Dal
Tieste
Introduzione
Nell'ambito
della corrente cosiddetta `orrorosa' della grande riscoperta cinquecentesca del
teatro tragico la palma è abitualmente assegnata a Giraldi Cinzio, e in
particolare al suo Orbecche, sorta di compendio dell'intero corpus
tragico senecano, del quale è tuttavia privilegiato "con più ostentata e
programmatica fedeltà"1 il Thyestes. Se tuttavia ci si
dovesse indirizzare a un criterio meramente quantitativo l'attenzione non
potrebbe che rivolgersi alla "bottega" dell'"operaio" Dolce2,
autore di vari rifacimenti senecani, nonché della traduzione integrale
dell'opera tragica dell'autore latino. Il Tieste, insieme all'Ecuba
euripidea, che Dolce quasi certamente leggeva nella versione erasmiana3,
fu la prima delle tragedie da lui composte ad essere stampata da Giolito, in
quello stesso 1543 che è l'anno della princeps dell'Orbecche; ne
seguì una ristampa nel 1547 e poi, sempre presso Gabriel Giolito, nel volume
collettivo delle Tragedie nel 1560 (anno anche della pubblicazione delle
traduzioni da Seneca); infine l'ultima stampa riveduta dall'autore, e da cui il
testo qui offerto è tratto, nel 1566, sempre a Venezia ma "appresso
Domenico Farri"4.
Il Thyestes
è, secondo quanto scrive Ettore Paratore, "la più dura e spietata delle
tragedie senecane"5, ma risulta complesso stabilire in un
raffronto tra il rifacimento e la traduzione del Dolce ove la ferocità delle
descrizioni sia maggiore: nella tragedia del Dolce l'elemento orroroso viene
dilatato e rappresentato sin nei minimi dettagli, accrescendo quella tendenza
al macabro che dalla Rosmunda del Rucellai giunge fino all'Orbecche
del Giraldi attestando una certa indipendenza dalla norma aristotelica che
limitava la rappresentazione degli atti violenti6. Già nel primo
atto, con la rappresentazione del mondo infernale in cui ha inizio l'empia e
nefanda azione tragica, ampio rilievo è dato agli aspetti raccapriccianti, ma è
nell'atto quarto, unico magistrale monologo del Nunzio che narra l'uccisione
dei figli di Tieste, che le raffigurazioni macabre dominano incontrastate la
scena, sviluppate grazie a un sapiente uso dell'aggettivazione, tanto
abbondante nel testo del Dolce quanto discreta, se non quasi assente,
nell'originale senecano. Il singolare e lunghissimo resoconto dell'evento
tragico, l'uccisione dei tre figli di Tieste e la preparazione del conseguente
banchetto cannibalesco imbandito per l'ignaro pelopide, è intervallato dalle
battute del Coro che, come uno spettatore desideroso di conoscere il compimento
dell'evento, sollecita lo svolgersi della narrazione.
L'inizio
dell'atto segna un forte collegamento con l'incipit della tragedia, e in
particolare con le parole di Tantalo, tormentato progenitore dei pelopidi; il
primo e il quarto sono infatti gli atti tartarei, l'uno anticipa e predice
l'altro che ne rappresenta il compimento, compimento per altro già paventato
dallo stesso Tantalo. La magistrale rhesis del Nunzio, splendidamente
orchestrata, comincia, con ampio sguardo prospettico, col presentare la rocca
su cui sorge il famoso palazzo dei pelopidi che preme e sovrasta tutta la
città. In due versi viene descritto il panorama cittadino per poi velocemente
passare ai tetti del palazzo e lentamente penetrarvi. L'occhio si abbassa
ancora e giunge fino ad un luogo penetrale e sacro. Lo scorcio
prospettico si riduce ancor più e di nuovo si abbassa per giungere ai piedi di
una quercia ove, contornato dai segni macabri e funesti dei trionfi paterni,
giunge Atreo per sacrare le vittime agli altari. Alla descrizione, per
così dire, visiva si accompagnano topicamente i dati uditivi e, con una
chiusura circolare ottimamente congegnata, in un unico verso si ha la
conclusione con la quale il Dolce fa terminare al Nunzio questa lunga ekphrasis
descrittiva nel tempio, che il gran bosco occupa e tiene,
luogo che sta per divenire sacro ed empio nel medesimo tempo. Dopo
