Discorso intorno al titolo delle Veneri

 

Introduzione

In una recensione dedicata al mio volume sull'idillio barocco e al florilegio di idilli edito congiuntamente1, Guido Sacchi, tra numerose lodi e alcune proposte di correzioni ai testi, la gran parte delle quali non condivisibili2, pone in rilievo una questione sulla quale esprime un aperto dissenso rispetto alla mia lettura critica e sulla quale mi pare non inutile soffermarsi. Nei termini esposti dal mio recensore la questione riguarda il "giudizio di valore [...] riassumibile nell'opposizione Marino/Preti", il primo "decisamente ridimensionato", il secondo "sostenuto da una costante spinta alla riabilitazione"; così che per tale via giungerei ad affermare che "il cuore del secolo non sarebbero insomma le vanterie mariniane, ma l'"atteggiamento da epigoni" consapevoli di Preti e Bruni". Tuttavia la mia "visione storiografica coraggiosa, certo in controtendenza" presenta "un vistoso difetto di unilateralità: perché non tiene in conto le esplicite professioni di novità dei testi".

Quest'ultima obiezione è facilmente liquidabile: è proprio tenendo in conto le professioni di novità che ho definito "atteggiamento da epigoni" quello di Preti e Bruni, il cui ragionamento è, semplificando, riassumibile in tal modo: con l'opera del Tasso la lingua e la letteratura italiana hanno raggiunto vertici di perfezione tali che, per quanto i `moderni' possano eccellere, la loro poesia non potrà competere con tanto alto modello; ecco dunque l'esigenza di `novità', che conduce a esiti negativi se condotta sul versante delle acutezze concettiste che corrompono il gusto, ma che può più utilmente svilupparsi nell'ambito delle ricerche di genere, l'idillio appunto, o le epistole eroidi cui si dedicò il Bruni, o i testi drammatici per musica in cui eccelse il Rinuccini, ma in cui anche il Preti si cimentò, o ancora il poema eroicomico, la cui novità fu appunto teorizzata dal Preti in una celebre prefatoria alla Secchia rapita tassoniana. Insomma la "professione di novità" e "l'atteggiamento da epigoni", lungi dal contraddirsi, vanno di pari passo. Ma se tale questione è di facile soluzione, e in verità non avrebbe nemmeno dovuto essere posta, ben più importante è l'altra sollevata da Guido Sacchi: non si tratta ovviamente di una contrapposizione Preti/Marino, quanto del ridimensionamento del secondo in una visione generale dello sviluppo della letteratura secentesca, o, per dir meglio, del rifiuto, che a me pare doveroso, di continuare a pensare al panorama poetico di quel secolo nei termini di una contrapposizione tra il Marino e semi-anonime schiere di suoi seguaci `minori' o di poco più definite (Chiabrera, Testi, etc.) schiere di suoi supposti avversari nel segno della difesa dei valori classicisti.

Le lodi alla poesia del Marino (che raggiunse vertici sommi ma non fu sempre eccelsa, anche in considerazione della frenetica attività cui il poeta costrinse la sua Musa) servirono nel secolo passato a rivendicare all'intero Seicento il diritto a una più equa considerazione, stante il fatto che proprio nel segno del Marino era stato emesso il verdetto di condanna da parte della grande erudizione settecentesca. Ripetere oggi quelle lodi e proporre Marino come unico campione del secolo contornato da una frotta di `minori' comporta il rischio di ridurre lo studio del Seicento a quello del poeta napoletano: credo invece sia giunto il momento di tracciare con maggiore concretezza linee evolutive nello svolgimento delle vicende letterarie secentesche3, ed anche di istituire gerarchie più appropriate nel mare magnum dei cosiddetti marinisti. Per tornare al Preti e all'informe nebulosa critica dei `poeti bolognesi dell'età di Guido Reni', sarà, ad esempio, il caso di chiarire come l'Achillini fosse un giurista e professore di diritto che si dilettava nell'esercizio poetico dando, tutto sommato, non troppo diletto ai suoi lettori; come il Rinaldi fosse a quell'epoca un ormai anziano interprete di una stagione poetica che proprio la poesia mariniana aveva superata; come il Campeggi fosse un nobile mecenate che si cimentava anche in proprio con apprezzabili risultati; come il Capponi, medico e astrologo, avesse scelto una forma di poesia eccentrica rispetto allo sperimentalismo dei Gelati e più in linea con una certa facilità di invenzione che già era stata del Rinaldi. E sarà però da notare come ben al di sopra di questi suoi conterranei fosse il genio poetico di Girolamo Preti, il cui carattere schivo e modesto impedì a lui di porsi come un caposcuola, ma non impedì che come tale fosse riconosciuto dai più giovani Matteo Peregrini e Fulvio Testi, e anche al di fuori dei confini emiliani, ad esempio da Antonio Bruni, che progressivamente si allontanò dal Marino riconoscendo nel Preti il modello per una nuova stagione poetica4.

