Orologio
solare in un muro d'un cacatoio
Introduzione
Nel 1996
fu pubblicato da Sellerio, a cura di Vitaniello Bonito, un delizioso libretto
il cui titolo era Le parole e le ore. Gli orologi barocchi: antologia poetica
del Seicento. La raccolta comprendeva ottanta composizioni di vari autori
e di vario metro: dal sonetto al madrigale, alla canzone, alle ottave, passando
in rassegna vari tipi di orologi dell'epoca. La pesca nel mare magnum
dei canzonieri secenteschi fu abbondante e, per certi versi, sorprendente:
non tale tuttavia da precludere ulteriori arricchimenti. Nel recensire l'opera
sul "Giornale Storico della Letteratura Italiana"1, Domenico
Chiodo lamentò l'assenza dall'antologia di Baldassarre Pisani che nei suoi
Rivoli di Elicona dedicò al tema sette sonetti, ma anche altri autori
avrebbero potuto trovare spazio in quella antologia. Sono ad esempio sei gli
indovinelli riguardanti orologi negli Enimmi di Caton l'Uticense Lucchese,
curiosissima raccolta epigrammatica da me recentemente riedita2,
mentre due altri indovinelli hanno per oggetto orologi nella Sfinge
di Antonio Malatesti (l'indovinello 75 della parte prima e il 164 della parte
terza); sei sonetti dedicati al tema sono stati composti da Giovan Benedetto
Perazzo e si trovano in Discolores Apollinis Flosculi, opera pubblicata
da Combi e La Noù nel 1665 che raccoglie componimenti latini nella prima parte
e italiani nella seconda e che fu molto elogiata da Francesco Fulvio Frugoni
nei suoi monumentali Ritratti critici abbozzati e contornati (Venezia,
Combi e La Noù, 1669); altri tre sonetti, su tre diversi tipi di orologio,
compaiono in La Clio rinvenita, raccolta postuma delle poesie di Antonio
Robillo pubblicata a Venezia da Giovan Francesco Valvasense nel 1680; ancora
un altro si legge nei Divertimenti poetici di Giuseppe Varano di Camerino.
E l'elenco potrebbe ulteriormente incrementarsi se si dovessero prendere in
considerazione opere in lingua latina. Basti qui accennare alle citazioni
riportate nelle Descriptiones Poeticae del padre gesuita Giovan Battista
Ganduzio, monumentale antologia di poesia latina, ove sono citati componimenti
dedicati a vari tipi di orologio da Gaspare Barlaus, Vincenzo Guinigi, Ippolito
Grassetti, Lorenzo Le Brun, Costanzo Pulcarelli, tutti autori anch'essi appartenenti
alla Compagnia di Gesù.
Di
tutt'altra tempra dovrebbe essere stato l'autore che qui si pubblica, quel
Cesare Giudici che nella Bottega de' chiribizzi presenta se stesso come
un "caposcarico", ovvero una testavuota, scrittore certamente faceto
e dotato di una verve non trascurabile, come testimonia il seguente
sonetto che certamente non dispiacerà ai cultori del genere scatologico. Di
lui, per altro, non è conservata alcuna traccia nelle storie letterarie, né in
quelle antiche né in quelle più recenti, e le uniche notizie che lo riguardano
sono ricavabili dalla Bibliotheca Scriptorum Mediolanensium
dell'Argelati: questi lo dice nobile milanese, nato il 25 giugno del 1634,
laureato in diritto ma dedito alle lettere, e studioso operante nel Collegio
Borromeo; morì ottantanovenne il 19 marzo del 1724. Il dato più importante che
l'Argelati riferisce è l'elenco, piuttosto fitto, delle opere, che peraltro i
repertori bibliografici del Piantanida e della Michel ulteriormente accrescono,
soprattutto in relazione alle numerose ristampe che attestano la notevole fama
dell'autore ai suoi tempi. Di tali opere si riportano qui in ordine cronologico
soltanto quelle andate in stampa: La Zenobia. Dramma dedicato a Leopoldo I
Imperadore, Milano, Ramellati, 1672; Il mondo senza giudizio,
Milano, Malatesta, 1674; Le pazzie per far cervello. Consigli politici e
morali, Milano, Ramellati, 1680; La
bottega de' chiribizzi, Milano, Ramellati, 1685 (ristampato ben nove volte
nel corso del XVIII secolo); Le avventurose disavventure d'amore divise
in sei novellette, Milano, Malatesta, 1703; L'osteria magra. Aggiuntovi
alla fine alcune lettere critiche, Milano, Malatesta, 1704; Le fantasie
rurali, Milano, Malatesta, 1704; Il genio mercuriale, Milano,
Malatesta, 1711.
