Sonetto al Zeffi

Introduzione

 

In quello che a tutt'oggi rimane il più ampio studio monografico dedicato a Benedetto Varchi1, Umberto Pirotti, a proposito della complessa situazione che seguì all'assassinio del duca Alessandro da parte del cugino Lorenzino (6 gennaio 1537) e dell'atteggiamento tenuto in proposito dal futuro autore della Storia fiorentina, scrive: “Sta di fatto che in un profluvio di versi messer Benedetto magnificò il tirannicida, vituperò il duca defunto e inveì contro il duca nuovo”; ma non cita attestazioni che giustifichino tale affermazione e in nota aggiunge: “Che io sappia, di tanti versi non ci restano se non due epigrammi latini. Li conserva l'Archivio di Stato di Firenze (Carte Strozziane, I, 95, cc. 120 e 120v)”2.

Proprio in quello stesso fascicolo (filza 95 della I serie delle Carte Strozziane)3 alla c. 140r, mentre cercavo tutt'altro in verità, ho ritrovato un documento probante l'esistenza di versi in vituperio dei due duchi medicei. Si tratta di un sonetto inviato dal Varchi a Giovanfrancesco Zeffi4, verosimilmente poco dopo l'uccisione del duca Alessandro; tale sonetto nell'indice del fascicolo (compilato presumibilmente da un riordinatore settecentesco di quelle carte) è così rubricato: “Sonetto di Benedetto Varchi al Zeffi nel quale accenna la morte del Duca Alessandro”. Non sarà forse testimonianza sufficiente a provare l'esistenza del “profluvio” di cui parlò il Pirotti, ma è un testo che mi pare interessante, al di là della pochezza dell'esito poetico. Il suo valore non consiste soltanto nel certificare l'avversione (ben nota) del Varchi ai Medici, Cosimo compreso, prima che il fiero repubblicano finisse per ammansirsi, riconoscere la sconfitta storica e cedere al Duca. Innanzi tutto il sonetto è ulteriore prova di quanto errino coloro che, rubricando l'intera produzione lirica cinquecentesca nella categoria del petrarchismo, ne inferiscono il carattere di una produzione stereotipa e vacuamente monotona nei temi e nei toni; e ancor di più conferma che è errato ritenere la produzione d'occasione priva di interesse in quanto puramente encomiastica, se non addirittura adulatoria, e comunque disprezzabile se valutata nei termini della `poesia pura'. La vastissima produzione sonettistica del Varchi è per grandissima parte d'occasione e di corrispondenza, e non per questo priva di interesse; nel corso del secolo il corrispondere in rima fu una forma di comunicazione oltre modo diffusa e praticata, e lo fu in forma privilegiata in determinate situazioni. L'ostica costruzione sintattica dell'ultima terzina del sonetto allo Zeffi, quella ove è contenuto il sinistro augurio per il nuovo Duca, sarà forse semplicemente da addebitare alla difficoltà del Varchi di soddisfare Madonna Rima, ma potrebbe anche sottintendere la volontà di occultare, tramite la complessità della versificazione, messaggi palesi al destinatario, ma poco facilmente interpretabili da più ottusi lettori che avrebbero potuto entrare in possesso di simili carte con l'intento di investigarne il contenuto; e non si può ignorare che, attesi i suoi rapporti con Lorenzino, lo Zeffi doveva quasi certamente essere sorvegliato dai birri al servizio di Cosimo.

Il presente sonetto, insomma, risolleva un dubbio che già in altra occasione ho esposto, ovvero quello che il rimare alla maniera del Petrarca potesse rappresentare anche una sorta di codice, non certo cifrato ma oscuramente allusivo, per la diffusione di contenuti, politici in questo caso, filosofici o teologici in altri, la cui libera espressione poteva, se resa pubblica, porre a repentaglio la sicurezza dell'autore. Contrariamente a quanto vuole il Pirotti, le rime di corrispondenza, e del Varchi e di molti altri cinquecentisti, non si esauriscono in una mera pratica adulatoria, in “un mezzo per conciliarsi l'animo dei destinatari”5; paiono anzi in taluni casi un mezzo per rinsaldare i contatti fra quanti nutrono nei confronti del potere politico o economico un atteggiamento tutt'altro che ossequioso, o anche per svolgere un'attività di informazione e propaganda volta a raccogliere consensi intorno a principi, come quelli della libertà repubblicana o dell'indipendenza degli stati italiani, dei quali gli eventi storici contemporanei rendevano altrimenti ben ardua la difesa e l'espressione.