Il Discorso che qui si pubblica, ovvero la lettera dal Bruni indirizzata a Guido Casoni che funge da prefazione all'ultima raccolta poetica edita dal manduriano, Le Veneri 5, attesta in modo irrefutabile quanto si è venuto dicendo, ovvero il progressivo distacco della pratica lirica secentesca dal modello mariniano e l'abbandono del medesimo, quanto meno nelle dichiarazioni programmatiche, nel breve volgere di pochi anni. Il caso di Antonio Bruni è al riguardo emblematico: l'immediato entusiasmo con cui questi nel 1615 diede alle stampe la sua prima raccolta poetica, La Selva di Parnaso 6, andò progressivamente stemperandosi, tanto da suscitare nel Marino un malinconico disappunto per l'accoglienza, men che tiepida, che il manduriano riservò all'Adone e tanto da indurre Franco Croce a coniare la formula del `marinisimo conservatore' a proposito soprattutto delle liriche contenute nella raccolta universalmente giudicata la migliore del Bruni, ovvero Le Grazie 7.

In questo Discorso intorno al titolo delle Veneri si potrà anche leggere soltanto un tentativo di giustificare attraverso lo sfoggio di peregrina erudizione un arretramento su posizioni moralistiche imposto da un irrigidimento del clima controriformistico nel corso degli anni Venti e Trenta del secolo; a me sembra che vi sia qualcosa di più e di diverso, e che la polemica contro le "lascivie" poetiche celi in realtà, come già fu nel precorritore Discorso del Preti intorno all'onestà della poesia 8, la ricerca di una più matura misura lirica, lontana da quella che il Bruni chiama "superstiziosa idolatria", ma soprattutto dalla "barbara negligenza, et iperbolica e libera pazzia" del concettismo esasperato. Il vero nodo cruciale del dibattito intorno alla nuova lirica riguardava il giudizio sulla poesia del Tasso, che il Marino tentò con ogni mezzo di sminuire giungendo persino a proporre di anteporgli il Guarini; l'intento, ovvio, era quello di rifiutare di riconoscere in lui il momento di aurea perfezione della nostra letteratura e quindi di condannare se stesso al ruolo di epigono. Quando dunque il Bruni definisce nel presente Discorso l'autore della Gerusalemme "il Principe de' Poeti di tutti i secoli, e l'Idea de' litterati d'ogni Accademia" infligge un colpo mortale alle ambizioni mariniane e, a distanza di soli sette anni dalla sua morte, ne cancella la pretesa di porsi come caposcuola di una nuova tradizione poetica.

Se si intende riconoscere anche al Seicento il diritto di avere una propria `geografia e storia', anziché un approccio critico che proceda per campioni esemplari, ci si dovrà interrogare sulle ragioni del rapido declino dell'astro mariniano e dell'affermarsi, già in parte nel decennio precedente, ma in pieno negli anni Trenta del secolo, della poetica del `decoro', che non si può semplicemente ricondurre a una sorta di autocensoria acquiescenza al moralismo controriformistico. E si dovrà esaminare se e come le dichiarazioni programmatiche in proposito si tradussero nella pratica concreta dell'esercizio lirico: la successione dei canzonieri del Bruni, da La selva di Parnaso alle Grazie e alle Veneri, potrebbe essere un terreno da privilegiare in tale indagine.

