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	<TEI.2>
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				<titleStmt>
					<title>Filologi, ai rostri!</title>					
					<respStmt>
						<resp>Curatore</resp>
						<name>Paolo Luparia</name>						
					</respStmt>
				</titleStmt>
				<publicationStmt>
					<publisher>Edizioni Res</publisher>
					<pubPlace>Internet</pubPlace>
					<date>I semestre 2005</date>
				</publicationStmt>
				<seriesStmt>
					<title>Lo Stracciafoglio</title>
					<respStmt>
						<resp>Redazione</resp>
						<name>Andrea Donnini</name>
						<name>Domenico Chiodo</name>
						<name>Roberto Gigliucci</name>
						<name>Paolo Luparia</name>
						<name>Massimo Scorsone</name>
						<name>Rossana Sodano</name>
					</respStmt>
				</seriesStmt>
				<noteStmt>
					<note type="genere">Rassegna semestrale di italianistica</note>
					<note type="numero">Nuova Serie - Anno I n. 1</note>
				</noteStmt>
				
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		<text>
			
			<body>
				<div type="testo">
					<div1 type="testo">
						<head type="titolo">Restauri tassiani.<hi rend="corsivo"> Rime</hi> 1409</head>
					</div1>
					
					<div1 type="paragrafo">
					<p type="par">
Composto a Napoli, secondo l’autorevole parere del Solerti, nella primavera estate del
1588, il sonetto indirizzato dal Tasso a Luigi Carafa principe di Stigliano (<hi rend="corsivo">Rime</hi> 1409) appare,
a mio avviso, nel testo stabilito dal medesimo Solerti e vulgato dal Maier, manifestamente
guasto, quantunque i commentatori paiano non avvedersene. Per vero essi non si dimostrano
ben certi nemmeno dell’identità del dedicatario. Il Maier riecheggia ancora il Solerti, mantenendosi
sulle generali (“Luigi Carafa, col quale il Tasso fu in relazione nel periodo trascorso
a Napoli”). Il Basile, che al biografo si rifà con puntuali citazioni di luoghi della <hi rend="corsivo">Vita</hi>, tenta
di essere più preciso ma incorre in un errore: il Luigi Carafa principe di Stigliano primogenito
di Antonio e di Beatrice di Capua dei conti di Altavilla vissuto tra il 1511 e il 1576 al quale
è concesso l’onore di una voce del <hi rend="corsivo">Dizionario Biografico degli Italiani</hi> non può essere, per
ovvie ragioni, il destinatario del succitato sonetto né dell’altro, parimenti dedicato al principe,
che il Solerti ordina nella sua edizione con il n. 1632, ultimo della parte settima contenente
le <hi rend="corsivo">Rime</hi> di data incerta del periodo 1586-1595. Credo invece che il Tasso si rivolgesse al
nipote di questi, che ne rinnovava il nome ed era figlio del suo primogenito Antonio avuto
in prime nozze da Clarice Orsini (Antonio e Luigi erano evidentemente nomi dinastici tramandati
di padre in figlio). Al giovane principe Torquato aveva già fatto appello con una
lettera non datata - il Guasti la ritiene a ragione inviata da Roma nel febbraio del 1588 -
perché egli intercedesse in suo favore presso la corte di Mantova impetrando la restituzione
degli indispensabili libri che il poeta vi aveva lasciati fuggendo alla volta di Roma:
					</p>
					
					<p type="citato">
In lei non debbo mai dubitare che la virtù sia discorde da la nobiltà, o l’autorità di giovare
diversa da la volontà: però la prego, con molta fede, d’esser compiaciuto in cosa ne la quale
sono stato molto offeso; dico ne gli studi miei, i quali non posso né finire né continuare senza
libri. Ne lasciai in Mantova due casse: e più ora avendo deliberato di vivere questo avanzo
di vita tra Napoli e Roma, prego Vostra Eccellenza che scriva in mia raccomandazione al
signor duca di Mantova, accioché sia contento di restituirmeli, acquetandosi a questo mio
quasi necessario proponimento. L’obligo sarà non solo di cosa carissima oltre tutte le altre;
ma carissima, perché volentieri io rimarrò perpetuamente obbligato a Vostra Eccellenza<ref target="1">1</ref>.
					</p>
					
					<p type="par">
					Per quanto inusuale possa apparire una simile, pressante richiesta di soccorso rivolta a un
potente sconosciuto (l’avvio della missiva conferma che tra i due corrispondenti non erano
intercorsi precedenti rapporti epistolari) e dettata per giunta in un evidente stato di turbamento
emotivo per la sorte degli amati libri<ref target="2">2</ref>, essa non è tuttavia né illogica né immotivata.
					</p>
					
					<p type="par">
					Il Carafa iuniore era lo sposo di Isabella Gonzaga (1565-1637) figlia di Vespasiano, duca
di Sabbioneta: poteva dunque spendere una efficace raccomandazione presso la corte gonzaghesca
(anche la principessa di Stigliano fu omaggiata di un sonetto, il n. 1410 delle <hi rend="corsivo">Rime</hi> ).
Al principe, uno dei più facoltosi gentiluomini del Regno con il quale non pare nel frattempo
avesse avuto occasione di una personale conoscenza durante il soggiorno napoletano del 1588,
il Tasso torna a rivolgersi con una missiva, del pari non datata ma senza dubbio risalente ai
primi di marzo dell’anno successivo. Il documento è utile per stabilire con maggiore esattezza
la data di composizione dei sonetti, e va perciò trascritto per intero. Mi pare infatti si possa
ricavarne più di un indizio non solo del fatto che il Tasso non conoscesse personalmente il
Carafa, ma soprattutto che non gli avesse a quella data ancora inviato alcun componimento.
In quel principio di marzo del 1589 il poeta si trovava in angustie finanziarie particolarmente
gravi (doveva reperire “in tutti i modi” cento ducati per dar principio alla stampa delle sue
<hi rend="corsivo">Rime</hi> , nella cui revisione era allora occupatissimo<ref target="3">3</ref>). Di qui la supplica a don Pietro di Toledo
perché intercedesse per lui ottenendogli dal viceré Giovanni de Zunica un onorifico vitalizio
mensile di venticinque scudi a nome della città di Napoli<ref target="4">4</ref>. Proprio per spedire questo negozio
e garantirgli gli indispensabili appoggi (oltre che per recuperare almeno una copia del “terzo
libro” delle <hi rend="corsivo">Rime</hi> - il cui contenuto il Poma ha individuato nel codice Vaticano Latino 10980
- rimasto a Napoli nelle mani di Matteo di Capua, conte di Paleno) il Tasso si rivolge dunque
al principe di Stigliano, mettendo in pratica l’arguto proposito confidato al medico Ottavio
Pisano:
					</p>
					