 

DOMENICO CHIODO

Sonetto al Zeffi
di Benedetto Varchi

 

Zeffo, che 'n mezzo di dolore e gioia,

Fra speranza e timor, tra vita e morte,

Come piace a una alta e cruda sorte,

Lieto e tristo vivete in dolce noia,

Già so io ben che l'aspettare annoia,

E fa lunghe parer l'ore sì corte,

Ma sperate in Giesù, né vi sconforte

Che spesse volte un ben nascendo muoia6.

Non vi sovvien del fero mostro e vile7

Disteso in terra, e nel suo sangue stesso

Rinvolto sì che 'l conosceste a pena8?

Tal fia di lui, c'ha nuovo lupo oppresso

Di agno gentil, con danno nostro e pena,

Il suo sì bello e sì mal concio ovile9.

 

NOTE

 

1. U. Pirotti, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, Firenze, Olschki, 1971.

2. Ivi, p. 13 e nota.

3. Il fascicolo contiene per lo più carte relative all'attività dei fuorusciti della Repubblica Fiorentina. Tra queste l'importante lettera di Jacopo Nardi a Benedetto Varchi in cui il Nardi informa l'estensore della Storia Fiorentina degli eventi che lo videro protagonista negli anni dell'esilio (cc. 104-106); un fascicoletto contenente epigrammi latini del medesimo Varchi (cc. 119-125); e alla c. 140r il sonetto in questione.

4. Devo alla cortesia di Vanni Bramanti notizie e suggerimenti utili a tratteggiare la figura di Giovan Francesco Zeffi, “maestro di casa” per la famiglia di Lorenzino già fin dal 1515 e, secondo quanto riferisce lo stesso Varchi nella Storia Fiorentina (l. XV), incaricato dall'uccisore del duca Alessandro di recare la notizia del tirannicidio a Giuliano Capponi e a “più altri cittadini amatori della libertà”. Tale incarico non dovette essere assolto secondo le aspettative, dal momento che, scrivendo a Filippo Strozzi il 22 gennaio del 1537 (dunque una quindicina di giorni dopo il fatto), Lorenzino ebbe a lamentarsi dello Zeffi e del suo eccessivo “rispetto”, vale a dire `cautela' (cfr. LORENZINO DE' MEDICI, Apologia e Lettere, a cura di Francesco Erspamer, Roma, Salerno, 1991, pp. 79-82). Lo Zeffi, traduttore e commentatore di classici, fu anche ascritto dal 1541 all'Accademia Fiorentina e venne in seguito dal Varchi citato come emblematica figura di pedante, sterile e inutile (in una lettera inedita a Carlo Strozzi segnalatami dal citato Bramanti che sta attendendo a un'edizione delle Lettere varchiane).

5. U. Pirotti, cit., p. 191.

6. Il “ben” morto sul nascere è l'uccisione del Duca Alessandro, cui non fece seguito il ritorno della Repubblica, ma l'insediamento di un nuovo Medici, il futuro Granduca Cosimo I.

7. Correggo la mia errata trascrizione iniziale “fero morbo”, grazie al suggerimento di Salvatore Lo Re, che ha edito a sua volta il sonetto nell’articolo «Chi potrebbe mai, a questi tempi, badare a lettere?» Benedetto Varchi, Piero Vettori e la crisi fiorentina del 1537, in «Studi Storici», 2 2002, pp. 367-409.

8. Il riferimento è tutt'altro che generico: lo Zeffi, stando a quanto racconta il Varchi nel libro XV della Storia Fiorentina, fu tra i primi a vedere il cadavere del Duca che, come si ricorderà, era stato assassinato nella camera da letto di Lorenzino.

9. La costruzione sintattica è complessa: Cosimo, del quale si auspica una fine simile a quella del cugino, ha oppresso la città (“Il suo […] ovile”), mutandosi repentinamente da “agno gentil” in un “nuovo lupo” tirannico in tutto simile al suo predecessore.

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