Discorso
intorno al titolo delle Veneri
Introduzione
In una
recensione dedicata al mio volume sull'idillio barocco e al florilegio di
idilli edito congiuntamente1, Guido Sacchi, tra numerose lodi e
alcune proposte di correzioni ai testi, la gran parte delle quali non
condivisibili2, pone in rilievo una questione sulla quale esprime un
aperto dissenso rispetto alla mia lettura critica e sulla quale mi pare non
inutile soffermarsi. Nei termini esposti dal mio recensore la questione
riguarda il "giudizio di valore [...] riassumibile nell'opposizione
Marino/Preti", il primo "decisamente ridimensionato", il secondo
"sostenuto da una costante spinta alla riabilitazione"; così che per
tale via giungerei ad affermare che "il cuore del secolo non sarebbero
insomma le vanterie mariniane, ma l'"atteggiamento da epigoni"
consapevoli di Preti e Bruni". Tuttavia la mia "visione storiografica
coraggiosa, certo in controtendenza" presenta "un vistoso difetto di
unilateralità: perché non tiene in conto le esplicite professioni di novità
dei testi".
Quest'ultima
obiezione è facilmente liquidabile: è proprio tenendo in conto le professioni
di novità che ho definito "atteggiamento da epigoni" quello di Preti
e Bruni, il cui ragionamento è, semplificando, riassumibile in tal modo: con
l'opera del Tasso la lingua e la letteratura italiana hanno raggiunto vertici
di perfezione tali che, per quanto i `moderni' possano eccellere, la loro
poesia non potrà competere con tanto alto modello; ecco dunque l'esigenza di
`novità', che conduce a esiti negativi se condotta sul versante delle acutezze
concettiste che corrompono il gusto, ma che può più utilmente svilupparsi
nell'ambito delle ricerche di genere, l'idillio appunto, o le epistole eroidi
cui si dedicò il Bruni, o i testi drammatici per musica in cui eccelse il
Rinuccini, ma in cui anche il Preti si cimentò, o ancora il poema eroicomico,
la cui novità fu appunto teorizzata dal Preti in una celebre prefatoria alla Secchia
rapita tassoniana. Insomma la "professione di novità" e
"l'atteggiamento da epigoni", lungi dal contraddirsi, vanno di pari
passo. Ma se tale questione è di facile soluzione, e in verità non avrebbe
nemmeno dovuto essere posta, ben più importante è l'altra sollevata da Guido
Sacchi: non si tratta ovviamente di una contrapposizione Preti/Marino, quanto
del ridimensionamento del secondo in una visione generale dello sviluppo della
letteratura secentesca, o, per dir meglio, del rifiuto, che a me pare doveroso,
di continuare a pensare al panorama poetico di quel secolo nei termini di una
contrapposizione tra il Marino e semi-anonime schiere di suoi seguaci `minori'
o di poco più definite (Chiabrera, Testi, etc.) schiere di suoi supposti
avversari nel segno della difesa dei valori classicisti.
