Prefatoria
ai Cento sonetti
Introduzione1
Nell'ambito
della codificazione retorica dei generi sviluppata dai trattatisti del Cinquecento
alla lirica fu senz'altro rivolta un'attenzione minore rispetto a quella dedicata
all'epica e alla drammatica; e anzi gli interventi teorici sul tema sembrano
tutti per lo più legati a contingenze della prassi poetica: così le polemiche
relative allo scontro, o presunto tale, tra il Brocardo e il Bembo e a quello,
più documentato, tra il Castelvetro e il Caro2; oppure le annotazioni
sparse nei vari commenti ed esposizioni di testi poetici, sia antichi che
contemporanei3. Tra simili forme di scritture, dalle quali soltanto
è possibile avere lumi intorno alla riflessione teorica sul genere lirico,
un luogo certamente considerevole occupano le epistole prefatorie alle edizioni
di rime: già altrove ho avuto modo di segnalare l'importanza delle due che
introducono le prime stampe (nel 1531 e nel 1534) degli Amori di Bernardo
Tasso, mi pare ora utile offrire alla lettura l'ampia dedicatoria indirizzata
alla giovane Vittoria Colonna (omonima della ben più celebre zia) da Alessandro
Piccolomini nella circostanza dell'edizione del proprio canzoniere (1549).
Tale epistola contiene infatti numerosi spunti di riflessione intorno alla
pratica dell'esercizio lirico, e più in generale intorno all'importanza del
linguaggio poetico nell'organizzazione cinquecentesca dei saperi; il fatto
che a comporlo sia stato un autore che tale esercizio praticò soltanto in
giovane età, per abbandonarlo poi a favore delle più gravi occupazioni della
riflessione filosofica4, anziché togliere valore al suo argomentare
mi pare che ulteriormente lo accresca.
A
tutta prima, l'attenzione dello studioso di lirica cinquecentesca potrebbe
essere colpita dall'affermazione contenuta nella parte finale dell'epistola,
ovvero l'indicazione che, anziché il Petrarca, è Orazio il modello principale
di imitazione per “buona parte de' miei sonetti”, fondati “in diverse materie
morali e piene di gravità”; oppure ancora dall'inconsueta graduatoria di eccellenza
nella pratica lirica che, accanto ai canonici Petrarca e Bembo, pone “la Marchesa
di Pescara” come terzo lume del comporre “leggiadramente” (ma è ovvio che
tale giudizio non può sottrarsi al legittimo sospetto di una particolare benevolenza
usata a Vittoria Colonna rivolgendosi alla di lei nipote). A me tuttavia pare
che l'importanza dello scritto risieda altrove e, sia pure in una sintesi
molto stringata, nell'elaborazione di una compiuta teorizzazione dell'eccellenza
dell'attività poetica nell'ambito delle discipline intellettuali. Lo svolgimento
di tale discorso potrà parere insolito nelle premesse al lettore avvezzo a
pensare alla poesia nei termini della modernità, abituato cioè a ritenerla
un'attività separata o una sorta di bene superfluo, un lusso per intelletti
poco atti alle più utili attività della cultura scientifica o filosofica.
Il Rinascimento ha prodotto i più alti capolavori d'arte e di poesia della
cultura europea, ma ha anche contribuito in modo decisivo allo sviluppo della
cultura scientifica, e lo ha fatto in virtù di una concezione del sapere che
poneva al vertice degli obiettivi non l'astratta nozione di progresso (oggi
ormai sempre più ridotta all'enfatizzazione del mero incremento tecnologico
volto alla crescita del profitto) ma la ricerca del “vero” e del “buono”;
ed è appunto questo il punto di partenza dello scritto del Piccolomini. In
due modi, egli argomenta, il poeta eccelle nell'ambito di tale ricerca: innanzi
tutto perché il proprio campo di indagine non è limitato a quello di una competenza
specialistica; in secondo luogo perché il linguaggio poetico consente di presentare
“la verità sotto tralucente velame e trasparente vetro di lucida imitazione
e di onesta favola”, rendendola in tal modo più credibile e appetibile, temperatane
l'amarezza. Che tali affermazioni richiamino irresistibilmente le polemiche
neoclassiciste contro “l'arido vero che de' Vati è tomba” non deve suonare
a condanna di queste ultime come di attardati nostalgici incapaci di cogliere
lo spirito della modernità. Le poetiche classicistiche difendono un'immagine
della cultura umana come totalità armonica e non come mosaico di tessere che
si sviluppano autonomamente fino a distruggere il legame che le unisce: il
poeta, come argomenta il Piccolomini, per essere considerato tale deve dimostrarsi
“in ogni arte [<193>] dotto” e la sua “facultà” andrà perciò stimata
superiore a ogni altra “come quella la quale stringendole tutte ne le sue
braccia” può condurre unitariamente il “giovamento” che le singole discipline
possono proporre soltanto “tra lor divise”; in altri termini: il linguaggio
suasorio della poesia con maggiore efficacia dell'argomentare filosofico o
scientifico potrà imprimere nelle menti “qual si voglia frutto che a particulare
scienza appartenga”, dalla teologia alle scienze naturali, all'etica, alla
politica. Ma in che cosa consistono le proprietà del linguaggio poetico grazie
alle quali è possibile ottenere tale fine di persuasione?
