Ad
Horatium
Introduzione
Alla
corona di lodi che sempre, e certo meritatamente, ornò il nome dell'abate
Tomaso Valperga dei conti di Caluso e Masino1 - celebrato, di volta
in volta, come "l'uomo più dotto d'Italia, e forse il savio più universale
de' suoi tempi"; "raro per l'indole, i costumi e la dottrina";
"Montaigne vivo": e l'elenco di più che orrevoli titolature
tributategli tanto da illustri rappresentanti dell'intellettualità ancien
régime quanto dalle migliori promesse del liberalismo primoottocentesco
potrebbe dilungarsi ulteriormente2-, continuò a far tuttavia difetto
un'autentica fama di arbitro di letterarie eleganze, ruolo che, in effetti, pur
prodigo con amici e discepoli di consigli moniti esortazioni, egli non ebbe mai
la presunzione di rivestire3. D'altro canto, lo scarto, il
discrimine sottile che corre tra il critico (non mai alieno dalla disputa,
quand'anche acre e biliosa) e il candido, imparziale giudice dell'altrui musa
poteva ben giustificarsi proprio in virtù di quella rara "indole", di
quei modesti e intemerati "costumi" riconosciutigli, fra gli altri
suoi ammiratori, dall'Alfieri: quasi a dire che la benigna ferula del maestro
mal si sarebbe mutata, per severa che fosse, nella sferza impietosa del
censore. L'impressione ricevuta e tramandata dai contemporanei, sostanzialmente
- è bene dichiararlo in anticipo - rispondente a verità, pur dando conto di una
vocazione ad un ideale di savia serenità in sé pienamente appagata, e perciò
pronta a programmaticamente rifuggire da ogni polemica, parrebbe comunque
passibile di lievi non meno che significative rettifiche, peraltro facilmente
desumibili già ad una sommaria ricognizione dell'opera calusiana. Né sarà
motivo di stupore l'affermarlo, qualora si consideri la molto parziale e
frammentaria conoscenza accampatane dai tardi nepoti; o, più ancora, l'oblio
pressoché assoluto che tuttora, e colpevolmente, copre d'immeritato silenzio la
produzione poetica in lingua latina - una lingua latina "ricca ma mai
capricciosa, e sempre conforme ai modelli classici", come bene è stato
detto4; per tacere di un limitato, ma davvero ammirevole, specimen
Graecorum carminum - dell'Arcade Euforbo Melesigenio5.
Il breve
sermunculus che in questa sede si riproduce, tratto dall'edizione torinese
dei Carmina (1807)6 ed intenzionalmente arieggiante - sia
nel delectus verborum, sia nella giacitura dei medesimi; così in alcune
acerbe opzioni di clausola come nell'intarsio di eruditissime iuncturae
- il modello di un Orazio satiro (sovraccaricato, evidentemente per esigenze
parodiche, di elementi tipologicamente caratterizzanti)7 ereditato
dalla tradizione ecdotica ed esegetico-critica del Seicento (Heinsius, Casaubon,
Desprez, Bond) e del Settecento (Bentley, Volpi), può in effetti rappresentare
a pieno titolo non soltanto, o non proprio, la `stroncatura', per quanto elegante,
e appena dissimulata in una contestura linguistica stilisticamente complessa,
della vacua e fredda maniera di tanti imitatores inepti8,
ma anche l'esplicita censura dell'inesausta fiera di letterarie vanità che
la perenne congiura d'ipocrisia e d'ignoranza allestisce quale teatro d'elezione
per pedanti e altri sedicenti connaisseurs, bollati con lucida ed aspra
franchezza di fungi censores (cfr. vv. 22-26)9. Interviene
soltanto a moderare quella che altrimenti non sarebbe risultata se non una
troppo violenta invettiva - più Giovenale che Orazio, dunque10-
un armonioso accordo di moti psicologici, atto a garantire la stabilità di
una temperie spirituale particolare e composita, e nondimeno consueta al cultore
del poeta venosino. La blanda, civile ironia, sopra tutti; ma anche, a guisa
di elemento emotivo sussidiario, quella "sorta di cordiale ammirazione",
come a ragione ancora recentemente si è scritto, "per lo smalto di una
