Filologi,
ai rostri!
Per una
chiosa alle Rime del Sandoval
La
riedizione delle Rime di Diego Sandoval di Castro1 è ennesima
fatica di Tobia Toscano, grazie alla cui indefessa attività il Cinquecento
napoletano viene reso sempre più facilmente avvicinabile nei testi e più ricco
nelle notizie storiche e biografiche relative a numerosi autori prima d'ora
assai poco frequentati. Così è, ad esempio, del Sandoval, gentiluomo
italo-spagnolo, noto soprattutto come protagonista della tragica vicenda
d'amore di Isabella di Morra, del quale gli studi del Toscano restituiscono una
più completa immagine, a partire dalla "comunanza tematica e
stilistica" con l'esercizio lirico del Tansillo, secondo quanto illustrato
nel volume sopra citato, sia sul piano dei riscontri testuali, sia di quelli
biografici (la contemporanea "ascrizione" all'Accademia Fiorentina,
vd. pp. 14-16). L'edizione, fondata su di una stampa romana del 1542
("Valerio Dorico et Loigi fratelli"), ha anche avuto il merito, tra
gli altri, di evidenziare due erronee attribuzioni al Tansillo di componimenti
opera invece del Sandoval: il sonetto XXVII
("Quel continuo timor, quel rio sospetto" - nell'edizione Pèrcopo
delle Rime del Tansillo I XVI)
e la canzone XLVIII ("Alma
reale e di maggior impero" - Pèrcopo II XX).
È
appunto leggendo il sonetto sulla gelosia sopra ricordato che la mia attenzione
è stata attratta dal precedente (il n. XXVI),
la cui lettura ha suggerito questa breve, e spero non del tutto superflua,
noticina. Riporto per intero il sonetto in questione:
O nel
mar de le mie tempeste fida
stella,
che con le tue luci divine
mi
scorgi ogniora al glorioso fine,
là dove
ir non saprei senza tua guida;
o beltà
forse non veduta in Ida
dal gran
pastor, o molli e fresche brine,
o oro o
perle o rose mattutine,
a cui
par che la terra e 'l cielo arrida,
s'eguali
fossin al desio le rime,
del tuo
bel nome avrei pien Gange e 'l Nilo,
e 'l
Pesce e l'Orse e Zeffiro e l'Aurora.
Poiché
tanto non basto, almen le cime
d'Appennino,
in sonoro e dolce stilo
l'udranno
e 'l mar e le Vercelle ancora.
Alla
strana lezione "le Vercelle" il Toscano annota: "Vercelli, città
del Piemonte (il lat. Vercellae è di genere femm.). Qui potrebbe voler
indicare un luogo lontano, oltre gli Appennini e vicino alle Alpi". Mi si
perdonerà il moto di risentito campanilismo, ma, nato in quel luogo
"vicino alle Alpi", confesso il mio turbamento nel vedermi assimilato
a un abitante della più estrema Thule. Mi pare che un'altra potrebbe essere la
chiosa, ovvero credo si possa ipotizzare che si tratti di un volgarizzamento,
in effetti piuttosto singolare, di Vergiliae, cioè le Pleiadi: il
"sonoro e dolce stilo" delle lodi d'amore raggiungerà le cime
d'Appennino, il mare, e se non le stelle maggiori, "'l Pesce e
l'Orse", almeno le piccole Vergilie.
È
ovviamente impossibile, in assenza di un autografo, dire se la lezione
"Vercelle" possa essere stata prodotta da un'incomprensione del
tipografo (un'errata lettura di un originale Vergelle ad esempio) o debba attribuirsi
all'autore, e tuttavia va segnalato come la grafia del vocabolo in lingua
volgare non fosse all'epoca per nulla stabilita; e anzi come ci si trovi di
fronte a una delle prime attestazioni in lingua poetica. Lo stesso Vocabolario
della Crusca (1612) non registra la voce, che compare invece nel Tramater
(1840), ma senza alcuna attestazione. Due sole attestazioni sono registrate dal
Tommaseo: l'una dal Trattato dell'agricoltura di Giovanvettorio
Soderini, l'altra dal Mondo creato del Tasso. Il futuro estensore della
voce per il GDLI dovrà senz'altro tener conto dell'esempio del Sandoval e delle
possibili oscillazioni grafiche, soprattutto tra Vergilie e Virgilie;
quest'ultima già della lingua latina e in questa attribuibile a un'incertezza
sull'origine etimologica: da ver piuttosto che da virgula, come è
invece supposto nelle Etymologiae vossiane.
Per
quanto mi è stato possibile reperire, la prima attestazione è riscontrabile in
uno dei rari testi volgari di Leonardo Bruni, la Canzone a Venere (O Venere
formosa, o sacro lume) la cui ultima stanza al secondo piede della fronte
recita:
Le
picciole Virgilie lucenti
alli
suo' piè festeggiano, e di sopre
dal
destro omero scopre
Perseo
armato con sue stelle gialle2.
Dopo
l'esempio quattrocentesco, la curiosa lezione attestata nelle Rime del
Sandoval è quanto meno contemporanea a quella del Trattato del Soderini
ove, almeno stando alla trascrizione del Tommaseo, la forma viene a essere il
più corretto Vergilie: "Dieci dì dopo che van sotto da mattino le
Vergilie, principia l'inverno; ed a cinquanta dì dopo che le Vergilie si son
levate da mattino, è il cominciamento de l'estate". L'oscillazione
Vergilie/Virgilie è poi quanto mai presente nel poema sacro tassiano: il manoscritto
Palatino usato dal Petrocchi riporta: "Le stelle picciole anco locaro, Che
Virgilie chiamò l'età vetusta" (II, vv. 400-401); ma le stampe
secentesche, sia la veneziana che la viterbese, recano invece
"Vergilie"; e l'edizione Solerti, fondata sull'ormai perduto
manoscritto torinese, addirittura "Vergilii".
Nulla a
che vedere con il ben più strano "le Vercelle", e tuttavia un ulteriore
episodio testimonia della perdurante incertezza sulla grafia del vocabolo
in uso a designare la piccola costellazione altrimenti detta, con grecismo,
le Pleiadi; o, più modernamente e ormai lontano dagli esempi della classicità,
delle Gallinelle. Nelle ottave finali del poemetto La via lattea di
Scipione Errico viene intonato un grazioso canto in cui il corpo femminile
viene descritto come un cielo stellato in cui ad ogni parte somatica corrisponde
un astro o una costellazione; e così il secondo verso dell'ottava XXV recita: "Son picciole Virgilie
i bianchi denti". Così è nella princeps del 16143,
ma nella tarda edizione del 1646, della quale si servì il Croce per i suoi
Lirici marinisti, le "Virgilie" diventano "vigilie",
probabilmente per un semplice refuso o un'incomprensione del tipografo, che
sfuggì a Benedetto Croce. Nel tranello dalle Gallinelle teso a Tobia Toscano
un'illustre vittima era dunque già in precedenza caduta: non è bene fidarsi
delle stelle …
1. D. SANDOVAL DI CASTRO, Rime, a cura di Tobia R. Toscano, Roma,
Salerno, 1997.
2. Cfr. Lirici
Toscani del Quattrocento, a cura di Antonio Lanza, Roma, Bulzoni, 1973,
vol. I p. 335.
3. Cfr.
S. ERRICO, Sonetti e
Madrigali. E altre rime dalle raccolte giovanili, a cura di Luisa Mirone,
intr. di Francesco Spera, Torino, Res, 1993, p. 91.
DOMENICO
CHIODO
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