un'esitazione che enfatizza il turbamento, il Nunzio si diffonde nella
descrizione del sacro rituale di immolazione, indugiando su Atreo che
s'apparecchia al sacrificio. L'attenzione è attratta dalla rappresentazione dei
due personaggi del sacrificio: Atreo e i tre figli di Tieste che, presenze mute
per tutto lo svolgersi della scena, sembrano essere un unico corpo, figura e
propaggine del corpo stesso di Tieste, verso i quali è convogliata la pietà del
pubblico esasperando per contrasto l'orrore per la ferocia di Atreo, che
osserva torvo l'innocente seme del fratello. Il Dolce cerca di creare
non tanto un racconto plastico, narrativo, quanto un'unica focalizzazione sul
tiranno e sulla spettacolare nefandezza delle sue azioni. Dopo una breve
battuta del coro, il racconto del Nunzio riprende subito sul gesto dello zio
che uccide uno dopo l'altro i nipoti per compiere, poi, la rituale ieroscopia,
amplificata rispetto alla fonte latina al fine di far emergere ancora di più la
spietatezza dell'officiante Atreo. Tutta l'attenzione viene concentrata sullo
"spaventoso spettacolo et orrendo" dell'uccisione dei nipoti e del
conseguente scempio dei cadaveri. Seneca con precisione anatomica, descrive i
nodi dei muscoli, le articolazioni, le spalle con un'attenzione che richiama
Lucano e il racconto della morte di Pompeo o il famoso episodio della maga
Erittone7: il testo di Seneca pare pervaso dall'esigenza di rigore
scientifico, l'opera del Dolce da un'attenta ricerca di musicalità emotiva,
sviluppata attraverso un'operazione stilistica fatta di anadiplosi,
parallelismi, rilievo dato a emistichi in sé conclusi. Assai meno efficace il
coro che chiude un atto con tanta maestria condotto nei brani descrittivi; in
esso il Dolce mostra tutti i propri limiti nell'incapacità di trovare una
convincente misura in quella che, secondo i dettami teorici contemporanei, era
considerata prova di ispirazione lirica8.
MONICA CARUGO
Dal
Tieste
di Ludovico Dolce
ATTO
QUARTO
NUNZIO,
CORO
Nunzio
Qual mi
leverà vento alto da terra
Sì che
di lei non vegga ombra né segno?
Qual mi
cingerà nebbia oscura et atra,
Onde si
tolga omai dagli occhi miei
Opra sì
scelerata, opra sì cruda? 5
Empia
casa real, infame e brutta
Fino a
Pelope e a Tantalo.
Coro
Che nova
Apporti
tu?
Nunzio
Ohimè
che regno è questo?
Può
esser che Micene e Sparta et Argo
Abbian
prodotti sì terribil mostri? 10
O pur
son nati i duoi fratelli iniqui
U'
l'Istro9 dà la caccia ai fieri Alani?
O tra
gli ircani monti, ove mai sempre
Suol
cuoprir il terren la neve e 'l ghiaccio?
O dove i
feri Antropofagi e Sciti 15
Fan le
vivande lor di carne umana?
Coro
E chi
sostien sì mostruoso parto?
La
patria nostra? Or di': che male è questo?
Nunzio
Dirò, s'io
potrò dir. La mente mia
Tutta è
smarrita: e d'ogn'intorno cinge 20
L'ossa e
le membra spaventoso orrore;
E par
che tale ancor mi sia davanti
L'imagine
del fatto empio et oscuro.
Venti
portate me quindi lontano,
Ov'è
fuggito il dì verso la sera. 25
Coro
A me dai
col tacer maggior paura.
Dimmi
che cosa è quel che ti spaventa?
E
celando l'autor, se vòi celarlo,
Palesa a
me sì abominoso fatto.
Nunzio
Ne
l'alta rocca, che già fece il padre 30
Del
nostro empio signor, è una gran parte
Di
superbo edificio che riguarda
Là verso
l'Austro; e così in alto s'erge,
Che a
tutta la città preme e sovrasta.
E in un
volger di ciglia pò ciascuno 35
Tutte
l'opre veder che qui si fanno.
Risplende
l'ampio e spazioso tetto
D'oro e
di gemme: e son le aurate travi
Fermate
su fortissime colonne
Di
diversi color varie e distinte. 40
Più
oltre è la gran sala, in cui frequenta
Per
diverse cagioni il popol tutto.
Nel
basso è 'l luogo penetrale e sacro
E del
regno e del re: ch'è in lunga valle
Antico
bosco, u' non si vede pianta 45
Che coi
bei rami l'altrui vista allegri,
E che si
soglia coltivar col ferro,
Acciò
che producendo e frondi e frutti
Porga
più dolci e dilettose l'ombre.