vita condotta con sapienza nei termini di un fattivo ma insieme libero rapporto
col potere" (M. Cerruti), ammirazione che sarebbe forse fin troppo facile
ridurre a moderatamente riformistici vagheggiamenti di assolutismo illuminato
(vv. 15-16); inoltre, l'apprezzamento profondo e sincero - a segno di farsi
spunto imitativo - per il garbo conclamato, la sovrana urbanità, l'ineguagliabile
acutezza della raffinatissima musa oraziana. Sic mulcet calami dulcis acerbitas:
così, alle soglie del secolo borghese, doveva inverarsi l'icastico ossimoro
dell'apostrofe petrarchesca (Familiari, XXIV, 10 [Ad Horatium Flaccum
lyricum poetam], v. 138), propiziandoci nell'autunnale crepuscolo di un
umanesimo maturo, e anzi già mezzo, l'apparizione di una nuova incarnazione
dell'antico "umorista", abbigliato per l'occasione dei panni del
gentilhomme, sorridente, amabile e nobilmente sereno pur nell'atto
di stigmatizzare coll'acume consueto l'universale imbecillità; così anche
l'amarezza dell'irrisione, per l'aristocratico abate di Caluso, poteva insensibilmente
stemperarsi nell'equilibrato richiamo ad un'aurea misura di gusto, benché
non disgiunto da un sentimento di inadeguatezza - già altre volte ricorrente
in cautele forse eccessive e pur lodevoli understatement11-
espresso nell'affettata (ma quanto subalpina!) ritrosia di un peritoso non
sum dignus, sconfinante nelle prospettive vagamente escapistiche di certa
delusa cultura tardoilluministica, paga soltanto di quotidiane, ma non per
questo meno salvifiche, pratiche di saggezza.
MASSIMO SCORSONE
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Ad
Horatium |
A
Orazio
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O cui,
quum peteres sermoni proxima, Horati, Mirificos
sale Socratico, proprioque lepore Musa dedit versus, at fractos saepe, at euntes Tractim,
iam Venus ista fugax cultus tua aperte Solliciti,
ingeniique sequax urbani, et acuti, 5 (Quam paucis
Venus ista satis noscenda!) popelli Prostibulum,
dea difficilis, morosaque habetur. Poscimur
inconcinni homines, et naris obesae Versiculos
cusos rudiore tua hacce moneta. Nempe negotioli
levioris nescio quid, si 10 Dis placet,
e trivio sperandum cuique poetae. O seri
studiorum, quod Maro, quod Varius, quod Maecenas, divusque quod Augustus, quod et ipse Pollio
miratus Roma plaudente probavit, Urbem quod
saperet festivam, aulamque dicacem 15 Ingenue,
id mihi nato deterioribus annis Et vix
imbuto, leviterque sapore Latino Sit spes exprimere, ipsis non imitabile priscis? "Ergo
incomposito nescis pede scribere carmen Metiri quod opus digitis, licet aure perita?" 20 Nimirum
hoc, bone Flacce, tui similis, scio, dicar: Sed fungis aliquot vitio censoribus, ultra Qui numeros et verba vident nihil, atque Catullum Reddere
se Stygia revocatum sede triumphant, Insuaves
elegos concludere dum cubitali 25 Voce student
omnes. Quos aut tua musa, Catulle, Aut tua,
Flacce, utinam bene perfrictos sale multo, Ut tandem
sapiant, traduceret. At redivivos Quis dabit?
Haud equidem stulto, bovis aemula rana, Memet disrumpens
nisu nova fabula fiam. 30 Ergo imitatores
ridebo quietus ineptos.
|
Orazio,
cui la musa già concesse (Poi che
d'esser più prossimo al parlare Umìle,
o gran poeta, domandavi) Di socratico
sal versi gustosi, E ancor
conditi di sua leggiadrìa, Ma rotti
spesso, ed all'inceder tardi: Codesta
grazia tua, che da palesi Lussurie
insazïate ognor rifugge, E il garbo
ormeggia solo, e l'argutezza (Ma a quanti
ancor tal grazia sarà nota?), Ormai tenuta
è per plebeo bordello Colei ch'è
dea difficile, e ritrosa. E a noi,
uomini incolti, e nasi ottusi, Del conio
tuo più grezzi si richiede Di batter
versicciuoli. Non so proprio, Se ai numi
così piaccia, qual più lieve Fatica
mai trivial verseggiatore Possa augurarsi.