Di tali
opere la maggiore parrebbe senz'altro La bottega de' chiribizzi, che
contiene, suddivisi in ben ventotto sezioni, o "scatole" come sono
dette dall'autore (da quella dei Sonetti giocosi proviene quello che
segue), componimenti dei più vari generi e metri. L'opera, dedicata secondo
quanto recita il frontespizio "all'illustrissimo sig. Dottore Avvocato
Matteo Abbiati Forieri", presenta nell'apparato prefatorio, oltre a una
dedicatoria e a due avvertenze (alle "belle Signore" e "a'
Censori"), un garbato prologo, Erezione della bottega, che merita
di essere riportato per intero per ragguagliare sullo `spirito' dell'opera e
dell'autore:
Sin dai
primi anni, e con le prime piume del mento, nacquero i grilli del mio cervello,
dal capo di Mercurio e dalla pancia di Venere il mio ascendente sortì: l'una
inclinommi al Diletto, l'altro alle Muse. Non mi parea di star bene se ogni
giornata non prendeva un sorso del caballino3, ma come che l'acque
portate fuori dalla sorgente perdono in parte il sapor natio, determinai di
trasferirmi alla fonte. Ben conosceva che la mia gamba non avea forza valevole
per superare l'asprezza del camino, onde una volta passando a caso dal mio
paese il volator pegaseo, non osando saltargli in groppa, me gli attaccai alla
coda, e feci sì che strascinommi in Parnaso. Giunto al cospetto del
grand'Apollo, isfoderai fuori non so che pochi scartafacci che alla rinfusa
teneva in tasca. Sorrise il Principe alla bislacca invenzione de' miei
Capricci, ma rise più quando squadrandomi tutto da capo a piedi appena trovommi
adosso la terza parte d'un uomo. Chiedette però ciò ch'io volessi, et io
risposi che, benché indegno, desiderava d'esser ammesso al suo servizio, et
esser posto nel rollo de' suoi seguaci. Crollò egli il capo, e soggiunse che
insufficienti ancora erano i miei ricapiti, e mal corrispendevano i meriti al
desiderio, che a tempo e luogo mi avrebbe fatto contento e che fra tanto non
trascurassi l'abilitarmi all'onore et avanzarmi nel credito de' miei talenti.
Mortificato
dalla repulsa e vergognoso di ritornare alla patria sì inglorioso, pensai di
far prattica di trattenermi colà sotto la protezione di qualche amico insin che
il cielo e la sorte aprissero al mio desire varco più degno. Né pure in ciò fui
consolato, poiché tre giorni e tre notti girando attorno non ritrovai né pur
uno di quegli eroi che di buon occhio mi guardasse, onde schernito da molti e
compatito da pochi fui necessitato a partire. Ero ormai giunto a piè del monte,
e già con viso dolente prendeva congedo da quelle cime beate, quando nel fondo
d'una gran valle mi venne al guardo una mendica vecchiarella. Era ella magra,
cenciosa e malinconica, ciò non ostante s'affaticava tutta con un uncino
ch'aveva in mano a tirar fuori d'un vicin fiume certe scritture che la fugace
corrente portava seco. Andavale poscia di mano in mano stendendole al sole, et
asciugate ch'ereno, le riponeva al coperto d'una sua angusta capanna, che
fabbricata di vimini e di creta teneva sotto le ciglia d'un'alta rupe. La
stravaganza della persona, ma più del suo esercizio, mi mosse ad interrogarla
chi fosse e che facesse. Io sono, rispose, la Discrezione, che discacciata da
tutti e sbandita dal mondo tengo a buon patto il ricoverarmi in questo luogo:
il fiume che qui scorre è un ramo del fiume Lete, che doppo aver ispurgato
dall'immondezze tutto Parnaso si sepellisce in questa valle. Le carte ch'io qui
raccolgo sono le fatiche di certi ingegni disgraziati che, consumando il tempo
in cose vane e ridicole, non hanno appresso le Muse né lode, né fortuna. Io le
consegno di tempo in tempo alla Curiosità, et ella dispensandole a' suoi amici,
con un guadagno comune, provede a' suoi et a' miei bisogni.