Due
ne sono gli strumenti: le “gioconde favole” e il “numeroso concento”, ovvero
la funzione mimetica della poesia, che si serve della narrazione `favolosa'
al fine di imitazione del reale, e l'armonica musicalità di un linguaggio
fondato su regolati ritmi e metri. Questi sono gli elementi che il Piccolomini
definisce i “nervi” della poesia, “per cui ella da l'altre facultà differisce”,
le sue strutture portanti: “l'imitazione e la misura proporzionata de le parole”.
Di esse, la prima “vien ad esser una stessa in tutte le lingue”, mentre la
seconda “essendo radicata ne le parole medesime vien per questo a variarsi”
nella varietà delle lingue, il che darà luogo nello scritto a un'interessante
riflessione sulle differenze tra la versificazione nelle lingue antiche e
in quelle moderne, nonché all'interno di quelle romanze. Ancor più interessante
la spiegazione che il Piccolomini fornisce del motivo per cui il processo
mimetico produce diletto: “essendo l'uomo per natura avido di sapere, e per
questo dilettandosi d'imparare, e massimamente quando egli procacciandosi
la cognizione d'alcuna cosa vien a porle affetto come a cosa propria, di qui
nasca che venendo egli, ne l'imitazione che gli è posta innanzi, a conoscere
con veloce discorso proprio, da la cosa che imita, quella ch'è imitata, ragionevolmente
prenda di ciò diletto”. Il piacere dell'imitazione è piacere della conoscenza,
la poesia ha carattere sapienziale, o meglio, non dandosi luogo nella poesia,
come invece nelle altre scienze, “a mediocre escellenzia”, la vera poesia
è soltanto quella che, attraverso il diletto dell'imitazione e la capacità
di muovere gli animi grazie al “concento” del “ben misurato suono de le sillabe”,
ottiene il fine dell'ammaestramento etico e intellettuale.
Se
in tali espressioni risuona ben chiara l'eco dei dibattiti vivi in quegli
anni intorno alla Poetica aristotelica, le polemiche notazioni che
seguono individuano invece un bersaglio tutt'altro che generico: “si può vedere
quanto s'ingannan coloro i quali, forse perché veggano i poeti con le favole
e finzion loro travagliarsi spesso tra cose che né sono né possan essere,
si pensan per questo che la materia de la poesia sia la falsità stessa, e
che il fin di quella sia il fingere e trattare il falso. E non s'accorgan
questi tali che non per altro lo trattano, sennò acciò che con la dolcezza
di quel che si finge più trapassi e meglio si digerisca nel petto degli uomini
(che per il più sono ignoranti) il vero e 'l buono che i poeti principalmente
intendan di persuadere”. Claudio Scarpati ed Edoardo Bellini, che al tema
hanno dedicato un intero volume5 (nel quale è peraltro dato spazio
al Piccolomini annotatore della Poetica aristotelica), non hanno individuato
nella presente epistola uno dei primi documenti della polemica reazione alle
affermazioni del Robortello che voleva il falso oggetto della poesia. A tali
affermazioni, contenute nella prefatoria al volume di explicationes
alla Poetica che il Robortello mandò in stampa nel 15486,
la risposta del Piccolomini è assai tempestiva e ciò rende ovviamente il presente
scritto degno d'attenzione, tanto più se si pensa all'importanza che le teorizzazioni
poetiche tassiane annettono allla questione7. Il finto e non il
falso è materia della poesia, anticipa qui il Piccolomini, e la funzione del
fingere è soltanto quella di persuadere nel modo più efficace possibile al
“vero” e al “buono”.
NOTA
AL TESTO
Il
testo è tratto dall'unica edizione dell'opera: Cento Sonetti di M. Alisandro
Piccolomini, in Roma, Appresso Vincentio Valgrisi. M.D.XLVIIII. La trascrizione
è condotta sulla scorta di criteri ammodernanti, che mirano a riprodurre quella
che si suppone essere la pronuncia dell'epoca secondo il sistema ortografico
attuale. Sono quindi state eliminate le h etimologiche ed è stata normalizzata
la grafia della z; è stato inoltre normalizzato l'uso di apostrofi
e accenti, ma conservando alcune particolarità dell'originale (dattorno,
sennò per `se non'). Sono invece stati conservati l'uso della i
diacritica (es. soggietto), grafie arcaizzanti (anche in presenza di
oscillazioni: es. transparente/trasparente), particolarismi toscani
come il nesso sc per la resa grafica della pronuncia della c
palatale (escellentissimi per eccellentissimi, ad es.) e la
desinenza in -ano della terza persona plurale del presente indicativo
dei verbi della seconda coniugazione (piacciano, seguano, intendano,
etc.); fenomeno tipicamente senese è invece la conservazione della a
della desinenza dell'infinito nelle forme del futuro (es. trattarà, mostrarà,
portarà, etc.). A p. 10, quart'ultima riga, il congetturale affetto
sostituisce l'originale affatto.
