor ministri vi cospargon londe
Che dadulazion versa il gran fiume,
Ondelle crescon lunghe a quattro braccia.
Dentro il cor mi sagghiaccia,
Qualor pensio che con troppo alte piume
Ergea sua speme e fulminato giacque
Chi in gustando carote alto montava.
Né se navvede luom, se non pur quando
Speso ha gli anni a le Corti, e lagrimando
Vede che gonfio per tal pasto andava,
E si muor poi di sete in mezzo a lacque.
Deh, perché Ovidio il trasformarsi tacque
Che fa la Corte in tal seme maligno
E cantò Giove poi converso in cigno?
De venditor di carote andai
Osservando lofferte e trovai sempre
Che specchio son di gentilezza in voce:
Con simulato riso e dolci tempre
Paion porger rimedio agli altrui guai,
Ma celano il velen nel cor feroce.
Quando il fresco tattendi, allor ti coce
Sì fatta razza: or levami dinanzi
Questa di verità gente inimica.
Nessuno omai mi dica
Chin questa mercanzia molto savanza
E chil vender carote ogni cor fura,
E chin prometter, senzaprir la mano,
Con un dolce sorriso, e una parola,
E con piantare una carota sola,
Può luom parere assai cortese e umano,
Perchio di questi tali ho più paura
Ed odio in lor di Proteo la figura.
Un bel sì, un bel no bramerei, lasso,
E non prometter pane e darmi un sasso.
Ma qual vidio tutta gentile in vista
Carotiera dAmor farsi aspra pietra,
Chanimata dolcezza anzi esser credi,
Meco diresti: Se costei si spetra,
Nulla vita mi fia noiosa e trista,
Ma incarotato a sospirar ne riedi.
Tal indi mossi sconsolato i piedi,
Non incolpando altrui, ma sol me stesso,
Mezzo mezzo, quel dì, tra vivo e morto.
Ahi, troppo il tempo è corto,
Né può la penna al carotar gir presso,
Onde più cose nel polmone ho scritte
Vo trapassando, e sol dalcune parlo,
Che meraviglia fanno a chi lascolta.
Morte mi sera intorno al core avvolta,
Né tacendo potea di sua man trarlo
O dar soccorso a le virtuti afflitte.
Le vive voci merano interditte,
Ondio gridai con carta e con inchiostro:
Non son mio, no; sio moro, il danno è vostro.
Pur ravvivato inanzi agli occhi suoi,
Pensai rendermi ancor di mercé degno,
Fatto, in lodar sue carote, ardito.
Ma ladular talor rompe disdegno,
Talor linfiamma, e questo appresi io poi,
A la zenese, di cotton vestito,
Che dogni speme il lume era sparito.
E di me fuor, non ritrovando intorno
Ombra veruna, né de suoi piedi orma,
Comuom che tra via dorma,
Per rabbia mi gettai su lerba un giorno.
Ivi, del sole odiando il caldo raggio,
Lentai al pianto a tutta briglia il freno,
E lasciailo cader, come a lui parve.
Non così neve sotto al sol disparve,
Comio tutto mi vidi venir meno,
E farmi un fonte a piè dun secco faggio,
Chaltro fu che sudar per gran viaggio.
Or chi mai vide un uom cangiarsi in fonte,
Per inacquar grosse carote e conte?
Lalma, chè sol da Ciel fatta gentile,
Chaltronde non potria venir tal grazia,
Degno dellesser suo stato ritiene,
Finché del vero non si mostra sazia,
Serbando il cor, qual è il sembiante, umile.
Ma se maligna a carotar ne viene,
E contro il primier uso ella sostiene
Finte sembianze, e lieta in lor si specchia,
Come sia chin mirarsi non pavente,
Se pur non si ripente
Dun tanto mal, chognaltro le apparecchia?
Da un tal rimbrotto quella rea commossa,
Benigna un tratto rimirommi e vide
La grave pena in me del suo peccato,
E tosto mi ridusse al primo stato.
Ma nulla è sotto il ciel in chuom si fide:
Chin alterar lo sguardo, i nervi e lossa,
Fecemi una carota: e così scossa
Voce rimasi da lantiche some,
Membrando ognor de le carote il nome.