A riso
et a pietade mi mosse il discorso della donna; considerando nulladimeno che
i miei componimenti erano appunto di quelli ch'ella s'andava procacciando
con tanto incommodo, me ne offerii mallevadore d'ogni travaglio e le promisi,
quando si fosse compiacciuta tenermi seco, di provederla in tanta copia di
questa mercanzia che non avrebbe più avuto d'uopo mendicarla altronde. Accettò
ella il partito, e stimolandomi all'opra, senz'altro dire mi prese a mano
e mi condusse al suo tugurio. V'era in un angolo di questo una gran botte
che, consunta dal tempo e logorata dal tarlo, mostrava d'esser colà qual cosa
inutile e derelitta. Chiedei alla vecchia a che servisse, et ella: Questa
è, rispose, la casa dove abitava il gran Diogene; ella gran tempo è stata
esposta a tutte l'ingiurie del cielo, et ha servito di scherno e di ludibrio
agli scioperati ignoranti. Apollo per riverenza la fe' portar in Parnaso e
consegnolla alle Muse, ma elleno invece di venerarla come un prezioso deposito
della fama e un'insigne reliquia della più fina sapienza, se ne servivano
di cloaca e di sterquilinio. La fece perciò gettar fuor delle mura, et essa
rotolando giù per la schiena del monte venne casualmente a mettersi a piè
del mio abitacolo. D'allora in qua mai non s'è mossa da questo sito, e mi
è di commodo grande, poiché giungendomi a casa qualche straniero gliela do
per camera e per alloggio, e non essendovi alcuno la faccio armario e dispensa,
e in lei ripongo quel poco che dall'industria mia e dall'altrui pietà mi vien
compartito. Questa e non altra ha da esser la tua abitazione, tanto più nobile
quanto di già appigionata al più famoso filosofo dell'universo e celebrata
da tutte le accademie de' sapienti. Qui sta in tua mano il fermarti finché
tu vuoi, che sempre cara et amabile riuscirammi la tua virtuosa conversazione.
Sì mi fu
grata l'esibizione del dono che, non vedendo l'ora d'esserne al possesso,
immediatamente vi corsi dentro. La ritrovai comodissima al mio disegno, anzi in
quel ponto pensando al ministero ch'io esercitar doveva, più da mercatante che
da poeta, non ebbi a vile il dichiararmi per tale. M'accinsi dunque, unitamente
con la mia oste, a fabricare di scorze d'alberi diverse Scatole, e con tal
ordine le disposi per ogni lato che sito assai bastevole restommi in mezzo per
alloggiarvi la mia persona. Allora fu che con l'aggiungere al suo antico due
altre lettere, a ragione del traffico da me intrapreso, di botte la nominai BOTTEGA. L'andai poscia fornendo di
varie merci che, come uscite da uno strano umore e fabricate da una bisbetica
fantasia, da se medesime si guadagnarono il nome DI CHIRIBIZZI. A
richiesta de' curiosi io questa mane l'ho apperta, et acciò che ognuno a suo
genio possa servirsi, ho qui d'avanti poste le scatole, per le cui robbe non si
pretende altro prezzo che quel mendico che gentilmente può provenire dalla
bontà di chi ha giudizio per compatire e non biasimare le cose altrui, benché
sciapite e disgustose.
IGNAZIO PISANI
Orologio
solare in un muro d'un cacatoio
Sonetto
di Cesare Giudici
Perché
bene del Tempo io spenda l'ore
Inargentato
stral quivi le segna,
E posto
in questo posto egli m'insegna
Che il
Tempo speso mal dà mal odore.
Tutto `l
tempo ch'io passo al cacatore
Temo
ognora il malan che non mi vegna,
Perché
so ch'ogni cosa, abenché degna,
Al par
d'una cacata, e nasce e more.
Quivi il
sol mi chiarisce, e vòl ch'io veggia
Che
l'Uom, che va con sì superbo aspetto,
Qual
ombra ne lo sterco, erra e passeggia,
Che al
Tempo corruttor tutto è soggetto,
E ch'al
tirar de l'ultima correggia,
Ogni
cosa mortal non vale un petto.
NOTE
1. Cfr.
D. CHIODO, Testi poetici
cinque-secenteschi, in "Giornale Storico della Letteratura Italiana,
CLXXV (1998), pp. 445-446.
2.
L'operetta è stata stampata in proprio nel 1995, in una mia personale
collezione di curiosità secentesche che raggiunge ormai la dozzina di titoli.
3. Il fonte "caballino" è ovviamente l'Ippocrene, alle pendici del monte Parnaso che il mito vuole scaturito da un colpo dello zoccolo del cavallo Pegaso.
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