Dalle
Rime di Gandolfo Porrino
Introduzione
Nel quadro delle interminabili contese tra seguaci
della croce e della mezzaluna che ancora ai giorni nostri insanguinano le
regioni balcaniche, gli eventi del 1532 rappresentano indubbiamente un episodio
marginale. Questa ne è in rapida sintesi la successione: nell'estate Solimano
il Magnifico invase l'Ungheria portando in seguito il proprio esercito fin
nel cuore del territorio imperiale, intenzionato a porre Vienna sotto assedio
per costringere Carlo V a una battaglia campale; in soccorso dell'imperatore,
e del fratello Ferdinando che ambiva al regno d'Ungheria, Clemente VII si
impegnò a finanziare l'impresa militare, stanziando una consistente somma
(50.000 ducati) affidata al nipote Ippolito de' Medici, suo legato, il quale
mosse alla volta di Ratisbona portando con sé uomini e denari. Il rafforzamento
dell'esercito imperiale grazie al soccorso finanziario del legato papale,
nonché l'esito negativo dei primi episodi bellici, suggerì ai Turchi la ritirata
verso Belgrado e l'abbandono del progettato assedio di Vienna; le forze dell'Occidente
cristiano rinunciarono a inseguire il nemico e a risolvere l'ormai annosa
questione ungherese, soprattutto a causa di un imprevisto ammutinamento dei
soldati italiani che si ribellarono all'autorità imperiale seminando il terrore
nel territorio asburgico, mentre i capitani al seguito di Ippolito de' Medici,
lungi dall'impegnarsi a sedare la rivolta, ne condivisero piuttosto le sorti,
tanto che le forze spagnole finirono per intervenire procedendo ad arresti,
addirittura del cardinale legato che aveva audacemente tentato di porsi al
comando degli ammutinati. L'esito comunque inglorioso e per certi versi sconcertante
della guerra, che in sostanza vide un grande concorso di uomini e un grande
dispiegamento di mezzi da una parte e dall'altra1, ma mai un conseguente
scontro campale, finì anche per sollecitare l'estro satirico di molte penne,
tra cui quella di mastro Pasquino, che irrise Carlo V per una vittoria ottenuta
“senza aver tolta al turco una bandiera”2.
Se è perciò innegabile che l'occasione bellica
non ebbe significative ripercussioni sulla situazione politica europea e che
essa nemmeno diede luogo a eventi di particolare rilevanza, tuttavia la condotta
della legazione da parte di Ippolito de' Medici, allora giovanissimo, ebbe
un significato ben superiore e tale da suscitare in Italia un entusiasmo e
un'attenzione che ebbero rilevante eco nella letteratura contemporanea, tanto
da costituire tracce non ignorabili, benché oggi di tali circostanze si sia
persa cognizione storica. Numerose si ritrovano tali tracce nei versi latini
e volgari del Molza e di altri letterati che servivano il cardinale, ma anche
per esempio in un sonetto di Benedetto Varchi, il quale, sottolineata l'imponenza
del suo seguito di uomini d'arme e di letterati e la vastità della sua fama,
gli riconosce il merito di aver lui “sol” frenato “l'orgoglioso ed empio /
Barbaro stuol”, diventato tanto temibile non per “sua virtute” ma per “altrui
viltà”, sì che “l'Italia”, liberata da così “grave e amaro / Giogo, come ognun
sa,” gli deve riconoscente “un tempio / Anzi mille sagrar”. E ancora, per
fare un altro esempio soltanto, Bernardino Daniello, che egualmente non apparteneva
alla sua cerchia, in un sonetto3 ne salutò con enfasi il ritorno
dalla missione (“...salvo vi [al Tevere e all'Arno] rendon l'Istro e 'l Reno
/ D'ogni rara eccellenzia 'l pregio vero”), indicando nel ritorno di “quel
grand'Ippolito” la promessa di una mutazione politica (“Sotto cui 'l mondo
ancor vedrem cangiarsi”) che porterà “gli anni al secol d'oro uguali”. Più
facilmente accessibile e nota al lettore moderno è la “profezia” pronunziata
dal Berni circa lo stesso auspicato evento4, che “quel valor ...
potria far la spada e il pastorale / ancora un dì rifare i nostri danni” (vv.
91-93), ricordando con concitato entusiasmo la mossa a sorpresa con cui il
cardinale “l'altr'ier” volle “a gli altri andare inanti” ponendosi alla guida
degli ammutinati “accompagnato” da una moltitudine “di spiriti generosi”,
con un impeto tanto trascinante che “tutta Italia con molta prontezza / v'avria
di là dal mondo seguitato” (vv. 101-102). Con battagliera animosità contro
i detrattori (“quelle cicale...“, vv. 94-96) irrompe nella pagina l'esultanza
per l'irruenza virtuosa di “quel valor” che, dopo aver spinto il Medici a
esporsi e a brillare militarmente (“Portovvi in Ungheria fuor de' covacci
/ sì che voi sol voleste passar Vienna, / voi sol de' turchi vedeste i mostacci”,
vv. 106-108), gli “fece romper la cavezza / e della legazion tutti i legacci”
(vv. 103-104), portandolo alla disubbidienza all'imperatore e alla rivolta.