 

DOMENICO CHIODO

 

Discorso intorno al titolo delle Veneri

di Antonio Bruni

Al Signor Cavalier Guido Casoni9

Dopo sì lungo tempo io rompo il silenzio con V.S., se non con eloquenza di poetica scrittura, almeno con ossequio di penna verace, il che fo non tanto provocato da' cortesissimi saluti che da sua parte ricevo, quanto stimolato dalla propria divozione che al suo gran merito io debbo. Mi rallegro insieme con lei che in così publiche e lacrimevoli calamità d'Italia, per la peste che molte di coteste nobilissime provincie ha quasi desolate10, abbia il Signor Iddio conservata ancora la particolar persona di V.S. a beneficio universale della Republica delle belle lettere: et in segno della mia allegrezza le mando un libro di miei nuovi componimenti che sono ultimamente usciti dalle stampe. Portano eglino in fronte il titolo delle Veneri, onde non sarà forse disdicevole il dono, sì perché arrivano dopo i mortiferi influssi d'un Saturno veramente pestifero, sì perché intendendo io che fosse V.S. per ritirarsi in questo inverno a Venezia, di ragione devrà una almeno delle Veneri, già nata del mare, ricoverarsi nella Regina gloriosissima de' mari. Conosco bene di presentar appunto un mostro, per le disparutezze delle composizioni, non già per la novità de' colori, come fu quello che Tolomeo, figliuolo di Lago re dell'Egitto, secondo si legge nel Prometeo di Luciano11, offerì tra gli altri doni entrando nell'ereditario possesso del regno. Ma perché in un mostro ancora un guardo non affascinato dal livore saprà investigar qualche parte forse riguardevole, però, ornandolo di manto così prezioso com'è quello del titolo delle Veneri, brevemente aprirò il mio senso a V.S.: non perché io conosca che mestiere ciò abbia appresso di lei, ch'è l'Apollo de' nostri tempi e che penetra i più occulti secreti d'ogni più nobile intendimento, ma perché mi favorisca di communicar queste mie ragioni a quel baccalare che dal semplice nome di quelle Deità, credute egualmente profane, lascive le mie carte argomenta12. Egli si darà forsi a credere che sotto l'invocazione delle Veneri quella sola racchiuder si debba che madre delle lascivie già dalla credula gentilità, et ora da tutti, è stimata; ma non s'accorge che la stessa genitrice degli amori profani può ben esser madre d'amor profano, ma non disonesto, e che talora d'abito lussureggiante, non di costumi, ad altrui comparisce. Il fatto sta che altri da un oggetto estrinseco lusingato et invaghito considera solamente Venere come parto delle spume marine, onde non è maraviglia che o salsi et amari egli ne tragga i suoi argomenti, o che in cento scogli di sinistri pensieri a naufragare ne vegna.

Sa ben V.S. che Cicerone nel libro terzo della Natura degli Dei più Veneri di diversi parenti già nate descrive: conciosiacosaché, oltre la prima, che vuole aver tratto dal cielo e dal giorno il suo natale, di cui fu assai celebre un tempio in Elide, e la seconda che dalla spuma del mare discese, dell'amor lascivo fecondissima madre, una terza ne assegna di Giove e di Dione figliuola, a Vulcano in mogliera concessa, dalla quale, e da Marte in adulterio concetto, Antèros, cioè l'Amor vicendevole, già nacque13. Non è pur incognito a V.S. che Pausania ne' fatti beotici tre Veneri lasciò descritte: la prima celeste, la seconda popolare, e la terza apostrofia14. Non l'è nascosto che Luciano tre ancora ne' Dialoghi amatorii ne assegna, una celeste, una popolare, et un'altra ortense chiamata. Ha pur letto V.S. che, sì come Orfeo confonde le due Veneri ne' suoi Inni, mentre l'istessa figliuola del Cielo e del Mare egli chiama, così altri in altro modo variamente l'hanno confuse e descritte, come Epimenide cretense, che già volle esser ella nata di Eurinome e di Saturno15.