Le lodi
alla poesia del Marino (che raggiunse vertici sommi ma non fu sempre eccelsa,
anche in considerazione della frenetica attività cui il poeta costrinse la sua
Musa) servirono nel secolo passato a rivendicare all'intero Seicento il diritto
a una più equa considerazione, stante il fatto che proprio nel segno del Marino
era stato emesso il verdetto di condanna da parte della grande erudizione
settecentesca. Ripetere oggi quelle lodi e proporre Marino come unico campione
del secolo contornato da una frotta di `minori' comporta il rischio di ridurre
lo studio del Seicento a quello del poeta napoletano: credo invece sia giunto
il momento di tracciare con maggiore concretezza linee evolutive nello
svolgimento delle vicende letterarie secentesche3, ed anche di
istituire gerarchie più appropriate nel mare magnum dei cosiddetti
marinisti. Per tornare al Preti e all'informe nebulosa critica dei `poeti
bolognesi dell'età di Guido Reni', sarà, ad esempio, il caso di chiarire come
l'Achillini fosse un giurista e professore di diritto che si dilettava
nell'esercizio poetico dando, tutto sommato, non troppo diletto ai suoi
lettori; come il Rinaldi fosse a quell'epoca un ormai anziano interprete di una
stagione poetica che proprio la poesia mariniana aveva superata; come il
Campeggi fosse un nobile mecenate che si cimentava anche in proprio con
apprezzabili risultati; come il Capponi, medico e astrologo, avesse scelto una
forma di poesia eccentrica rispetto allo sperimentalismo dei Gelati e più in
linea con una certa facilità di invenzione che già era stata del Rinaldi. E
sarà però da notare come ben al di sopra di questi suoi conterranei fosse il
genio poetico di Girolamo Preti, il cui carattere schivo e modesto impedì a lui
di porsi come un caposcuola, ma non impedì che come tale fosse riconosciuto dai
più giovani Matteo Peregrini e Fulvio Testi, e anche al di fuori dei confini
emiliani, ad esempio da Antonio Bruni, che progressivamente si allontanò dal
Marino riconoscendo nel Preti il modello per una nuova stagione poetica4.
Il Discorso
che qui si pubblica, ovvero la lettera dal Bruni indirizzata a Guido Casoni che
funge da prefazione all'ultima raccolta poetica edita dal manduriano, Le
Veneri 5, attesta in modo irrefutabile quanto si è venuto
dicendo, ovvero il progressivo distacco della pratica lirica secentesca dal
modello mariniano e l'abbandono del medesimo, quanto meno nelle dichiarazioni
programmatiche, nel breve volgere di pochi anni. Il caso di Antonio Bruni è al
riguardo emblematico: l'immediato entusiasmo con cui questi nel 1615 diede alle
stampe la sua prima raccolta poetica, La Selva di Parnaso 6,
andò progressivamente stemperandosi, tanto da suscitare nel Marino un
malinconico disappunto per l'accoglienza, men che tiepida, che il manduriano
riservò all'Adone e tanto da indurre Franco Croce a coniare la formula
del `marinisimo conservatore' a proposito soprattutto delle liriche contenute
nella raccolta universalmente giudicata la migliore del Bruni, ovvero Le
Grazie 7.
In
questo Discorso intorno al titolo delle Veneri si potrà anche leggere soltanto
un tentativo di giustificare attraverso lo sfoggio di peregrina erudizione un
arretramento su posizioni moralistiche imposto da un irrigidimento del clima
controriformistico nel corso degli anni Venti e Trenta del secolo; a me sembra
che vi sia qualcosa di più e di diverso, e che la polemica contro le
"lascivie" poetiche celi in realtà, come già fu nel precorritore Discorso
del Preti intorno all'onestà della poesia 8, la ricerca di
una più matura misura lirica, lontana da quella che il Bruni chiama "superstiziosa
idolatria", ma soprattutto dalla "barbara negligenza, et iperbolica e
libera pazzia" del concettismo esasperato. Il vero nodo cruciale del
dibattito intorno alla nuova lirica riguardava il giudizio sulla poesia del
Tasso, che il Marino tentò con ogni mezzo di sminuire giungendo persino a
proporre di anteporgli il Guarini; l'intento, ovvio, era quello di rifiutare di
riconoscere in lui il momento di aurea perfezione della nostra letteratura e
quindi di condannare se stesso al ruolo di epigono. Quando dunque il Bruni
definisce nel presente Discorso l'autore della Gerusalemme "il
Principe de' Poeti di tutti i secoli, e l'Idea de' litterati d'ogni
Accademia" infligge un colpo mortale alle ambizioni mariniane e, a
distanza di soli sette anni dalla sua morte, ne cancella la pretesa di porsi
come caposcuola di una nuova tradizione poetica.