Ma vi
son mesti tassi, atri cupressi, 50
Et elci
antiche e negre, nel cui mezzo
Ha una
gran quercia per molt'anni grave,
Che
s'alza sì che tutto 'l bosco avanza:
Di qui
prender di Tantalo i nipoti
Soglion
de' regni lor gli augurii primi, 55
Quivi
ricorrer ne' bisogni estremi,
E ne'
dubbi pensier chieder aita.
Dintorno
pendon le paterne insegne,
La
corona di Pelope, e ciascuna
Opra,
benché crudel, de la lor gente. 60
Sonovi i
rotti carri e l'alte spoglie,
Di
barbaro trionfo indizi e segni.
Surgevi
in mezzo d'acque negre e morti
Un
tristo fonte, il qual più d'una pianta
Con
negri rami eternamente adombra; 65
Tal di
Stige crudel giù ne l'inferno
Si
mostra brutta e formidabil l'onda,
Di cui
nel nostro ciel questa dà fede.
Quivi
d'infernal spirti orride voci
S'odon
tutta la notte e 'l bosco intorno 70
Suona di
vari strepiti e catene
Da non
veduta man tirate e mosse.
E quel
che solo a udir mette paura
Colà si
vede. L'anime de' morti
De' lor
sepolcri orribilmente uscendo 75
Pallide
or quinci or quindi errando vanno,
E per
tutto spargendo immensi gridi.
A
questo10 la gran selva accesa fiamma
Tutta
circonda, e l'elevate cime
Ardono
senza foco, e mugge il bosco 80
Di
rabbioso latrar, e 'l tempio stesso
È
di forme ripien varie e diverse
(Che
spesso mesto e spaventoso il rende),
Il
tempio, che 'l gran bosco occupa e tiene.
E non discaccia
la paura il giorno, 85
Perché
propria è del bosco eterna notte,
Non men
che sia ne l'infernal caverna.
Quivi a
color che con divoti preghi
Le
chieggon, d'umiltà vestiti il core,
Sempre
si soglion dar certe risposte; 90
Che con
sì fero suon escono fuori,
Che pò
timido far sicuro petto.
Or poi
ch'entrò nel tempio finalmente
Lo
scelerato Atreo di furor pieno,
Prima
ornò de' suoi doni i sacri altari ... 95
Ma chi
potrà così stupendo fatto
Con
parole agguagliar tanto che basti?
Egli con
dura fune ai tre fratelli
Ratto
legò le delicate mani
Dopo le
spalle lor con stretti nodi. 100
E a
quei, che mesti e pallidi e tremanti,
Lo
riguardavan lagrimosi in atto
Da far
un orso diventar pietoso,
Cinse le
tempie di purpurea benda.
Intanto
non vi mancano a tal opra 105
Gli
odoriferi incensi, e 'l liquor sacro
Di
Bacco, e appresso il lucido coltello,
Col qual
tocca le vittime, spargendo
Raccolto
gran da le mature spiche,
E
insieme con quel candido sale. 110
Ogni
ordine si serva, ogni costume,
Acciò ch'al
brutto sacrificio indegno
Tanta
scelerità non sia confusa.
Coro
Chi fu
l'ardita man che strinse il ferro
Ne'
regali fanciulli? ahi, in quelle carni 115
Tenere,
giovanili, et innocenti?
Nunzio
Egli fu
'l sacerdote: egli omicida
Con
funesti preghiere audace forma
Di
mortiferi versi orridi accenti.
Ei sta
inanzi agli altari, esso i meschini 120
A la
morte da lui divoti e sacri11
Tocca
con le sue man, gli ordina e ferma;
E spesso
col coltel gli segna e punge.
Egli
accende gli altari; e non consente,
Che di
quanto convien, si lasci parte. 125
Tremò il
tempio, la selva; e parimente
Il
palazzo, la rocca e la gran sala;
E più
volte accennar grave ruina.
Caddero
giù dal ciel atre saette,
Giamai
più non vedute. Appresso il vino 130
Ne le fiamme
versato, immantinente,
Per
miracol divin cangiossi in sangue.
Il
regale ornamento due e tre volte
Cadde
del capo; e le imagini sacre
Fur
viste lagrimar nel santo tempio. 135
Me, che
stava in disparte, spaventaro
Cotanti
novi e sì terribil mostri.
