Dal Tieste

Introduzione

Nell'ambito della corrente cosiddetta `orrorosa' della grande riscoperta cinquecentesca del teatro tragico la palma è abitualmente assegnata a Giraldi Cinzio, e in particolare al suo Orbecche, sorta di compendio dell'intero corpus tragico senecano, del quale è tuttavia privilegiato "con più ostentata e programmatica fedeltà"1 il Thyestes. Se tuttavia ci si dovesse indirizzare a un criterio meramente quantitativo l'attenzione non potrebbe che rivolgersi alla "bottega" dell'"operaio" Dolce2, autore di vari rifacimenti senecani, nonché della traduzione integrale dell'opera tragica dell'autore latino. Il Tieste, insieme all'Ecuba euripidea, che Dolce quasi certamente leggeva nella versione erasmiana3, fu la prima delle tragedie da lui composte ad essere stampata da Giolito, in quello stesso 1543 che è l'anno della princeps dell'Orbecche; ne seguì una ristampa nel 1547 e poi, sempre presso Gabriel Giolito, nel volume collettivo delle Tragedie nel 1560 (anno anche della pubblicazione delle traduzioni da Seneca); infine l'ultima stampa riveduta dall'autore, e da cui il testo qui offerto è tratto, nel 1566, sempre a Venezia ma "appresso Domenico Farri"4.

Il Thyestes è, secondo quanto scrive Ettore Paratore, "la più dura e spietata delle tragedie senecane"5, ma risulta complesso stabilire in un raffronto tra il rifacimento e la traduzione del Dolce ove la ferocità delle descrizioni sia maggiore: nella tragedia del Dolce l'elemento orroroso viene dilatato e rappresentato sin nei minimi dettagli, accrescendo quella tendenza al macabro che dalla Rosmunda del Rucellai giunge fino all'Orbecche del Giraldi attestando una certa indipendenza dalla norma aristotelica che limitava la rappresentazione degli atti violenti6. Già nel primo atto, con la rappresentazione del mondo infernale in cui ha inizio l'empia e nefanda azione tragica, ampio rilievo è dato agli aspetti raccapriccianti, ma è nell'atto quarto, unico magistrale monologo del Nunzio che narra l'uccisione dei figli di Tieste, che le raffigurazioni macabre dominano incontrastate la scena, sviluppate grazie a un sapiente uso dell'aggettivazione, tanto abbondante nel testo del Dolce quanto discreta, se non quasi assente, nell'originale senecano. Il singolare e lunghissimo resoconto dell'evento tragico, l'uccisione dei tre figli di Tieste e la preparazione del conseguente banchetto cannibalesco imbandito per l'ignaro pelopide, è intervallato dalle battute del Coro che, come uno spettatore desideroso di conoscere il compimento dell'evento, sollecita lo svolgersi della narrazione.