					<p type="citato">
					Io quanto posso mi guarderò, acciò che l’animosità non toglia il governo di mano a la
ragione, e mi sforzerò di essere cozzone [tutta la lettera, fin dall’esordio, è giocata su metafore
equestri: “Mi doglio che Vostra Signoria m’assomigli piuttosto al cavallo che al cavaliero [...]”],
se non d’altrui almeno del mio desiderio. Ma se Napoli è somigliata ad un grande e pigro
cavallo, poiché si muove così tardi a l’opere che da la sua magnanimità possono aspettarsi;
foss’io come un vespone, affinch’ella si movesse prontamente a l’acume de le mie parole; o
almeno fossi come una zanzara, che sonando la tromba, ed insieme pungendo, potessi risvegliarla.
Ma non vorrei tanto variare questi desiderii de la trasformazione, ch’io mi trasformassi
in Anacreonte; poiché in questo secolo la piacevolezza di Socrate sarebbe troppo odiosa. A
l’infermo troppo dispiace l’esser burlato, non potendo prendersi giuoco de gli altri<ref target="5">5</ref>.
					</p>
					
					<p type="par">
					È dunque un Tasso assillante, o emulo del <hi rend="corsivo">culex</hi> pseudo virgiliano, ma estraneo - ancorché
cortigianamente cerimonioso - quello che si raccomanda al principe pur non potendo vantare
benemerenze anacreontee o antecedenti servigi resi (e tre sonetti di encomio avrebbero potuto
costituire un primo passo in direzione di una poetica servitù):
					</p>
					
					<p type="citato">
					La nobiltà, la ricchezza, il felice stato, la buona fortuna di Vostra Eccellenza inducono
molti a dimandarle qualche grazia; la sua cortesia, la liberalità e l’altre sue virtù non spaventano
altrui con la ripulsa, o co ’l negar de le sue risposte. Laonde alcuno fra tanti, che sono affezionati
al suo nome ed al suo valore, non può essere stimato soverchiamente ardito in supplicarla,
né troppo importuno in raccomandarsele. Ed io molto meno de gli altri, perché la
mia fortuna e l’infelicità mi può far lecite tutte le cose che non sieno disgiunte da l’onestà:
quanto più questa grazia, che sarà congiunta con la virtù di Vostra Eccellenza che la concede,
benché fosse scompagnata dal merito di chi la dimanda. E con tutto ch’io meriti meno di
tutti gli altri per alcun servizio fattole, Vostra Eccellenza meriterà più di ciascuno in concederla
a chi non l’ha servita. Però non dimando gratitudine al principe di Stigliano, ma grazia; perché
quella non si può negar senza vizio e senza riprensione, ma questa si può; e potendosi, sarà
maggior la virtù di Vostra Eccellenza nel farla, che la mia nel riceverla. A lei si conviene
d’esser graziosa; a me s’appartiene d’esser grato. E s’io non fossi con l’opere, sarei almeno
con l’animo: ma in tutti i modi cercherò che Vostra Eccellenza non si penta d’aver fatto
favore a requisizione del signor Ottavio Egizio [il suo emissario, come si è detto], co ’l quale
io tratto molte cose appartenenti a la mia salute, ed alcune a la commodità de’ miei studi<ref target="6">6</ref>.
					</p>
					
					<p type="par">
					L’ultima missiva, tra quelle a noi pervenute, indirizzata al giovane aristocratico è anche
l’unica a recare una data, essendo stata scritta “Di Mantova, il primo di maggio del 1591”.
Anche da questa lettera si ricava in modo incontrovertibile che il Tasso non conosceva il
giovane principe. Se ne deduce anzi che l’eventualità di un incontro diretto avrebbe potuto
compiersi proprio allora per la prima volta, in terra di Lombardia: è verosimile infatti - e
tutto il contesto pare confermarlo - che il Carafa, il quale per mezzo del Costantini mandava
a salutare il poeta, si trovasse in quel momento nei pressi di Mantova, forse a Sabbioneta.
Con cerimoniosa e concettosa officiosità il Tasso insiste sul proprio ritegno a supplicare il
principe, tanto più ora che gli è vicino; e manifesta il timore che una conoscenza diretta
possa deludere l’illustre corrispondente. Stimo opportuno che il lettore abbia sott’occhio il
documento nella sua integrità:
					</p>
					
					<p type="citato">
					Quanto più mi sono avvicinato a Vostra Eccellenza, tanto ho minore ardire di supplicarla;
perché mi spaventano la riverenza e ’l rispetto del suo valore e de l’alto grado, e la mia
indegnità, e la mia fortuna, e la propria imperfezione. Laonde se d’alcuna cosa io dovessi
pregarla, arditamente la pregherei, che mi desse aiuto a tornarmene a Napoli, dove per la
lontananza potessi ripigliar di nuovo quell’ardire c’ho lasciato, o più tosto dal quale sono
abbandonato per la vicinanza. Ma questa ancora sarebbe preghiera troppo pericolosa, se la
sua cortesia, la quale è sempre congionta con l’altre sue virtù, non mi facesse sicuro in questo
sospetto. Non voglia conoscermi più dappresso, perché sarà più certo de’ miei difetti. Fra’
quali sarebbe il maggiore il non essere atto a’ suoi servigi, s’io no ’l conoscessi o no ’l confessassi
liberamente. Conceda più largo spazio e più lungo a la fama de la sua cortesia, la
quale suole esser maggiore ne [correggo così il de dell’ed. Guasti, che non dà senso] le cose
più lontane; e non mi sforzi a diminuir con la mia presenza quella che s’è divolgata di me,
qualunque essa sia. E se pur vuole che si diminuisca, spero che debba accrescere l’opinione
ch’io ho sempre avuta, de la sua cortesia, in guisa che non mi faccia vergognare de la mia
soverchia confidenza. Il signor Antonio Costantini m’ha salutato in nome di Vostra Eccellenza
con mio singolar piacere; però la ringrazio che conservi memoria di quanto io le debbo, e
di quanto io vorrei esserle debitore. Ma più le sono obbligato, perché non disprezza la cagione
che già mi mosse a supplicarla [una cagione di natura economica: si veda la lettera precedente],
e c’ora m’induce a confermar questo possesso, apparente almeno, de la mia servitù. E le
bacio la mano. Di Mantova, il primo di maggio del 1591<ref target="7">7</ref>.
					</p>
					