Sol
resta il fiero rege immoto e fermo;
E
minacciando i Dei, già s'apparecchia
Al
sacrificio, e ogni dimora lascia. 140
E poi
che si fermò presso gli altari,
Rivolse
gli occhi, e con aspetto torvo
Prima
guardò quell'innocente seme,
Che
lagrimando umil gli stava avante;
Di cui
negli occhi legger si potea 145
Sì come
dentro il cuor chiedea mercede,
Né si
vede il celeste arco dipinto
Di più
color, quanti color di morte
Vedeansi
variar ne' volti loro.
E come
tigre suol, là sopra il Gange 150
Da lunga
fame stimolata e spinta,
Se avien
che fia fra duoi giovenchi in mezzo,
Dubbia
in chi prima insanguinar il dente,
Starsi
sospesa, indi rivolger spesso
Ora a
questo, ora a quel l'asciutta bocca, 155
Così 'l
feroce Atreo, tratto da l'ira,
Mirando
or questo, or quel de' tre fratelli,
Dubbio
chi ferir prima, tra se stesso
Confuso
resta, e per gran spazio in forse;
Non che
questo importasse: m'acciò tutti 160
Al
sacrificio fier gli ordini segua.
Coro
In qual
prima di lor il ferro tinse?
Nunzio
Quel che
tra l'uno e l'altro era d'etade
Percosse
in prima, e acciò che tu non creda
Ch'ei
fosse di pietà del tutto ignudo, 165
Dedicò
questo a l'avo: ond'ebbe il figlio
Del gran
Giove e di Plote12 l'ostia prima.
Coro
Con qual
cuor il fanciullo, e con che aspetto,
S'offerse
a questa morte orrida e dura?
Nunzio
Non
posso dir: et era a veder lui 170
Spaventoso
spettacolo et orrendo.
Il re
crudel lo prese nei capelli
Con
l'una man, con l'altra il ferro spinse,
Fin che
nel petto suo tutto l'ascose.
Al trar
del ferro si sostenne alquanto 175
Quel
corpo in piedi, e qua e là piegando
Finalmente
cadeo sopra di lui,
E di
sangue il tiran per tutto sparse.
Egli più
che mai crudo, ai sacri altari
Tragge
dopo di questo Polistene, 180
Perch'egli
compagnia faccia al fratello.
E di lui
percotendo il bianco collo
Ferillo
con tant'impeto e sì forte,
Che di
qua il corpo sanguinoso resta,
E di là
salta il capo, e dalla bocca 185
Esce con
rotti et imperfetti accenti:
Fanne
giusta vendetta, o padre Giove.
Coro
Che fece
poi? Rimase sazio a questa
Spietata
occision de' duoi nipoti,
E
perdonò al fratel minor d'etade, 190
O a tai
scelerità la terza aggiunse?
Nunzio
Chi mai
veduto ha ne le selve armene
Spaventoso
leon sazio e ripieno
Di molta
carne e sangue, che nel mezzo
Stando
del guasto e umil, timido armento, 195
Benché
vinta e scacciata abbia la fame,
Non però
pone l'ira, e altier minaccia
Col
stanco dente ora quel toro, or questo
Pargoletto
vitel, che 'l guarda e trema,
Pensi di
veder tal empio e superbo 200
Il re,
lo qual tenendo il ferro in mano
Fatto
vermiglio omai di doppio sangue,
Ancor
non sazio de l'ardente sdegno,
Drizzò
gli occhi al fanciul; né più potendo
La gran
rabbia tener, squarciogli i panni 205
Dinanzi,
e immerse nel tremante petto
Il ferro
sì, ch'a quel dopo le spalle,
Aprendo
larga via, n'uscì la punta.
Sopra
de' rii contaminati altari
Cadd'egli,
e col suo sangue i fochi estinse, 210
E per
l'una e per l'altra empia ferita
Lo
spirto rese, e qui finì i suoi giorni.
Coro
O
crudeltà ch'ogni crudele avanza!
Nunzio
Veggo
ch'a te di doglia e di paura
Treman
tutte le membra, ma non resta 215
L'abominoso
fatto a questo segno,
È
più quel che riman di quel ch'ho detto.
Coro
Come
trovar si può cosa più cruda?
Nunzio
Pensi
che questo sia, pensi che sia
Di tanta
crudeltade estremo fine? 220
Questo è
un grado: io non son giunto a l'altezza.
Coro
Che
puote ei far più scelerato e brutto?
Ha dato
forse i corpi de' nipoti
A
mangiar a le fere?