Due Veneri nulladimeno io ammetto, l'una Terrena e l'altra Celeste, conformandomi non solo al parer di Platone16, se ben con qualche diversità in quanto al verace senso di una di esse, ma ancora all'opinion più comune, benché non vulgare, circa il partimento di ambedue. La Terrena trar dalla spuma del mare la nascita, secondo la popolar sentenza, non è chi dubiti, e che poscia a Cipro, come a reame dovuto a' suoi trofei, si trasferisse, e che quivi per dovunque passava sotto le piante, conforme scrive Esiodo nella Teogonia, a gara i fiori pullulassero; e che finalmente in quel promontorio il cinto di varii colori, secondo descrive Omero nell'Iliade, della soavità, del solazzo, del vezzo, della persuasione, della fraude, dell'incantesimo dipinto, se le concedesse17. Ricevo ancora l'altra Venere Celeste, cioè nata nel Cielo: conciosiacosaché se altri la Terrena esser la Deità degli amori terreni e lascivi non niega, la Celeste de' celesti e de' sovraumani godimenti motrice e cagione ragionevolmente assegnar anche deve. Quinci, se della prima ministro e sagittario un cieco e bendato fanciullo si mira, perché gli animi altrui ferisca e nelle proprie passioni acciechi, della seconda alato et occhiuto arciero sarà indivisibile compagno, perché l'anime, dell'eterne bellezze vagheggiatrici, agl'infiniti splendori della divinità e della gloria sicuramente e guidi e sollevi.

Ho con fondamento, adunque, sotto la Venere celeste spirituali e morali composizioni raccolte, impercioché le poesie che sacro o morale oggetto riguardano, sì come hanno il Cielo per meta, così da Nume di Cielo regolate si veggono. Essaminar però debbo perché sotto la Terrena, alla cui tutela i componimenti amorosi soggetti dimostro, anco gli eroici io racchiuda. Sa pur V.S. benissimo che se per sentenza di Aristotile le persone tragiche non iscelerate, né ottime, ma di mezzana bontà esser debbono, e l'epiche, in questa mezzanità racchiuse, d'azioni parte lodevoli e parte biasimevoli fattrici si veggono, possono anche sì fatte azioni dell'epopea esser proporzionato soggetto18; ma perché gli amori, benché lascivi, a tali persone convengono, quindi dagli epici nell'eroiche lor poesie ricevuti et imitati già furono, come nell'Iliade e nell'Odissea (nel primo poema con l'adulterio di Elena e di Paride, e nel secondo con l'amor de' Prochi inverso Penelope, oltre quel di Didone nell'Eneide, di Armida con Rinaldo, d'Erminia con Tancredi, e di Tancredi con Clorinda nella Gierusalemme del Tasso, che sarà sempre il Principe de' Poeti di tutti i secoli e l'Idea de' litterati d'ogni Accademia): se dunque disconvenevoli non sono gli amorosi avvenimenti fra gli eroici, sconvenir né meno devranno composizioni d'eroi fra poesie d'amori. <201> stimolo talora una materia amorosa ad un soggetto eroico. Gli Asiani, secondo Senofonte nel libro quarto della Pedia di Ciro e Massimo Tiro nella diceria quattordicesima riferiscono, non entravano mai in battaglia se, quasi loro precorritrici ne' trionfi, le bellezze amate primieramente non vagheggiavano. Anzi, come Platone nel suo Simposio e Onossandro platonico nel suo Strategico lasciarono scritto, fu augurio della vittoria ai soldati nell'armi la compagnia delle donne negli amori19. Il che nobilmente confirmò ancora Leone imperadore, che in tempi felicissimi, con eguale applauso, lo scettro del mondo con la sua mano già resse, e la corona delle lettere con la sua sapientissima mente sostenne20. E s'agli antichi mitologi prestiamo credenza, non senza mistero la medesima Venere genitrice d'Amore col Dio delle guerre congiunta si vide.

Perché poscia io sotto il titolo delle Veneri questo nuovo libro di mie Rime racchiuda è chiarissimo: non solo perché Venere, più che altro pianeta, stimola, anzi soavemente necessita e sforza gl'ingegni pellegrini alla poesia, qualora la sua stella orientale dal Sole più o meno favorevole, conforme da aspetto più o meno benigno, è riguardata; ma anche perché è signora e dominatrice delle Grazie, che sono sorelle e compagne delle Muse; e perché ancora al carro di Venere si concedono i Cigni. Esperimenta V.S. che l'ore proprie del poetare sono quelle appunto che hanno Venere in cielo, non so dir se per ispettatrice degli altrui studi, o se per furiera dell'altrui gloria. S'ella sotto il nome di Espero sospira i funerali del Sole, sotto il titolo di Lucifero vagheggia il natale del medesimo gran monarca della luce e delle poesie. Quelle brine che distilla con l'alba sono il balsamo dell'inchiostro nobile, ch'è lo stillato verace della fama.