La testimonianza che si offre qui alla lettura
è assai più rara delle precedenti, benché già considerata nel secolo passato
da un autorevole lettore, Benedetto Croce5, la cui attenzione fu
attratta dal primo dei sonetti tratti dalle Rime di Gandolfo Porrino
qui presentati6, poiché vi ravvisò uno spirito “antispagnuolo”
e “antimperiale”, pur non sapendo identificare il “gentiluomo italiano” ivi
celebrato, il cui valore non aveva riscosso la riconoscenza dell'imperatore,
ma cogliendo invece la veemenza con cui senza esitazione Carlo V è designato
“con l'epiteto di «tiranno»”. Nel sonetto infatti è rappresentata la prima
fase della missione del Medici, il suo tempestivo sopraggiungere “col fior
d'Italia intorno” nella grave condizione di incertezza in cui versavano gli
imperiali incalzati dall'esercito turco, intervento che, imprimendo nuovo
vigore nella titubante direzione militare cristiana, determinò Solimano alla
ritirata. Di tanto beneficio Carlo V non avrebbe avuto “memoria alcuna” forse
proprio a cagione della conclusione della missione di Ippolito, ricordata
nel II sonetto, che rievoca “quel dì” in cui egli ponendo “il piede / Di qua
da l'Alpi in sì felice stella” empì “di speranza Italia bella”, cioè l'episodio
in cui la realtà di un esercito di fanti italiani ribelli all'imperatore,
autodisciplinato in chiave quasi irredentistica come diremo tra poco, sembrò
per un momento l'estemporanea occasione da cogliersi da parte di un condottiero
di belle speranze per dare il via a una generale sollevazione antispagnola.
Ma l'improvvisazione non fa la storia, e Porrino chiede al Medici tutta la
determinazione di un campione eroico, auspicato nel nome `italiano' di Goffredo
di Buglione, per non tralasciare il lavoro incominciato e, a partire da Firenze,
“di vil gente” (cioè del cugino Alessandro) “fatta ancella”, riprendere il
progetto di una guerra di liberazione contro “l'Aquila ingorda” che “di noi
fa amare prede”.
Ora, è evidente che le tracce di questi eventi
e di queste speranze disperse nella letteratura anzichè annoverate nei resoconti
storici non sono ignorabili perché espresse in versi, anzi comunicano e offrono
autentiche informazioni non soltanto perché viva voce dei contemporanei ma
perché intrise di tutta l'emotività e la passione di spettatori di parte,
di uomini che in quelle aspettazioni e speranze hanno creduto. Ed è anzi sorprendente,
soprattutto se si hanno in mente le abituali improvvisazioni critiche sulla
“poesia tolta in gioco”, notare come il Berni, nel capitolo dedicato ad Ippolito,
tutto quanto dice, dice sul serio, e come rechi con estrema precisione fin
nei minuti particolari la notizia di fatti autentici, confermati alla lettera
dalle fonti storiche, se pur sfuggite all'attenzione dei commentatori. La
poesia non è insomma vuota esercitazione di stile, ripetizione erudita di
forme letterarie consolidate da una tradizione, ma mezzo intellettuale di
conoscenza del reale, strumento dell'intelligenza nel suo porsi innanzi le
questioni che più contano, siano esse una contingenza storica, un quesito
filosofico, o i massimi sistemi: essa assolve al compito di comunicare idee,
notizie, decisioni da prendere tra persone che in quanto letterati si schierano
e operano per un fine consapevolmente perseguito.
Senza ora dilungarsi eccessivamente nei riscontri
(ma segnalando comunque l'importanza in proposito del fascicolo relativo alle
relazioni di Giovan Maria Della Porta, agente in Roma del Duca di Urbino,
conservato all'Archivio di Stato di Firenze, Ducato D'Urbino classe I), può
essere utile, sia a commento del capitolo del Berni come dei sonetti del Porrino,
riferire gli eventi d'Ungheria secondo quanto emerge dai documenti pubblicati
nei Diarii di Marin Sanudo, incentrando ovviamente l'attenzione su
quanto più direttamente si riferisce alla persona del Medici. La notizia della
sua partenza da Roma, avvenuta l'otto luglio, è narrata in un allegato che
al Sanudo giunse con una lettera di Tommaso Contarini da Udine: “Monsignor
reverendissimo de Medici partì de qui alli 8 per Alemagna, va a la via di
Loreto, et benché ne l'ussir di palazo ne la piaza di San Piero a le hore
8 volendo remetere il cavalo suo turco, baio, dinanti di monsignor reverendissimo
di Mantoa, facesse di sorta che 'l si trovò in terra con molto pericolo, senza
caduta di cavalo et rimeso senza lesione di la persona, subito montò sul medemo
e andosone di longo a lo alogiamento, non curando di male alcuno” (LVI
556-557).