DOMENICO
CHIODO
Prefatoria
ai Cento sonetti
di Alessandro Piccolomini
A
la escellentissima e virtuosissima Signora,
la Signora Donna Vittoria Colonna,
figlia degli Eccellentissimi Signori,
il Signor Ascanio Colonna e la Signora Donna Giovanna Aragonia8
Io
ho sempre stimato per cosa vera, escellentissima e virtuosissima Signora,
che tra tutte le facultà che fanno adorna quella parte del nostro intelletto
che gode di speculare, la Poesia sia quella che sopra l'altre e onorata (o
onesta che vogliam dire) e utile e dilettevole stimar si debba. Onorate prima
e di pregio le scienzie e le facultà a questo si fan conoscere, che intiero
e schietto mostrar si sforzano il vero e 'l buono. In che la Poesia in tanto
l'avanza tutte in quanto ciascaduna di quelle dattorno a determinati e limitati
soggietti s'affannano ne l'offizio loro, dove che questa dentro a confino
alcuno non restringendosi, ampiamente s'allarga per i campi de l'altre tutte,
non potendosi chiamar buon poeta colui che geometra, aritmetico, astrologo,
naturale, teologo, economico e politico, e in ogni arte finalmente dotto non
si demostra. A questo si aggiugne che sì come nel maneggiare e mostrar altrui
qualche santa reliquia, colui sarà di più lode meritevole e di più fede il
quale per reverenzia e rispetto col mezzo d'alcun sottil velo o transparente
cristallo la trattarà e altrui mostrarà secondo che si conviene, che quell'altro
non sarà poi che fuora d'ogni venerazione e riguardo, con le mani stesse non
ben purgate, maneggiaralla a guisa di cosa vile: così medesimamente il poeta,
mentre che così santa e divina cosa com'è la verità sotto tralucente velame
e trasparente vetro di lucida imitazione e di onesta favola manifestamente
farà vedere, di molto maggior pregio e credenza si farà degno che coloro non
faranno i quali ne le particulari scienzie, trattando vilmente e senza rispetto
il vero, quello sprezzabil rendano e men credibile. Utilissima parimente questa
facultà sopra tutte l'altre stimar si deve come quella la quale stringendole
tutte ne le sue braccia, com'aviam detto, è forza ancora che quei fini e quel
giovamento ella sola unitamente ne porti al mondo che quelle far possano tra
lor divise. Oltra che qual si voglia frutto che a particulare scienzia appartenga
di far nascer ne l'intelletto nostro, o sia l'amore verso di Dio grandissimo
e la cognizion di quello, o sia la notizia de le cose de la natura, o la prudenzia
e virtuosa vita ne le republice e ne le case nostre, o qual altro sia finalmente
giovamento che rechi al mondo la Filosofia, tanto più agevolmente da la Poesia
che da l'altre scienzie sarà piantato ne la mente nostra, quanto più utile
stimar si deve ad un corpo infermo quella medicina che ricoperta da qualche
scorza dolce sarà bevuta, che quell'altra non si de' fare che palesando l'amarezza
sua sarà recusata dal gusto di chi l'ha da torre. Onde sì come il medico dei
corpi nostri, dovendo darci una bevanda per farne sani, molto più portaracci
di giovamento se per ingannare il gusto nostro, il qual per natura il dolce
appetisce e l'amar fugge, quella medicina con qualche succo dolce di fuori
involta porraci innanzi, che per il contrario non farebbe se, così ignuda
e pura porgendola, tal fastidio ne cagionasse che né soffrir, né ritener si
potesse mai: così parimente la medicina de l'intelletto, che non consiste
in altro che ne la verità de le cose e ne la virtù de l'uomo, se sincera e
schietta ci sarà presentata nel modo che i particulari Filosofi soglian fare,
subito per il senso, che può troppo in noi, mostrarassi amara e difficile
ad inghiottirsi; dove che se con qualche soave ricoperta, come di gioconde
favole, o di numeroso concento, o d'altra così fatta cosa, ci sarà posta innanzi
secondo che il poeta, che universal filosofo si domanda, suol sempre fare,
alora inghiottita quasi con utile inganno, non prima arà digerendosi dato
principio di far palese la forza sua, che a gran corso sentirem divenir sana
e felice la mente nostra. Onde si può vedere quanto s'ingannan coloro i quali,
forse perché veggano i poeti con le favole e finzion loro travagliarsi spesso
tra cose che né sono né possan essere, si pensan per questo che la materia
de la poesia sia la falsità stessa, e che il fin di quella sia il fingere
e trattare il falso. E non s'accorgan questi tali che non per altro lo trattano,
sennò acciò che con la dolcezza di quel che si finge più trapassi e meglio
si digerisca nel petto degli uomini (che per il più sono ignoranti) il vero
e 'l buono che i poeti principalmente intendan di persuadere.