					<p type="par">
					Non mi pare arbitrario congetturare che la citata missiva costituisca il preludio a un incontro
avvenuto per espressa iniziativa del principe (“Non voglia conoscermi più dappresso […]”).
Il Tasso, pentito del suo ritorno a Mantova<ref target="8">8</ref>, era già allora fermamente risoluto a ritornarsene
a Napoli. Ma, come traspare con sufficiente chiarezza dalla preghiera che apre la lettera,
trovandosi ancora nella scomoda condizione giuridica di <hi rend="corsivo">exul immeritus</hi> egli necessitava, per
porre in atto il suo proposito, di una sorta di malleveria da parte dei grandi del Regno<ref target="9">9</ref>: di
qui, nei mesi successivi, la sua ricerca di un appoggio, e la confidenza di averlo trovato finalmente
in Matteo di Capua, il quale alla morte del padre Giulio Cesare, aveva ereditato
il titolo di principe di Conca<ref target="10">10</ref>. Non è dunque sorprendente che nel maggio del 1591, ancora
privo di protettori autorevoli (Matteo essendo in quel momento sottoposto alla potestà paterna
e vincolato alla prudenza del vecchio principe), Torquato riponesse qualche speranza
in Luigi Carafa che egli lusinga parlandone come di un sole al quale occorre avvicinarsi con
cautela, ma che può esercitare i benefici effetti della sua virtù anche di lontano. È probabile
che a séguito della lettera e con i buoni uffici del Costantini, in quel mese di maggio tra i
due avvenisse un incontro. E proprio quella poté essere per il poeta l’occasione di sdebitarsi
dei favori ricevuti in precedenza e di propiziarsene nel contempo dei nuovi e più sostanziali
componendo tre sonetti d’omaggio (<hi rend="corsivo">Rime</hi> 1409, 1410, 1632) che nacquero verosimilmente ad
un parto.
					</p>
					
					<p type="par">
					Forniti così alcuni preliminari e necessarî chiarimenti circa il destinatario, l’occasione
probabile e la datazione dei testi, da considerarsi trigemini e strettamente implicati tra loro,
veniamo ora al primo di essi.
					</p>
					
                   </div1>
                   <div1 type="citazione">
                   
                   <lg>
<l type="indent">Fur quasi lumi in bei stellanti chiostri</l>
<l>a gli avi tuoi, c’han fama illustre ed alma,</l>
<l>tante ricchezze, e quando allor che spalma</l>
<l>in ampio mar fra le sirene e i mostri</l>
<l type="indent">la nave de la vita, or gemme ed ostri:</l>
<l>non sembraro al gran corso iniqua salma:</l>
<l>ch’al governo sedea la nobil alma,</l>
<l>dove Austro ed Aquilon contenda e giostri.</l>
<l type="indent">Così a’ venti spiegar d’alta fortuna</l>
<l>l’ardite vele, e li raccolse al porto</l>
<l>là ’ve è pace non sol, ma gloria eterna.</l>
<l type="indent">Or lumi non di notte opaca e bruna</l>
<l>sono, ed al sol di tua virtù risorto</l>
<l>tu corri lieto, a cui non tuona o verna.</l>
                </lg>
                
                   </div1>
					
					<div1 type="paragrafo">
					<p type="par">
					Il guasto - macroscopico - è subito ravvisabile nel greve, inelegante cumulo di congiunzioni
temporali del v. 3: <hi rend="corsivo">e quando allor che spalma</hi> suona non solo pletorico ma risulta per giunta
privo di senso. Ce n’è abbastanza perché il lettore - in assenza di apparati critici o anche
solo di puntuali note al testo - si interroghi legittimamente, senza alcuna pretesa di esaustività,
circa la tradizione del sonetto. A me consta che del componimento esista una autorevole
attestazione manoscritta nel celebre codice Vaticano Latino 9880, c. 40 v. Proveniente dalla
Biblioteca Falconieri, il testimone reca alla c. 10 <hi rend="corsivo">r</hi> la dicitura 
<hi rend="corsivo">Sonetti e Madrigali</hi> / <hi rend="corsivo">Non istampati</hi>
/ <hi rend="corsivo">Del</hi> / <hi rend="corsivo">Signor Torquato Tasso</hi> / <hi rend="corsivo">Copiati dall’originale</hi>
 e, nel margine inferiore, sotto il timbro
<hi rend="corsivo">Bibliot[heca] H[oratii] F[alconieri]</hi> / <hi rend="corsivo">1770</hi>, si legge, della stessa mano:
<hi rend="corsivo"> Per l’Abbate Spolverino</hi>
/ <hi rend="corsivo">Napoli</hi>. Come è noto il mannello di <hi rend="corsivo">Rime</hi> inedite che vi sono contenute fu pubblicato nel
1915 dal Vattasso<ref target="11">11</ref>, dal quale ricavo queste informazioni.
               </p>
            </div1>   

             <div1 type="paragrafo">
                    <p type="par">
Ora, il testo del sonetto Al <hi rend="corsivo">principe di Stigliano</hi> edito dal Vattasso (con il numero d’ordine
XXVI a p. 58) secondo la lezione di Vat. Lat. 9880 (c. 40 v) non presenta che lievi divergenze
rispetto al testo fissato dal Solerti<ref target="12">12</ref>, con l’unica ma significativa eccezione proprio del v. 3.
Quest’ultimo risulta nel ms. addirittura ipermetro:
					</p>
				</div1>	
					
				<div1 type="citazione">	
					<lg>
<l>Tante ricchezze e quando allor che tutta spalma</l>
 				     </lg>
 				    </div1> 
 				     
 				     <div1 type="paragrafo">
 				     <p type="par">
Il Vattasso avverte in nota che <hi rend="corsivo">allor</hi> è aggiunta posteriore - egli la definisce “variante” -
vergata nell’interlinea sopra <hi rend="corsivo">che</hi> (dalla stessa mano preciso io, poiché in precedenza è detto
che tutte le correzioni e aggiunte sono di mano del copista: e se ne ha conferma dalle due
tavole in fototipia). L’editore interviene perciò in modo che a me pare alquanto discutibile
e meccanico, nell’intento di sanare l’ipermetria, leggendo:
                      </p>
                     </div1>
                      
                     <div1 type="citazione">
                       <lg>
<l>Tante ricchezze e quando che tutta spalma</l>
                       </lg>
                     </div1>  
                       
                      <div1 type="paragrafo">
                       <p type="par">
                       Tale lezione risulta subito destituita di ogni fondamento, oltre che priva di senso. Intanto
il v. resta ipermetro. In secondo luogo <hi rend="corsivo">e quando che si</hi> configura come una sorta di mostruoso
ircocervo che congiunge, contro natura e contro ogni logica, due lezioni distinte e inconci -
liabili.					
					</p>		
					
					<p type="par">
					Di primo acchito parrebbe infatti evidente come nel ms. l’ipermetria di 3 fosse dovuta alla
compresenza di due lezioni alternative: un “luogo doppio” che contrappone <hi rend="corsivo">quando</hi> ad <hi rend="corsivo">allor
che.</hi>
					</p>	
					
