La vita e la morte di Prete Ulivo

Introduzione

 

L'anno appena trascorso ha riportato in auge un'impresa che pareva ormai appartenere alle età passate: il viaggio a Roma per vedere il Papa. Da ogni lembo della terra si sono mossi pellegrini verso la cattedra di Pietro, ora alla spicciolata, più spesso intruppati secondo la loro appartenenza a una determinata categoria di persone, giungendo a un culmine ferragostano in cui l'Urbe ha raccolto i sudori di un esercito di giovani di non belle speranze. Nel contempo ogni sorta di gazzettieri, ciarlatani e arruffapopolo si sono variamente ingegnati di magnificare le gesta dei romei, che per la verità paiono essere soprattutto consistite nel variamente modulare ovazioni all'apparire del pontefice. Dal momento che, pur stremati da tanta fatica, non avranno tuttavia mancato sulla strada del ritorno di fare tappa in uno dei numerosi luoghi ove era possibile fare incetta di indulgenze, quale miglior viatico potrebbe accompagnarli se non la novella di Prete Ulivo, frutto della gioviale e garbata penna del Batacchi? Augurando anche a loro il destino del protagonista che, ritrovatosi nell'altro mondo e mossi i passi verso il Purgatorio, ve lo ritrovò tutto vuoto, mercé dell'indulgenze, E messe gregoriane e penitenze, E rosari ed altar privilegiati, E facoltà concesse a' preti e a' frati.
E se è vero che agli amanti del genere la novella è ben nota, e in quanto tale non del tutto pertinente al proposito dello Stracciafoglio di recuperare alla lettura testi sconosciuti o mal noti, è però anche vero che tanto all'autore quanto al genere della novella galante le moderne storie letterarie non riservano il luogo che tanta spiritosa vivacità e tanta destrezza e brio nella narrazione e nella versificazione meriterebbero. Così, se nel 1952 Ferdinando Giannessi principiava il suo Saggio sul Batacchi “lamentando fin dal primo contatto la sua scarsa e ambigua notorietà anche in Pisa”1 , non si può certamente affermare che le cose siano oggi molto cambiate: una rapida scorsa alle più recenti storie letterarie mostra come il silenzio sia rotto quasi soltanto dalla ripetizione di giudizi di seconda mano e di equivoci in buona parte dovuti al già citato Giannessi2 , nonostante che le Novelle avessero trovato tra i contemporanei estimatori d'eccezione, dal Goethe al Foscolo, senza dire che esse dovettero essere presenti al Leopardi dei Paralipomeni, come uno studio orientato all'uopo potrebbe senz'altro provare, e come già suggerì Pietro Giordani3 ; più tardi piacquero al Settembrini, che in virtù del “brio” e della “naturalezza” dello stile seppe sorvolare su quella riprovazione moralista che dominò invece dal Carducci in poi ogni accostamento alla poesia del Batacchi. Alle censure perbeniste in tempi più recenti se ne sono sostituite altre, meno comprensibili: Giuseppe Nicoletti ad esempio, in un breve accenno nel suo contributo (Firenze e il Granducato di Toscana ) alla Letteratura Italiana Einaudi dell'Asor Rosa, lamenta che nelle Novelle “il congegno burlesco, il più delle volte a sfondo sessuale […], tende a prevalere su ogni altro intendimento”4 , e proprio non si comprende perché in un'opera burlesca dovrebbe prevalere qualcos'altro invece del “congegno burlesco”; mentre Ugo Olivieri, che delle Novelle si è occupato nel Manuale di letteratura italiana di Franco Brioschi e Costanzo Di Girolamo, bolla come “discontinuità compositiva” una tipica caratteristica dello stile batacchiano, che pure egli stesso aveva poco prima ben definito come accostamento di “termini popolari osceni al linguaggio della tradizione letteraria, arrivando talora a esiti di parodia dello stile poetico alto”5 . Peggio fece però il Giannessi, cui pure si deve la più recente edizione dello scrittore pisano6 : nell'intento di stornare da lui la fama di scrittore semplicemente osceno, e di fornirne un ritratto utile a un suo inserimento nel novero dei letterati dabbene, lo fregiò del titolo (ma è davvero più infamante quello di pornografo?) di “preromantico”; e tutto ciò in virtù soprattutto di un passo di una delle sue novelle migliori, Amina, ove volle vedere a torto un'ironica irrisione della poesia mitologica, una “riflessione che, conosciuta dal Manzoni, avrebbe forse fruttato all'impudico pisano la simpatia dell'autore della famosa lettera al D'Azeglio nel 1823”7 . Questa è la situazione: la giovine protagonista, fuggita nottetempo dall'harem di un sultano reo di disprezzare la sua verginità non scegliendola mai tra le favorite, si trova in alto mare in una piccola barchetta, priva di viveri e “Di manuvrar la vela […] insciente”; insomma in un impasse ben condiviso dal narratore, che non sapendo come cavarsela esclama:


Oh cazzo! è stata una gran coglioneria
Quella soppression de' prischi Dei!
Ah, se fossero in uso tuttavia,
Utilmente servirmene potrei,
Facendo comparire a cavalcioni
Dei delfin le Nereidi coi Tritoni.

Correrebbero ed Ino e Melicerta,
Ed Anfitrite da' cavai marini
Tirata in una gran conchiglia aperta,
Poscia Nettuno, e coi scomposti crini,
E con un viso di baron fottuto,
Eolo, che i venti in freno avria tenuto.

In mancanza di lor che far poss'io
Per salvarla dai casi avversi e tristi?
Intorno alla barchetta, affé di Dio,
Ho da metter i quattro evangelisti?
Io non so come far, sono sgomento …
Ecco! si oscura il ciel, si cangia il vento.