Ditemi
un poco, qual teologo si trovò mai, che più amore, reverenzia e timore di
Dio facesse nascer nel profondo dei cor degli uomini, che si faccia David
nel petto di qualunque canta gli affettuosissimi versi suoi? Quel Mercurio
tre volte grandissimo, e Museo, e tanti altri eccellentissimi poeti che han
cantato teologicamente del grande Iddio, crederem noi che tanto avessero in
quei primi tempi, che rozzi erano gli uomini e come nuovi al mondo, radicato
ne le menti di quelli la pianta de la religione e de la cognizion di Dio,
se con parole ignude d'ogni ornamento e vote di dolcezza di poesia l'avesser
fatto? certamente egli non è da credere. Ne le cose parimente naturali, le
cui cagioni per la lor difficultà si rendano a noi difficili, i poeti furon
quelli che indusser gli uomini a ricercarle, sì come di Empedocle e d'altri
si legge che con misura di versi le scrissero e le cantarono. Appresso de'
quali seguirono e Pittagora e Platone e altri molti, che se ben furon disciolti
dal concento del verso, con la imitazione al meno, sotto significazion di
favole lasciaron depinte le cose de la natura, ne la qual imitazione così
principalmente consiste la Poesia, che più poetici stimar si debbano i Dialogi
di Platone e le Commedie di Sofrone e di Xenarco, senza misura alcuna di verso,
che i versi d'Empedocle, o altro simile, privi d'imitazione. Né mancò Lucrezio
a li Latini, che così compiutamente e dolcemente ne scrisse ancora che cosa
a mio giudizio in tal materia non si può leggere più risoluta al mondo, né
più soave. Ne l'astrologia Arato antiquamente, e Manilio nei tempi che seguir
poi, scrisser di sorte che la dolcezza de' versi loro con gran diletto imparar
ci fanno i movimenti e gli aspetti di quei perpetui corpi che sono in cielo.
Medesimamente nei tempi nostri ci hanno dato i cieli il Pontano, credo io
acciò che le cose celesti e gran parte de le naturali con tanta suavità e
chiarezza descrivesse, quanta chi ha buon giudizio può ben vedere9.
Ma
de le virtuose operazioni de l'uomo, e dell'azioni civili e domestiche, che
direm noi? certamente se consideraremo quanto rozzi e ferini fossero i costumi
e l'azioni umane che si trovavano in quei primi antichi nostri, i quali a
guisa di bruti, pieni di crudeltà e senz'alcun segno d'umanità vivevano, noi
confessaremo chiaramente che con altr'arte non era possibile che sotto a giogo
di leggi e dentro a cerchio di mura a la conversazion civile e mansueta si
riducessero, sennò col mezzo de la Poesia, mentre che Anfione, Orfeo, e altri
poeti accorti, col suono dei versi loro, quelli uomini rozzi a la civiltà
reducendo, quasi fiere, sassi e arbori a sé tiravano. Util dunque si può concludere
che la Poesia sia sopra tutte l'altre facultà stimar si debbi; col mezzo de
la quale, se ai tempi nostri le leggi e i precetti da' prudenti legislatori,
così per accrescimento de la religione come per sostentamento de le ben guidate
case e ben corrette Republiche, fusser con misura di verso e sapore di poesia
mandate fuora, come avveniva in Grecia, quando più fiorendo ella, fin da le
fascie ad apprenderla incomminciavano, molto più profundamente e universalmente
ne le menti nostre si radicarebbono che non veggiamo far oggi, che rarissimi
son coloro che sappin la minima parte dei precetti che a le lor religioni
appartengano, e a la salute de le città loro. Senza che per le fatighe e travagli
che vivendo noi al mondo è forza che ci accaschino alcuna volta, nissuno spasso
o ricreazion d'animo si può trovare più dolce e più onesto che quello che
dai versi degli onorati e ben costumati poeti si possa prendere; col cui diletto
e riposo d'animo si rinfresca a l'azioni virtuose la mente nostra, e in un
tempo medesimo si conferma nel ben operare.
Or
essendo dunque questo studio de la Poesia così onesto e utile, com'aviam veduto,
per poter or concludere che gli altri studii avanzi d'ogni escellenza, restarebbe
che noi dichiarassemo com'egli sia dilettevolissimo sopra tutti. Ma chi sarà
sì debole d'intelletto, e sì poco pratico tra le scienzie, che stimi tal cosa
aver bisogno di prova alcuna? perciò che manifestissima cosa è che de la Poesia
è proprio offizio, non sol demostrando e commovendo (come l'altre scienzie
fanno), ma dilettando ancora, cercar di far conoscere il vero e 'l buono.