Nunzio
Dio
volesse,
Ch'avesse
fatto ciò, che stato fora 225
Di gran
lunga peccato assai men grave,
E ne la
crudeltà qualche pietade.
O gran
scelerità, e tal, che vera
Creder
non la potran secoli et anni!
Egli da'
petti lor tremanti ancora, 230
Ancor
caldi, ancor vivi, trasse fuori
Gli
interior con le sue proprie mani.
Ancor
spiran le vene, e parimente
Il cor
pavido ancor saltella e trema,
Ma quei
con occhio fier ricerca e tocca 235
Le
fibre, et il futur riguarda in elle;
E per
dentro discorre, e segna, e nota.
Poi che
gli piacquer l'ostie, omai securo
S'accinge
a nova impresa; e d'esse pensa
Apparecchiare
al frate empie vivande. 240
Così
divide i corpi in molte membra,
E le
membra in più parti. Quivi è un braccio,
Colà una
gamba. Indi di parte in parte,
Di qua
le carni, e di là l'ossa stanno.
Sol
riserba le teste, e quelle mani, 245
Che già
in segno di fé date gli furo.
Una
parte arrostir, altra13 le fiamme
Ei vuol
che bolli. Al che tre volte il foco
S'ammorzò
per pietade, et altrettante
Egli con
le sue mani empio l'accese; 250
E così
legno appresso legno aggiunse,
Che
stimolato, suo malgrado, avampa.
Stride
il fegato ne' schidoni involto,
Né so
ben qual gemeo, la carne o 'l foco.
La negra
fiamma si converte in fumo, 255
Et esso
tristo, e come nebbia grave
Tutto
n'empiè lo scelerato loco.
O Febo,
ancor che tu ritorni a dietro,
E nel
mezzo del dì rendi la notte,
Tardo
ascoso ti sei, tardo fuggito. 260
Ora il
misero padre allegro a mensa,
De la
regal corona ornato il capo,
Mangia
de' figli suoi le proprie carni,
Che
poste in vasi d'or, fumanti e calde
Gli fa
recar dinanzi il suo fratello. 265
Restò
più volte ne le fauci il cibo,
E più
volte cercò d'uscir di fuori.
O misero
Tieste, hai ne' tuoi mali
Questo
di ben, che ancor non gli conosci!
Ma tosto
ei perirà: quantunque, o chiara 270
Luce del
mondo, ritornando a dietro
Lasci
che si ricopra e che si veli
D'inusitate
tenebre la terra,
Pur
tutto si vedrà chiaro e palese.
CORO
Occhio
del mondo, e padre 275
De le
cose nascenti,
A
l'apparir del cui bel raggio amico
Ratto i
vaghi ornamenti
Spariscon
de la notte,
Non pur
l'oscure et adre 280
Bende di
ch'ella l'aria adombra e cinge,
Perché
in mezzo del giorno
Il tuo
lume s'asconde,
E
l'aurato tuo crin tuffi ne l'onde?
Deh,
perché 'l ciel depinge 285
Color
fosco e nimico?
Son
dunque, o Febo, sono
Le leggi
di là su del tutto rotte?
Perché
sì subit'ombra
Il
nostro polo ingombra? 290
Forse
che un'altra volta
I feri
empi Giganti
Han
congiurato di pigliarne il cielo,
Se 'l
sole a drieto volta
E non è
differente 295
Del suo
principio il fine?
Io temo
che ruine
Ogni
cosa egualmente:
Quando
notte giamai
Vide sì
tenebroso e oscuro velo. 300
I chiari
aurati rai
Non
dimostran le stelle;
Né le
sue corna belle
Scopre
la Luna, e 'l suo forbito argento.
In che
breve momento 305
(Cosa
non vista avanti)
Con
orrenda figura
Si
cangia la natura?
Temo che
'l cerchio ornato
De' bei
celesti segni14, 310
Che con
obliquo giro
Lo
spazio di tre zone abbraccia e tiene,
U'
sempre si contiene
Tutto 'l
camin del sol, ch'ognor correndo
Per lui
fornisce l'anno, 315
Né si
parte giamai da nessun lato,
Temo
ch'egli non resti
De' suoi
animali degni
In breve
ignudo e privo,
Con
ugual scempio e danno 320
Di
ciascun spirto vivo,
Né la
cagione ancor veggo o comprendo,
Mentre a
quei luoghi e a questi
Rivolgo
gli occhi mesti.