Oh gli attardati dotti! Proprio
ciò che Marone, o Mecenate, O Vario,
o il divo Augusto, e che Pollione Stesso,
ammirato, fra il plauso di Roma Tutta,
apprezzò; quel che sapore avea D'arguzia
cittadina, e di schiettezza Ognor mordace,
ancor che cortigiana; Che pure
inimitabile agli antichi Riuscì:
dovrei fors'io sperar, io nato In giorni
meno fausti, e dirozzato Pur mo',
poter esprimere Latine E con accorta
levità? "Non sai Comporre
dunque in piedi diseguali Un carme
misurabil sulle dita, Benché
d'orecchio coltivato?" Appunto Perciò,
buon Flacco, ben lo so, potrei Esser detto
tuo pari: ma soltanto Per il
fungino error di certi stolidi `Intenditori'
i quali, fuor dei ritmi E dei vocaboli,
null'altro vedono, Eppur si
glorian d'aver richiamato Perfin
Catullo dalle inferne plaghe, Allor che
tutti insieme, in tronfi accenti, Si studian
modulare senza garbo I distici
lor goffi. Ah se la musa, Catullo,
tua, oppur la tua camena, Orazio
mio, fregandoli a dovere Con sale
assai li insaporisse alfine Per poi
esporli al pubblico ludibrio! Però chi
mai vi renderà alla vita? Certo non
io, del bove emula rana, La favola
vorrei novellamente Incarnar,
che ad ogni sciocco è buona, Crepando
infine a furia di gran sforzi ... Ecco perché
le tante scimmie inette Seguiterò
a deridere tranquillo. MASSIMO SCORSONE |
NOTE
1. Oggi
tuttavia meno noto di quanto non facciano supporre ponderate, ancorché
sporadiche, allusioni alla preminente funzione sua di guida e maestro della
nuova generazione subalpina, oltre al merito di essersi reso il principale
promotore dello sviluppo delle scienze orientalistiche in Piemonte, nonché di
aver propiziato la rivelazione del genio drammatico alfieriano agli italiani:
triplice ed innegabile pregio già riconosciutogli, a suo tempo, dal Gioberti
nel Primato. Cadetto di antica stirpe comitale - le cui origini
risalirebbero, secondo la tradizione, ad Arduino, marchese d'Ivrea e primo re
d'Italia (sec. XI)-, Tomaso Valperga di Caluso (Torino, 1737 - ivi, 1815), già
cavaliere di Malta e ufficiale a bordo delle navi dell'Ordine, poi padre
oratoriano a Napoli (1761), ricoprì successivamente a Torino l'ufficio di
segretario della neonata Regia Accademia delle Scienze (1768), ma alternando
ancora agli impegni burocratici e letterari lunghi e frequenti viaggi (Vittorio
Alfieri lo conobbe nel 1772 durante un soggiorno a Lisbona [cfr. Vita,
epoca III, cap. XII], ospite del fratello conte Valperga di Masino, ministro
del Re di Sardegna in Portogallo). Stabilitosi definitivamente a Torino, fu
presso quella università docente di lettere greche e orientali, divenendo in
ultimo presidente dell'Accademia e direttore della locale specola astronomica. "Cresciuto
tra il razionalismo cartesiano e l'empirismo baconiano" (C. Calcaterra),
il Caluso fu uomo di multiforme non meno che profonda dottrina: verseggiatore
trilingue - in italiano, in latino, in greco -, si occupò di filosofia, di
matematiche (Memoria sul paragone del calcolo delle funzioni derivate coi
metodi anteriori, 1808; Principes de philosophie pour des initiés aux
mathématiques, 1811), di estetica letteraria e, sotto lo pseudonimo di Didymus
Taurinensis, di lingue orientali (Literaturae Copticae rudimentum,
1783; De pronunciatione Divini Nominis Quatuor Literarum, cum Auctario
observationum ad Hebraicam et cognatas linguas pertinentium, 1790; Prime
lezioni di grammatica ebraica, 1805), secondo egli stesso volle riassumere
in un suo mirabilmente conciso epitafio: Linguarum incubui auxiliis,
penitaeque mathesi; / Ac lusi, Arne, tuo carmine, Thybri, tuo (c.