Questo è quel che all'improviso mi sovvien di scrivere intorno al titolo et alla divisione delle mie Veneri. Ho cercate e nelle materie e ne' pensieri le novità, e se ben senza quella superstiziosa idolatria di non pochi, non però credo con quella barbara negligenza, et iperbolica e libera pazzia di molti. Sono varie, secondo Plutarco, le maniere del canto: il Dorico, ch'è pietoso e soave, agli animi temperati diletta; là dove il Lidio, ch'è tumultuoso e furibondo, solamente i feroci lusinga21. Non mancherà occhio, più maligno che scrupoloso, che leggerà questi miei componimenti più per sindicargli che per considerargli. Ma io, che talora compongo per mio ozio nel negozio della Corte, sì come non vo mendicando artifici affettati d'amici lusinghieri che figurino una mole crescente d'una gloria sofistica, così, se non professo il nome di Poeta, non debbo gran fatto affliggermi se altri, peravventura ingiustamente, detragga alle mie poesie. Mi basta l'onor che ricevo da varii Principi, da molte Accademie, e da tanti grandi ingegni; e fra questi quel che mi promette la gentilezza di V.S. L'emulazione è lodevole, et è segno di soggetto amico e bramoso di gloria, ma quando ella occupa i confini della detrazione è per ogni parte d'infinito biasimo meritevole.

I trofei di Milciade risvegliavano ben Temistocle ateniese perché altrettanto ammirava l'altrui virtù quanto d'emularla cercava. Moltissimi sono che con la publicazione dell'opere loro di far alla lotta col Tempo si credono, o d'abbracciar l'Eternità si persuadono. Ma, come Issione in cercando d'impossessarsi di Giunone una nuvola fra le mani trovossi, così costoro in vece di stringere un simulacro stabile di fama, una imagine di sogni aver abbracciata si trovano. Fra poche settimane finiscono qui la settima impressione delle mie Epistole Eroiche, con aggiunta di tre altre; e metteranno mano a ristampar le Tre Grazie, e forse a publicar qualche altro mio schiccheramento. Ne do parte a V.S. acciò che intenda i successi delle fatture del mio ingegno, che tanto si pregia d'ammirare il suo.

Si stampano in Roma le Rime del Sig. Giovan Battista Manso, Marchese di Villa. Subito che saranno fuori ne mandarò una copia a V.S., perché vedrà che in esse eccellentemente riluce la cultura e purità degli antichi, e che vi risplendono i lumi d'una eloquenza veramente regia. Per quel che ancora ne scrive ella stessa nel racconto della vita del Tasso so che osserva il nome del detto Signore che, oltre i maneggi politici essercitati con infinita sua lode nelle maggiori Corti del mondo, e i carichi militari già avuti con sua somma gloria in varie occasioni, è de' più celebri filosofi, così peripatetici come platonici, e de' primi litterati del presente secolo; però mi persuado insieme che avidamente aspetterà queste sue poetiche composizioni, e che con pari gusto le leggerà come ozii gloriosi de' più gravi studi del Sig. Marchese di Villa. E per fine riverisco V.S.

 

Di Roma il primo di Novembre 1632.

 

 

 

NOTE

1. La recensione di Guido Sacchi si legge in "Italianistica", XXX n. 3 (2001), pp. 660-666; i due volumi in questione sono: Idilli, a cura di Domenico Chiodo, Torino, Res, 1999 e D. CHIODO, L'idillio barocco e altre bagatelle, Alessandria, Ed. dell'Orso, 2000.

2. Senza entrare nel dettaglio delle singole proposte, noterò che esse suggeriscono per lo più interventi congetturali a correggere supposte mende e lacune dei testi. Al riguardo mi pare che il mio censore si faccia portavoce di un atteggiamento filologico che pretende di entrare nei verzieri della poesia, se non proprio con le ruspe, comunque con mezzi meccanici utili a fare un bell'ordine razionale; credo invece che in tali giardini si dovrebbe operare al più con un paio di piccole cesoie e lo zappettino, senza il superstizioso rispetto di chi vorrebbe risparmiata anche l'infestante gramigna dei fenomeni puramente grafici, ma senza la pretesa di tracciare solchi troppo definiti.