L'inizio dell'atto segna un forte collegamento con l'incipit della tragedia, e in particolare con le parole di Tantalo, tormentato progenitore dei pelopidi; il primo e il quarto sono infatti gli atti tartarei, l'uno anticipa e predice l'altro che ne rappresenta il compimento, compimento per altro già paventato dallo stesso Tantalo. La magistrale rhesis del Nunzio, splendidamente orchestrata, comincia, con ampio sguardo prospettico, col presentare la rocca su cui sorge il famoso palazzo dei pelopidi che preme e sovrasta tutta la città. In due versi viene descritto il panorama cittadino per poi velocemente passare ai tetti del palazzo e lentamente penetrarvi. L'occhio si abbassa ancora e giunge fino ad un luogo penetrale e sacro. Lo scorcio prospettico si riduce ancor più e di nuovo si abbassa per giungere ai piedi di una quercia ove, contornato dai segni macabri e funesti dei trionfi paterni, giunge Atreo per sacrare le vittime agli altari. Alla descrizione, per così dire, visiva si accompagnano topicamente i dati uditivi e, con una chiusura circolare ottimamente congegnata, in un unico verso si ha la conclusione con la quale il Dolce fa terminare al Nunzio questa lunga ekphrasis descrittiva nel  tempio, che il gran bosco occupa e tiene, luogo che sta per divenire sacro ed empio nel medesimo tempo. Dopo un'esitazione che enfatizza il turbamento, il Nunzio si diffonde nella descrizione del sacro rituale di immolazione, indugiando su Atreo che s'apparecchia al sacrificio. L'attenzione è attratta dalla rappresentazione dei due personaggi del sacrificio: Atreo e i tre figli di Tieste che, presenze mute per tutto lo svolgersi della scena, sembrano essere un unico corpo, figura e propaggine del corpo stesso di Tieste, verso i quali è convogliata la pietà del pubblico esasperando per contrasto l'orrore per la ferocia di Atreo, che osserva torvo l'innocente seme del fratello. Il Dolce cerca di creare non tanto un racconto plastico, narrativo, quanto un'unica focalizzazione sul tiranno e sulla spettacolare nefandezza delle sue azioni. Dopo una breve battuta del coro, il racconto del Nunzio riprende subito sul gesto dello zio che uccide uno dopo l'altro i nipoti per compiere, poi, la rituale ieroscopia, amplificata rispetto alla fonte latina al fine di far emergere ancora di più la spietatezza dell'officiante Atreo. Tutta l'attenzione viene concentrata sullo "spaventoso spettacolo et orrendo" dell'uccisione dei nipoti e del conseguente scempio dei cadaveri. Seneca con precisione anatomica, descrive i nodi dei muscoli, le articolazioni, le spalle con un'attenzione che richiama Lucano e il racconto della morte di Pompeo o il famoso episodio della maga Erittone7: il testo di Seneca pare pervaso dall'esigenza di rigore scientifico, l'opera del Dolce da un'attenta ricerca di musicalità emotiva, sviluppata attraverso un'operazione stilistica fatta di anadiplosi, parallelismi, rilievo dato a emistichi in sé conclusi. Assai meno efficace il coro che chiude un atto con tanta maestria condotto nei brani descrittivi; in esso il Dolce mostra tutti i propri limiti nell'incapacità di trovare una convincente misura in quella che, secondo i dettami teorici contemporanei, era considerata prova di ispirazione lirica8.

 

 

MONICA CARUGO

 

Dal Tieste

di Ludovico Dolce

 

ATTO QUARTO

 

NUNZIO, CORO

 

Nunzio

Qual mi leverà vento alto da terra

Sì che di lei non vegga ombra né segno?

Qual mi cingerà nebbia oscura et atra,

Onde si tolga omai dagli occhi miei

Opra sì scelerata, opra sì cruda? 5

Empia casa real, infame e brutta

Fino a Pelope e a Tantalo.

Coro

Che nova

Apporti tu?

Nunzio

Ohimè che regno è questo?

Può esser che Micene e Sparta et Argo

Abbian prodotti sì terribil mostri? 10

O pur son nati i duoi fratelli iniqui

U' l'Istro9 dà la caccia ai fieri Alani?

O tra gli ircani monti, ove mai sempre

Suol cuoprir il terren la neve e 'l ghiaccio?

O dove i feri Antropofagi e Sciti 15

Fan le vivande lor di carne umana?

Coro

E chi sostien sì mostruoso parto?

La patria nostra? Or di': che male è questo?

Nunzio

Dirò, s'io potrò dir. La mente mia

Tutta è smarrita: e d'ogn'intorno cinge 20

L'ossa e le membra spaventoso orrore;

E par che tale ancor mi sia davanti

L'imagine del fatto empio et oscuro.

Venti portate me quindi lontano,

Ov'è fuggito il dì verso la sera. 25

Coro

A me dai col tacer maggior paura.

Dimmi che cosa è quel che ti spaventa?

E celando l'autor, se vòi celarlo,

Palesa a me sì abominoso fatto.

Nunzio

Ne l'alta rocca, che già fece il padre 30

Del nostro empio signor, è una gran parte

Di superbo edificio che riguarda

Là verso l'Austro; e così in alto s'erge,

Che a tutta la città preme e sovrasta.

E in un volger di ciglia pò ciascuno 35

Tutte l'opre veder che qui si fanno.

Risplende l'ampio e spazioso tetto

D'oro e di gemme: e son le aurate travi

Fermate su fortissime colonne

Di diversi color varie e distinte. 40

Più oltre è la gran sala, in cui frequenta

Per diverse cagioni il popol tutto.