					<p type="par">
					Ma prima che dal Vattasso (e all’insaputa di questi) il problema di sanare l’ipermetria del
v. era stata affrontata e risolta altrimenti dal Solerti, al quale lo “scrittore della Biblioteca
Vaticana” aveva comunicato tempestivamente il rinvenimento del testimone manoscritto 13.
La soluzione del Solerti - rimasta sepolta a lungo, dopo la morte (1907) dello studioso, tra
gli scartafacci preparatorî al <hi rend="corsivo">Libro IV - Parte</hi> II dell’edizione critica delle <hi rend="corsivo">Rime</hi> - è quella,
riesumata meritoriamente dal Maier e riprodotta dal Basile, sulla quale si è già appuntata la
nostra attenzione. Essa non può dirsi tuttavia - possiamo affermarlo ora a ragion veduta sul
fondamento del ms. Vat. Lat. 9880 - molto più soddisfacente e convincente. Il Solerti procede
all’espunzione di <hi rend="corsivo">tutta</hi> nel sintagma (petrarchesco, come si vedrà in séguito) <hi rend="corsivo">tutta spalma</hi>,
probabilmente ritenendo l’epiteto con funzione avverbiale una zeppa. Per discutibile che
possa apparire il risultato, l’editore vede tuttavia giusto - a mio avviso - non cedendo alla
tentazione semplicistica di considerare <hi rend="corsivo">quando</hi> e <hi rend="corsivo">allor che</hi> due varianti alternative. In un certo
senso esse lo sono, ma non nella forma e nell’ordine in cui appaiono trascritte nel ms. Intanto
si potrebbe osservare che, in quanto congiunzione temporale, <hi rend="corsivo">quando</hi> non appare, nel presente
contesto e in senso proprio, esattamente alternativo a <hi rend="corsivo">allor che</hi> e nemmeno ne costituisce un
sinonimo (ci si attenderebbe piuttosto <hi rend="corsivo">mentre</hi>). Resta però, insormontabile, a sentenziare contro
la soluzione accolta dal Solerti, la goffaggine insensata della lezione <hi rend="corsivo">e quando allor che
spalma.</hi>
					</p>	
					
					<p type="par">
					Avanzo una diversa proposta di restauro implicante una più complessa ipotesi circa la stratificazione
variantistica del testo. A mio parere il Tasso aveva scritto dapprima
					</p>	
					</div1>
					
					<div1 type="citazione">
					   <lg>
					  <l> Tante ricchezze, e allor che tutta spalma</l>
					   </lg>
					</div1>
					
					<div1 type="paragrafo">
					    <p type="par">
					In effetti le due quartine del sonetto, fuse in un unico ampio periodo, svolgono una sorta
di metafora continuata, quella ben nota e piuttosto usurata della vita come navigazione (<hi rend="corsivo">la
nave de la vita</hi> 5), sulla riconoscibile falsariga di R.V.F. 189 (<hi rend="corsivo">Passa la nave mia colma d’oblio</hi>).
In questa prima stesura il Tasso avrebbe dunque fatto di <hi rend="corsivo">tante ricchezze</hi> 3 il soggetto di<hi rend="corsivo"> Fur</hi>
1 coordinandolo per mezzo della congiunzione <hi rend="corsivo">e</hi> 3 a <hi rend="corsivo">or, gemme ed ostri</hi> 5, soggetto di <hi rend="corsivo">non
sembraro</hi> 6.
					   </p>
					   
					   <p type="par">
					   Per gli avi del principe, i quali godono di fama illustre e capace di perpetuare le loro
esistenze, le ingenti ricchezze della casata - parrebbe voler dire il poeta encomiasta sviluppando
organicamente l’artificiosa metafora nautica - rappresentarono il debito ornamento e
decoro: il loro minerale brillìo assolse anzi a una funzione analoga a quella delle costellazioni
(<hi rend="corsivo">lumi</hi>) che orientano la rotta notturna dei naviganti (vv. 1-3); e tante preziose sostanze (<hi rend="corsivo">or,
gemme ed ostri</hi>), in quel tempo in cui la nave della vita conduce la sua faticosa navigazione
nell’ampio mare aperto tra insidiosi allettamenti dei sensi (l<hi rend="corsivo">e sirene </hi>4) e pericoli mortali (<hi rend="corsivo">i
mostri</hi> 4), non parvero onore e onere immeritato e inadeguato al corso trionfale della stirpe:
poiché solcando il pelago (dell’esistenza) dove si scontrano e s’azzuffano venti tempestosi la
nobile anima (cioè la sua parte più nobile, la ragione dominatrice delle passioni) sedeva al
timone della nave (vv. 3-8).
					   </p>
					   
					   <p type="par">
					   Proprio in questa possibile e plausibile interpretazione - che riesce del tutto naturale per
la agevolezza quasi automatica con cui, a norma della grammatica petrarchistica (basti rinviare
a R.V.F. 73, 46-51; 189, 12), i <hi rend="corsivo">lumi</hi> vengono attratti nell’ambito della complessiva metafora
nautica - occorre ravvisare a mio parere la causa prima dell’insoddisfazione del Tasso e del
conseguente processo variantistico. L’esordio del componimento nella sua ambiguità (vedremo
che forse il Tasso intendeva fin da principio dire altro) riesce in effetti addirittura maldestro,
se non involontariamente ironico, con quel troppo smaccato elogio delle ricchezze, segno e
conforto solo, ai membri della stirpe illustre, quasi essi tenessero per uso e indefettibilmente
volti gli occhi aguzzi e fissa la barra del timone non a una virtù (il tema della <hi rend="corsivo">virtù</hi> del principe
non a caso ricorre nel finale), bensì alle luccicanti seduzioni della più insaziabile cupidigia.
Certo per chi sia, al pari di noi fortunati posteri, testimone ammirato delle magnifiche sorti
di una società capitalistica avanzata, una distesa equorea corsa dalle agili fuste e dai brigantini
corsari dell’alta finanza virtuosamente intesi ai subiti guadagni, o solcata dai superbi galeoni
- felicemente indenni da ogni secca giudiziaria - al comando di intraprendenti cavalieri d’industria
con vocazione all’ammiragliato ma pur sempre eroicamente fissi alla loro stella polare,
un simile elogio potrebbe persino apparire lusinghiero. Ma non è affatto inverosimile che al
Tasso esso riuscisse - con quella accentuazione e messa in rilievo in primo luogo retorica e
persino ritmica del fattore materialmente economico - inopportuno e imbarazzante perché
adorno <hi rend="corsivo">in modi </hi>/ <hi rend="corsivo">novi, che sono accuse, e paion lodi</hi>. Anzi, tanto più inelegante doveva sembrargli
quell’elogio quanto più esso corrispondeva al vero.
					   </p>
					   