La stessa ammirata simpatia per la baldanza
del giovane cardinale guerriero è ribadita dal vicepodestà di Verona, Leonardo
Giustinian, che il 24 luglio annuncia l'arrivo in città del Medici: “Hozi
a hore 20 intrò in questa cità il reverendissimo cardinal di Medici legato,
con 60 cavalli [...], mi scusai non esser venuto più avanti, lui disse era
in habito di soldato et non di legato, dicendo mi trovo più libero a questo
modo. [...] Questo è assai bel giovane, ha un poco di barba, dimostra esser
molto ardito, era sopra uno cavalo vestito con saio di veludo spada et pugnal,
capello in testa et penachii et una capa ros[s]a atorno, ha con lui monsignor
di Gambara e altri prelati e signori, è fama habbi una bellissima compagnia”
(LVI 651-652). Lo stesso giorno l'oratore
veneziano presso la corte imperiale a Ratisbona, Marco Contarini, “manda copia
di avisi di sucessi dil Turco de Hongaria ma prega siano tenuti secretissimi”
e segnala le difficoltà finanziarie di Carlo V che “ha mandà una posta contra
il reverendissimo Medici a pregarlo li mandi subito li 50 milia ducati porta
con lui” (LVI 668); e ancora
il 29 successivo riconferma inquietanti notizie sull'avanzata dell'esercito
turco, rispetto alla quale si confida soltanto “che il cresser dil Danubio
et grossamente habbi a impedir Turchi siano venuti avanti, ma ho inteso in
caxa dil re se tien siano a Strigonia, et temeno assai” (LVI 687). Le speranze nel Danubio erano
tuttavia ben riposte e una fase di incessanti piogge e straripamenti contribuì
a rallentare in modo decisivo l'esercito di Solimano.
Il Medici giunse poi a Ratisbona il 13 agosto
e il suo ingresso ufficiale nella città è così descritto dal Contarini: “Da
poi mezo zorno, hozi il reverendissimo Medici legato fece la intrada in questa
cità non aspetato se non al tardo. Et prima gionse a la porta che 'l si sapesse;
pur il serenissimo re, che l'imperatore è a li bagni, arrivò che l'era za
intrato in la terra per poco spacio dove fecero le cerimonie l'uno a l'altro,
mostrando voler discender da cavallo, finalmente si tennero in sella, et fu
poi controversia nel precieder. Il re voleva meter sua signoria reverendissima
a man destra, ma quela advertita che i legati cardinali preciedono tuti li
re excepto quel di Romani, non permesse et stete di man manca [...]. Ha seco
5 prelati, canzelieri 10 con li loro servitori, la guardia de archibusi 130,
gentilhomeni 40 da conto, la maior parte di quali hanno hauto condition et
sono stà capitanei di guera, li principali Sforza et Brazo Baione, il capitano
Lando Camillo Campagna veronese, che è capitanio di la guardia di Bologna,
do conti di San Segondo, tre capitanei corsi, do perosini, con molti altri
dil paese di Roma. Li prelati sono: il molto reverendo che ora se dice et
presto sarà reverendissimo, protonotario Gambara, l'arziepiscopo di Nocera
domino Paulo Jovio, lo episcopo di Forlì, lo episcopo de Pavia, ma il Gambara
et Forlì sono li principali. In el caminar andavano inanzi li archibusieri
ben armati et bella gente, quali hanno ronzini pizoli, et non sono stà guardati
da questi alemani, perché non apreciano se non homeni et cavalli grandi; poi
venivano li gentilhomeni et poi la guardia dil re de Romani. La croce era
portata inanzi dito re. Soa Signoria reverendissima era vestita di rosso in
habito cardinalesco ma senza rocheto, et il re in abito di pano negro per
il coroto di la morte del nepote [il giovane principe di Danimarca morto in
quei giorni]” (LVI 817-818). Esaurite nei giorni seguenti
le procedure e i convenevoli di rito, con la visita al suo predecessore cardinal
Campeggi e all'imperatore che soggiornava in una località termale, Ippolito
iniziò presto a muoversi in piena autonomia senza sottostare alla direzione
bellica imperiale: il 21 il Contarini riferisce della cattura di un soldato
turco al quale si pensava che la “Cesarea Maestà [...], poi veduto, li facesse
tagliar la testa” e che viene invece “conduto in caxa del reverendissimo Medici”;
nel contempo il cardinale dispone l'impiego di una parte del danaro inviato
da papa Clemente nell'arruolamento di “cavalli hongari”, per i quali invia
suoi uomini fidati, senza tener conto della volontà di Carlo V ancora incerto
se impiegarli piuttosto nel reclutamento di nuovi fanti. L'autonomia operativa