Se si
intende riconoscere anche al Seicento il diritto di avere una propria
`geografia e storia', anziché un approccio critico che proceda per campioni
esemplari, ci si dovrà interrogare sulle ragioni del rapido declino dell'astro
mariniano e dell'affermarsi, già in parte nel decennio precedente, ma in pieno
negli anni Trenta del secolo, della poetica del `decoro', che non si può
semplicemente ricondurre a una sorta di autocensoria acquiescenza al moralismo
controriformistico. E si dovrà esaminare se e come le dichiarazioni
programmatiche in proposito si tradussero nella pratica concreta dell'esercizio
lirico: la successione dei canzonieri del Bruni, da La selva di Parnaso
alle Grazie e alle Veneri, potrebbe essere un terreno da
privilegiare in tale indagine.
DOMENICO CHIODO
Discorso
intorno al titolo delle Veneri
di Antonio Bruni
Al Signor
Cavalier Guido Casoni9
Dopo sì
lungo tempo io rompo il silenzio con V.S., se non con eloquenza di poetica
scrittura, almeno con ossequio di penna verace, il che fo non tanto provocato
da' cortesissimi saluti che da sua parte ricevo, quanto stimolato dalla propria
divozione che al suo gran merito io debbo. Mi rallegro insieme con lei che in
così publiche e lacrimevoli calamità d'Italia, per la peste che molte di
coteste nobilissime provincie ha quasi desolate10, abbia il Signor Iddio
conservata ancora la particolar persona di V.S. a beneficio universale della
Republica delle belle lettere: et in segno della mia allegrezza le mando un
libro di miei nuovi componimenti che sono ultimamente usciti dalle stampe. Portano
eglino in fronte il titolo delle Veneri, onde non sarà forse disdicevole il
dono, sì perché arrivano dopo i mortiferi influssi d'un Saturno veramente
pestifero, sì perché intendendo io che fosse V.S. per ritirarsi in questo
inverno a Venezia, di ragione devrà una almeno delle Veneri, già nata del mare,
ricoverarsi nella Regina gloriosissima de' mari. Conosco bene di presentar
appunto un mostro, per le disparutezze delle composizioni, non già per la
novità de' colori, come fu quello che Tolomeo, figliuolo di Lago re
dell'Egitto, secondo si legge nel Prometeo di Luciano11, offerì tra gli altri
doni entrando nell'ereditario possesso del regno. Ma perché in un mostro ancora
un guardo non affascinato dal livore saprà investigar qualche parte forse
riguardevole, però, ornandolo di manto così prezioso com'è quello del titolo
delle Veneri, brevemente aprirò il mio senso a V.S.: non perché io conosca che
mestiere ciò abbia appresso di lei, ch'è l'Apollo de' nostri tempi e che
penetra i più occulti secreti d'ogni più nobile intendimento, ma perché mi
favorisca di communicar queste mie ragioni a quel baccalare che dal semplice
nome di quelle Deità, credute egualmente profane, lascive le mie carte
argomenta12. Egli si darà forsi a credere che sotto l'invocazione delle Veneri
quella sola racchiuder si debba che madre delle lascivie già dalla credula
gentilità, et ora da tutti, è stimata; ma non s'accorge che la stessa genitrice
degli amori profani può ben esser madre d'amor profano, ma non disonesto, e che
talora d'abito lussureggiante, non di costumi, ad altrui comparisce. Il fatto
sta che altri da un oggetto estrinseco lusingato et invaghito considera
solamente Venere come parto delle spume marine, onde non è maraviglia che o
salsi et amari egli ne tragga i suoi argomenti, o che in cento scogli di
sinistri pensieri a naufragare ne vegna.