Temo che
l'Ariete 325
Giù non
caggia ne l'onde,
Per le
quali Elle già timida addusse,
E le
candide sete
Non vi
bagni e profonde
Il vago
Toro; e seco 330
Ne tiri
i duo Gemelli;
E questi
Cancro; e 'nsieme
Caggia
il fiero Leone,
Già
vinto e soggiogato
Da le
forze supreme 335
Del
generoso Alcide;
E con la
faccia bella
La
Vergine donzella.
Caggia
lo Scorpione,
E
l'armato Chiron d'arco e saette; 340
Caderà
il Capricorno;
Né meno
lascerà l'Acquario l'urna;
E
torneran ne le lor acque i Pesci;
E 'l
Serpe, che divide
Ambe due
l'Orse; e caderanno anch'elle 345
Col
custode del carro.
E noi
veduti degni
Fra
tutti li mortali
Sarem,
sopra de' quali
Giunga
l'ultima etade; 350
E
l'ordine cangiando, empio e perverso
Si
mostri l'universo.
Ma
lascinsi i lamenti,
E i
lagrimosi accenti,
Esca la
tema dal mio petto fuora 355
Senza
più far ritorno.
Fate
quel che si dee
A l'opre
inique e ree,
Anime
benedette.
Tu,
Febo, il tutto mesci, 360
Sì che
non scampi alcuno;
Né più
tra noi si vegga ora diurna.
Ben è di
vita ingordo
Chi
ricusa il morire,
Se vede
nel profondo 365
Seco
perir il mondo.
NOTE
1. Cfr. Teatro
del Cinquecento. I - La tragedia, a cura di Renzo Cremante, Milano-Napoli,
Ricciardi, 1988, p. 270.
2. La
celebre definizione è di Carlo Dionisotti: cfr. Geografia e storia della
letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1984, p. 213.
3. Cfr.
ERASMO DESIDERIO DA ROTTERDAM,
Tragedie di Euripide (Hecuba - Iphigenia in Aulide), a cura di Giovanni
Bárberi Squarotti, intr. di Francesco Spera, Torino, Res, 2000.
4. Il
più ampio e informato resoconto sulla monumentale bibliografia del Dolce rimane
E. A. CICOGNA, Memoria intorno
la vita e gli scritti di m. Lodovico Dolce, in "Memorie dell'I. R.
Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti", XI (1862), pp. 93-200. Si
veda però anche il recente L. DOLCE,
Didone. Tragedia, a cura di Stefano Tomassini, Parma, Zara, 1996.
5. Cfr.
E. PARATORE, Nuove prospettive
sull'influsso del teatro classico nel '500, in E. PARATORE, Dal Petrarca all'Alfieri. Saggi di letteratura
comparata, Olschki, Firenze, 1974, p. 193.
6. Tale
autonomia è rivendicata dal Dolce medesimo nel Prologo della Fabrizia:
"Né si debbono le comedie pesar con le bilancie del severo e fastidioso
Aristotele, come fanno oggidì alcuni di questi filosofi minuti i quali tengono
più severità che dottrina, e dannando ogni componimento, essi non sanno mai far
cosa che meriti laude". Cfr. in proposito R. CREMANTE, Appunti sulla grammatica tragica di Ludovico
Dolce, in "Cuadernos de Filologìa Italiana", 1998, p. 285.
7. I due
luoghi della Pharsalia sono, rispettivamente, VIII 672-87 e VI 538-sgg.
8. Il
brano seguente è uno stralcio dalla tesi da me discussa, relatore Francesco
Spera, all'Università Statale di Milano nell'a.a. 1999-2000: Il Tieste
di Ludovico Dolce.
9. Qui
ovviamente il termine non designa il Danubio, ma le popolazioni che vivevano
intorno alle sue rive, in lotta con gli Alani, feroci nomadi delle steppe
orientali.
10.
Costruito come dativo retto da circumdo: la "gran selva"
attornia di "accesa fiamma" il "luogo penetrale e sacro".
11. Da
lui votati e consacrati alla morte.
12.
Tantalo è, secondo il mito, generato da Zeus e Pluto, figlia di Crono.
13. Si è
corretto l'originale "alcuna" che compare in tutte le edizioni, ma,
oltre a interrompere la correlazione, rende il verso ipermetro.
14. Il
cerchio dello zodiaco, che taglia l'equatore e tocca i tropici (da cui il
riferimento alle tre zone). Si noti però che nella successione dei
segni il Dolce tralascia la Bilancia.
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