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La vita
e la morte di Prete Ulivo
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| L'anno
appena trascorso ha riportato in auge un'impresa che pareva ormai appartenere
alle età passate: il viaggio a Roma per vedere il Papa. Da ogni lembo
della terra si sono mossi pellegrini verso la cattedra di Pietro, ora
alla spicciolata, più spesso intruppati secondo la loro appartenenza a
una determinata categoria di persone, giungendo a un culmine ferragostano
in cui l'Urbe ha raccolto i sudori di un esercito di giovani di non belle
speranze. Nel contempo ogni sorta di gazzettieri, ciarlatani e arruffapopolo
si sono variamente ingegnati di magnificare le gesta dei romei, che per
la verità paiono essere soprattutto consistite nel variamente modulare
ovazioni all'apparire del pontefice. Dal momento che, pur stremati da
tanta fatica, non avranno tuttavia mancato sulla strada del ritorno di
fare tappa in uno dei numerosi luoghi ove era possibile fare incetta di
indulgenze, quale miglior viatico potrebbe accompagnarli se non la novella
di Prete Ulivo, frutto della gioviale e garbata penna del Batacchi? Augurando
anche a loro il destino del protagonista che, ritrovatosi nell'altro mondo
e mossi i passi verso il Purgatorio, ve lo ritrovò tutto vuoto, mercé
dell'indulgenze, E messe gregoriane e penitenze, E rosari ed altar
privilegiati, E facoltà concesse a' preti e a' frati. E se è vero che agli amanti del genere la novella è ben nota, e in quanto tale non del tutto pertinente al proposito dello Stracciafoglio di recuperare alla lettura testi sconosciuti o mal noti, è però anche vero che tanto all'autore quanto al genere della novella galante le moderne storie letterarie non riservano il luogo che tanta spiritosa vivacità e tanta destrezza e brio nella narrazione e nella versificazione meriterebbero. Così, se nel 1952 Ferdinando Giannessi principiava il suo Saggio sul Batacchi “lamentando fin dal primo contatto la sua scarsa e ambigua notorietà anche in Pisa”1 , non si può certamente affermare che le cose siano oggi molto cambiate: una rapida scorsa alle più recenti storie letterarie mostra come il silenzio sia rotto quasi soltanto dalla ripetizione di giudizi di seconda mano e di equivoci in buona parte dovuti al già citato Giannessi2 , nonostante che le Novelle avessero trovato tra i contemporanei estimatori d'eccezione, dal Goethe al Foscolo, senza dire che esse dovettero essere presenti al Leopardi dei Paralipomeni, come uno studio orientato all'uopo potrebbe senz'altro provare, e come già suggerì Pietro Giordani3 ; più tardi piacquero al Settembrini, che in virtù del “brio” e della “naturalezza” dello stile seppe sorvolare su quella riprovazione moralista che dominò invece dal Carducci in poi ogni accostamento alla poesia del Batacchi. Alle censure perbeniste in tempi più recenti se ne sono sostituite altre, meno comprensibili: Giuseppe Nicoletti ad esempio, in un breve accenno nel suo contributo (Firenze e il Granducato di Toscana ) alla Letteratura Italiana Einaudi dell'Asor Rosa, lamenta che nelle Novelle “il congegno burlesco, il più delle volte a sfondo sessuale […], tende a prevalere su ogni altro intendimento”4 , e proprio non si comprende perché in un'opera burlesca dovrebbe prevalere qualcos'altro invece del “congegno burlesco”; mentre Ugo Olivieri, che delle Novelle si è occupato nel Manuale di letteratura italiana di Franco Brioschi e Costanzo Di Girolamo, bolla come “discontinuità compositiva” una tipica caratteristica dello stile batacchiano, che pure egli stesso aveva poco prima ben definito come accostamento di “termini popolari osceni al linguaggio della tradizione letteraria, arrivando talora a esiti di parodia dello stile poetico alto”5 . Peggio fece però il Giannessi, cui pure si deve la più recente edizione dello scrittore pisano6 : nell'intento di stornare