					   <p type="par">
					   Non è superfluo - a questo proposito - rammentare che i principi di Stigliano erano favolosamente
ricchi. Appartenenti alla grande aristocrazia feudale, l’artefice principale della loro
opulenza era stato proprio quel Luigi Carafa già ricordato e avo del dedicatario del sonetto
tassiano. Erede dei feudi di Stigliano, Aliano, Alianello, Sant’Arcangelo, Roccanova, Guardia,
Gorgoglione, Accettura, Satriano, Tito, Calvello, Laviano, Rapone, Castelgrande e Sarcone
in Basilicata; del ducato di Roccamondragone in Terra di Lavoro, delle proprietà di Laurino,
San Chirico, Sarcone e Moliterno, il Carafa aveva ampliato la sua già vasta fortuna acquistando
i latifondi di Riardo, Teano, Cariuola, Madama Porpora, Roccamonfina, Minervino, Torre
di Mare, Rocca Imperiale, Voltura, San Nicandro: le sue terre si estendevano dunque <hi rend="corsivo">quantum
milvi volant</hi>. Alla morte del principe le sue entrate feudali - ricavo queste notizie dalla voce
del <hi rend="corsivo">Dizionario Biografico degli Italiani</hi> - ammontavano a 44.468 ducati, circa sette volte e mezzo
quelle calcolate nel 1529, allorché egli era subentrato al padre, il principe Antonio. Il tenore
di vita della famiglia era veramente principesco: Luigi seniore aveva acquistato per somme
ingenti Villa Sirena a Posillipo e Palazzo Cellamare a Chiaia. Teneva scuderie con più di
cento cavalli. Quando si recò a Bologna per l’incoronazione di Carlo V li portò con sé e si
comportò “con tanto splendore - narra l’Aldimari, biografo encomiasta della casa cui non
stentiamo a prestare fede - che superò particolarmente di cavalleria quanti signori [...] in
gran numero concorsero, di tutte le nazioni”. Con munificenza regale donò l’intera torma,
orgoglio delle sue scuderie, all’Imperatore e ai convenuti. Una simile generosità gli era abituale
tanto che “teneva obbligati tutti i principi quasi dell’Italia e fuori i cardinali col donare
loro cavalli continuamente di prezzo e di maestria”. Anche per questo forse Carlo V lo insignì
della dignità di grande di Spagna.
					   </p>
					   
					   <p type="par">
					   Ora, se tutto ciò può forse contribuire a intendere meglio quale fosse la fama illustre ed
alma della famiglia opulenta e regale (celebrata anche in <hi rend="corsivo">G. C.</hi> XX, 136, 5-8 “Quel di Stigliano
e di Sulmona a lato, / a cui virtù corone e scettri indora: / coppia degna del ciel, che in varie
forme / par che le vie sublimi a’ figli informe”), la chiave per emendare il testo nel modo
più economico, tramutando il guasto in una <hi rend="corsivo">lectio difficilior</hi> a mio parere frutto di un felice
conciero d’autore, è il Tasso stesso a fornircela. Nel <hi rend="corsivo">Conte overo de l’imprese</hi> si legge: “Una
parte de la nobilissima casa Caraffa, la quale ha prodotti duchi, principi e cardinali e un
grandissimo pontefice, e ora è copiosissima di signori e di ricchezze e particolarmente conservata
in riputazione e in grandezza dal principe di Stigliano, porta la statera co ’l motto
HOC FAC, ET VIVES. E peraventura Iddio suol pesare con queste [bilance] non la fortuna o
il fato, ma i meriti e i demeriti de’ mortali”<ref target="14">14</ref>.
					   </p>
					   
					   <p type="par">
					   Basta in effetti sostituire l’incomprensibile <hi rend="corsivo">e quando</hi> 3 con il gerundio <hi rend="corsivo">equando</hi> (variante
d’autore che comporta la parallela espunzione di <hi rend="corsivo">tutta</hi>) e mutare la punteggiatura perché il
testo riacquisti di colpo tutta la sua elegante e allusiva concettosità (facoltativa giudico la
correzione di<hi rend="corsivo"> non</hi> 6 in <hi rend="corsivo">né</hi>: intervento comunque assai economico):
					   </p>
					</div1>
					
					<div1 type="citazione">
					  <lg>
<l type="indent">Fur quasi lumi in bei stellanti chiostri</l>
<l>a gli avi tuoi, c’han fama illustre ed alma</l>
<l>tante ricchezze equando, allor che spalma</l>
<l>in ampio mar fra le sirene e i mostri</l>
<l type="indent">la nave de la vita, or gemme ed ostri:</l>
<l>non sembraro al gran corso iniqua salma,</l>
<l>ch’al governo sedea la nobil alma,</l>
<l>dove Austro ed Aquilon contenda e giostri.</l>
					  </lg>
					</div1>
					
					<div1 type="paragrafo">
					   <p type="par">
					   Si intenda: ‘Oro, gemme ed ostri [con allusione alla porpora cardinalizia], in quel tempo
in cui la nave della vita conduce la sua faticosa navigazione nell’ampio mare aperto tra insidiosi
allettamenti dei sensi e pericoli mortali, furono incalcolabili per numero quasi come gli astri
nella volta del cielo stellato per i tuoi avi, che godono di fama illustre e capace di perpetuare
le loro esistenze pareggiando, cioè potendo eguagliare quella infinita dovizia (celeste); né
esse sostanze preziose parvero un carico eccessivo e tale da pregiudicare la gloriosa rotta
della stirpe, poiché, solcando il pelago procelloso dell’esistenza, dove si azzuffano e si contrastano
Scirocco e Tramontana, il timone era governato saldamente dalla ragione’.					   
					   </p>
					   
					   <p type="par">
					   Restituito con sicuro acquisto il prezioso trinomio <hi rend="corsivo">or gemme ed ostri</hi> alla sua naturale funzione
di soggetto, elegantemente posposto e anzi diametralmente opposto a <hi rend="corivo">Fur</hi> in punta del
v. 1, mentre <hi rend="corsivo">tante ricchezze</hi> (s’intende, metaforiche), divenuto oggetto entro la relativa dei
vv. 2-3, è ora retto da <hi rend="corsivo">equando</hi> , mi pare scompaia ogni sospetto di eccessiva esplicitezza e
infrazione di decoro insiti in quella esaltazione troppo materialmente scoperta di opulenza.
Metaforicamente accostate per la loro moltitudine al formicolio delle stelle in cielo<ref target="15">15</ref>, le sostanze
preziose, insegna ostensibile del prestigio della casata, risultano nobilitate, quasi smaterializzate
e persino rese astratte dall’implicita comparazione con gli splendori celesti.
					   </p>
					   