 

Ebbene, non vi è preromantica irrisione degli antichi Dei (per i quali peraltro il Batacchi, per lo meno nelle Novelle, più che nel tardo poema La rete di Vulcano, mostra spesso di nutrire simpatie di poeta), ma piuttosto una canzonatura di sapore illuministico e libertino nel lamentare la propria mancanza di risorse in presenza soltanto della scarsa efficacia dei quattro evangelisti in materia di portenti (l'uso di personaggi della storia sacra come figure mitologiche è invece altrove disinvoltamente praticato, ad esempio nel mettere a colloquio Apollo e San Pietro; ma si veda anche il modo in cui è trattata la figura dell'arcangelo Gabriele nella novella di Prete Ulivo); si ravvisa cioè in queste sestine, come in numerosi altri passi, l'atteggiamento disincantato e il superiore distacco del libero pensatore, quale in effetti il Batacchi fu, pagandone conseguenze pesanti8 . Lontanissimo dallo spirito borghese e tartufesco degli anticlassicisti lombardi, il Batacchi, appassionato ammiratore dell'Ariosto e del Tasso (e però anche dell'abate Frugoni), si può senz'altro liberare dal marchio di “preromantico”, riconoscendo nel giudizio di Raffele Amaturo il più acuto ritratto critico del poeta: “il Batacchi a noi sembra in tutto e per tutto un epigono, in tempi tanto diversi e calamitosi, della serena età dell'Arcadia: una Arcadia, si intende, destituita dalla vocazione e dal culto dei puri valori formali, oziosa e sciatta, l'Arcadia dei poeti estemporanei e improvvisatori, così frequenti nella modesta provincia letteraria della Toscana granducale della seconda metà del Settecento, in cui si contemperavano in una sintesi provvisoria la tradizionale inclinazione novellistica con generici riecheggiamenti della cultura d'oltralpe, l'esperienza del linguaggio «comico» bernesco con il gusto nativo dei coloriti eccessi verbali”9.
Peraltro al Giannessi va riconosciuto il merito di avere correttamente risolto la questione critica più dibattuta intorno all'autore, ovvero quella del rapporto della sua poesia con quella di Giovan Battista Casti: quella del Batacchi, scrive il Giannessi, è “una pornografia innocente, perché nasce da un impulso naturale” e in essa si ravvisa “una inclinazione al barocchismo della fantasia plebea”; nel Casti invece si trovano “cose assai povere di fantasia, spesso stentate […]; ambagi e giravolte perché il discorso possa cadere, con estrinseca plausibilità, sugli argomenti scabrosi: e una volta arrivatoci, mai un fremito sincero, un tratto che rallegri, per animalesca freschezza, la solita scena”10 . Anche a me pare che la serena e scanzonata allegria della poesia del Batacchi lasci a distanza la tetra monotonia del più considerato autore degli Animali parlanti, ma credo che anche altri equivoci e pregiudizi andrebbero discussi volendo invitare a una maggiore considerazione dell'opera del pisano. Ad esempio, quando l'Amaturo lamenta che “sommaria […] e sempre approssimativamente delineata è la psicologia dei personaggi, non mai veramente approfondite le situazioni narrative”, applica un metro valutativo che individua l'eccellenza nel patetismo a una poesia che è invece pienamente orientata da un illuminato razionalismo, una poesia in cui personaggi e situazioni non vanno giudicati in relazione al loro potere di muovere a commozione, ma quali elementi di una narrazione in cui conta soltanto l'evento e la sua capacità di produrre divertimento, non però fine a se stesso, un diletto che non culla in una fuga dalla realtà, ma che ad essa bruscamente, e direi quasi rudemente, richiama, risvegliando una vigile facoltà intellettiva. Le Novelle prevedono un ascoltatore attento e divertito, il quale né deve partecipare immedesimandosi nei protagonisti, né può abbandonarsi alla dolcezza assicurata del lieto fine, ed è proprio per ciò che lo stesso Amaturo ha potuto giustamente individuare l'elemento più congeniale all'arte del Batacchi nel “tono tra il realistico e il fiabesco”, un fiabesco però di conio voltairiano, disincantato e lucidamente ancorato al reale; ed è d'altronde quanto già suggerì Foscolo attribuendogli “la disinvolura del Berni e l'ingenuità di La Fontaine”.
Un altro pregiudizio da respingere è quello connesso all'elogio più frequente della poesia batacchiana come frutto di un'istintiva vena narrativa, riconoscimento cui è abitualmente congiunto un giudizio molto limitativo della cultura dell'autore. Nei versi del Batacchi la grande tradizione della poesia 'alta', dal Petrarca al Tasso, alla contemporanea Arcadia, non è soltanto orecchiata, anzi, accanto a quel patrimonio pienamente posseduto, nelle sue sestine non mancano neppure i riferimenti a certi vezzi del Seicento barocco; ovviamente il tutto mescidato, con intenti di parodia ora efficacemente raggiunti, altre volte soltanto rozzamente esibiti, con espressioni invereconde e niente affatto allusive: ed è appunto nella capacità di chiamare a concorso i due registri, l'aulico e il plebeo, nella destrezza che consente di cavare scintille dal loro attrito, che prende luce la poesia del Batacchi.
Infine l'ultimo pregiudizio che ha sottratto lodi all'inventore di tante piacevoli novelle è quello che vuole a ogni costo riconoscere una maggiore profondità speculativa e una maggiore nobiltà di sentimento alla disposizione melanconica, alla mestizia piuttosto che alla giocondità, a un'uggiosa afflizione piuttosto che a una sorridente letizia. Da qui deriva il rifiuto di una disposizione narrativa in cui le situazioni potenzialmente tragiche vengono allontanate e rimpicciolite con la lente rovesciata dell'ironia, quelle patetiche ricondotte al fin troppo vero riconoscimento del quotidiano destino di sopraffazione e di miseria della plebe. Reagire alla sventura combattendo la disperazione con il sorriso non è affatto indizio di insufficienza spirituale e intellettuale; che la modernità prediliga la mesta tetraggine è soltanto segno di un rifiuto della vita, di un insano trasporto per la malattia e la morte, le quali sempre consentono di incontrare un prete disposto a consolare. In età più luminose i begli ingegni gradivano compagnie migliori; e, se prete ha da essere, sia almeno … Ulivo11.