Fantasma doloroso mi rimembra,
Per inospite buche e pellegrine,
Piansi gran tempo il temerario ardire.
Poggiai n Parnaso e Apollo a quel mal fine
Trovommi: e ripigliai lantiche membra,
Per un doppio malanno ivi sentire.
Poiché seguendo avanti il mio desire,
Le carote a purgar, come solea,
Mi mossi un dì; quando eccomi una cruda
Musa, chal fonte ignuda
Si stava allor che l sol più forte ardea.
Io, perché daltra cosa non mappago,
Carote offersi. Ed ella ebbe vergogna,
E per farmi dispetto, e per celarse,
Quellacqua in viso con le man mi sparse.
È vero affé, forse parrà menzogna,
Chi senti trarmi da la propria imago,
E in cornacchione solitario e vago
Ed or in cigno rauco mi trasformo,
E de grifagni augei fuggo lo stormo.
Canzone, io non fui mai quel nuvol doro
Onde spuntò tal caroton, chin pioggia
Di Giove in qualche parte il foco spense.
Né fui fiamma, chil foco in Ilio accense,
Ma un uccellaccio tal chin aer poggia,
Seminando carote, ondio mi onoro;
Né per nova figura il vago alloro
Potei lasciar de le carote a lombra,
Chogni bestial umor dal cuor mi sgombra.
SONETTO
XX
Se lonorata fronde che prescrive
La fronde, che il buon fegato prescrive
De lanimal che col suo grugno tona,
Farammi un giorno una real corona,
Qual si conviene a chi carote scrive,
Se de leccelse alme castalie Dive
La guattara gentil non mi abbandona;
E tanto il fato lasinel mio sprona,
Che possa riposar con quattro olive.
Il nome mio, che sembra in Etiopia
Nato, con quellumor, ondio sfavillo,
Spero far diventar lucciola propia.
E intanto, in aspettar tempo tranquillo,
Per non crepar di spasimo e dinopia,
Fabrico in aria ed il cervel mi stillo.
SONETTO
XXI
Amor piangeva, ed io con lui tal volta
Le mie speranze assomiglio tal volta
Ai nuvoli chappaiono lontani,
Che dimostran castelli acerbi e strani,
Poi l suo bel si dilegua in nebbia sciolta.
Gira qua, gira là, volta e rivolta,
Mi trovo sempre le mie mosche in mani.
E sembra sordo ognun, cha prieghi umani
O storce tosto il muso o non gli ascolta.
Felici quei chin solitaria vita
A questo mondo rio voltar le spalle,
E che sepper saltar fossati e poggi:
Che in questo duro e disastroso calle
Convien, se spera al ciel di far salita,
Che spregi il mondo e sol con Dio luom poggi.
SONETTO
XXII
Più di me lieta non si vede a terra
Trionfa al mondo, e col gran mar la terra
Ha la Pazzia già soggiogata e vinta,
Ed al suo trono, di pallor dipinta,
Ogni gente umilissima si atterra.
Oggi ogni strada a lei sapre e disserra,
E sebbe già la fune al collo avinta,
Omai per tutto baldanzosa e scinta
Scorre e saggira e fa perpetua guerra.
Ma sincontra un umor che canti in rima,
Fra suoi strambotti e gli amorosi detti,
Il rende allor più matto assai di prima.
Ché fra pazzi solenni e fra gli eletti,
Sempre furo i poeti in maggior stima,
E son di tutti gli altri i più perfetti.
SONETTO
XXIII
Il successor di Carlo, che la chioma
Un vago giovanotto, che la chioma
Con un cappello e un pennacchione adorna,
Cerca in tal guisa ricoprir le corna
Che porta in fronte, onde saddita e noma.
Ma mentre ei crede alleggerir la soma,
Ad aggravarla più che pria ritorna,
E sun, di lui più saggio, no l distorna,
Farebbe dir di sé per tutta Roma.
Tien la sua vacca incorrottibil agna,
E chi gli fa veder comella vada
Giunta al suo amor, da cui non si scompagna,
A questo amico il moccolon non bada,
E se di sue vergogne altri si lagna,
Finge il poltron di adoperar la spada.