Nel basso è 'l luogo penetrale e sacro

E del regno e del re: ch'è in lunga valle

Antico bosco, u' non si vede pianta 45

Che coi bei rami l'altrui vista allegri,

E che si soglia coltivar col ferro,

Acciò che producendo e frondi e frutti

Porga più dolci e dilettose l'ombre.

Ma vi son mesti tassi, atri cupressi, 50

Et elci antiche e negre, nel cui mezzo

Ha una gran quercia per molt'anni grave,

Che s'alza sì che tutto 'l bosco avanza:

Di qui prender di Tantalo i nipoti

Soglion de' regni lor gli augurii primi, 55

Quivi ricorrer ne' bisogni estremi,

E ne' dubbi pensier chieder aita.

Dintorno pendon le paterne insegne,

La corona di Pelope, e ciascuna

Opra, benché crudel, de la lor gente. 60

Sonovi i rotti carri e l'alte spoglie,

Di barbaro trionfo indizi e segni.

Surgevi in mezzo d'acque negre e morti

Un tristo fonte, il qual più d'una pianta

Con negri rami eternamente adombra; 65

Tal di Stige crudel giù ne l'inferno

Si mostra brutta e formidabil l'onda,

Di cui nel nostro ciel questa dà fede.

Quivi d'infernal spirti orride voci

S'odon tutta la notte e 'l bosco intorno 70

Suona di vari strepiti e catene

Da non veduta man tirate e mosse.

E quel che solo a udir mette paura

Colà si vede. L'anime de' morti

De' lor sepolcri orribilmente uscendo 75

Pallide or quinci or quindi errando vanno,

E per tutto spargendo immensi gridi.

A questo10 la gran selva accesa fiamma

Tutta circonda, e l'elevate cime

Ardono senza foco, e mugge il bosco 80

Di rabbioso latrar, e 'l tempio stesso

È di forme ripien varie e diverse

(Che spesso mesto e spaventoso il rende),

Il tempio, che 'l gran bosco occupa e tiene.

E non discaccia la paura il giorno, 85

Perché propria è del bosco eterna notte,

Non men che sia ne l'infernal caverna.

Quivi a color che con divoti preghi

Le chieggon, d'umiltà vestiti il core,

Sempre si soglion dar certe risposte; 90

Che con sì fero suon escono fuori,

Che pò timido far sicuro petto.

Or poi ch'entrò nel tempio finalmente

Lo scelerato Atreo di furor pieno,

Prima ornò de' suoi doni i sacri altari ... 95

Ma chi potrà così stupendo fatto

Con parole agguagliar tanto che basti?

Egli con dura fune ai tre fratelli

Ratto legò le delicate mani

Dopo le spalle lor con stretti nodi. 100

E a quei, che mesti e pallidi e tremanti,

Lo riguardavan lagrimosi in atto

Da far un orso diventar pietoso,

Cinse le tempie di purpurea benda.

Intanto non vi mancano a tal opra 105

Gli odoriferi incensi, e 'l liquor sacro

Di Bacco, e appresso il lucido coltello,

Col qual tocca le vittime, spargendo

Raccolto gran da le mature spiche,

E insieme con quel candido sale. 110

Ogni ordine si serva, ogni costume,

Acciò ch'al brutto sacrificio indegno

Tanta scelerità non sia confusa.

Coro

Chi fu l'ardita man che strinse il ferro

Ne' regali fanciulli? ahi, in quelle carni 115

Tenere, giovanili, et innocenti?

Nunzio

Egli fu 'l sacerdote: egli omicida

Con funesti preghiere audace forma

Di mortiferi versi orridi accenti.

Ei sta inanzi agli altari, esso i meschini 120

A la morte da lui divoti e sacri11

Tocca con le sue man, gli ordina e ferma;

E spesso col coltel gli segna e punge.

Egli accende gli altari; e non consente,

Che di quanto convien, si lasci parte. 125

Tremò il tempio, la selva; e parimente

Il palazzo, la rocca e la gran sala;

E più volte accennar grave ruina.

Caddero giù dal ciel atre saette,

Giamai più non vedute. Appresso il vino 130

Ne le fiamme versato, immantinente,

Per miracol divin cangiossi in sangue.

Il regale ornamento due e tre volte

Cadde del capo; e le imagini sacre

Fur viste lagrimar nel santo tempio. 135

Me, che stava in disparte, spaventaro

Cotanti novi e sì terribil mostri.