del cardinale legato ha poi il suo culmine il primo di settembre quando, testimone
sempre il Contarini, parte “vestito di una veste di lovi, con 10 archibusieri,
in una barca” (LVI 927) verso
Vienna, ove già si spingono le scorrerie dei Turchi e ove sono radunati “li
soi cavalli ongari”. La stessa notizia è riferita in una lettera di Bartolomeo
Taegio, segretario di Francesco II Sforza duca di Milano, che riferisce come
il Medici sia partito con l'intenzione di “veder Viena, et il sito et luogi
ove si ha a far la guera” (LVI 961),
mentre il numero dei cavalieri ai suoi ordini già ammonta a 6.000 e altri
4.000 sono attesi “de hora in hora”. È altresì interessante notare che mentre
le truppe al comando del Medici si muovono “in ordine”, secondo quanto riferisce
il Taegio quelle spagnole al comando del D'Avalos (il quale è l'unico altro
comandante “ito a veder Viena et contorno per uso de la guera”) si muovono
saccheggiando e addirittura “hanno heri poi posto fuoco in Crems [luogo di
raccolta delle truppe imperiali e “il più bello et abondante luoco dopo Viena
sia in Austria”] et brusado, de modo che poco più dano li harebe fato il Turco
se l'havesse preso”; né avevano fatto meglio al loro passaggio in Italia,
secondo quanto scrive il provveditore di Peschiera, Lorenzo Tagliapietra,
che narra come, partito il marchese del Vasto il 6 agosto, la retroguardia
delle sue truppe si sia data al saccheggio: “Questi fanti hanno fatto grandissimo
danno di qui a questi poveri, di strami, feni, biave, taià arbori, aùto da
manzar senza pagar, non obstante una proclama fu fata per el trombeta dil
ditto marchese” (LVI 720). Il
5 di settembre il Medici abbandonò Vienna e durante il tragitto di ritorno
venne inseguito da 8.000 cavalieri turchi, secondo il racconto che ne fece
il Contarini in una lettera del 12 settembre: “il reverendissimo legato, che
tornava di Viena per le poste di là dil Danubio, cavalcando a paro con Turchi
et il fiume di mezo, et li dicevan villania in turchesco, che pur erano intesi,
tirandosi di le archibusate, qual però non arrivavano l'altra ripa; ma né
in Crems fu creduto da quelli spagnoli che si atrovavano allogiati de fuori
fino a tanto che li vennero appresso, et conveneno fuzer perché non li stimava
venisseno tanto avanti” (LVI 968).
Nel frattempo, ritardati dalla piena del Danubio
e trattenuti a lungo nell'infruttuoso assedio della piccola roccaforte di
Günz, i Turchi mostrano evidenti segni di scoramento e dopo essere giunti
nei pressi di Vienna alla fine di agosto, già il 6 settembre se ne allontanano7,
spostando l'esercito più a sud oltre Graz, dove dopo meno di una settimana
decidono di abbandonare l'impresa e ripiegare, accontentandosi di rovinose
scorrerie, verso Belgrado. Il primo di ottobre, ormai certo della partenza
dei Turchi, Carlo V convoca l'ambasciatore veneziano e gli comunica la sua
intenzione, sono parole del medesimo Contarini, di “passar in Spagna quanto
più presto si possi [...] perché tenimo la moier e fioli”; chiede dunque di
transitare attraverso i territori della Serenissima con “li spagnoli et 4
in 5.000 alemani” che medita di lasciare di stanza in Italia “dubitando molto
dil re Christianissimo” (cioè Francesco I), mentre avvisa che “lasseremo etiam
presidio a nostro fratello [il `re dei Romani' Ferdinando] per la ricuperation
di l'Ongaria” (LVII 48) e che
questo sarà costituito dai soldati italiani. In un successivo dispaccio il
Contarini si affretta ad avvisare con urgenza che gli “italiani sono in grande
confusione”, rifiutando di compiere la missione ungherese e lamentando ritardi
nel pagamento del loro compenso. Le notizie incalzano e il 5 il Contarini
scrive nuovamente riferendo che il giorno precedente Fabrizio Maramaldo si
è incaricato personalmente di assoldare 8.000 fanti italiani per l'impresa
di Ungheria, ma benché presentasse loro i denari “per pagarli e farli marchiar,
pur di novo si sono sulevati [...] e hanno fato fugir il ditto Fabricio, e
andato poi il marchese dil Guasto per acquietarli non lo hanno voluto ascoltar
tirandoli di le archibusate” (LVII
59). Dell'ammutinamento del 4 ottobre sono peraltro vari dispacci a
riferire e il quadro complessivo emerge meglio dal raffronto fra i medesimi.