Sa ben
V.S. che Cicerone nel libro terzo della Natura degli Dei più Veneri di diversi
parenti già nate descrive: conciosiacosaché, oltre la prima, che vuole aver
tratto dal cielo e dal giorno il suo natale, di cui fu assai celebre un tempio
in Elide, e la seconda che dalla spuma del mare discese, dell'amor lascivo
fecondissima madre, una terza ne assegna di Giove e di Dione figliuola, a
Vulcano in mogliera concessa, dalla quale, e da Marte in adulterio concetto,
Antèros, cioè l'Amor vicendevole, già nacque13. Non è pur incognito a V.S. che
Pausania ne' fatti beotici tre Veneri lasciò descritte: la prima celeste, la
seconda popolare, e la terza apostrofia14. Non l'è nascosto che Luciano tre
ancora ne' Dialoghi amatorii ne assegna, una celeste, una popolare, et un'altra
ortense chiamata. Ha pur letto V.S. che, sì come Orfeo confonde le due Veneri
ne' suoi Inni, mentre l'istessa figliuola del Cielo e del Mare egli chiama,
così altri in altro modo variamente l'hanno confuse e descritte, come Epimenide
cretense, che già volle esser ella nata di Eurinome e di Saturno15.
Due
Veneri nulladimeno io ammetto, l'una Terrena e l'altra Celeste, conformandomi
non solo al parer di Platone16, se ben con qualche diversità in quanto al
verace senso di una di esse, ma ancora all'opinion più comune, benché non
vulgare, circa il partimento di ambedue. La Terrena trar dalla spuma del mare
la nascita, secondo la popolar sentenza, non è chi dubiti, e che poscia a
Cipro, come a reame dovuto a' suoi trofei, si trasferisse, e che quivi per
dovunque passava sotto le piante, conforme scrive Esiodo nella Teogonia, a gara
i fiori pullulassero; e che finalmente in quel promontorio il cinto di varii
colori, secondo descrive Omero nell'Iliade, della soavità, del solazzo, del
vezzo, della persuasione, della fraude, dell'incantesimo dipinto, se le concedesse17.
Ricevo ancora l'altra Venere Celeste, cioè nata nel Cielo: conciosiacosaché se
altri la Terrena esser la Deità degli amori terreni e lascivi non niega, la
Celeste de' celesti e de' sovraumani godimenti motrice e cagione
ragionevolmente assegnar anche deve. Quinci, se della prima ministro e
sagittario un cieco e bendato fanciullo si mira, perché gli animi altrui
ferisca e nelle proprie passioni acciechi, della seconda alato et occhiuto
arciero sarà indivisibile compagno, perché l'anime, dell'eterne bellezze
vagheggiatrici, agl'infiniti splendori della divinità e della gloria
sicuramente e guidi e sollevi.
Ho con
fondamento, adunque, sotto la Venere celeste spirituali e morali composizioni
raccolte, impercioché le poesie che sacro o morale oggetto riguardano, sì come
hanno il Cielo per meta, così da Nume di Cielo regolate si veggono. Essaminar
però debbo perché sotto la Terrena, alla cui tutela i componimenti amorosi
soggetti dimostro, anco gli eroici io racchiuda. Sa pur V.S. benissimo che se
per sentenza di Aristotile le persone tragiche non iscelerate, né ottime, ma di
mezzana bontà esser debbono, e l'epiche, in questa mezzanità racchiuse,
d'azioni parte lodevoli e parte biasimevoli fattrici si veggono, possono anche
sì fatte azioni dell'epopea esser proporzionato soggetto18; ma perché gli
amori, benché lascivi, a tali persone convengono, quindi dagli epici
nell'eroiche lor poesie ricevuti et imitati già furono, come nell'Iliade e
nell'Odissea (nel primo poema con l'adulterio di Elena e di Paride, e nel
secondo con l'amor de' Prochi inverso Penelope, oltre quel di Didone