E di qui nasce che sola la Poesia fra l'altre facultà non dà luogo a mediocre
escellenza: conciò sia che, dove che l'altre perché le recano l'util solo,
o piccolo o grande che lo portino, qualche luogo ritrovan pure, ella, come
che col diletto esserciti principalmente le forze sue, non può sennò escellentissima
dimostrarsi. E che il diletto possa in quella tanto agevolmente potrem conoscere,
se ai due nervi suoi, per cui ella da l'altre facultà differisce, consideraremo:
i quali sono l'imitazione e la misura proporzionata de le parole. Le quai
due cose, se ben la prima, che ne la natura de le cose stesse consistendo,
vien ad esser una stessa in tutte le lingue, e l'altra essendo radicata ne
le parole medesime vien per questo a variarsi, secondo che le lingue si van
cangiando, nondimeno ambedue, l'una penetrando come più naturale con la sentenzia
de le parole fin nel centro de l'intelletto, e l'altra poi, col concento che
da ben misurato suono de le sillabe ne risulta, toccando dolcemente il senso
de l'odito nostro, d'incredibil diletto ci sono cagione. Et in vero, primamente
è cosa maravigliosa a considerare quanto piacer rechi a le menti umane ogni
sorte di vera somiglianza che imitando si soglia fare, la quale tanta forza
ne porta seco che molte cose che vere appresentandosici ci portan noia, quanto
più proprie ne l'imitazione e appresso al vero ci si mostran poi, tanto più
ci piacciano e ci dilettano: come per essempio ne la pittura si può vedere,
dove qual si sia più e orrendo e spaventoso animale, o qual più dispiacevol
cadavero, o più orribile e noioso mostro che trovar si possa, se depinto ci
si mostra innanzi, tanto più ci delettaremo di contemplarlo, quanto più sarà
somigliante a quella propria natural bruttezza che gli conviene. Medesimamente
non si potrà trovare uomo, così per brutte e mostruose parti del corpo, e
per odiosi costumi e vili operazioni, odiato e aborrito da ciascheduno, che
colui che facetamente, o in commedia o in qual si voglia altro gioco, cercarà
d'imitarlo, tanto più non piaccia ai riguardanti quanto più a la vera imperfezione
de l'imitato si farà simile. Non sarà parimente così aspra, tronca e inetta
lingua o favella, che colui che come strania ben l'imita ragionando, non diletti
infinitamente, di maniera che discorrendo per qual si voglia cosa, trovaremo
che l'imitazione, quando è propria e piena di somiglianza, ha congiunta seco
dolcezza da non creder mai. De la qual cosa o sia la cagione (come alcuni
vogliano) che essendo l'uomo per natura avido di sapere, e per questo dilettandosi
d'imparare, e massimamente quando egli procacciandosi la cognizione d'alcuna
cosa vien a porle affetto come a cosa propria, di qui nasca che venendo egli,
ne l'imitazione che gli è posta innanzi, a conoscere con veloce discorso proprio,
da la cosa che imita, quella ch'è imitata, ragionevolmente prenda di ciò diletto;
o sia veramente che altra miglior ragione di questo trovar si possa, basta
che sensatamente si prova esser dilettevolissimo l'imitante. E per questo
si può concludere che la Poesia, la qual non è altro che imitazione, sia dilettevolissima,
com'aviam detto.
A
questo si aggiugne poi quel concento e quel numero, che nascendo da la misura
del tempo che ne la pronunzia de le sillabe si ritruova, grandemente diletta
l'orecchie degli ascoltanti se a quelle proporzionato ritrovarassi; le quali
per la forza de l'uso, che quasi in natura si suol rivolgere, secondo la varietà
de le lingue varie parimente proporzioni e misure ricercaranno. Misuravano
i Greci, e non manco i Latini che le pedate di quelli seguiron poi, ciascheduna
de le sillabe col tempo suo, or con determinata proporzione ritraendole ne
la pronunzia e or affrettandole secondo che conveniva, mentre che la lunga
sillaba in doppio tempo più che la breve si sosteneva. Il che oggi ne la lingua
italiana non adiviene: veggendo noi che con molto inartefiziosa e poca regulata
misura facciam parte del tempo a le nostre sillabe, percioché sol una sillaba
per ciascheduna parola per alquanto tempo tardar facendo, da quella facciam
noi sostener tutte l'altre che le seguan poi, né tal sostenimento nel doppio
avanza ciascheduna de le sillabe sostenute; anzi se ben quell'una si tien
alquanto, tutte quelle che restan poi con ugual tempo si proferiscano, di
maniera che dove appresso dei Greci e dei Latini non si trovava parola in
cui più che due sillabe nel fin di quella si sospendesseno, appresso di noi
tal parola si può trovare nel cui fine tre e quattro, e talvolta cinque sillabe
veloci correndo, da una sola precedente sillaba si sostengano, sì come a chiunque
sia mediocremente pratico in questa lingua si mostra chiaro10. Essendo dunque,
così com'aviam detto, diversa la misura de le parole in questa e in quell'altra
lingua, in tanto che se vivesse oggi la lingua greca o la latina e odissemo
la schietta pronunzia loro, molto ci parrebbe differente da la pronunzia che
diam lor noi, non è da maravigliarsi se parimente il concento che ne la poesia
ha da nascer da tal misura non è un medesimo in ogni lingua, com'aviam detto.