Il resoconto più dettagliato è in una lettera di “Vetor Fausto da Cordegnan”
scritta il 14 ottobre e inviata al conte Guido Rangoni che ne trasmise copia
al doge veneziano. Vi si legge: “Zonto qui a hore 19 ha inteso a dì 4 di questo
le fantarie italiane in ordinanza, tutte fuora di quelle di Fabricio Maramao
a presso Viena poste in uno per caminar verso Italia, comenzono a cridar Italia
Italia e il primo colonnello [qui nel senso di `corpo di fanteria'] fe'
tal motivo poi fo quello dil conte di San Secondo, li altri lo seguirno; li
colonnelli sono fuziti e alcuni capitani non è stato possibile aquietarli.
Dicesi tirono molte archibusate a Soa Maestà et ne restò occisi alcuni soi
gentilhomeni e cussì feceno al marchese dil Guasto, il qual li ha seguiti
con certi spagnoli e italiani sempre scaramuzando insieme fino zonzeno a quel
paso forte dove l'un e l'altro monte si zonze e fanno il varco strettissimo
che alcuni archibusieri a cavalo presero; li italiani amutinati hanno fato
alcuni eletti et uno comissario loro qual è Alexandro da Terni che combaté
a Goito et era locotenente dil signor Mutio [in realtà Marzio] Colona” (LVII 92). La notizia è pienamente confermata
da una lettera che lo stesso Carlo V inviò al suo ambasciatore a Venezia:
“Io me partii da Viena alli 4 dil presente, et alcune dille gente dilla fantaria
italiana tutta la quale haveva terminato lassare al Serenissimo re nostro
fratello per le cose che se haverano a fare in Ungaria si aviò al camino de
Italia, dicendo che non volevano restare, alla qual cominciò sequire tutta
l'altra. Io visto tal poltronaria et sulevamento di questa gente per esser
così grande volsi dissimulare il castigo loro, et comandai che li suoi colonnelli
fossero con essa aziò la guidassero et rimanessero senza far danno, et non
solo [non] li volsero ricevere ma ne elezeno altri tra loro e seguitono il
suo camino sacheggiando, robando tutti i luogi dove passono, amazando homeni
et sforzando donne et donzele con la più crudeltà che non fariano Turchi.
Visto questo, benché il primo movimento facessero essendo pagati per più de
20 giorni et tenendo provista la paga per doi mesi per lo advenire, se dissimulò;
ma passando avanti la sua poltronaria et li danni che fanno io ho comandato
a provedere quel che parerà che se convegna per remediare et castigarli, et
s'el si può proveder avanti che entrino nelle terre di questo Stato se farà,
perché ancor che habbino destrutte quelle del nostro fratello, nelle sue non
voria per alcuna maniera facessero alcuno danno. Datoli raxon del tutto da
mia parte a questa Republica, aziò che sapino le cose come passino, et quello
di loro ne dispiace, et come per remediare io provedo quello se potrà fare,
et diteli che haveremo gran piacere che similmente ella proveda quello che
parerà convenirsi, aziò che non possino passare per le sue terre et che non
fazino danno in quelle” (LVII 64-65).
Si noti sin qui l'incertezza sulle cause della
rivolta: gli osservatori esterni presumono che l'origine ne sia stata la mancata
riscossione delle paghe, ma Carlo V è invece indignato perché tale “poltronaria”
segue a regolari pagamenti; inoltre se pure dovesse permanere il sospetto
altrove avanzato che le paghe siano state trattenenute dai capitani, non si
potrebbe comunque dimenticare che anche di fronte ai denari esibiti da Maramaldo
gli italiani si sono “sulevati” contro l'imperatore. Interessanti ragguagli
sono forniti nuovamente, in data 10 ottobre, dall'ambasciatore Contarini che,
in viaggio verso l'Italia al seguito della corte imperiale, segue da presso
lo sviluppo della situazione dovendo attraversare i luoghi che gli ammutinati
hanno saccheggiato e devastato. Innanzi tutto egli narra come la fanteria
si muova con grande ordine e rapidità, avendo “electo uno capitanio zeneral”
e mantenendo il vantaggio di due giornate di marcia rispetto alle truppe del
marchese del Vasto che pure impone tappe forzate ai suoi uomini e “ha in animo
di castigarli s'el potrà, ma loro poco temeno, sono da 7.000 fanti usati a
la guerra” (LVII 89); soprattutto
però il Contarini riferisce le motivazioni addotte dagli ammutinati per le
loro azioni: “vanno dicendo fanno le vendete de Italia, et si voleno proveder
almeno di 100 ducati per uno da viver questo inverno, et che zonti in Italia
non voleno far simile disordine, ma passar amichevolmente et dicono che non
li mancarà partido venendo Cesare in Italia così armato” (LVII 89).