da lui la fama di scrittore semplicemente osceno, e di fornirne un ritratto utile a un suo inserimento nel novero dei letterati dabbene, lo fregiò del titolo (ma è davvero più infamante quello di pornografo?) di “preromantico”; e tutto ciò in virtù soprattutto di un passo di una delle sue novelle migliori, Amina, ove volle vedere a torto un'ironica irrisione della poesia mitologica, una “riflessione che, conosciuta dal Manzoni, avrebbe forse fruttato all'impudico pisano la simpatia dell'autore della famosa lettera al D'Azeglio nel 1823”7 . Questa è la situazione: la giovine protagonista, fuggita nottetempo dall'harem di un sultano reo di disprezzare la sua verginità non scegliendola mai tra le favorite, si trova in alto mare in una piccola barchetta, priva di viveri e “Di manuvrar la vela […] insciente”; insomma in un impasse ben condiviso dal narratore, che non sapendo come cavarsela esclama: |
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Correrebbero
ed Ino e Melicerta, In mancanza
di lor che far poss'io
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| Ebbene,
non vi è preromantica irrisione degli antichi Dei (per i quali peraltro
il Batacchi, per lo meno nelle Novelle, più che nel tardo poema
La rete di Vulcano, mostra spesso di nutrire simpatie di poeta),
ma piuttosto una canzonatura di sapore illuministico e libertino nel lamentare
la propria mancanza di risorse in presenza soltanto della scarsa efficacia
dei quattro evangelisti in materia di portenti (l'uso di personaggi della
storia sacra come figure mitologiche è invece altrove disinvoltamente
praticato, ad esempio nel mettere a colloquio Apollo e San Pietro; ma
si veda anche il modo in cui è trattata la figura dell'arcangelo Gabriele
nella novella di Prete Ulivo); si ravvisa cioè in queste sestine, come
in numerosi altri passi, l'atteggiamento disincantato e il superiore distacco
del libero pensatore, quale in effetti il Batacchi fu, pagandone conseguenze
pesanti8 . Lontanissimo dallo spirito borghese
e tartufesco degli anticlassicisti lombardi, il Batacchi, appassionato
ammiratore dell'Ariosto e del Tasso (e però anche dell'abate Frugoni),
si può senz'altro liberare dal marchio di “preromantico”, riconoscendo
nel giudizio di Raffele Amaturo il più acuto ritratto critico del poeta:
“il Batacchi a noi sembra in tutto e per tutto un epigono, in tempi tanto
diversi e calamitosi, della serena età dell'Arcadia: una Arcadia, si intende,
destituita dalla vocazione e dal culto dei puri valori formali, oziosa
e sciatta, l'Arcadia dei poeti estemporanei e improvvisatori, così frequenti
nella modesta provincia letteraria della Toscana granducale della seconda
metà del Settecento, in cui si contemperavano in una sintesi provvisoria
la tradizionale inclinazione novellistica con generici riecheggiamenti
della cultura d'oltralpe, l'esperienza del linguaggio «comico» bernesco
con il gusto nativo dei coloriti eccessi verbali”9. Peraltro al Giannessi va riconosciuto il merito di avere correttamente risolto la questione critica più dibattuta intorno all'autore, ovvero quella del rapporto della sua poesia con quella di Giovan Battista Casti: quella del Batacchi, scrive il Giannessi, è “una pornografia innocente, perché nasce da un impulso naturale” e in essa si ravvisa “una inclinazione al barocchismo della fantasia plebea”; nel Casti invece si trovano “cose assai povere di fantasia, spesso stentate […]; ambagi e giravolte perché il discorso possa cadere, con estrinseca plausibilità, sugli argomenti scabrosi: e una volta arrivatoci, mai un fremito sincero, un tratto che rallegri, per animalesca freschezza, la solita scena”10 . Anche a me pare che la serena e scanzonata allegria della poesia del Batacchi lasci a distanza la tetra monotonia del più considerato autore degli Animali parlanti, ma credo che anche altri equivoci e pregiudizi andrebbero discussi volendo