DOMENICO CHIODO


La vita e la morte di Prete Ulivo
del Padre Atanasio da Verrocchio
Guardiano nel convento de' RR. PP. minori osservanti di ***

di Domenico Luigi Batacchi

  Al mio Parroco

 

Signore, Io sono un buon ariete del vostro ovile. Almeno così mi dice mia moglie.
Ricevete questa novella in vece delle decime, e leggete in essa la vita di
un luminoso vostro confratello.
Salute e benedizione.


Sarà dunque un esordio necessario,
Or che per gioco una novella io scrivo?
Rompon sempre gli esordi il tafanario;
E alle corte dirò che prete Ulivo
Fu tempo fa un buonissimo cristiano,
Il qual d'Asinalunga era pievano.

Morì costui nel millecinquecento,
E pria di Gesù Cristo egli era nato ...
Oh! come? qui un pedante esclamar sento,
É un uom quindici secoli campato?
Via pedante stai zitto, e se nol sai,
Ascolta la novella, e imparerai.

Era quest'uomo della Palestina,
La città non mi torna nell'idea;
Ma so ch'era figliuol d'una cugina
Del buon Giuseppe, quel d'Arimatea,
E il Turselino12 qui molto si gabba
Nel dir ch'era fratello di Barabba.

Egli era ricco, e per miracol grande
Non fu punto soggetto all'avarizia:
Dava per carità fin le mutande,
Fin la camicia, e della sua dovizia,
Che quotidianamente s'accrescea,
Ne dava infino a chi non ne volea.

Era in sua casa ognor corte bandita;
Dal sorger della moglie di Titone
Fino alla mezza notte era imbandita
La mensa: stava al fuoco lo schidione
Da un anno all'altro, e per far le frittelle
Erano in opra ognor quattro padelle.

Io qui non parlerò della cantina:
Bacco per certo non avea l'eguale;
Barili di rosolio e pollacchina13
Eran perfino in chiostra e sulle scale,
Ed avea per dispensa un gran loggiato
Che un miglio e mezzo è stato misurato.

In quei giorni Gesù con dir facondo,
E con l'esempio di sua santa vita,
D'eterna luce irradiava il mondo,
Da cui prima di fare aspra partita,
Con gli Apostoli suoi grati e diletti
Godea di far de' brevi viaggetti.

E se su l'ora d'ire a desinare
Si trovavan da casa un po' lontano,
Ivano insieme da qualche compare,
Che riceveagli assai cortese e umano;
E se talvolta fean tardi la sera,
Facean nella medesima maniera.

Una volta che Ulivo era in campagna
(Così chiamossi il buon pievano) e stava
Con molti cari amici a far cuccagna
Davanti la sua porta, e merendava,
Alquanti peregrin vide, che mossi
Ver lui pareano, ed un d'essi accostossi.

Questi fu Pietro; e disse: Io so che siete,
Signor, molto compito e generoso;
Stanchi tutti siam noi come vedete,
E gran bisogno abbiamo di riposo;
Un po' d'alloggio, e se non v'è di pena,
Vorremmo ancor un bocconcin da cena.

Padroni! Ulivo replicò, passate,
Or or dirò quattro parole al cuoco;
S'io non vengo a servirvi perdonate,
Ch'io vo' godermi il fresco un altro poco;
Uso di complimenti qui non v'è,
Sans façons, sans façons, Messieurs entrez.

Ma noi ... replicò Pietro ... veramente ...
Siam molti! E cosa importa? disse Ulivo,
Allor che in casa mia vien molta gente,
A mia fortuna, a mio piacer l'ascrivo;
I complimenti son coglionerie ...
Allons, vive la bonne compagnie!

Prendete un bicchierino di moscato;
Tenete, questo vi farà del bene;
Ma prendete un boccon di buccellato14:
Bere a sciacquabudelle non conviene;
Mangiò san Pietro, e bevve, e ringrazioe,
E coi compagni nel palazzo entroe.

Lieti parlando della cortesia,
Del buonissimo amor d'Ulivo nostro,
Dal camerier della foresteria
Furon condotti in grande e nobil chiostro,
E là fu data loro acqua alle mani,
Acqua alli piedi, e spazzola ai pastrani.

Dopo un'oretta a sontuosa cena
Con tutta civiltà furon chiamati:
D'ogni galanteria la mensa piena
Trovaro in piatti immensi, smisurati,
Ove essendosi assisi immantinente
Rifinirono il tutto santamente.

Dopo la cena in sei pomposi letti
Se n'andaro a dormire a due per due,
E perché in tre vi stavano un po' stretti,
Tutta notte levato uno ne fue,
E quell'uno fu Giuda Iscariote,
Che uscir non volle colle mani vuote.

Quel tocco di briccon, come sapete,
Rubato avria sui pettini da lino,
Si sarebbe attaccato a una parete
Senza scala adoprar, gancio, o cordino:
E mentre ognun dormiva, chiotto chiotto
Girò per casa, e fe' un po' di fagotto.