E il cardinale legato? Lo stesso Contarini comunica,
scrivendo da Neustadt già in viaggio per l'Italia il 7 ottobre, che “Il reverendissimo
legato partì eri da Viena da matina per tempo per venir qui senza aspetar
l'ordine dato, et vene con 50 cavali” (LVII 87); e si noti anche che il fedelissimo del Medici, il
conte di San Secondo Pier Maria de' Rossi, nipote di Giovanni dalle Bande
Nere, che Carlo V inviò immediatamente dietro agli ammutinati per convincerli
a desistere dalla insubordinazione, non ottemperò affatto agli ordini, anzi
è da presumere che, lungi dal minacciare punizioni, incoraggiasse la rivolta.
Un'altra importante informazione sul Medici è riferita dal podestà di Gemona,
che il 12 ottobre poté avere notizia direttamente da due fanti, “uno visentin,
l'altro parmesan”, che “il reverendissimo legato con uno di quelli capitanei
era fugito a traverso certe montagne crudelissime driedo i quai erano aviati
400 archibusieri che li hanno iurato la morte” (LVII 85-86). Purtroppo i Diarii non consentono di seguire
passo passo le fasi concitate della situazione che era venuta a determinarsi;
la ricostruzione che se ne può fornire contempla necessariamente dei vuoti
e presenta talvolta qualche contraddizione nella ricomposizione delle varie
notizie. Limitandosi ai dati certi questa ne può essere la sintesi: il 4 ottobre
scoppia l'ammutinamento e i fanti italiani vanamente inseguiti dal D'Avalos
si avviano verso il passo del Tarvisio; Carlo V, che dovrebbe percorrere quella
medesima via, è costretto a ritardare la partenza e lascia Vienna per i bagni
di Baden, da dove muove con il grosso dell'esercito e la corte imperiale il
giorno 6, ordinando al Medici di muoversi con la retroguardia che dovrebbe
incamminarsi il 9 ottobre. Incurante dell'ordine imperiale, il Medici parte
da Vienna lo stesso 6 ottobre e, raggiunta la corte, “impetrò di poter andar
inanzi a Pruch [Bruck an der Mur]” (LVII 88). A questo punto tuttavia non
dovette limitarsi a raggiungere l'avanguardia cesarea, ma, attraverso le “montagne
crudelissime” di cui sopra, mosse per anticipare l'arrivo in Italia degli
ammutinati. Nel contempo, il 9 ottobre, Carlo V convocò il Marchese del Vasto
che marciava con la retroguardia e gli ordinò di porsi all'inseguimento dei
ribelli. Di quanto occorse al Medici e al D'Avalos nei giorni seguenti nei
Diarii non vi è traccia, mentre, come è ovvio, gli informatori della
Serenissima erano molto più interessati a fornire notizie sull'arrivo in Friuli
dei fanti ammutinati: appena passato il Tarvisio e nonostante i comprensibili
timori delle autorità locali veneziane, gli ammutinati cambiarono radicalmente
comportamento come avevano promesso. Il 14 il “locotenente” di Udine scrive:
“è za passati tra cavali e pedoni più de 2.000, et al continuo passano 10,
20 et 30 al trato, i quali fin'hora non hanno fatto disonestà alcuna, pagano
quello manzano [...]. Dicono non voler far danno su quel di la Signoria per
esser boni servitori di quella” (LVII
95). Il 19 invece da Treviso si comunica che il conte Ludovico di Thiene
ha incontrato i “fanti mutinati” e parlato con due loro capitani “Jacomin
Roso da Parma e uno eleto per loro suo colonnello”, ricevendo da essi assicurazione
che “non faranno danni sul nostro” e confermando che si muovono “con gran
regula et ordine” (LVII 110).
La notizia che i Diarii del Sanudo non
riferiscono ma che si conosce da altre fonti (ad esempio dal sopra ricordato
Della Porta), è quella dell'arresto del cardinal Medici, il 13 ottobre, da
parte delle truppe spagnole al comando del D'Avalos. In verità il già citato
dispaccio di Vettor Fausto da Cordegnan dà la seguente notizia: “Il cardinal
legato venìa a gran iornate et con esso era il conte di San Segondo, il qual
è stà preso in la terra di San Vito per comission di Sua Maestà; si crede
a quest'hora sia decolato, si tien sia stà causa del motivo il retenir le
page di poveri fanti” (LVII 92).