nell'Eneide, di Armida con Rinaldo, d'Erminia con Tancredi, e di Tancredi con
Clorinda nella Gierusalemme del Tasso, che sarà sempre il Principe de' Poeti di
tutti i secoli e l'Idea de' litterati d'ogni Accademia): se dunque
disconvenevoli non sono gli amorosi avvenimenti fra gli eroici, sconvenir né
meno devranno composizioni d'eroi fra poesie d'amori. <201> stimolo
talora una materia amorosa ad un soggetto eroico. Gli Asiani, secondo Senofonte
nel libro quarto della Pedia di Ciro e Massimo Tiro nella diceria
quattordicesima riferiscono, non entravano mai in battaglia se, quasi loro
precorritrici ne' trionfi, le bellezze amate primieramente non vagheggiavano. Anzi,
come Platone nel suo Simposio e Onossandro platonico nel suo Strategico
lasciarono scritto, fu augurio della vittoria ai soldati nell'armi la compagnia
delle donne negli amori19. Il che nobilmente confirmò ancora Leone imperadore,
che in tempi felicissimi, con eguale applauso, lo scettro del mondo con la sua
mano già resse, e la corona delle lettere con la sua sapientissima mente
sostenne20. E s'agli antichi mitologi prestiamo credenza, non senza mistero la
medesima Venere genitrice d'Amore col Dio delle guerre congiunta si vide.
Perché
poscia io sotto il titolo delle Veneri questo nuovo libro di mie Rime racchiuda
è chiarissimo: non solo perché Venere, più che altro pianeta, stimola, anzi
soavemente necessita e sforza gl'ingegni pellegrini alla poesia, qualora la sua
stella orientale dal Sole più o meno favorevole, conforme da aspetto più o meno
benigno, è riguardata; ma anche perché è signora e dominatrice delle Grazie,
che sono sorelle e compagne delle Muse; e perché ancora al carro di Venere si
concedono i Cigni. Esperimenta V.S. che l'ore proprie del poetare sono quelle
appunto che hanno Venere in cielo, non so dir se per ispettatrice degli altrui
studi, o se per furiera dell'altrui gloria. S'ella sotto il nome di Espero
sospira i funerali del Sole, sotto il titolo di Lucifero vagheggia il natale
del medesimo gran monarca della luce e delle poesie. Quelle brine che distilla
con l'alba sono il balsamo dell'inchiostro nobile, ch'è lo stillato verace
della fama.
Questo è
quel che all'improviso mi sovvien di scrivere intorno al titolo et alla
divisione delle mie Veneri. Ho cercate e nelle materie e ne' pensieri le
novità, e se ben senza quella superstiziosa idolatria di non pochi, non però
credo con quella barbara negligenza, et iperbolica e libera pazzia di molti. Sono
varie, secondo Plutarco, le maniere del canto: il Dorico, ch'è pietoso e soave,
agli animi temperati diletta; là dove il Lidio, ch'è tumultuoso e furibondo,
solamente i feroci lusinga21. Non mancherà occhio, più maligno che scrupoloso,
che leggerà questi miei componimenti più per sindicargli che per considerargli.
Ma io, che talora compongo per mio ozio nel negozio della Corte, sì come non vo
mendicando artifici affettati d'amici lusinghieri che figurino una mole
crescente d'una gloria sofistica, così, se non professo il nome di Poeta, non
debbo gran fatto affliggermi se altri, peravventura ingiustamente, detragga
alle mie poesie. Mi basta l'onor che ricevo da varii Principi, da molte
Accademie, e da tanti grandi ingegni; e fra questi quel che mi promette la
gentilezza di V.S. L'emulazione è lodevole, et è segno di soggetto amico e
bramoso di gloria, ma quando ella occupa i confini della detrazione è per ogni
parte d'infinito biasimo meritevole.