Variavano adunque i Greci e Latini le sorte dei lor poemati con la varietà
dei piedi dei versi loro, nati da diverse proporzioni di tempo che ne le sillabe
ritrovavano, in guisa che o più tarda o più veloce, e conseguentemente o più
severa o più dolce, maniera di misura fabricavano, secondo che a materia o
eroica, o amorosa, o comica, o nuziale, o funebre, o ad altra materia così
fatta si conveniva. Ma ne la nostra lingua, doppo che da la corrozione de
la Latina nacque vicino a molti anni sono, per la imperfezione di quella misura
di tempo che ne le nostre parole si truova, non si son potute appropriare
diverse misure a diverse materie di poesie. E per questo a la distinzione
de' poemati nostri altrimenti provedendo, non solamente alcuni posamenti di
seggi nel verso dentro11 (il che in qualche parte coi Greci e Latini
tien somiglianza), ma non essendo bastante questo per la imperfezion sua,
come si è detto, la corrispondente consonanza de le rime ha suplito in modo
che si è data tal forma a la poesia nostra che e eroicamente, e di cose amorose,
e d'ogni sorte materia al fine, commodamente potiam trattare.
La
necessità, dunque, cotal maniera di variar poemati fe' trovare; e per l'uso
poi così l'orecchie nostre a tal concento e a cotai posamenti nei versi drento
si sono assuefatte, che in ogni altro luogo che nel verso si posi lo spirto
di chi lo canta o lo proferisce par che ci offenda e ci porti noia. E in questa
cosa la consuetudine con la proprietà d'una lingua ritien tal parte che dove
che appresso di noi il verso ne la quarta, ne la sesta e ne la decima sillaba
sostenendosi, e forza prendendo alquanto, viene a nascer di undici, di sette
e di cinque sillabe, secondo che in Italia per il più s'usa, come ognun vede;
altre nazioni poi, come per essempio appresso gli Spagnuoli o ' Francesi,
d'altra maniera ricercano il verso acciò che non offenda l'orecchia loro.
E de la rima ancora veggiamo che noi per adolcire la poesia nostra ci siam
serviti, dove che i Latini a materia mesta e lugubre alcuna volta l'accommodavano:
tanto può la consuetudine ne l'azion nostre.
Tutto
questo che ho fin qui detto de l'onesto, de l'utile e del diletto de la Poesia
(oltra molt'altre cose che a tal proposito si potrebbon dire) dimostra chiaramente
con quanta escellenza a l'altre facultà tutte stia ella sopra. Per la qual
cosa io sempre di legger buon poeti so' stato vago; e non sol Greci e Latini,
ma Italiani tanto più quanto più questi con la misura e proporzionato numero
de le lor sillabe sono accommodati a l'odito nostro che quelli non sono, il
cui concento, per esser oggi perduta la vera pronunzia de le lingue loro,
o nulla o poco potiam gustare. E se bene e i comici, e i tragici, e gli eroici,
e i satirici poeti mi son piaciuti, tuttavia i lirici sopra modo m'han dilettato,
come quelli che più varii, più liberi, e a più varie sorti di materie accommodati
stimar si debbano. Oltra che ne la lingua nostra minor copia di buoni scrittori
in ogni altra sorte di poesia abbiamo tenuti che de' lirici non aviam fatto;
nel cui stilo, oltra il Petrarca che fu divino, molti altri sono stati nei
tempi nostri che sonetti, canzoni e ballate han composto leggiadramente: sì
come sono il Bembo e la escellentissima e santissima vostra zia, la Signora
Donna Vittoria Colonna Marchesa di Pescara, la quale ha fatto conoscere al
mondo che non è necessario, come stimano alcuni, che a sola materia amorosa
s'accommodino i sonetti sempre, ma ad ogni altro onorato soggetto son atti
ancora, per santo e grave che egli sia. Tirato io dunque da la dolcezza de
l'opere di questi tali, non solamente di leggerle so' stato vago, com'ho già
detto, ma alcuna volta ancora mi sono dilettato di esercitarmi in comporre
qualche cosa anch'io, non perché io mi compiacesse molto ne le cose mie, o
perché io sperasse che con gran diletto dovesser andare in mano di chi si
voglia, ma solo perché così mi ha guidato la vaghezza di cotal arte.
Avete,
Escellentissima Signora, fin qui saputo quale intenzion m'abbia invitato a
far nascer rime dal mio intelletto; resta ora che io vi demostri che cosa
m'abbia spinto a mandarvi i sonetti che a questa littera verranno appresso.