Le cose tuttavia andarono diversamente: Pier Maria de' Rossi e Ippolito de'
Medici a San Vito sul Tagliamento furono arrestati entrambi; l'accusa al de'
Rossi di aver trattenuto le paghe dei fanti era ovviamente un basso pretesto,
mentre la vera ragione dell'arresto fu quella di impedire che il Medici si
ponesse a capo degli insorti; il de' Rossi non fu affatto giustiziato, anzi
fu, sebbene qualche tempo dopo, senza meno rilasciato. Non è da escludere
che l'arresto, e quello del Medici in particolare, fosse dovuto a un eccesso
di zelo del D'Avalos e degli spagnoli al suo servizio e che, non appena messo
al corrente, Carlo V avesse disposto il rilascio del legato papale. Quel che
è certo è che già il 14 uno sconosciuto che si firma “El Falopa”8
avvisa il conte Guido Rangoni che il cardinal Medici ha spedito un suo “servitor
[...] parmegian” dal Duca di Mantova “per cavar lettere a l'imperator che
essendo vivo [il conte di San Secondo] non lo faza morir” (LVII 93).
Nei giorni seguenti, mentre i fanti ammutinati
ormai si disperdevano ritornando alle loro terre, il Medici soggiornò a Venezia
accompagnandosi abitualmente con Marco Grimani (il vescovo di Aquileia), il
protonotario Gambara, Giovanfrancesco Valerio (suo ospite a Murano) e soprattutto
con l'ambasciatore d'Inghilterra, dividendosi tra occasioni galanti (il 20
“fo a dormir” con la celebre Zaffetta) e impegni politici (un colloquio col
doge che il cardinale avrebbe voluto privato, con “solum do” altri
presenti, ma che “il Serenissimo disse non si poter far senza i Consieri”
e che comunque dovette avere ottimo esito secondo quanto riferisce il Sanudo
in persona: “el qual cardinal parlò pian laudando molto questa cità, oferendosi
in ogni cosa per questa Signoria illustrissima, con altre parole ben composte
et dite, et il Serenissimo li corispose, et ne l'andar via lo acompagnò fin
a la porta di la scala”, LVII 117).
Nei mesi successivi il prestigio del cardinale era destinato a crescere e
se ne cita qui un solo eloquente indizio, ovvero la notizia che Giovan Maria
Della Porta comunica al proprio duca il 7 gennaio del 1533, e cioè che a Bologna,
ove Carlo V è a colloquio con Clemente VII, “il Consiglio dell'Imperatore
spesso si fa in Camera con Mons. de Medici” (ASF - Ducato d'Urbino - cl. I
f. 132).
Alla luce delle vicende ora illustrate i componimenti
poetici sopra ricordati perdono ogni possibile taccia di stereotipo encomio
per aderire puntualmente al loro significato, nel riferirsi a un ben determinato
accadimento e a precise circostanze di esso. Segnatamente il passo ai vv.
106-108 del Berni menziona espressamente un episodio particolare noto a persone
minutamente informate quando richiama il momento in cui il Medici uscì dai
“covacci”, come il Berni polemicamente definisce il campo imperiale e le fortificazioni
approntate in caso di assedio alludendo alla interminabile preparazione in
assetto dell'esercito cristiano, e volle “passar Vienna” a vedere, come riferiscono
i Diarii, “il sito et luogi ove si ha a far la guera”, per farsi poi
protagonista della scaramuccia lungo il Danubio con gli 8.000 Turchi che lo
inseguirono fino a Krems, potendone egli “sol” vedere “i mostacci”.
In quanto al Porrino, se è palese l'argomento
dei due sonetti che qui si pubblicano, nel primo si può forse riconoscere
qualche esagerazione nell'esaltare l'intervento del Medici, che di veramente
decisivo nel salvare la situazione e la “gloria” dell'imperatore apportò prima
i denari che il proprio “almo valor”, atteso che la `giornata' poi non si
fece, tuttavia l'enfasi amplificatoria si deve a un superiore disegno, quello
di voler stampare nelle coscienze dei lettori la grandezza del personaggio
e le alte finalità dei suoi intenti per rinsaldare in essi le speranze e la
fede in un condottiero capace di un'impresa tanto audace, di troncare “l'ale”
all'“Aquila ingorda”. In questa chiave, di manifesto politico, va interpretata
anche la famosa tela (scelta come copertina per questo numero dello Stracciafoglio)
in cui Tiziano, proprio nei giorni del soggiorno bolognese sopra ricordato,
ritrasse il Medici in abito all'ungaresca, non già per compiacere a un vezzo
dell'elegante cardinale poco incline a indossare la veste talare, ma per esaltare,
in quell'abito diventato un concreto simbolo della promessa di riscossa, tutta
la forza di quel progetto: il Medici è consegnato alla storia in quella postura
regale, la sinistra sull'elsa della spada e la mazza ferrata nella destra,
in cui erano soliti farsi ritrarre i sovrani in assetto di guerra9;
il quadro di Tiziano volle probabilmente rappresentare il diritto di Ippolito
alla sovranità sulla città di Firenze, ma non si può escludere che esso intendesse
anche immortalare la speranza di vedere in lui, una volta riavuto il proprio
Stato, il futuro Principe in grado di “pigliare la Italia e liberarla dalle
mani dei barbari”10.