invitare a una maggiore considerazione dell'opera del pisano. Ad esempio, quando l'Amaturo lamenta che “sommaria […] e sempre approssimativamente delineata è la psicologia dei personaggi, non mai veramente approfondite le situazioni narrative”, applica un metro valutativo che individua l'eccellenza nel patetismo a una poesia che è invece pienamente orientata da un illuminato razionalismo, una poesia in cui personaggi e situazioni non vanno giudicati in relazione al loro potere di muovere a commozione, ma quali elementi di una narrazione in cui conta soltanto l'evento e la sua capacità di produrre divertimento, non però fine a se stesso, un diletto che non culla in una fuga dalla realtà, ma che ad essa bruscamente, e direi quasi rudemente, richiama, risvegliando una vigile facoltà intellettiva. Le Novelle prevedono un ascoltatore attento e divertito, il quale né deve partecipare immedesimandosi nei protagonisti, né può abbandonarsi alla dolcezza assicurata del lieto fine, ed è proprio per ciò che lo stesso Amaturo ha potuto giustamente individuare l'elemento più congeniale all'arte del Batacchi nel “tono tra il realistico e il fiabesco”, un fiabesco però di conio voltairiano, disincantato e lucidamente ancorato al reale; ed è d'altronde quanto già suggerì Foscolo attribuendogli “la disinvolura del Berni e l'ingenuità di La Fontaine”. Un altro pregiudizio da respingere è quello connesso all'elogio più frequente della poesia batacchiana come frutto di un'istintiva vena narrativa, riconoscimento cui è abitualmente congiunto un giudizio molto limitativo della cultura dell'autore. Nei versi del Batacchi la grande tradizione della poesia 'alta', dal Petrarca al Tasso, alla contemporanea Arcadia, non è soltanto orecchiata, anzi, accanto a quel patrimonio pienamente posseduto, nelle sue sestine non mancano neppure i riferimenti a certi vezzi del Seicento barocco; ovviamente il tutto mescidato, con intenti di parodia ora efficacemente raggiunti, altre volte soltanto rozzamente esibiti, con espressioni invereconde e niente affatto allusive: ed è appunto nella capacità di chiamare a concorso i due registri, l'aulico e il plebeo, nella destrezza che consente di cavare scintille dal loro attrito, che prende luce la poesia del Batacchi. Infine l'ultimo pregiudizio che ha sottratto lodi all'inventore di tante piacevoli novelle è quello che vuole a ogni costo riconoscere una maggiore profondità speculativa e una maggiore nobiltà di sentimento alla disposizione melanconica, alla mestizia piuttosto che alla giocondità, a un'uggiosa afflizione piuttosto che a una sorridente letizia. Da qui deriva il rifiuto di una disposizione narrativa in cui le situazioni potenzialmente tragiche vengono allontanate e rimpicciolite con la lente rovesciata dell'ironia, quelle patetiche ricondotte al fin troppo vero riconoscimento del quotidiano destino di sopraffazione e di miseria della plebe. Reagire alla sventura combattendo la disperazione con il sorriso non è affatto indizio di insufficienza spirituale e intellettuale; che la modernità prediliga la mesta tetraggine è soltanto segno di un rifiuto della vita, di un insano trasporto per la malattia e la morte, le quali sempre consentono di incontrare un prete disposto a consolare. In età più luminose i begli ingegni gradivano compagnie migliori; e, se prete ha da essere, sia almeno … Ulivo11. |
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DOMENICO CHIODO |
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Signore,
Io sono un buon ariete del vostro ovile. Almeno così mi dice mia moglie.
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Morì costui
nel millecinquecento, Egli era
ricco, e per miracol grande Era in
sua casa ognor corte bandita; In quei
giorni Gesù con dir facondo, E se su
l'ora d'ire a desinare Una volta
che Ulivo era in campagna Questi
fu Pietro; e disse: Io so che siete, Padroni!