La mattina, al cantar del vigil gallo,
San Pietro e ser Ulivo si levaro,
Diersi il buon giorno (che il commetter fallo
Di creanza in costoro era ben raro),
E l'uno e l'altro sopra un seggiolone
La pipa accende, ed a fumar si pone.

Pietro alfin disse: Io non ho mai trovato
Uomo di voi più generoso e destro,
E sì che in molti luoghi io sono stato
Con i compagni miei, col mio Maestro,
Il quale è assai contento dell'onore
Che gli faceste, e del vostro buon cuore.

Voi potrete perciò chieder a lui
Qualunque grazia aver bramate adesso;
E tutto quel che chiederete, a vui
Senza difficoltà sarà concesso:
Potente è il mio maestro, io vel rivelo,
Nella terra non men, che su nel cielo.

Dite davvero? ser Ulivo esclama,
S'ell'è così ci vado addirittura;
E' un pezzo che nel cuor sento una brama ...
Parte ciò detto con grave premura,
Ed a Pietro ritorna in un momento
Ballando di piacer, lieto e contento.

Ho avuto tutto, a lui dice tornando,
Per seicent'anni ancor starò nel mondo ...
Oibò, disse san Pietro sbadigliando,
Bramar la vita è un desiderio immondo;
Andate a domandargli un'altra cosa
Più utile, più santa e virtuosa.

Andovvi Ulivo, e ritornò ridendo,
E disse: Oh Pietro mio! che gran piacere!
Monta, monta! per Dio se ti ci prendo ...
Monta per Dio, se tu la vuoi vedere!
E san Pier gli rispose stupefatto:
Che diavol dite voi? Che, siete matto?

Eh, matto un fico, replicogli Ulivo,
Sappiate che un bel pero ho nel giardino ...
Oh che pere per Dio! ma non arrivo
A mangiarle mature; un mio vicino
Al muro del giardin mette la scala,
Monta sul pero, e alla mia barba sciala.


Grazia il vostro Maestro hammi accordata
Che chi vi monta più non possa scendere,
Se da me la licenza non gli è data;
Così potrò sul fatto il ladro prendere:
Così potrò le pere mie mangiare,
Senza che me le vengano a rubare.

Ulivo, in verità non veggo in voi
Troppo cervello, a lui san Pietro disse:
Una assai male e l'altra peggio poi
Ne fate: lunga vita si prefisse
La mente vostra, e poscia nel pensiero
Il giardino vi viene, il ladro e il pero.

Deh, ritornate in camera, ed umile
Chiedete tosto al buon Maestro mio
Cosa che più non sia mondana o vile;
Abbiate alfin più nobile il desio.
Ho capito, rispose ser Ulivo,
E andovvi e ritornò vieppiù giulivo.

Due grazie a un tempo ottenni in questo punto,
Vedete voi se alfin giudizio ho messo!
Lo credo poco, ma venghiamo al punto,
San Pietro replicò: che vi ha concesso?
Due belle cose! oh belle, belle, belle,
Paghereste un zecchino per avelle.

Ma quai? replicò il santo. Oh in primo loco
Sappiate che ho gran gusto nella sera
D'inverno di passar dell'ore al foco,
A giocare al trentuno, od a primiera:
Fo di nulla con questi contadini,
O giochiam di confetti, o biscottini.

Ma questi polentoni a letto presto
Vogliono andar, che il Ciel li maledica!
Se vado anch'io, sto tutta notte desto,
A star levato sol mi par fatica,
E di quella stagion nei giorni neri
Non passan pellegrini o forestieri.

Giocar coi servi non istà bene,
Che poi si piglian troppa confidenza ...
E poi nessun la testa ritta tiene,
E si addormentan, ch'è un'impertinenza:
D'un sol che meco stesse anco saria
Contento, e a calabrache15 giocheria.

Oltre di questo è ver ch'io fo di nulla,
Ma nondimeno il perder mi dispiace:
Sento, s'io perdo, che il cervel mi frulla,
Più creanza non ho, non ho più pace,
E se deggio dir tutto chiaro e schietto,
Attacco allora qualche moccoletto.

Chiesi perciò, se qualchedun si asside
Sopra uno sgabelletto che ho mostrato,
Allor che la mia gente si divide,
Ci resti sopra col culo attaccato,
Ed alzar non si possa, s'io non dico:
Alzati pur, te lo permetto, amico.

E chiesi ancor che il mazzo delle carte
Che in tasca qui per buona sorte avea,
Senza adoprare o marachella od arte,
Da me scacciasse la fortuna rea,
E ch'egli desse lor cotali tempre,
Che quando gioco possa vincer sempre.

Dell'una e l'altra grazia ei mi fe' dono,
Ond'io per allegria salto e gavazzo ...
Signor Ulivo, io che vi ascolto sono,
San Pietro replicò, di voi più pazzo!
Si vede ben che un uomo ricco sete,
Che un'oncia di cervello non avete.

Ma per pagarvi il conceduto ospizio
D'una moneta che l'egual non ave,
Io voglio torvi all'infernal supplizio,
E per entrar in Ciel darvi la chiave;
Questo è quel che cercar solo si deve,
Ogni altra cosa è inconcludente e lieve.

S'alzò ciò detto, la pipa in un canto
Messe, e al Maestro per lui grazia chiese
Che lo togliesse alla magion del pianto
E il Ciel gli desse: ei l'accordò cortese;
Tornò san Pietro, e a ser Ulivo il disse,
Che non si rallegrò, né se n'afflisse.