Sol resta il fiero rege immoto e fermo;

E minacciando i Dei, già s'apparecchia

Al sacrificio, e ogni dimora lascia. 140

E poi che si fermò presso gli altari,

Rivolse gli occhi, e con aspetto torvo

Prima guardò quell'innocente seme,

Che lagrimando umil gli stava avante;

Di cui negli occhi legger si potea 145

Sì come dentro il cuor chiedea mercede,

Né si vede il celeste arco dipinto

Di più color, quanti color di morte

Vedeansi variar ne' volti loro.

E come tigre suol, là sopra il Gange 150

Da lunga fame stimolata e spinta,

Se avien che fia fra duoi giovenchi in mezzo,

Dubbia in chi prima insanguinar il dente,

Starsi sospesa, indi rivolger spesso

Ora a questo, ora a quel l'asciutta bocca, 155

Così 'l feroce Atreo, tratto da l'ira,

Mirando or questo, or quel de' tre fratelli,

Dubbio chi ferir prima, tra se stesso

Confuso resta, e per gran spazio in forse;

Non che questo importasse: m'acciò tutti 160

Al sacrificio fier gli ordini segua.

Coro

In qual prima di lor il ferro tinse?

Nunzio

Quel che tra l'uno e l'altro era d'etade

Percosse in prima, e acciò che tu non creda

Ch'ei fosse di pietà del tutto ignudo, 165

Dedicò questo a l'avo: ond'ebbe il figlio

Del gran Giove e di Plote12 l'ostia prima.

Coro

Con qual cuor il fanciullo, e con che aspetto,

S'offerse a questa morte orrida e dura?

Nunzio

Non posso dir: et era a veder lui 170

Spaventoso spettacolo et orrendo.

Il re crudel lo prese nei capelli

Con l'una man, con l'altra il ferro spinse,

Fin che nel petto suo tutto l'ascose.

Al trar del ferro si sostenne alquanto 175

Quel corpo in piedi, e qua e là piegando

Finalmente cadeo sopra di lui,

E di sangue il tiran per tutto sparse.

Egli più che mai crudo, ai sacri altari

Tragge dopo di questo Polistene, 180

Perch'egli compagnia faccia al fratello.

E di lui percotendo il bianco collo

Ferillo con tant'impeto e sì forte,

Che di qua il corpo sanguinoso resta,

E di là salta il capo, e dalla bocca 185

Esce con rotti et imperfetti accenti:

Fanne giusta vendetta, o padre Giove.

Coro

Che fece poi? Rimase sazio a questa

Spietata occision de' duoi nipoti,

E perdonò al fratel minor d'etade, 190

O a tai scelerità la terza aggiunse?

Nunzio

Chi mai veduto ha ne le selve armene

Spaventoso leon sazio e ripieno

Di molta carne e sangue, che nel mezzo

Stando del guasto e umil, timido armento, 195

Benché vinta e scacciata abbia la fame,

Non però pone l'ira, e altier minaccia

Col stanco dente ora quel toro, or questo

Pargoletto vitel, che 'l guarda e trema,

Pensi di veder tal empio e superbo 200

Il re, lo qual tenendo il ferro in mano

Fatto vermiglio omai di doppio sangue,

Ancor non sazio de l'ardente sdegno,

Drizzò gli occhi al fanciul; né più potendo

La gran rabbia tener, squarciogli i panni 205

Dinanzi, e immerse nel tremante petto

Il ferro sì, ch'a quel dopo le spalle,

Aprendo larga via, n'uscì la punta.

Sopra de' rii contaminati altari

Cadd'egli, e col suo sangue i fochi estinse, 210

E per l'una e per l'altra empia ferita

Lo spirto rese, e qui finì i suoi giorni.

Coro

O crudeltà ch'ogni crudele avanza!

Nunzio

Veggo ch'a te di doglia e di paura

Treman tutte le membra, ma non resta 215

L'abominoso fatto a questo segno,

È più quel che riman di quel ch'ho detto.

Coro

Come trovar si può cosa più cruda?

Nunzio

Pensi che questo sia, pensi che sia

Di tanta crudeltade estremo fine? 220

Questo è un grado: io non son giunto a l'altezza.

Coro

Che puote ei far più scelerato e brutto?