XXXIII [Pro tumulo], vv.3-4).
2. Senza
neppure arrestarsi al tramonto del sec. XIX, quantunque annoverando elogi più
parsimoniosi e ad un tempo più specifici: vien fatto di ricordare, ai giorni
nostri, una tra le più belle pagine
'stravaganti' di Giorgio Pasquali (Traduzione latina di una scena
dell'Alfieri, "Annali alfieriani" II [1943], pp. 271-283; poi in Stravaganze
quarte e supreme, Venezia 1951) in cui il grande filologo classico trovava
l'occasione di qualificare corsivamente il Caluso di "poeta neolatino di
arte squisita, ben più degno di una ricerca monografica che molti più noti di
lui".
3. E ciò
a dispetto del salutare influsso da esso di fatto esercitato, direttamente
o indirettamente, sulle belle lettere italiane - dall'Alfieri ai primi romantici
compilatori del "Conciliatore" -, e nonostante i tre libri Della
poesia (Torino, 1806) e la Galleria dei poeti italiani a Masino
(ivi, 1814): opere innegabilmente degne di sicuro interesse sino ad oggi,
ma creature tutte, ci azzarderemmo a dire, nate - al modo delle Graie esiodee
- già canute, ed espressive, al più, di certo attardato milieu erudito,
ricetto pervio soltanto alla pletora dei poudreux scoliastes e dei
savants lapidaires di cui lo stesso marchese Di Breme, uscito anch'egli
dalla scuola del Nostro, e anch'egli orientalista di qualche pregio, avrebbe
pur durato fatica a liberarsi.
4. Così
ancora il Pasquali (loc. cit.; cfr. supra, n. 1).
5. Produzione
peraltro non particolarmente copiosa, benché sempre, come s'è detto, di gran
qualità. Dopo la silloge di carmi edita nel 1807 (cfr. infra, n. 7)
apparvero ancora una Epistula Horatii ad Augustum in mortem Maecenatis,
preceduta da una dedicatoria al Di Breme, nel 1812, e l'anno seguente una
Elegia in luctu egregii Ferdinandi Balbi, ambedue per i tipi dell'Accademia
delle Scienze di Torino, e notevoli anch'esse tanto per la consumata eleganza
del dettato quanto per la felicità delle invenzioni poetiche: la prima, in
particolare, pare inaugurare un certo qual gusto, che già potrebbe veramente
dirsi pre-pascoliano, per il transfert 'archeologico' nella persona
e nelle intenzioni di un poeta antico.
6. THOMAE VALPERGAE / Inter P. Arcades / EUPHORBI MELESIGENII
/ Latina Carmina / Cum Specimine Graecorum. Augustae Taurinorum.
A. MDCCCVII. In Typographaeo [sic!] Supremae Curiae / Appellationis. Si
è trascritto il carme n. XIII (Ad Horatium) da una copia della raccolta
di componimenti calusiani (contenente 33 carmi latini, oltre ad un geminato elegeon
greco-latino in memoria di Enrichetta Balbo Taparelli e a 3 epigrammi greci)
custodita presso la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino (segnata
F.VII, 273). Ci si avvede soltanto adesso, non senza provare un tenue
sentimento di stupore - ma quandoque eadem teritur via,
soprattutto, per paradossale che possa apparire, quando càpiti di battere le
contrade meno frequentate -, che si tratta della medesima stampa compulsata
quasi sessant'anni or sono dal Pasquali ("un volumetto di piccolo formato
e di squisita eleganza, d'una stampa minuta ma chiarissima che ricorda le
vecchie edizioni di Oxford. Adopro un esemplare prestatomi dalla Nazionale di
Torino [...] rilegato con gusto meraviglioso").
7.
Inteso dunque, in termini funzionali ad una efficace denuncia del malcostume
letterario imperante, come morum castigator anziché come doctor,
giusta la duplice teleologia ravvisata nel sermo oraziano già dal
Casaubon (De satyrica Graecorum poesi et Romanorum satira libri II):
"Flacci satiras duorum generum esse inter se diversorum. Nam aliae sunt elenktikai,
et ad notandos, ridendos, interdum et acrius increpandos vitiosos compositae;
aliae ad praecipiendum de virtute, et eius amorem insinuandum, didaktikai"
etc.