Fatta quindi eccellente colazione,
Gli Apostoli e il Maestro andaron via.
Qui l'istoria fa un salto da caprone,
Cosa che mi dispiace in fede mia:
I seicent'anni già passati io trovo,
Senza potervi dir nulla di nuovo.

Se non che ser Ulivo s'era fatto
Cristiano e prete, ed era allor curato;
Che più ricco non era ad un gran tratto
Come al tempo di Cristo egli era stato,
Ma in mediocre fortuna ei sempre avea
Nel far del bene altrui l'istessa idea.

Avea teologia frattanto appresa,
Ma di parlarne non avea gran voglia,
E quantunque dottor di Santa Chiesa,
Ei non soffria che dentro alla sua soglia,
Di sillogismi a forza e di questioni,
Andasse alcuno a rompergli i coglioni.

Perciò visse ortodosso e nel suo seno
Non valse l'esecrabil Satanasso
Ad ispirar dell'eresia il veleno,
Che fece al mondo sì terribil chiasso:
Ma sì tacito visse e riservato,
Che fu tal qual se non ci fosse stato.

Non manca, a dire il ver, qualche linguaccia
(Da maldicenza niuno è mai sicuro!)
Che dice che di fresca e amabil faccia,
Di bianco sen, di cul massiccio e duro,
Egli in casa tenesse una fantesca,
Con lei vivendo in scandalosa tresca.

E dice ancor che poi che le tignuole
Gli ebber consunto il primo suo breviario

Più non compronne; ma creder si vuole
Che sia questo un giudizio temerario;
E trattando d'un prete e una fanciulla,
Egli è ben fatto di non creder nulla.

Già cominciava a declinar l'estate,
Cedendo il regno al delizioso autunno,
E di poma gentili e delicate
La campagna adornava il buon vertunno:
E prete Ulivo stavasi in giardino,
Assiso sotto il suo bel pero spino.

Egli la Morte in quel loco attendea,
Sapendo ben che n'era giunta l'ora,
Ed una burla tal far le volea,
Onde campar cinquecent'anni ancora.
Ella comparve, e disse: Oh, prete Ulivo!
Son di grand'anni ch'io vi veggo vivo!

Parmi tempo che meco alfin venghiate;
E il prete alzando il capo: Oh, benvenuta
Signora Morte! un gran piacer mi fate,
Disse, la vita a noia m'è venuta:
Vi seguo, andiam ... ma vorrei prima avere,
Se v'è grato, da voi lieve piacere.

Sento la gola arsiccia: ho molta sete,
Vorrei due pere e coglierle non spero;
Son tanto grasso! Voi che asciutta siete,
Montate con la falce su quel pero,
Cogliete le più belle in cortesia,
Quando l'avrem mangiate andremo via.

Volentieri, la Morte gli rispose,
Ciò che si chiede in cortesia va fatto;
E sul pero a montar tosto si pose,
Presto così, ch'è men veloce un gatto,
Allor quando succede che si veda
Seguir d'un topo la gradita preda.

Colse le pere, e quando l'ebbe colte,
Gettolle al prete, e scender poi volea;
Ma invan provossi a farlo mille volte,
Che sull'albero sempre rimanea;
Ed attaccando un moccol grosso grosso,
Disse al prete: Per Dio! scender non posso.

E nemmen lo potrai, secca fottuta,
Disse il prete ridendo a crepapancia;
Ah, don Ulivo, a scendere m'aiuta,
Disse la Morte, io ti darò la mancia;
Io t'ho in cul, disse il prete, or tu starai
Costì alle merie16, e mai non ne uscirai.

La Morte irata a quel suo dir non crede,
E dall'albero vuol spiccare un salto,
Ma vi resta attaccata per un piede
Come un presciutto di dispensa all'alto;
Pur si discioglie dal molesto impaccio,
Fa un altro salto e le si attacca un braccio.

E saltando così di ramo in ramo,
Di rabbia e di furor bestemmia e stride;
Codesto per appunto è quel ch'io bramo,
Secca fottuta, esclama il prete e ride;
La morte intanto su quei rami vecchi
Batte or le coste ed or gli stinchi secchi.

Come brama l'infermo, allor che dorme,
A tutto suo poter di là fuggire,
U' vede in sogno di terribil forme
Spettro o chimera che lo vuol ghermire,
E il brama invan, che di spavento pieno
Il piè staccar non puote dal terreno;

Così la Morte angustiata geme.
Prete Ulivo lassù lasciala e parte;
Ella or grida, or bestemmia, ed ora geme,
Ora si raccomanda, e vana è ogni arte;
Prete Ulivo andò a caccia in que' contorni,
E su quel pero la lasciò tre giorni.

Grave scandalo intanto in ogni loco
Nascer si vide; niuno più moria;
Nel Paradiso, o dell'eterno fuoco
Nell'orrenda magion, niun comparia;
E il diavol, bestemmiando in su la porta,
Sclamava: Affé di Dio! la Morte è morta!

Era tutto in orgasmo, in confusione
In Ciel, in terra, e nel profondo abisso:
Seppesi alfin del Ciel nella regione
U' il Padre Eterno ha d'abitar prefisso,
Ed ei, per terminar questo bordello,
Mandò in terra l'Arcangel Gabriello.

Vanne, gli disse, e trova prete Ulivo,
E fa' che con la Morte alfin s'aggiusti,
Sì che non resti il Paradiso privo
Del glorioso trionfar de' giusti,
Né si ritardi agli empi il sempiterno
Meritato gastigo dell'inferno.

Disse; ed il Nunzio ad ubbidirlo accinto
A capo ingiù tosto a volar si pose,
Veloce sì che fora borea vinto,
O fulmin che da cava nube esplose.
Giunto a terra vicin, l'ali sue pronte
Raccolse ed arrestossi in cima a un monte.