Ha dato forse i corpi de' nipoti

A mangiar a le fere?

Nunzio

Dio volesse,

Ch'avesse fatto ciò, che stato fora 225

Di gran lunga peccato assai men grave,

E ne la crudeltà qualche pietade.

O gran scelerità, e tal, che vera

Creder non la potran secoli et anni!

Egli da' petti lor tremanti ancora, 230

Ancor caldi, ancor vivi, trasse fuori

Gli interior con le sue proprie mani.

Ancor spiran le vene, e parimente

Il cor pavido ancor saltella e trema,

Ma quei con occhio fier ricerca e tocca 235

Le fibre, et il futur riguarda in elle;

E per dentro discorre, e segna, e nota.

Poi che gli piacquer l'ostie, omai securo

S'accinge a nova impresa; e d'esse pensa

Apparecchiare al frate empie vivande. 240

Così divide i corpi in molte membra,

E le membra in più parti. Quivi è un braccio,

Colà una gamba. Indi di parte in parte,

Di qua le carni, e di là l'ossa stanno.

Sol riserba le teste, e quelle mani, 245

Che già in segno di fé date gli furo.

Una parte arrostir, altra13 le fiamme

Ei vuol che bolli. Al che tre volte il foco

S'ammorzò per pietade, et altrettante

Egli con le sue mani empio l'accese; 250

E così legno appresso legno aggiunse,

Che stimolato, suo malgrado, avampa.

Stride il fegato ne' schidoni involto,

Né so ben qual gemeo, la carne o 'l foco.

La negra fiamma si converte in fumo, 255

Et esso tristo, e come nebbia grave

Tutto n'empiè lo scelerato loco.

O Febo, ancor che tu ritorni a dietro,

E nel mezzo del dì rendi la notte,

Tardo ascoso ti sei, tardo fuggito. 260

Ora il misero padre allegro a mensa,

De la regal corona ornato il capo,

Mangia de' figli suoi le proprie carni,

Che poste in vasi d'or, fumanti e calde

Gli fa recar dinanzi il suo fratello. 265

Restò più volte ne le fauci il cibo,

E più volte cercò d'uscir di fuori.

O misero Tieste, hai ne' tuoi mali

Questo di ben, che ancor non gli conosci!

Ma tosto ei perirà: quantunque, o chiara 270

Luce del mondo, ritornando a dietro

Lasci che si ricopra e che si veli

D'inusitate tenebre la terra,

Pur tutto si vedrà chiaro e palese.

 

CORO

Occhio del mondo, e padre 275

De le cose nascenti,

A l'apparir del cui bel raggio amico

Ratto i vaghi ornamenti

Spariscon de la notte,

Non pur l'oscure et adre 280

Bende di ch'ella l'aria adombra e cinge,

Perché in mezzo del giorno

Il tuo lume s'asconde,

E l'aurato tuo crin tuffi ne l'onde?

Deh, perché 'l ciel depinge 285

Color fosco e nimico?

Son dunque, o Febo, sono

Le leggi di là su del tutto rotte?

Perché sì subit'ombra

Il nostro polo ingombra? 290

Forse che un'altra volta

I feri empi Giganti

Han congiurato di pigliarne il cielo,

Se 'l sole a drieto volta

E non è differente 295

Del suo principio il fine?

Io temo che ruine

Ogni cosa egualmente:

Quando notte giamai

Vide sì tenebroso e oscuro velo. 300

I chiari aurati rai

Non dimostran le stelle;

Né le sue corna belle

Scopre la Luna, e 'l suo forbito argento.

In che breve momento 305

(Cosa non vista avanti)

Con orrenda figura

Si cangia la natura?

Temo che 'l cerchio ornato

De' bei celesti segni14, 310

Che con obliquo giro

Lo spazio di tre zone abbraccia e tiene,

U' sempre si contiene

Tutto 'l camin del sol, ch'ognor correndo

Per lui fornisce l'anno, 315

Né si parte giamai da nessun lato,

Temo ch'egli non resti

De' suoi animali degni

In breve ignudo e privo,

Con ugual scempio e danno 320

Di ciascun spirto vivo,

Né la cagione ancor veggo o comprendo,

Mentre a quei luoghi e a questi

Rivolgo gli occhi mesti.