SONETTO
XXIV
Questanima gentil che si diparte
Di casa un certo amico si diparte,
Nudo, che sha giocato anco la vita,
E vuol provar se cera più gradita
Fortuna a lui mostrasse in altra parte.
Giunto poi l goffo a la città di Marte,
Con faccia dappestato e scolorita,
Mentre ognuno ha di lui tema infinita,
Vede le sue speranze a terra sparte.
Manco ne lospedal ricetto e nido
Trovava il poverel, chera più bella
Che lescludea di pestilenza il grido.
Con la sua sorte si lagnò, per chella
Gli tolse i bezzi ed il soccorso fido,
E tornò a riveder la propria stella.
SONETTO
XXV
Quanto più mavvicino al giorno estremo
Giunto de lanimale il punto estremo
Che scannato esser dee per spazio breve,
Più l veggio caminar veloce e lieve,
Dogne suspizion libero e scemo.
Verso il macel sinvia: non molto andremo,
Che savvedrà dun colpo orrendo e greve.
Ecco a la gola il ferro e l fa di neve,
E sangue a furia per migliacci avremo.
Sallegra la famiglia, con speranza
Di far assai pan unto e lungamente
Dar poscia il bando capitale a lira.
Ma col troppo mangiarne, ella sovente
Tal catarro ne trae che le ne avanza,
E la perduta sanità sospira.
SONETTO
XXVI
Già fiammeggiava lamorosa stella
Già fiammeggiava lamorosa stella
Che l sol precede e laltra, che Giunone
Gelosa rende nel Settentrione,
Spiegava i raggi suoi lucente e bella.
Venere allor le disse: O vecchiarella,
Hai tu nel focolar desto il carbone?
Che fai? Che pensi? Questa è la stagione
Che le tu pari a tal mestiere appella.
A dirti il ver, sei già ridotta al verde,
Non sei più buona a nulla e questa via
Sol resta, e l volto affaticato e molle:
Quanto cangiata sei da quel di pria!
Giunone allor la pazienza perde,
Ziffe, e dagli occhi in un balen si tolle.
SONETTO
XXVII
Apollo, sancor vive il bel desio
Apollo, a dirti il vero, ho gran desio
Di ber dOrvieto a le dolcissime onde:
Buscamen quattro fiaschi, se le bionde
Chiome e l tuo sol no hai posto in oblio.
Il pigro gelo ed il tempo aspro rio,
Che l tuo lucente volto a me nasconde,
Mi priva ancor de lonorata fronde,
Per cui tu prima e poi fu invescatio.
Tu, per virtù de lamorosa speme,
Che regge a pena la tua vita acerba,
Laria di questi cancheri disgombra.
Che se ho tal vin, noi lo berremo insieme,
Fra laria fresca e lodorifererba,
Con far brinzi ad Amor, colcati a lombra.
SONETTO
XXVIII
Solo e pensoso i più deserti campi
Infra gli spaziosi immensi campi
Che vo squadrando a passi tardi e lenti,
Gli occhi ognor giro a contemplare intenti
Qualche bel concetton chio scriva e stampi.
Penso che è luom mortale e Dio ci scampi
Dal furor cieco dinsensate genti,
Che più di diece ha mortalmente spenti,
E mostran di qual rabbia il core avvampi.
Sì che fuggendo io vo per monti e piagge,
Per non render palese di che tempre
Sia la mia vita, chè celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
Trovar non so, che non ragioni sempre
Il rio Sospetto meco, ed io con lui.
SONETTO
XXIX
Sio credesse per morte essere scarco
Io credo sol per morte essere scarco
Dal debito infinito che mi atterra,
Però mille anni parmi che a la terra
Io questo renda mio noioso incarco.
Ma una tal morte mi farebbe un varco
Di male in peggio, e duna in altra guerra,
Onde dal passo in qua, che mi si serra,
Mezzo rimango, lasso, e mezzo il varco.
Allor chio poi mi veggio a morte spinto,
E uscir lultimo stral, mossa la corda,
Nel proprio sangue mio bagnato e tinto,
Mi trovo al fin burlato, e quella sorda,
Che mi fa gir del suo pallor dipinto,
Nulla del fatto mio poi si ricorda.
|
|