Là non aurati panni, e già non prese
Fra giovane e fanciullo età confine,
Ma curvo il tergo, e vacillante rese
Il passo, e bianco ed irto e raro il crine,
Il crin dirò, sebben sulla sua zucca
Portasse una vecchissima parrucca.

Pieno di rughe il volto e sopra il naso
Aveva un smisurato par d'occhiali,
Giubba di panno ed i calzon di raso,
Il tutto nero ad uso de' curiali:
E la tasca ripiena di scritture,
Di citazioni, e d'altre seccature.

Ed in notaro così trasformato,
E come un Ciceron dotto, eloquente,
Fra la Morte ed il prete accomodato
Ebbe il negozio molto prestamente,
E ne distese scritta, i di cui patti
Erano appresso a poco così fatti.

Anno Domini nostri cinquecento
Novantaquattro, decimaseconda
Indizione17, con comun contento,
Sedente il Santo Padre Zucca-monda,
Re Maccheron, sempre del giusto amante,
Felicissimamente dominante.

Actum in domo Presbiteri Olivi,
In urbe olim Abella nominata,
Presenti testimoni, tutti vivi,
Ubaldo Mari, Antonio Peverata,
Matteo quondam Antonio Panerai,
E il maestro di rettorica Merciai18,

Apparisca e sia noto a tutti quelli
Che vedran, leggeranno ed udiranno,
O essendo ciechi, o sordi, od asinelli,
Legger, vedere, udire altri faranno,
Questo legale ed importante patto
Da me Notar qui sottoscritto fatto:

Che il revendo prete Ulivo avendo
Per celeste favore un dì ottenuto,
Che chi sovra un suo pero iva salendo,
Vi fosse eternamente ritenuto,
Finché al suddetto prete o suoi piacesse
Dargli permission che ne scendesse;

E come essendo la signora Morte,
A istigazione del suddetto prete,
Lassù montata, e desiando forte,
Per far certe faccende sue segrete,
Scenderne, tanto più che all'aria oscura
Ella ha preso un pochin d'infreddatura;

E come avendo fatto ella richiesta
Al prete che pronunci le parole
Onde la causa per cui lassù resta
Sciolgasi, e possa andar dov'ella vuole;
E come il prete a queste sue ragioni
Ceder volendo a certe condizioni;

Infra le parti resta convenuto
Che per cinquecent'anni e quattro mesi
Sia prete Ulivo in vita mantenuto,
Né gli sien dalla Morte inganni tesi,
E che finito il tempo sopraddetto
Alla falce di lei torni soggetto.

Item ch'ambe le parti desiando
Protrar più a lungo il tempo divisato,
O abbreviarlo, possan farlo quando
Restin d'accordo senza lite o piato19;
E basta a indur sì fatta variazione
La reciproca lor sottoscrizione.

Item che prete Ulivo sia obbligato,
Poi che sicuro questo tempo s'abbia,
Dir le parole ov'è il poter legato
Di far ch'ella uscir possa dalla gabbia,
E riprender sugli uomini l'impero,
Idest, che Morte scenda da quel pero.

Quae omnia supradicti contrahentes
Observare perpetuo promisere,
Contraque ea non facere volentes
Semetipsos et bona obligavere,
Et bona etiam suorum successorum,
Iurantesque super quibus et in quorum.

Ego Antonius del Sere, alias Concettus,
Filius Anselmi Scarabei, Pisanus
In iure utroque lauream adeptus,
Et publicus Notarius Abelanus,
Manu propria subscripsi ad laudem Dei.
Tu autem Domine miserere mei20.

Per tal contratto fu la Morte sciolta,
Che al prete, sorridendo amaramente,
Disse: Tu me l'hai fatta questa volta ...
Oh, ma quest'altra sarà differente!
Si morse un dito, indi la falce prese,
E larghe per fuggir le gambe stese.

Qui trovo nell'istoria altra lacuna
Di quei cinquecent'anni e quattro mesi:
Gli autori non ne fan parola alcuna,
Ond'io gli ho in odio orribilmente presi.

Passan costoro a dir che nel gennaio
Tirava un orridissimo rovaio21.

E nevicava, e diaccio era per tutto,
E cascava la coda insino ai cani:
Era il ciel sempre annuvolato e brutto;
Tutti i nasi parevan petonciani22,
Né v'era in tutte quelle regioni
Un sol che non avesse i pedignoni23.

Il tempo colla Morte convenuto,
E passato in contratto dal dottore,
Pel nostro prete Ulivo era scaduto,
E stare al mondo ancora potea poch'ore:
Ei se ne stava ad un buon foco intanto,
Avendo il noto sgabelletto accanto.

Venne la Morte diaccia intirizzita,
Cui per tremar suonavan tutte l'ossa,
Ed ai denti accostandosi le dita,
Disse: Or non v'è chi più salvar ti possa;
E non volendo accostossi al cammino,
Almen per digelarsi un pocolino.

Vede là presso uno sgabello vuoto,
E negligentemente il cul vi adatta;
L'adatta appena e se lo sente immoto,
Mordesi un dito e sclama: Ah, me l'hai fatta!
Tu m'hai chiappata ... ah quanto sono stolta!
Prete baron fottuto, un'altra volta.

Il prete ride e a lei nulla risponde,
E sul cammino e stipe24 e fascinotti
Getta; s'alza la fiamma e si confonde:
Ei non si cura che la Morte fiotti
E brontoli e bestemmi, e ad ogni poco
Mette altra stipa ed altre legne al foco.