3. Ho tentato di farlo per quanto riguarda l'area meridionale in D. CHIODO, Suaviter Parthenope canit. Per ripensare la `geografia e storia' della letteratura italiana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999; e in particolare nel capitolo Dal `grave' al `culto': ipotesi sull'evoluzione della lirica secentesca in Napoli, pp. 141-182.

4. Cioè in quella che nello scritto sopra citato ho definito "del decoro", intendendo tuttavia con tale espressione non tanto un moralistico rigetto delle lascivie, quanto un distacco dai più artificiosi estremismi della poetica concettista.

5. Le Veneri. Poesie recita con molta semplicità il frontespizio generale dell'opera, mentre nel colophon vengono indicati data e luogo di stampa: "In Roma, Appresso Giacomo Mascardi, MDCXXXIII". Il volume supera le cinquecento pagine complessive ed è ricco di pregevoli incisioni nei frontespizi interni, ma anche all'inizio delle singole parti, che sono tre: la Venere terrena, la Venere celeste e Il Pomo d'oro. Proposte e Risposte, che raccoglie una copiosa messe di rimeria di corrispondenza.

6. La raccolta, stampata a Venezia "Appresso i Dei", è strutturata in otto sezioni sul modello della Lira mariniana, che imita anche nel vezzo di una lettera prefatoria di tale "Cavalier Alconi" che ricalca esattamente quella di Onorato Claretti che introduce la terza parte della raccolta mariniana.

7. L'opera venne stampata a Roma da Facciotti nel 1630; il titolo Le tre Grazie allude alla tripartizione del vasto canzoniere: Aglaia, ovvero le rime amorose; Talia, ovvero le eroiche; Eufrosine, ovvero le sacre e morali. Si aggiunga che le suddette tre parti sono integrate da una quarta, cospicua, di "proposte e risposte", e si avrà piena l'immagine del tipico canzoniere barocco meridionale dell'età post-mariniana. Il distacco dalla poetica concettista, già consumato nella composizione delle Epistole eroiche (per le quali si veda l'edizione moderna curata da Gino Rizzo - Galatina, Congedo, 1993 - alla quale rimando per ulteriori notizie biografiche e bibliografiche sull'autore), fu qui dal Bruni esplicitamente dichiarato in una "Lettera prefatoria al conte Lodovico San Martino d'Agliè ambasciatore dell'altezza di Savoia in Roma", ove si legge: "il nobil poeta trattando materie liriche e amorose dee maneggiar la penna con vivacità di concetti, ma non in maniera de' concetti de' moderni invaghir lo 'ngegno, che abbagliato dal lume di essi veder non possa l'altre bellezze delle quali gli antichi poeti i loro componimenti arricchirono"; e ancora, "dei concetti dovrà il poeta ne' componimenti servirsi, non già senza regola, ma regolatamente e con decoro". E se "decoro" è parola chiave di questa nuova fase della poetica barocca, si veda ancora più avanti nella stessa lettera con quale enfasi il Bruni condanni il concettismo della poesia dei precedenti decenni: "Si mostrino i concetti nati, non ricercati: adornino con bellezza di lumi, non abbaglino con lussuria di luce; sieno stelle erranti, non fisse; imitino gli aghi delle api, che feriscono senza ferite, e col miele; non già gli strali degli Sciti, che ancidono senza riparo, e col veleno; apportino diletto, ma non enigmatico; rechino leggiadria, ma non vana; e finalmente diano al lettore novità, ma non istraniera e barbara".

8. Da me edito nel primo numero dello Stracciafoglio, I sem. 2000.

9. Guido Casoni (Serravalle 1561 - 1642) fu avvocato nel foro di Treviso e di Venezia, accademico Incognito e amico del Loredano, condusse vita tranquilla e riservata, ed egualmente estranea agli strepiti della polemica e della ricerca di successo fu la sua carriera letteraria. Le sue opere maggiori furono: il dialogo Della magia d'Amore (1591), una curiosa e bizzarra rivisitazione della trattatistica d'amore cinquecentesca, recentemente riedito, su iniziativa di Pasquale Guaragnella e per cura di Elisabetta Selmi (Torino, Res, 2002); una raccolta di sermoni in endecasillabi sciolti, Emblemi politici (1632), sulla traccia della fortuna della poesia gnomica inaugurata dal Baldi e dal Chiabrera; e soprattutto le Ode (edite la prima volta nel 1602, e progressivamente accresciute nelle stampe successive fino all'ultima versione del 1639), raccolta poetica tra le più importanti del secolo.