Trovavomi io primamente, Virtuosissima Signora, ligato appresso de la virtù
vostra di quell'obligo che a quello immenso valor conveniva, il qual per diverse
lingue raccontar di voi si sente per ogni parte, e spezialmente la testimonianza
che più volte me n'ha fatto la gentilissima Madonna Onorata Tancredi (a cui
do più fede che a tutto 'l resto de la Fama insieme), mentre che la bellezza
del corpo, la dolcezza de le parole, la gentilezza de' costumi e la infinita
virtù de l'animo, e tutte finalmente le rare qualità di pregio che in voi
si trovano spesse volte m'ha raccontato: cotal testimonianza, dico, m'aveva
ogni dì più confirmato in quella reverenza e in quell'affetto ch'avevo già
posto in voi. Or a questo s'aggiunse poi, non molti mesi sono, che quello
che per fama avevo odito de la gentilezza e benignità del vostr'animo, con
opra stessa ne feci prova, poscia che senza merito nostro alcuno voi, insieme
con la Escellenzia de la Signora Duchessa vostra madre, tanto di aiuto e favore
vi degnaste di fare in benefizio di mio fratello, quanto io ben conosco e
conoscerò sempre. Trovandomi adunque io per tanti rispetti così obligato a
la virtù vostra, cominciai a rivolgermi ne la mente tra me medesimo che, se
ben la pura gratitudine degli animi, quando si conoscesse, doverebbe esser
bastante sodisfazione d'ogni obligo appresso le persone di gran giudizio,
tuttavia per essere occulto il centro dei cor degli uomini, par necessario,
per fuggir la macchia de la ingratitudine con qualche estrinseco indizio de'
pensier nostri, mostrargli fuora. E non essendo cosa più proporzionata a questo
che, sì come per gratitudine del benefizio ricevuto si deve donar l'animo,
così ancora farne segno con qualche dono che si faccia fuore: non per il valore
de la cosa che si dona (che ben sappiamo che Dio non ha mestieri de le cose
nostre, e non di meno gli facciamo offerte con le sostanze nostre), ma per
così far aperta la mente e 'l petto, tutto sospeso son stato gran pezza per
tal cagione, considerando con qual dono io potesse a la benignità vostra mostrarmi
grato. Oro, gemme e argento né tengo io, né molto di tener mi curo, né voi,
oltra che copiosa ne sete assai, potete per la virtù vostra aver sì vil cosa
in quel pregio che il volgo stima. Onde volendo io pur farvi dono, né parendomi
giusta cosa donar l'altrui, mi è stato forza, non avendo altro, di ricorrere
a quelle rime che in diversi tempi e con varie occasioni composto aveva; e
come che tra quelle io non ne trovasse tali che di voi punto mi paresser degne,
tuttavia cento sonetti n'ho presi pure, quelli almanco che meno indegni mi
son paruti. E in ciò ancora sarei stato più sospeso assai, se non mi avesse
dato animo l'Illustrissimo Signor Don Hernando de Mendozza, il quale per il
rispetto e l'onore che porta a voi, non è da pensare che conoscendo questo
mio presente al tutto di voi non degno m'avesse a mandarlo recato ardire;
né creder si deve ancora che ciò non conosca, così buon giudizio si trova
in lui. Ho tolte adunque alcune de le mie rime e quelle vi mando con questa
mia, le quali, non tutte, i sospiri e le lagrime, e l'istoria finalmente contengano
de' miei amori, com'han fatto de le rime loro fin qui la maggior parte di
coloro che sonetti o canzoni sono stati soliti di comporre: in maniera che
non è mancato chi abbia aùto ardire di affermare che le rime lirice italiane
non comportano altro che sospiri e tormenti amorosi, e fiori, erbe e frondi.
Ma buona parte de' miei sonetti vedrete fondata in diverse materie morali
e piene di gravità, ad imitazion d'Orazio, il quale ammiro grandemente e tengo
in pregio. Vi mando dunque, quali essi si sieno, cento de' miei sonetti; e
portator di quelli sarà il molto servitor vostro e amico mio, Messer Pavolo
de' Ricciardi, né potevo io trovar persona più a cotal offizio proporzionata,
non tanto per la bontà sua e per la reverenzia e rispetto che porta a voi,
quanto ancora per la benevolenzia che strettissima è tra me e lui. Né penso
io di dare a questi miei sonetti arme defentiva contra le calumnie che qual
si voglia maligno osasse voler dar loro, prima perché io mi persuado che non
abbino d'andare in altre mani che di voi, la quale sì come stimo giudiziosissima
a cognoscere ogni loro fallo, così a l'incontro per sua benignità a perdonarlo
e scusarlo giudico attissima a maraviglia. Di poi, quando ben per sorte venisser
a le mani d'alcuno, il quale o con dire che l'intessimento de le rime così
de' terzetti come de' quartetti, o qualche vocabolo che gli paia nuovo, non
gli sodisfaccia, o per qual si voglia altro defetto mi giudicasse degno di
reprensione, io non voglio, con l'essempio o del Petrarca, o de la Marchesa
di Pescara, o del Bembo, come potrei (i quali tre poeti stimo io sopra tutti
gli altri de' nostri tempi), o in qual si voglia altra maniera cercar di defendermi:
ma solo mi basta per securezza mia la confidanza che tengo che avendo io fatto
dono de' miei sonetti a voi, e sotto la vostra protezione mandatovegli, non
sarà uomo alcuno che ardisca pur offendergli col pensiero. E con questo fo
fine a questa mia, la quale più in luogo di un tal discorso che di proemio
ho io scritta così lungamente. Resto baciando umilissimamente la mano di Vostra
Escellenzia e de l'Escellentissima Signora Duchessa vostra madre, pregando
Dio che ad ambedue porga sempre l'orecchie amorevoli nei preghi loro.
Di
Genova il dì IX di Decembre MDXLVIII.
Alisandro
Piccolomini
NOTE
1.