Cerca la Morte indietro di ritrarsi,
Ma lo sgabel sta fermo e non si move,
Gli aridi stinchi ella sentia bruciarsi,
E l'ossa tutte, il gran dolor la move
A dir al prete: Omai quel che volete

Dite presto, e da me tutto otterrete.

Oh! poco, disse prete Ulivo, io voglio ...
Solamente due versi di scrittura
Per altrettanto tempo in questo foglio,
Basta che voi firmiate addirittura:
E in questo dir la scritta mise fuore,
Cui già distese Gabriel dottore.

Datemi qua la penna e il calamaro,
Disse la Morte. Oh cazzo! fate presto!
Ah fate presto don Ulivo caro ...
Per Dio mi brucio ... camminate lesto.
Ebbe la penna e scrisse in un momento:
Confermasi per anni cinquecento.

Or mi vien rabbia in dir che nuovamente
Una laguna nell'istoria io trovo.
Ma che storici ciuchi! oibò che gente!
L'inventar non mi piace e non l'approvo;
Quando son cose di premura, vale
Meglio stare in silenzio che dir male.

Solo nel Busenbaum25 ritrovo scritto
Che il prete abbandonò la Palestina,
E che in Italia per buscarsi il vitto
Venne curato di Barbaregina;
Dove, poi che fu dugent'anni stato,
D'Asinalunga fu pievan creato.

Finito il tempo concordato, Morte
Andò a trovarlo nella pievania,
Ed all'uscio di lui picchiando, forte
Gridogli: Andiamo, è tempo d'andar via;
Vengo, rispose il prete, e in tempo corto,
Senza rimedio alcun, rimase morto.

Gli fu fatto un superbo funerale,
E poi fu messo nella sepoltura,
Vestito col rocchetto e col piviale26,
Che faceva bellissima figura,
E seco sotterrate fur le carte
Che di vincer a lui davano l'arte.

Così lasciato avea per testamento,
Così nell'altro mondo ritrovosse;
E come in questo a divertirsi intento,
Verso del Purgatorio i passi mosse:
Ma trovò 'l foco spento e l'aer bruno,
E il custode gli disse: E' non v'è alcuno.

Oh come? disse prete Ulivo, oh come?
L'altro rispose a lui: Tante indulgenze
Or di quel papa, or di quell'altro a nome,
E messe gregoriane e penitenze,
E rosari ed altar privilegiati,
E facoltà concesse a' preti e a' frati.

Se ne vien uno, in un breve momento
Tutte queste papali concessioni
Dalle fiamme ne liberan dugento,
E noi qui stiamo a reggerci i coglioni.
Voi dite ben, rispose prete Ulivo,
E ci pensava anch'io quand'era vivo.

Oh grazie dunque, galantuom, buon giorno.
E verso dell'Inferno i passi volse;
Ma con voci di sibilo e di scorno
In sulla porta Belzebù l'accolse,
E gridò poscia: Che venite a fare
Ser abate? venite a coglionare?

Sappiamo ben che in dono il Paradiso
Aveste già dal rio nemico nostro,
Che tenendosi là da noi diviso,
Ne ha confinato in questo orrido chiostro;
Itene al Ciel fra le ridenti stelle,
Né ci rompete più le tavarnelle27.

Oh cazzo! disse il prete, e s'io volessi
Giocarmi teco l'anima a bambara28 ...
Si potrebbe anche dar che la perdessi ...
Oh via, le carte e il tavolin prepara.
Il demonio restò perplesso un poco,
Poi disse: Io non ho carte in questo loco.

Oh, circa a questo non vi sarà male,
Rispose Ulivo; io ritrovar saprolle,
E le trasse di sotto il piviale,
E quattro o cinque volte mescololle;
Oh bravo, esclamò il diavolo, giochiamo!
E prete Ulivo a lui: Di che facciamo?

D'un'altr'anima, il diavolo rispose,
E faremo a bambara per invito;
Il prete accettò far com'ei propose,
Ed in riva del languido Cocito,
Sotto d'una sfrondata irta marisca29,
Satanno e il prete incominciar la bisca.

Satanno aveva cinquantaquattro, e lieto
Di picche un'altra carta si aspettava,
Ma il prete succhiellando30 cheto cheto,
Primierina di colta31 gli schioccava;
Il diavolo fregò le corna sue,
Poi disse: Affé di Dio! di tutte e due32.

Vada, rispose sghignazzando, e diede
Il prete carte di Stige al sovrano,
Che di vincere avea sicura fede,
Perché tenea cinquantacinque in mano,
Ma quasi la pazienza egli perdette
Vedendo un flusso33 in tre figure e un sette:

Di tutte e quattro, e poi di tutte e otto,
Poi di sedici, e poi di trentadue,
Sessantaquattro, e poi centovent'otto,
Tutte il diavol perdea l'anime sue;
Fino a mille ne volle arrisicare,
E poi disse: Per Dio non vo' più fare.

Vattene via di qui, prete sagrato,
O che s'io do di mano al mio forcone ...
Pigliati pur quel che tu m'hai rubato
E levati di qui, baro, briccone ...
Ser abate partite addirittura
O non porto rispetto alla tonsura.

Il prete a questo dir se la ridea,
E in su tirando il lembo del piviale,
L'anime guadagnate vi mettea;
E il diavol lascia e al Paradiso sale;
Picchia alla porta, e a un finestrin di vetro
S'affaccia e grida, Chi va là?, San Pietro.

Son prete Ulivo ... Oh mi rallegro, passi.
Oh ben venuto! e cosa è quel fagotto?
Anime. Oh! prete, avanti più non vassi;
A lasciarle introdur non son merlotto.
La porta intanto a fessolin tenea,
L'altro non rispondeva e la spingea.