8. Tematica
in realtà non ignota alla cultura letteraria medioilluministica in genere,
cui anzi spesso l'evocazione di Orazio strumentalmente si riconnette; basti
citare in proposito un passo tratto da un articolo di Cesare Beccaria (Il
Faraone) pubblicato ne "Il Caffè": "son già mille e quasi
ottocent'anni dacché al nostro buon amico Orazio non piacevano versus inopes
rerum nugaeque canorae, eppure certi poverelli si provano anche al dì
d'oggi di carpire la stima e l'onore de' loro cittadini con canore inezie"
(cfr. "Il Caffè", a cura e con introduzione di S. ROMAGNOLI,
Milano 1960, p. 23). Pur desiderosi di prescindere da ogni troppo generica
indicazione, ci si rende tuttavia conto che qualunque tentativo di più puntuale
identificazione dei seri studiorum fatti segno agli ironici strali
dell'abate di Caluso (postosi d'altronde anch'egli, con enfasi un poco leziosa,
tra gli inconcinni homines, et naris obesae) non potrebbe non rischiare
di necessità la congettura: ché sceverare entro la torma all'epoca ancora
numerosa di poeti latinizzanti, redattori prima e quindi utilizzatori dei
vari Thesaurus, Regia Parnassi e Palatium Musarum, sarebbe
impresa non facile, stante la singolare penuria di indizi deducibili dal contesto
del componimento. Ci limiteremo dunque a fornire (ma dubitativamente, si ribadisce)
due possibili nomi, l'uno e l'altro compresi, benché non propriamente equidistanti,
fra gli opposti poli di fama e oscurità; l'uno e l'altro, in qualche misura,
satelliti (col Caluso stesso) del maggior astro letterario alfieriano: Giuseppe
Gregorio Solari (1737-1814), dotto scolopio chiavarese, stretto coetaneo del
Caluso e come questi ammiratore del drammaturgo astigiano - del quale parafrasò,
fra l'altro, l'intero Agamennone e parte dell'Ottavia in trimetri
che posson dirsi, almeno approssimativamente, senechei -, traduttore in lingua
italiana di Orazio, Virgilio, Ovidio, nonché versificatore neolatino di qualche
notorietà (sul quale sarà ancora utile consultare G. B. SPOTORNO, Storia letteraria della Liguria,
V, Genova 1858, pp. 66-70); e Walter Savage Landor (1775-1864), bizzarra e
al tempo stesso generosa figura di poeta inglese parzialmente italianato,
arguto e pensoso cesellatore di epigrammi, poco avventurato imitatore dell'Alfieri
nella trilogia drammatica Andrea of Hungary, Giovanna of Naples,
Fra Rupert (1839-40) ma ben più fortunato restauratore delle glorie
delle Musae Anglicanae nel latino fluente, per quanto forse fin troppo
vigilato e monotono, del suo Poematum Latinorum libellus (1795), che
ne fece agli occhi dei contemporanei una sorta di Catullo redivivo, per tacere
del Gebir, poema epico-drammatico in sette libri pubblicato originariamente
in duplice redazione, inglese e latina (1798).
9. Mercé
l'uso di argomenti - merita rilevarlo - già largamente utilizzati nelle satire
d'età umanistica (dal Charon pontaniano ad Erasmo) contro letterati e
'grammatici' d'ogni risma.
10. Ma
l'alterazione (meglio: l'inasprimento) del tono complessivo dell'equilibrato
sermo oraziano in straziati, lancinanti acuti giovenaleschi è, di fatto,
un tratto distintivo della tradizione satirica neolatina immediatamente anteriore
al Valperga (cfr. S. CITRONI MARCHETTI, Le satire di Federico Nomi
e di Ludovico Sergardi. Aspetti dell'eredità di Giovenale alla fine del '600,
"Studi secenteschi" 17 [1976], pp. 33-60)
11. Cfr. THOMAE
VALPERGAE ... Latina
Carmina, cit., c. I, v. 1 sgg. ("Non ego, qui aeternum
Romano carmine quaeram / Nomen, difficili stultus in arte diu. / Sed quandoque
tuos versantem, Roma, poëtas / Capta aliquot soles condere mente juvat. / Tunc
subit incensum Latias ambire Camoenas, / Et veniunt volucri carmina laeta pede
[...]").
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