ROSSANA SODANO
Dalle
Rime
di Gandolfo Porrino
I
Mentre a la fuga con eterno scornoDel profondo Danubio in su la rivaCarlo pensando alto dolor sentiva,Giungeste voi col fior d'Italia intorno.E se quel spaventoso orribil giornoIl vostro almo valor non lo copriva,Ei sa ben che 'l nimico aspro sen givaD'ogni sua gloria, e del suo nome adorno.Allor quel sì gran corso di Fortuna,Quasi già rotto, fu da voi guardato,Ond'ei non venne di miseria essempio.Or se di ciò non ha memoria alcuna,Dir si può ben per voi: secolo ingrato,Ho servito a tiranno avaro et empio.
II
Quel dì, signor, che voi poneste il piedeDi qua da l'Alpi in sì felice stellaEmpieste di speranza Italia bella,Tanta ha ciascun nel sangue vostro fede:Mirate or qual di noi fa amare predeL'Aquila ingorda, a voi sempre rubella,E come di vil gente ha fatta ancellaLa vostra antica e gloriosa sede;E condur la vorrebbe a l'ora estrema,Ma voi l'ale troncate a quella dira,In cui cresce la rabbia, e 'l vigor scema;E qual reo ch'a la salute indarno aspira,Tal la rapace già paventa e trema:Che Gottifredo negli occhi vi mira.
NOTE
1. Ad esempio Marco Contarini, ambasciatore
veneziano alla corte imperiale, definì l'esercito raccolto nell'occasione
da Carlo V “il più bello che sia stato già anni 1000 fra christiani” (cfr.
I Diarii di Marino Sanuto,
Venezia, regia Deputazione di Storia Patria, 1902, tomo LVI col. 758) e a
significare lo sforzo intrapreso dai contendenti scrive: “si pol dir l'occidente
è in arme contra l'oriente” (Ibid., col. 928). Le successive citazioni a testo
dal Sanudo saranno indicate con il riferimento al tomo e alla colonna.
2. Cfr. Pasquinate romane del Cinquecento,
a cura di Valerio Marucci, Antonio Marzo e Angelo Romano, Roma, Salerno, 1983,
vol. I p. 388. Anche l'Aretino, peraltro, nell'occasione definì Carlo V “colui
che ha triomphato dei Turchi, che non vide mai”, citato in G. E. MORETTI, Il cardinale Ippolito dei Medici
dal trattato di Barcellona alla morte (1529-1535), in “Archivio Storico
Italiano”, 1940, p. 153.
3. Cfr. Rime diverse di molti eccellentissimi
autori (Giolito 1545), a cura di Franco Tomasi e Paolo Zaja, Torino, Res,
2001, p. 278. Il precedente testo del Varchi si legge invece nella Parte prima
dei Sonetti del medesimo (Firenze, Torrentino, 1555) e nel primo volume
(p. 506) della più recente edizione delle Opere di Benedetto Varchi
(Milano, Bettoni, 1834).
4. Cfr. F. BERNI,
Rime, a cura di Danilo Romei, Milano, Mursia, 1985, pp. 162-166.
5. Cfr. B. CROCE,
Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, Bari, Laterza,
1958, pp. 290-301.
6. I due sonetti sono editi alla c. 38v delle
Rime di Gandolfo Porrino, datate nel colophon “In Venetia per
Michel Tramezzino. MDLI”. L'unico intervento trascrittivo da segnalare è l'eliminazione
delle h etimologiche (hor, allhor, horribil, hora).
7. In verità su tali date c'è molta incertezza
e negli stessi Diarii del Sanudo le testimonianze sono contraddittorie;
ad esempio a LVI 902 il Contarini
afferma che già il 29 agosto si era diffusa la notizia “del partir l'armata
turchesca per tornar a Costantinopoli” (cfr. anche LVI 970).
8. “Falopa” sta per `vanaglorioso' e anche `bugiardo':
il personaggio non sembrerebbe dunque troppo attendibile come informatore,
ma, dal momento che così si firma egli stesso, è da pensare che lo pseudonimo
sia stato scelto per antifrasi.
9. Nella medesima postura pochi anni dopo (ma
il quadro risulta commissionato proprio nel 1532) Tiziano ritrasse il duca
d'Urbino Francesco Maria della Rovere (ritratto ora agli Uffizi) e in una
analoga Cosimo de' Medici si fece ritrarre dal Bronzino una volta divenuto
duca di Firenze (di tale ritratto esistono numerose varianti, nove quelle
oggi note, il cui prototipo potrebbe essere quello ora agli Uffizi o quello
alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti).
10. Si rammenti che nella primitiva intenzione
il Principe era stato da Machiavelli dedicato al padre di Ippolito,
Giuliano de' Medici duca di Nemours; e si noti altresì che esso venne edito
proprio nel 1532 per cura dei familiares del cardinal Gaddi, in strettissimo
contatto con la cerchia del cardinal Medici.
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