10. Si tratta ovviamente della celeberrima epidemia di manzoniana memoria.

11. L'operetta lucianea non è il dialogo Prometeo, ma A chi gli disse: "Tu sei il Prometeo della parola"; Luciano narra che Tolomeo nell'insediarsi sul trono d'Egitto portò con sé, per stupire i notabili locali, varie meraviglie, tra cui un cammello di pelo nero e "un uomo di due colori, tale che una metà era perfettamente nera, l'altra straordinariamente bianca, e le due metà erano divise in modo da essere uguali". Il mostro non piacque e Tolomeo lo donò al flautista Tespide (cfr. LUCIANO, Dialoghi, a cura di Vincenzo Longo, Torino, UTET, 1976, vol. I p. 91).

12. Il riferimento parrebbe circostanziato, tuttavia non so indicare chi l'autore intenda.

13. In verità Cicerone a quelle citate dal Bruni (che parafrasa quasi letteralmente il passo ciceroniano), ne aggiunge una quarta, "Syria Cyproque concepta", che è la fenicia Astarte (cfr. De natura Deorum, III 59).

14. Ho corretto il testo che nella stampa legge "apostafria", che non dà alcun senso. Per la Venere "apostrofia", cioè che tiene lontani i mali, il luogo è Pausania IX XVI 3; la Venere "ortense" citata poco dopo, termine che nel Bruni verisimilmente corrisponde all'originale kourotrophos (= che alleva i fanciulli, ma è più che probabile che il poeta leggesse una versione latina), è citata da Luciano nel II dei Dialoghi delle Cortigiane.

15. Come è noto il nesso Afrodite Urania (aphros = spuma marina; ouranos = cielo) è antico (e quindi presente negli inni omerici, oltre che in quelli orfici): in quanto dea della fecondità Venere è divinità marina poiché l'acqua è intesa come fonte di ogni vita; in un secondo tempo subentrò la necessità di prevedere la fecondazione delle acque marine attraverso la caduta nelle stesse dei genitali di Urano evirato da Cronos. La separazione tra le due Veneri è invece assai più tarda. È difficile individuare la fonte da cui il Bruni attinge il giudizio sulla supposta `confusione' orfica tra le due Veneri, così come la notizia della genealogia attribuita ad Epimenide, ma in realtà non presente nei frammenti del medesimo. Si aggiunga ancora che anche in questo caso ho dovuto correggere il testo: anziché "Eurinome" (divinità pelasgica della fecondazione ripresa nella mitologia orfica come genitrice dell'Eros orfico) la stampa legge "Euonime", nome di un demo attico che evidentemente non ha nulla a che fare con il contesto della frase.

16. Il riferimento è ovviamente al discorso di Pausania nel Simposio: la "diversità in quanto al verace senso" della Venere Celeste andrà certamente intesa come il rifiuto dell'interpretazione platonica dell'Afrodite Urania come ispiratrice dell'amore omosessuale.

17. Teogonia, 194-195; Iliade, XIV 214-217.

18. Il XIII della Poetica, in cui si attribuisce la "mezzana bontà" alle persone tragiche, fu uno dei passi più commentati dalla trattatistica cinquecentesca; mi pare da notare che il parallelo istituito dal Bruni tra "persone tragiche" ed "epiche" contraddice le riflessioni in materia svolte dal Tasso nel primo dei Discorsi dell'arte poetica.

19. I luoghi cui si allude in questo brano sono i seguenti: Ciropedia, IV III 1-2; Massimo Tirio, Dissertatio XIV; Simposio, VI. Non ho invece compreso quale possa essere il riferimento allo Strategicon di Onosander, a meno che si voglia alludere all'indicazione, fornita all'inizio del trattato, di scegliere come stratega preferibilmente un uomo che abbia dei figli.

20. Leone VI il Filosofo fu imperatore di Bisanzio dall'886 al 912; la sua fama di poeta erotico è legata a un epigramma, peraltro apocrifo, dell'Antologia Palatina, IX 361.

21. Il riferimento è al XVI capitolo del De musica, operetta dello Pseudo-Plutarco.

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