					   <p type="par">
L’allusione sottile e ingegnosa all’impresa e al motto dei Carafa sottintende anche altro:
l’azione verbale espressa dal gerundio <hi rend="corsivo">equando</hi> non designa (in senso materiale) soltanto il
conseguimento dell’uguaglianza sotto l’aspetto quantitativo, il pareggiare, l’uguagliare, insomma
l’entità iperbolicamente incalcolabile del patrimonio, bensì allude anche al valore etico
dell’<hi rend="corsivo">aequitas</hi>, della giustizia, della misura, simboleggiata dalla statera e dal motto <hi rend="corsivo">HOC FAC,
ET VIVES.</hi> I principi di Stigliano debbono dunque la loro fama illustre più che alla quantità
ingente delle divizie accumulate alla virtù morale e signorile dimostrata nel possederle serbando
l’equilibrio interiore, cioè, per citare Virgilio, nell’<hi rend="corsivo">aequare animis opes regum</hi>: perciò
alla prova dei fatti, <hi rend="corsivo">al gran corso</hi>, nella perigliosa navigazione della vita, <hi rend="corsivo">or gemme ed ostri</hi>
(le dignità condecenti alla loro potenza economica) non sembrarono - si noti la litote - <hi rend="corsivo">iniqua
salma</hi> (vale a dire inadeguata e ingiusta: nel sintagma non per caso il Tasso riprende con
autentico virtuosismo il motivo dell’<hi rend="corsivo">aequitas</hi>). E ciò perché la barra del timone era saldamente
e virtuosamente retta dalla <hi rend="corsivo">nobil alma</hi>. Quantunque <hi rend="corsivo">equando</hi> sia un forte latinismo (e forse
un apax per il Tasso volgare16: il GDLI registra esempi, tra gli altri, di Sabatino degli Arienti,
dell’Alamanni e del Folengo, ovviamente non questo del Tasso), la prova che il restauro è
non soltanto sostenibile ma certo viene dall’altro sonetto per il principe di Stigliano (1632).
Esso - come vedremo - si conferma nato ad un parto medesimo con il presente perché nelle
terzine vi compare oltre il verbo <hi rend="corsivo">s’agguaglia</hi> 10 in clausola, addirittura il sintagma, ancor più
esplicito, <hi rend="corsivo">giuste lance</hi> 12.
					   </p>
					   
					   <p type="par">
					   Ancora qualche più minuta osservazione intorno alle quartine. Sarebbe superfluo indugiare
sul carattere petrarchesco del lessico (già a partire dagli <hi rend="corsivo">stellanti chiostri</hi> di R.V.F. 309, 4 in
rima con <hi rend="corsivo">mostri</hi>, verbo). Tuttavia il verbo <hi rend="corsivo">spalma</hi> 3 non è stato a mio parere rettamente
inteso dai commentatori: “naviga spalmata di pece e di sego” (Maier); “naviga (spalmata di
pece); vd. PETRARCA , CCLXIV 81” (Basile). Il richiamo al luogo del Petrarca è assai pertinente,
ma proprio esso rende esplicito il diverso valore che il Tasso attribuisce - secondo
me a ragione - al verbo <hi rend="corsivo">spalmare</hi>. Nella citata canzone l’amante di Laura si domanda
					   </p>					   
					</div1>
					
					<div1 type="citazione">
					    <lg>
<l>Che giova dunque perché tutta spalme</l>
<l>la mia barchetta, poi che ’nfra li scogli</l>
<l>è ritenuta anchor da ta’ duo nodi?</l>
                       </lg>
                    </div1>
                    
                    <div1 type="paragrafo">
                       <p type="par">
                       In tutti i commenti petrarcheschi, senza eccezione, per analogia con gli <hi rend="corsivo">spalmati legni</hi> di
R.V.F. 312, 2 - <hi rend="corsivo">spalmati</hi>, s’intende la chiglia con pece o sego - il passo è spiegato a un di
presso come fa, più elegantemente di ogni altro, il Leopardi: “Che mi giova dunque ungere
e racconciar da ogni parte la mia barchetta, se ella è ritenuta ancor tra gli scogli da tali due
nodi, cioè dall’amor della fama e da quello di Laura?” Ed è interpretazione accettabile in
questo contesto, dove spalme è usato transitivamente (soggetto <hi rend="corsivo">io</hi>, oggetto <hi rend="corsivo">la mia barchetta</hi>:
“con la palma lisci di sego, acciò che meglio scorra per l’acque” secondo la chiosa del Chiorboli).
Ma nel sonetto tassiano <hi rend="corsivo">spalma</hi> - soggetto <hi rend="corsivo">la nave de la vita</hi> 5 - è usato intransitivamente
come verbo di moto e dunque con significato diverso (nessuna nave, per quanto nobilitata
da sensi allegorici e figurati, può spalmare se stessa e spingere per giunta la propria intraprendenza
fino a “navigare spalmata”).
                       </p>  
                       
                       <p type="par">
                       Forse già in Petrarca, ma certamente nel Tasso, <hi rend="corsivo">spalmare</hi> è calco del latino tardo <hi rend="corsivo">expalmare</hi>
‘palmis caedere’: cioè, in senso traslato, sferzare le acque <hi rend="corsivo">palmulis</hi>, con i remi, come il <hi rend="corsivo">phaselus</hi>
catulliano (<hi rend="corsivo">Liber</hi> IV, 2-5) il quale
                       
                       </p>       
                       </div1>
                       
                       <div1 type="citazione">
                          <lg>
<l>Ait fuisse navium celerrimus</l>
<l>Neque ullius natantis impetum trabis</l>
<l>Nequisse praeterire, sive palmulis</l>
<l>Opus foret volare sive linteo.</l>
                           </lg>
                       </div1>   
                       
                       <div1 type="paragrafo">
                           <p type="par">
                           O ancora, per restare ai carmina docta dello stesso poeta, come gli Argonauti
                           </p>                       
                       </div1>  
                       
                       <div1 type="citazione">
                          <lg>
<l>Caerula verrentes abiegnis aequora palmis.</l>
<l type="numero">(Liber 64, 7)</l>
                          </lg>
                       </div1>  
                       
                       <div1 type="paragrafo">
                         <p type="par">
                           (Proprio sulla scorta di questi luoghi catulliani - debbo aggiungere - non mi sentirei di
censurare l’interpretazione del Tasso, per il quale evidentemente anche la <hi rend="corsivo">barchetta</hi> del poeta
di Valchiusa, soggetto autonomo al pari del <hi rend="corsivo">phaselus</hi>, pur vogando a tutta forza non riesce
a dilungarsi dagli scogli, dove è ritenuta da un residuo ancoraggio).
                          </p>
                          
                          <p type="par">
                          Che comunque, nel sonetto in questione e in ambito nautico, <hi rend="corsivo">spalma</hi> abbia sempre per il
Tasso questa precisa significazione è dimostrato a sufficienza da altri possibili riscontri che
soccorrono alla memoria (non sono in grado di propiziarmi gli ambigui servigi del Golem
informatico): “E come nave in tempestoso verno / corre per aspro mare e tutta spalma, /[...]”
(<hi rend="corsivo">Rime</hi> , 911, 5-6); “spalma la nave e dal mar d’Adria al Tosco / muta sicuro altri le merci o
corre, […]” ( 1388, 341-342); “qual nave adunque fia che tutta spalme / e recusi d’andar fra
scogli e sirti, / le vele aprendo a’ più turbati spirti, / con le sue care salme, / o dove più
fremendo il mar si sdegni / e fra’ monti apra il passo a’ curvi legni?” (1486, 14-19); “Prisco
onor, novo merto e nobil alma, / alto cor, larga mano e chiaro ingegno, / sangue real che
d’alta gloria è degno / e che per lui verdeggi alloro e palma, / sono a la nave mia, che tutta
spalma / nel mar di vostra lode, il porto e il segno; / ma giunger non vi può sì fragil legno,
/ se non gitto fra via la cara salma” (1487, 1-8); “ma le spoglie di sangue / tinte a la nave
altrui, che tutta spalma, / son de’ tesori assai men grave salma” (1520, 16-18).
                          </p>
                          