Ulivo replicò, passate, Ma noi
... replicò Pietro ... veramente ... Prendete
un bicchierino di moscato; Lieti
parlando della cortesia, Dopo un'oretta
a sontuosa cena Dopo la
cena in sei pomposi letti Quel tocco
di briccon, come sapete, La mattina,
al cantar del vigil gallo, Pietro
alfin disse: Io non ho mai trovato Voi potrete
perciò chieder a lui Dite davvero?
ser Ulivo esclama, Ho avuto
tutto, a lui dice tornando, Andovvi
Ulivo, e ritornò ridendo, Eh, matto
un fico, replicogli Ulivo,
Ulivo,
in verità non veggo in voi Deh, ritornate
in camera, ed umile Due grazie
a un tempo ottenni in questo punto, Ma quai?
replicò il santo. Oh in primo loco Ma questi
polentoni a letto presto Giocar
coi servi non istà bene, Oltre di
questo è ver ch'io fo di nulla, Chiesi
perciò, se qualchedun si asside E chiesi
ancor che il mazzo delle carte Dell'una
e l'altra grazia ei mi fe' dono, Ma per
pagarvi il conceduto ospizio S'alzò
ciò detto, la pipa in un canto Fatta quindi
eccellente colazione, Se non
che ser Ulivo s'era fatto Avea teologia
frattanto appresa, Perciò
visse ortodosso e nel suo seno Non manca,
a dire il ver, qualche linguaccia E dice
ancor che poi che le tignuole Già cominciava
a declinar l'estate, Egli la
Morte in quel loco attendea, Parmi
tempo che meco alfin venghiate; Sento la
gola arsiccia: ho molta sete, Volentieri,
la Morte gli rispose, Colse le
pere, e quando l'ebbe colte, E nemmen
lo potrai, secca fottuta, La Morte
irata a quel suo dir non crede, E saltando
così di ramo in ramo, Come brama
l'infermo, allor che dorme, Così la
Morte angustiata geme. Grave scandalo
intanto in ogni loco Era tutto
in orgasmo, in confusione Vanne,
gli disse, e trova prete Ulivo, Disse;
ed il Nunzio ad ubbidirlo accinto Là non
aurati panni, e già non prese Pieno di
rughe il volto e sopra il naso Ed in
notaro così trasformato, Anno Domini
nostri cinquecento Actum
in domo Presbiteri Olivi, Apparisca
e sia noto a tutti quelli Che il
revendo prete Ulivo avendo E come
essendo la signora Morte, E come
avendo fatto ella richiesta Infra le
parti resta convenuto Item ch'ambe
le parti desiando Item che
prete Ulivo sia obbligato, Quae omnia
supradicti contrahentes Ego Antonius
del Sere, alias Concettus, Per tal
contratto fu la Morte sciolta, Qui trovo
nell'istoria altra lacuna E nevicava,
e diaccio era per tutto, Il tempo
colla Morte convenuto, Venne
la Morte diaccia intirizzita, Vede là
presso uno sgabello vuoto, Il prete
ride e a lei nulla risponde, Cerca la
Morte indietro di ritrarsi, Oh! poco,
disse prete Ulivo, io voglio ... Datemi
qua la penna e il calamaro, Or mi
vien rabbia in dir che nuovamente Solo nel
Busenbaum25 ritrovo scritto Finito
il tempo concordato, Morte Gli fu
fatto un superbo funerale, Così lasciato
avea per testamento, Oh come?
disse prete Ulivo, oh come? Se ne
vien uno, in un breve momento Oh grazie
dunque, galantuom, buon giorno. Sappiamo
ben che in dono il Paradiso Oh cazzo!
disse il prete, e s'io volessi Oh, circa
a questo non vi sarà male, D'un'altr'anima,
il diavolo rispose, Satanno
aveva cinquantaquattro, e lieto Vada,
rispose sghignazzando, e diede Di tutte
e quattro, e poi di tutte e otto, Vattene
via di qui, prete sagrato, Il prete
a questo dir se la ridea, Son prete
Ulivo ... Oh mi rallegro, passi. Pur disse
alfin: San Pietro, omai scordato Lasciate
almen ch'io passi l'ambasciata, Fatemi
la finezza, egli rispose, Prete
Ulivo con festa e con onore |
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1.
F. GIANNESSI, Saggio sul Batacchi, Pisa, Nistri-Lischi, 1952,
p. 10. |
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