I trofei
di Milciade risvegliavano ben Temistocle ateniese perché altrettanto ammirava
l'altrui virtù quanto d'emularla cercava. Moltissimi sono che con la
publicazione dell'opere loro di far alla lotta col Tempo si credono, o
d'abbracciar l'Eternità si persuadono. Ma, come Issione in cercando
d'impossessarsi di Giunone una nuvola fra le mani trovossi, così costoro in
vece di stringere un simulacro stabile di fama, una imagine di sogni aver
abbracciata si trovano. Fra poche settimane finiscono qui la settima
impressione delle mie Epistole Eroiche, con aggiunta di tre altre; e metteranno
mano a ristampar le Tre Grazie, e forse a publicar qualche altro mio
schiccheramento. Ne do parte a V.S. acciò che intenda i successi delle fatture
del mio ingegno, che tanto si pregia d'ammirare il suo.
Si
stampano in Roma le Rime del Sig. Giovan Battista Manso, Marchese di Villa. Subito
che saranno fuori ne mandarò una copia a V.S., perché vedrà che in esse
eccellentemente riluce la cultura e purità degli antichi, e che vi risplendono
i lumi d'una eloquenza veramente regia. Per quel che ancora ne scrive ella
stessa nel racconto della vita del Tasso so che osserva il nome del detto
Signore che, oltre i maneggi politici essercitati con infinita sua lode nelle
maggiori Corti del mondo, e i carichi militari già avuti con sua somma gloria
in varie occasioni, è de' più celebri filosofi, così peripatetici come
platonici, e de' primi litterati del presente secolo; però mi persuado insieme
che avidamente aspetterà queste sue poetiche composizioni, e che con pari gusto
le leggerà come ozii gloriosi de' più gravi studi del Sig. Marchese di Villa. E
per fine riverisco V.S.
Di Roma
il primo di Novembre 1632.
NOTE
1. La
recensione di Guido Sacchi si legge in "Italianistica", XXX n. 3 (2001), pp. 660-666; i due
volumi in questione sono: Idilli, a cura di Domenico Chiodo, Torino,
Res, 1999 e D. CHIODO, L'idillio
barocco e altre bagatelle, Alessandria, Ed. dell'Orso, 2000.
2. Senza
entrare nel dettaglio delle singole proposte, noterò che esse suggeriscono per
lo più interventi congetturali a correggere supposte mende e lacune dei testi. Al
riguardo mi pare che il mio censore si faccia portavoce di un atteggiamento
filologico che pretende di entrare nei verzieri della poesia, se non proprio
con le ruspe, comunque con mezzi meccanici utili a fare un bell'ordine
razionale; credo invece che in tali giardini si dovrebbe operare al più con un
paio di piccole cesoie e lo zappettino, senza il superstizioso rispetto di chi
vorrebbe risparmiata anche l'infestante gramigna dei fenomeni puramente
grafici, ma senza la pretesa di tracciare solchi troppo definiti.
3. Ho
tentato di farlo per quanto riguarda l'area meridionale in D. CHIODO, Suaviter Parthenope canit. Per
ripensare la `geografia e storia' della letteratura italiana, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 1999; e in particolare nel capitolo Dal `grave' al
`culto': ipotesi sull'evoluzione della lirica secentesca in Napoli, pp.
141-182.
4. Cioè
in quella che nello scritto sopra citato ho definito "del decoro",
intendendo tuttavia con tale espressione non tanto un moralistico rigetto delle
lascivie, quanto un distacco dai più artificiosi estremismi della poetica
concettista.
5. Le
Veneri. Poesie recita con molta semplicità il frontespizio generale
dell'opera, mentre nel colophon vengono indicati data e luogo di stampa:
"In Roma, Appresso Giacomo Mascardi, MDCXXXIII". Il volume supera le
cinquecento pagine complessive ed è ricco di pregevoli incisioni nei
frontespizi interni, ma anche all'inizio delle singole parti, che sono tre: la Venere
terrena, la Venere celeste e Il Pomo d'oro. Proposte e Risposte, che
raccoglie una copiosa messe di rimeria di corrispondenza.