Pur disse alfin: San Pietro, omai scordato
Vi siete che veniste in tanta gente
Alla mia casa, e come vi ho trattato,
Non dico per vantarmi, nobilmente!
Lasciatemi passare in carità,
Non fate meco queste ostilità.

Lasciate almen ch'io passi l'ambasciata,
Disse san Pietro, torno in un momento;
In così dir la porta avea serrata.
Ritornò poscia: Ed è il padron contento,
Disse, e il passaggio egli vi accorda in dono,
Purché diciate quante anime sono.

Fatemi la finezza, egli rispose,
Ditegli che in mia casa io vi accettai,
E quantunque voi foste in buona dose,
Con generosità non vi contai;
Si strinse nelle spalle, fe' bocchino34
San Pietro e spalancò lo sportellino.

Prete Ulivo con festa e con onore
Fu accolto in Ciel dagli angioli e dai santi.
Ma dopo mezza notte son due ore,
Muoio di sonno e andar non posso avanti,
Largo il campo però, stretta la via,
Dite la vostra, che ho detto la mia.



Note

1. F. GIANNESSI, Saggio sul Batacchi, Pisa, Nistri-Lischi, 1952, p. 10.
2. Fa eccezione, per quel che a me pare, l'intervento di Marco Cerruti nella Letteratura Italiana della Salerno, anche se non credo si possa troppo accentuare il carattere “antidispotico e antiaristocratico” di una scrittura che proprio perciò si proporrebbe come “più che «libera», spesso «sboccata»”.
3. Citato dal Giannessi, op. cit., a p. 46.
4. G. NICOLETTI, Firenze e il Granducato di Toscana, in A. ASOR ROSA, Letteratura Italiana. Storia e geografia, II L'età moderna, Torino, Einaudi, 1988, p. 785.
5. U. M. OLIVIERI, La novella, in F. BRIOSCHI -C.DI GIROLAMO, Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi, III, Torino, Bollati-Boringhieri, 1995, p. 469.
6. D. L. BATACCHI, Le novelle, a cura di Ferdinando Giannessi, Milano, Feltrinelli, 1971.
7. F. GIANNESSI, op. cit., p. 144.
8. Sulla sfortunata esistenza del Batacchi (Pisa 1748 - Orbetello 1802) e sulle sue disavventure nei difficili frangenti delle guerre napoleoniche fondamentale è la voce redatta per il D.B.I. da Raffaele Amaturo, il quale ha sagacemente attinto al più ampio saggio biografico di Felice Tribolati edito nel tardo Ottocento e, in forma ridotta, premesso alle due edizioni novecentesche complete delle Opere (Firenze 1910-1913 e Milano 1926).
9. R. AMATURO, voce BATACCHI del D.B.I.
10. F. GIANNESSI, op. cit., p. 156.
11. Per quanto riguarda il testo dell'operetta, esso è trascritto da un'edizione delle Novelle datata al 1830 con il luogo, presumo fittizio, di Parigi; e controllato su un'altra edizione del 1856 riportante l'indicazione senz'altro fittizia di Londra come luogo di stampa, risultata molto più scorretta della precedente. Secondo la testimonianza del poeta, riferita dal Tribolati, la princeps delle Novelle “ebbe principio nell'ottobre del 1791 […] in Pisa, in Firenze, in Livorno e altrove; e fu periodicamente dispensata ad un quaderno di due fogli in circa ogni quindici giorni, toltine gl'indugi della posta”. Di tale pubblicazione a dispense pare essersi persa ogni traccia; a dire del Giannessi essa, benché stampata a Pisa, recava l'indicazione di essere stata impressa a Bologna, sotto il noto pseudonimo del padre Atanasio da Verrocchio. Contrariamente agli altri editori novecenteschi, che hanno costellato il testo di fastidiosi trattini a segnalare i discorsi diretti, i miei interventi sull'interpunzione sono ridotti a poco più che nulla e quelli sulla grafia alla riduzione di j a i ; ho invece uniformato alcune oscillazioni sulla maiuscolatura (maestro/ Maestro, dio/Dio, pievano/Pievano, etc.).

12. Il riferimento è a Orazio Torsellino, autore di un'Epitomae Historiarium in dieci libri, sorta di compendio della soria biblica, edita a Lione nel 1620.
13. Pregiata acquavite.
14. Tipica ciambella lucchese.
15. Gioco di carte che prevede due soli giocatori.
16. Luoghi ombrosi e umidi.
17. Periodo di quindici anni, indicazione cronologica un tempo di frequente uso negli atti notarili.
18. Ovviamente, personaggi contemporaneidel poeta, tra cui il famigerato abate Merciai, suo professore nelle pubbliche scuole, più volte irriso nelle Novelle.
19.Senza fare ricorso al tribunale.
21. Vento gelido di tramontana.
22. Melanzane.
23. Geloni, infiammazioni cutanee provocate dal freddo.
24. Paglie, sterpi.
25. Hermann Busenbaum (Nottuln 1600 - Münster 16680), teologo e moralista tedesco, gesuita. La sua fama è soprattutto legata a un trattato edito nel 1650, Medulla theologiae moralis, facili ac perpiscua methodo resolvens casus conscientiae.
26. Rispettivamente veste e paramenti sacri.
27. Forma alterata di tavernelle, "natiche", voce dall'etimiologia incerta.
28. Gioco di carte simile alla primavera.
29. Giunco.
30. Scoprendo le carte a poco a poco, torcendole tra l'indice e il pollice verso l'angolo superiore.
31. Di fresca coglitura.
32. Satana propone di raddoppiare la posta giocando due anime.
33. Quattro carte dello stesso seme, ovvero la miglior giocata possibile a bambura.
34. Smorfia di rassegnazione.