                          <p type="par">
                          L’allusione ai <hi rend="corsivo">mostri</hi> 4 rimanda ovviamente a Scilla e Cariddi, sulla scorta di R.V.F. 189,3
(si vedano anche, del Tasso, <hi rend="corsivo">Rime</hi> 1352, 12; 1486, 38; 1520, 102). Mentre assai meno scontata
è l’ascendenza del motivo dell’<hi rend="corsivo">iniqua salma</hi>: carico eccessivo che può provocare la iattura
della barca (DANTE , <hi rend="corsivo">Par.</hi> XVI, 94-96 “Sovra la porta ch’al presente è carca / di nova fellonia
di tanto peso / che tosto fia iattura de la barca”; TASSO, <hi rend="corsivo">Rime</hi> 1084, 5-8 “Ma, qual cerchio
da cerchio in mar profondo / formar veggiamo e salma aggiunta a salma / nave immerge
talor che tutta spalma, / così dal primo nasce il mal secondo”), la salma può essere d’ostacolo
al <hi rend="corsivo">gran corso</hi>, soprattutto in un mare procelloso. Anzi, là dove infuriano <hi rend="corsivo">Austro ed Aquilon</hi>
non è impossibile che al nocchiero accorto non resti, per suo scampo, altro partito che far
iattura, cioè <hi rend="corsivo">scampar per gitto</hi> - gettando appunto fuori bordo quanto ingombra le stive -
come il Tasso postilla ai vivagni dei vv. 49-54 della canzone di Giacomo da Lentini <hi rend="corsivo">Madonna,
dir vi vollio</hi> nella celebre giuntina di <hi rend="corsivo">Rime antiche</hi> (c. 110 <hi rend="corsivo">r</hi> dell’esemplare conservato nella
Nazionale di Firenze, segn. N.A. 1132):
                          </p>
                       </div1>    
                    
					    <div1 type="citazione">
					       <lg>
<l>Lo vostro Amor, che m’have,</l>
<l>M’è mare tempestoso;</l>
<l>Ed eo sì com’ la nave,</l>
<l>Che gitta a la fortuna igne pesante,</l>
<l>E scampane per gitto</l>
<l>Di luoco periglioso</l>
<l>[...]</l>
					       </lg>
					    </div1>
					    
					    <div1 type="paragrafo">
					       <p type="par">
					          Motivo drammatico, e spesso rivissuto in chiave autobiografica che Torquato ripropone e
varia instancabilmente in una serie di componimenti a partire dalla seconda metà degli anni
Ottanta. Si vedano per esempio i sonetti 1352, 12-14 “e nave in dubbio tra Cariddi e Scilla
/ in ampio mar gittò le ricche salme, / e solcò lieta poi l’onda tranquilla”; 1382, 9-11 “E ’n
glorioso campo il segno al colpo / veggio sottratto e, sparse in mar le salme, / cede a’ più
tardi il mio veloce legno”; 1487, 7-8 “[...] e ’l combattuto legno / la Fede condurrà, né rupe
o scoglio, / né procelloso nembo o fero vento; / né la sommergerà Cariddi o Scilla, / quando
più si perturba onda tranquilla. / Care merci nel mar novo spavento / perde talvolta: io per
turbato orgoglio / saggio più che non soglio, / l’amata soma salverò contento, / perché si
sparga pur l’oro e l’argento”; e infine nel son. 1544, 1-4 “L’Egeo di questa vita in seno asconde
/ e scogli e sirti, ove il nocchiero accorto / gitta le merci; altri sommerso e morto / nel periglioso
corso avvien ch’affonde”<ref target="17">17</ref>.
					       </p>
					       
					       <p type="par">
					          Ma è ormai tempo di tornare alla metaforica nave dei Carafa. Dopo tanto virtuoso remigare
e <hi rend="corsivo">imbuisse palmulas in aequore</hi> (<hi rend="corsivo">Liber</hi> IV, 17) 
regolato dalla <hi rend="corsivo">iustitia</hi> più equanime e temperante
e diretto con salda mano dalla <hi rend="corsivo">prudentia</hi> (sono chiamate in causa le quattro virtù cardinali,
che qualificano le modalità della navigazione: a ciò allude Così 9), essa può ormai salpare
per l’eterno, spiegando - <hi rend="corsivo">linteo</hi> - l’ardito e trionfale volo <hi rend="corsivo">a’ venti … d’alta fortuna</hi>. Soggetto
di spiegar sono, per catacresi, gli avi stessi del v. 2 nella individualità delle loro splendide
vicende biografiche. Uno dopo l’altro <hi rend="corsivo">l’alta fortuna</hi> 9 (soggetto, non appare superfluo precisarlo,
di li <hi rend="corsivo">raccolse</hi> 10) li condusse e li riunì tutti nell’approdo comune dove mette capo la
navigazione: non semplicemente la morte bensì un glorioso porto, metaforico anch’esso -
naturalmente - e anzi metafisico (al pari del <hi rend="corsivo">miglior porto</hi> di <hi rend="corsivo">R.V.F.</hi> 28,9 e della sestina 80),
dove non solo si placa la contesa dei venti avversi ma rifulge la <hi rend="corsivo">lux indesinens</hi> dell’eterno.
Nell’ultima terzina dal passato si passa al presente (<hi rend="corsivo">Or</hi> 12), dal <hi rend="corsivo">gran corso</hi> degli avi a quello
che si annuncia ancor più splendido del giovane principe. Il sonetto si chiude così con ingegnosa
circolarità: se per gli avi <hi rend="corsivo">or gemme ed ostri</hi> - le ricchezze e il prestigio sociale che ne
ridonda - furono quasi lumi in una navigazione notturna, ora essi stessi - gli antenati gloriosi
- accolti in cielo (il medesimo concetto in 1632, 5-8) indicano con il loro fulgore non caduco
o affievolito dall’opacità della notte terrena (<hi rend="corsivo">Or lumi non di notte opaca e bruna </hi>/ <hi rend="corsivo">sono</hi>) la
rotta al discendente. Il quale discendente - l’elogio iperbolico si cela <hi rend="corsivo">in cauda</hi> con effetto
sorprendente di epigrammatica acutezza - non solca alacre e sicuro <hi rend="corsivo">l’ampio mar</hi> della vita
nell’oscurità della notte: le preclare virtù degli avi (a conferma della liceità dell’emendamento
della prima quartina) risorte, più fulgide, nel nipote rischiarano ora, quasi sole nascente, la
sua rotta diurna (anche nella lettera citata il giovane principe è paragonato implicitamente
al sole) che non può fallire a glorioso porto e appare inalterabile nella sua costanza, stoicamente
indifferente al variare delle stagioni e alle procellose intemperie del tempo meteorologico
(<hi rend="corsivo">a cui non tuona o verna</hi>: in probabile rapporto di parallelismo con <hi rend="corsivo">Austro ed Aquilon</hi>
8). I commentatori intendono <hi rend="corsivo">di tua virtù</hi> come specificazione di <hi rend="corsivo">al sol</hi>. Basile chiosa <hi rend="corsivo">tuona
o verna</hi>: “è disturbato dal tuono o dalla stagione invernale (<hi rend="corsivo">verno</hi>). Il sogg. è il <hi rend="corsivo">sol di tua
virtù</hi>”. L’interpretazione non mi pare convincente. <hi rend="corsivo">tuona o verna</hi> sono verbi impersonali; <hi rend="corsivo">di
tua virtù</hi> va inteso più verosimilmente come agente retto da <hi rend="corsivo">risorto</hi>: ‘e tu navighi rapido (<hi rend="corsivo">corri</hi>
14 riprende il <hi rend="corsivo">gran corso</hi> 6) e con approdo felicemente sicuro in direzione del sole, orientando
la tua rotta sul sole - metafora della virtù degli avi - che rivive nella tua virtù, quasi essa lo
avesse fatto rinascere e sorgere nuovamente in te a illuminare il tuo corso mondano: un sole
che proprio in quanto emblema di una radiosa vita morale non è offuscato o turbato dalle
passioni (simili alle perturbazioni e tempeste che, come al v. 8, sconvolgono il mare)’. Propongo
pertanto di porre virgola dopo <hi rend="corsivo">sol</hi> (quella in fine di 13 è già attestata dal Vattasso).
					       </p>
					    </div1>
					    