6. La
raccolta, stampata a Venezia "Appresso i Dei", è strutturata in otto
sezioni sul modello della Lira mariniana, che imita anche nel vezzo di
una lettera prefatoria di tale "Cavalier Alconi" che ricalca
esattamente quella di Onorato Claretti che introduce la terza parte della
raccolta mariniana.
7.
L'opera venne stampata a Roma da Facciotti nel 1630; il titolo Le tre Grazie
allude alla tripartizione del vasto canzoniere: Aglaia, ovvero le rime amorose;
Talia, ovvero le eroiche; Eufrosine, ovvero le sacre e morali. Si aggiunga che
le suddette tre parti sono integrate da una quarta, cospicua, di "proposte
e risposte", e si avrà piena l'immagine del tipico canzoniere barocco
meridionale dell'età post-mariniana. Il distacco dalla poetica concettista, già
consumato nella composizione delle Epistole eroiche (per le quali si
veda l'edizione moderna curata da Gino Rizzo - Galatina, Congedo, 1993 - alla
quale rimando per ulteriori notizie biografiche e bibliografiche sull'autore),
fu qui dal Bruni esplicitamente dichiarato in una "Lettera prefatoria al
conte Lodovico San Martino d'Agliè ambasciatore dell'altezza di Savoia in
Roma", ove si legge: "il nobil poeta trattando materie liriche e
amorose dee maneggiar la penna con vivacità di concetti, ma non in maniera de'
concetti de' moderni invaghir lo 'ngegno, che abbagliato dal lume di essi veder
non possa l'altre bellezze delle quali gli antichi poeti i loro componimenti
arricchirono"; e ancora, "dei concetti dovrà il poeta ne'
componimenti servirsi, non già senza regola, ma regolatamente e con
decoro". E se "decoro" è parola chiave di questa nuova fase
della poetica barocca, si veda ancora più avanti nella stessa lettera con quale
enfasi il Bruni condanni il concettismo della poesia dei precedenti decenni:
"Si mostrino i concetti nati, non ricercati: adornino con bellezza di
lumi, non abbaglino con lussuria di luce; sieno stelle erranti, non fisse;
imitino gli aghi delle api, che feriscono senza ferite, e col miele; non già
gli strali degli Sciti, che ancidono senza riparo, e col veleno; apportino
diletto, ma non enigmatico; rechino leggiadria, ma non vana; e finalmente diano
al lettore novità, ma non istraniera e barbara".
8. Da me
edito nel primo numero dello Stracciafoglio, I sem. 2000.
9. Guido
Casoni (Serravalle 1561 - 1642) fu avvocato nel foro di Treviso e di Venezia,
accademico Incognito e amico del Loredano, condusse vita tranquilla e
riservata, ed egualmente estranea agli strepiti della polemica e della ricerca
di successo fu la sua carriera letteraria. Le sue opere maggiori furono: il
dialogo Della magia d'Amore (1591), una curiosa e bizzarra rivisitazione
della trattatistica d'amore cinquecentesca, recentemente riedito, su iniziativa
di Pasquale Guaragnella e per cura di Elisabetta Selmi (Torino, Res, 2002); una
raccolta di sermoni in endecasillabi sciolti, Emblemi politici (1632),
sulla traccia della fortuna della poesia gnomica inaugurata dal Baldi e dal
Chiabrera; e soprattutto le Ode (edite la prima volta nel 1602, e
progressivamente accresciute nelle stampe successive fino all'ultima versione
del 1639), raccolta poetica tra le più importanti del secolo.
10. Si
tratta ovviamente della celeberrima epidemia di manzoniana memoria.
11.