Quando il presente numero della rivista era già pronto per la pubblicazione
ho appreso della stampa di un interessante volume collettivo dedicato alle
antologie liriche cinquecentesche ("I più vaghi e i più
soavi fiori". Studi sulle antologie di lirica del Cinquecento, a
cura di Monica Bianco ed Elena Strada, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2001);
nel contributo ivi prodotto da Paolo Zaja (Intorno alle antologie. Testi
e paratesti in alcune raccolte di lirica cinquecentesche, pp. 113-145)
si fa cenno alla dedicatoria del Piccolomini ai Cento Sonetti. Dal
momento che, a quanto mi risulta, Zaja è il solo ad aver fin qui rilevato
l'importanza dello scritto, approfitto del vantaggio consentito dal pubblicare
in rete, intervenendo in extremis a segnalare tale studio.
2.
Notissima è la polemica sollevata dal Castelvetro a proposito di una canzone
encomiastica del Caro (“Venite all'ombra dei gran gigli d'oro”); meno studiate
sono le ragioni dello scontro tra il Brocardo e il Bembo, letto talvolta dalla
scuola storica come una bizzarria che trovava origine nella vanagloria dei
due contendenti. Più diffusamente, ma senza troppo acume critico, se ne occupò
Domenico Vitaliani in un saggio dal titolo Antonio Brocardo. Una vittima
del bembismo (Lonigo, Tip. Papolo e Gianconato, 1902). Ho tentato di investigarne
le ragioni in D. CHIODO, Suaviter
Parthenope canit. Per ripensare la `geografia e storia' della letteratura
italiana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999; in particolare alle pp.
43-67.
3.
Per questi ultimi il documento più importante è senz'altro la celebre lezione
del Tasso sul sonetto del Casa “Questa vita mortal <193>“; per i primi
è da tener presente la ricca letteratura dei commenti al Petrarca, per la
quale fondamentale è G. BELLONI, Laura tra Petrarca e Bembo.
Studi sul commento umanistico-rinascimentale al “Canzoniere”,
Padova, Antenore, 1992. Manca invece uno studio specifico sulle lezioni petrarchesche
e dantesche del Varchi, e credo sarebbe opera più che meritoria.
4.
Su Alessandro Piccolomini (Siena, 1508-1578) è consultabile una monografia
di Florindo Cerreta (Alessandro Piccolomini letterato e filosofo
del Cinquecento, Siena, Accademia senese degli Intronati, 1960).
5.
C. SCARPATI - E. BELLINI, Il vero e il falso dei poeti. Tasso Tesauro Pallavicini
Muratori, Milano, Vita e Pensiero, 1990.
6.
Francisci Robortelli Utinensis in librum Aristotelis de arte poetica explicationes,
Florentiae, in officina Laurentii Torrentini ducalis typographi, 1548.
7.
Il riferimento principale è ovviamente ai Discorsi del poema eroico,
ma il tema è costantemente presente nella riflessione teorica del Tasso fino
al Giudicio sovra la Gerusalemme riformata; e si vedano nella recente
edizione della medesima, a cura di Claudio Gigante (Roma, Salerno, 2000),
gli opportuni richiami all'opera del Piccolomini nel commento del curatore
(pp. 15-16).
8.
Tra i maggiori baroni romani, Ascanio Colonna, fratello di Vittoria marchesana
di Pescara, è passato alla storia soprattutto per la `guerra del sale', ovvero
il rifiuto opposto a papa Paolo III di sottostare al balzello pontificio,
altrimenti nota come la guerra di Palliano, l'ultima roccaforte a resistere
tenacemente, nel 1540, alle preponderanti forze guidate da Pier Luigi Farnese.
Sconfitto, fu costretto all'esilio a Napoli, dove divenne Gran Connestabile
del regno. Alla moglie Giovanna d'Aragona fu dedicata per cura di Girolamo
Ruscelli una delle più cospicue antologie liriche cinquecentesche, il Tempio
alla divina Donna Giovanna d'Aragona, fabricato da tutti i più gentili spiriti
et in tutte le lingue principali del mondo (Venezia, Plinio Pietrasanta,
1554).
9.
Il riferimento è ovviamente all'Urania. Mi pare però segnalabile che
della vasta produzione pontaniana sia qui privilegiato il poema di conio lucreziano:
è ovvio che ciò è confacente allo svolgimento del discorso del Piccolomini,
ma non si deve neppure dimenticare che fu proprio questa la linea interpretativa
dell'eredità del Maestro seguita dall'Accademia Pontaniana, come testimonia
anche che Scipione Capece, successore del Pontano alla guida della medesima,
dedicò il proprio ingegno alla composizione del De principiis rerum,
poema sapienziale che voleva proporsi come una sorta di riscrittura del De
rerum natura. È altrettanto interessante la conferma, in questa consonanza
di intenti tra il Piccolomini e i pontaniani, dello stretto legame che intercorre
tra cultura senese e napoletana.
10.
È noto che la lingua latina non contempla l'esistenza di parole bisdrucciole.
11.
Ovvero gli ictus ritmici all'interno del verso.
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