Temo che l'Ariete 325

Giù non caggia ne l'onde,

Per le quali Elle già timida addusse,

E le candide sete

Non vi bagni e profonde

Il vago Toro; e seco 330

Ne tiri i duo Gemelli;

E questi Cancro; e 'nsieme

Caggia il fiero Leone,

Già vinto e soggiogato

Da le forze supreme 335

Del generoso Alcide;

E con la faccia bella

La Vergine donzella.

Caggia lo Scorpione,

E l'armato Chiron d'arco e saette; 340

Caderà il Capricorno;

Né meno lascerà l'Acquario l'urna;

E torneran ne le lor acque i Pesci;

E 'l Serpe, che divide

Ambe due l'Orse; e caderanno anch'elle 345

Col custode del carro.

E noi veduti degni

Fra tutti li mortali

Sarem, sopra de' quali

Giunga l'ultima etade; 350

E l'ordine cangiando, empio e perverso

Si mostri l'universo.

Ma lascinsi i lamenti,

E i lagrimosi accenti,

Esca la tema dal mio petto fuora 355

Senza più far ritorno.

Fate quel che si dee

A l'opre inique e ree,

Anime benedette.

Tu, Febo, il tutto mesci, 360

Sì che non scampi alcuno;

Né più tra noi si vegga ora diurna.

Ben è di vita ingordo

Chi ricusa il morire,

Se vede nel profondo 365

Seco perir il mondo.

 

 

NOTE

 

1. Cfr. Teatro del Cinquecento. I - La tragedia, a cura di Renzo Cremante, Milano-Napoli, Ricciardi, 1988, p. 270.

2. La celebre definizione è di Carlo Dionisotti: cfr. Geografia e storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1984, p. 213.

3. Cfr. ERASMO DESIDERIO DA ROTTERDAM, Tragedie di Euripide (Hecuba - Iphigenia in Aulide), a cura di Giovanni Bárberi Squarotti, intr. di Francesco Spera, Torino, Res, 2000.

4. Il più ampio e informato resoconto sulla monumentale bibliografia del Dolce rimane E. A. CICOGNA, Memoria intorno la vita e gli scritti di m. Lodovico Dolce, in "Memorie dell'I. R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti", XI (1862), pp. 93-200. Si veda però anche il recente L. DOLCE, Didone. Tragedia, a cura di Stefano Tomassini, Parma, Zara, 1996.

5. Cfr. E. PARATORE, Nuove prospettive sull'influsso del teatro classico nel '500, in E. PARATORE, Dal Petrarca all'Alfieri. Saggi di letteratura comparata, Olschki, Firenze, 1974, p. 193.

6. Tale autonomia è rivendicata dal Dolce medesimo nel Prologo della Fabrizia: "Né si debbono le comedie pesar con le bilancie del severo e fastidioso Aristotele, come fanno oggidì alcuni di questi filosofi minuti i quali tengono più severità che dottrina, e dannando ogni componimento, essi non sanno mai far cosa che meriti laude". Cfr. in proposito R. CREMANTE, Appunti sulla grammatica tragica di Ludovico Dolce, in "Cuadernos de Filologìa Italiana", 1998, p. 285.

7. I due luoghi della Pharsalia sono, rispettivamente, VIII 672-87 e VI 538-sgg.

8. Il brano seguente è uno stralcio dalla tesi da me discussa, relatore Francesco Spera, all'Università Statale di Milano nell'a.a. 1999-2000: Il Tieste di Ludovico Dolce.

9. Qui ovviamente il termine non designa il Danubio, ma le popolazioni che vivevano intorno alle sue rive, in lotta con gli Alani, feroci nomadi delle steppe orientali.

10. Costruito come dativo retto da circumdo: la "gran selva" attornia di "accesa fiamma" il "luogo penetrale e sacro".

11. Da lui votati e consacrati alla morte.

12. Tantalo è, secondo il mito, generato da Zeus e Pluto, figlia di Crono.

13. Si è corretto l'originale "alcuna" che compare in tutte le edizioni, ma, oltre a interrompere la correlazione, rende il verso ipermetro.

14. Il cerchio dello zodiaco, che taglia l'equatore e tocca i tropici (da cui il riferimento alle tre zone). Si noti però che nella successione dei segni il Dolce tralascia la Bilancia.

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