L'operetta lucianea non è il dialogo Prometeo, ma A chi gli disse:
"Tu sei il Prometeo della parola"; Luciano narra che Tolomeo
nell'insediarsi sul trono d'Egitto portò con sé, per stupire i notabili locali,
varie meraviglie, tra cui un cammello di pelo nero e "un uomo di due
colori, tale che una metà era perfettamente nera, l'altra straordinariamente
bianca, e le due metà erano divise in modo da essere uguali". Il mostro
non piacque e Tolomeo lo donò al flautista Tespide (cfr. LUCIANO, Dialoghi, a cura di
Vincenzo Longo, Torino, UTET, 1976, vol. I p. 91).
12. Il
riferimento parrebbe circostanziato, tuttavia non so indicare chi l'autore
intenda.
13. In
verità Cicerone a quelle citate dal Bruni (che parafrasa quasi letteralmente il
passo ciceroniano), ne aggiunge una quarta, "Syria Cyproque
concepta", che è la fenicia Astarte (cfr. De natura Deorum, III
59).
14. Ho
corretto il testo che nella stampa legge "apostafria", che non dà
alcun senso. Per la Venere "apostrofia", cioè che tiene lontani i
mali, il luogo è Pausania IX XVI 3;
la Venere "ortense" citata poco dopo, termine che nel Bruni
verisimilmente corrisponde all'originale kourotrophos (= che alleva i
fanciulli, ma è più che probabile che il poeta leggesse una versione latina), è
citata da Luciano nel II dei Dialoghi delle Cortigiane.
15. Come
è noto il nesso Afrodite Urania (aphros = spuma marina; ouranos =
cielo) è antico (e quindi presente negli inni omerici, oltre che in quelli
orfici): in quanto dea della fecondità Venere è divinità marina poiché l'acqua
è intesa come fonte di ogni vita; in un secondo tempo subentrò la necessità di
prevedere la fecondazione delle acque marine attraverso la caduta nelle stesse
dei genitali di Urano evirato da Cronos. La separazione tra le due Veneri è
invece assai più tarda. È difficile individuare la fonte da cui il Bruni
attinge il giudizio sulla supposta `confusione' orfica tra le due Veneri, così
come la notizia della genealogia attribuita ad Epimenide, ma in realtà non
presente nei frammenti del medesimo. Si aggiunga ancora che anche in questo
caso ho dovuto correggere il testo: anziché "Eurinome" (divinità
pelasgica della fecondazione ripresa nella mitologia orfica come genitrice
dell'Eros orfico) la stampa legge "Euonime", nome di un demo attico
che evidentemente non ha nulla a che fare con il contesto della frase.
16. Il
riferimento è ovviamente al discorso di Pausania nel Simposio: la
"diversità in quanto al verace senso" della Venere Celeste andrà
certamente intesa come il rifiuto dell'interpretazione platonica dell'Afrodite
Urania come ispiratrice dell'amore omosessuale.
17. Teogonia,
194-195; Iliade, XIV 214-217.
18. Il
XIII della Poetica, in cui si attribuisce la "mezzana bontà"
alle persone tragiche, fu uno dei passi più commentati dalla trattatistica
cinquecentesca; mi pare da notare che il parallelo istituito dal Bruni tra
"persone tragiche" ed "epiche" contraddice le riflessioni
in materia svolte dal Tasso nel primo dei Discorsi dell'arte poetica.
19. I
luoghi cui si allude in questo brano sono i seguenti: Ciropedia, IV III 1-2; Massimo Tirio, Dissertatio
XIV; Simposio, VI. Non ho invece compreso quale possa essere il
riferimento allo Strategicon di Onosander, a meno che si voglia alludere
all'indicazione, fornita all'inizio del trattato, di scegliere come stratega
preferibilmente un uomo che abbia dei figli.
20.
Leone VI il Filosofo fu imperatore di Bisanzio dall'886 al 912; la sua fama di
poeta erotico è legata a un epigramma, peraltro apocrifo, dell'Antologia
Palatina, IX 361.
21. Il
riferimento è al XVI capitolo del De musica, operetta dello Pseudo-Plutarco.
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