					    <div1 type="citazione">
					      <lg>
<l type="indent">Fur quasi lumi in bei stellanti chiostri</l>
<l>a gli avi tuoi, c’han fama illustre ed alma</l>
<l>tante ricchezze equando, allor che spalma</l>
<l>in ampio mar fra le sirene e i mostri</l>
<l type="indent">la nave de la vita, or gemme ed ostri:</l>
<l>non sembraro al gran corso iniqua salma,</l>
<l>ch’al governo sedea la nobil alma</l>
<l>dove Austro ed Aquilon contenda e giostri,</l>
<l type="indent">Così a’ venti spiegâr d’alta fortuna</l>
<l>l’ardite vele, e li raccolse al porto</l>
<l>là ’ve è pace non sol, ma gloria eterna.</l>
<l type="indent">Or lumi non di notte opaca e bruna</l>
<l>sono, ed al sol, di tua virtù risorto,</l>
<l>tu corri lieto, a cui non tuona o verna.</l>
					      </lg>
					    </div1>
					    
					    <div1 type="paragrafo">
					       <p type="par">
Qualche ritocco si impone anche per la lezione e la punteggiatura del secondo sonetto
dedicato al principe. Ho già detto che il Solerti lo colloca ultimo tra le <hi rend="corsivo">Rime</hi> della <hi rend="corsivo">Parte
settima</hi>, quelle di data incerta del periodo 1586-1595. Non solo esso compare tra i componimenti
del Vat. Lat. 9880, ma precise analogie tematiche e lessicali inducono a ritenerlo composto,
come il precedente, nel maggio del 1591:
					       </p>
					    </div1>
					    
					    <div1 type="citazione">
					      <lg>
<l type="indent">La gloria e ’l grado, a cui v’inalza il merto</l>
<l>d’eroi famosi e le memorie antiche</l>
<l>d’imprese illustri e mille altre fatiche,</l>
<l>di Parnaso e di Olimpo il colle aperto;</l>
<l type="indent">e del gran corso de la vita e incerto</l>
<l>non in gelide parti o in parti apriche,</l>
<l>ma in ciel le mete e fra le stelle amiche</l>
<l>locato il seggio e ’l chiaro nome inserto;</l>
<l type="indent">troppo sono a’ miei bassi angusti carmi</l>
<l>sublime ampio soggetto, e non s’agguaglia</l>
<l>l’opra a l’ingegno o la materia a l’arte.</l>
<l type="indent">E perch’io taccia e giuste lance ed armi,</l>
<l>perde il mio stile, ove più avanzi e saglia</l>
<l>da le virtù che il cielo ha in voi cosparte.</l>
					      </lg>					    
					    </div1>
					    
					    <div1 type="paragrafo">
					       <p type="par">
					       Anche qui, come si può constatare, l’elogio muove dalle gesta degli antenati e dalle benemerenze
della stirpe, enumerate, per mezzo di una serie di frasi participiali coordinate,
lungo le due quartine, in un unico amplissimo periodo che comprende anche la prima terzina
con la principale. Premesso che la virgola dopo <hi rend="corsivo">grado</hi> 1 pare supervacanea se non dannosa,
mentre andrebbe utilmente spostata dopo <hi rend="corsivo">famosi</hi> 2, sono i vv. 3-4 a non dare senso (il Basile
chiosa “i monti sacri alla divinità e alle Muse nella Grecia antica”). Il riscontro perentorio
con 8 dimostra che <hi rend="corsivo">aperto</hi> non è epiteto bensì participio designante un’azione compiuta dalla
gloriosa famiglia. Congetturo pertanto che a essere <hi rend="corsivo">aperto</hi>
 non sia il <hi rend="corsivo">colle</hi> ma il <hi rend="corsivo">calle</hi> (le <hi rend="corsivo">vie
sublimi</hi> della ottava della <hi rend="corsivo">Conquistata</hi> citata più sopra; le <hi rend="corsivo">varie strade ond’ in Parnaso vasse</hi>
di <hi rend="corsivo">Rime</hi> 832, 4, un son. dove il Tasso - vv. 9-10 - sospira: “Lasso! io non so se speri esser a
tempo / di ricorrer quei calli [...]” ), con parallela reintegrazione della preposizione <hi rend="corsivo">a</hi> (caduta
per facile aplografia) dopo <hi rend="corsivo">e</hi> 3, in correlazione evidente con 
<hi rend="corsivo">in</hi> di 6 e 7 e <hi rend="corsivo">fra</hi> 7; e soppressione
della fuorviante virgola in fine di 3. Si ottiene:
					       </p>
					    </div1>
					    
					    <div1 type="citazione">
					       <lg>
<l>[...] e a mille altre fatiche</l>
<l>di Parnaso e di Olimpo il calle aperto;</l>
					       </lg>					    
					    </div1>
					    
					    <div1 type="paragrafo">
					    <p type="par">
					    Si intenda: ‘e dischiusa a mille altre fatiche - con allusione a quelle erculee - la via che
conduce al Parnaso e all’Olimpo: perché tali eroiche fatiche - nobile destino e obbligo futuro
per una schiatta non avvezza a riposare sugli allori delle <hi rend="corsivo">memorie antiche</hi> - sono appunto
degne di Parnaso e d’Olimpo, cioè degne di essere immortalate dalla poesia (benché in 9-11
il poeta si confessi inadeguato all’impresa) o di garantire un posto fra i semidei, come avvenne
all’<hi rend="corsivo">Hercules Oetaeus</hi> (<hi rend="corsivo">il calle aperto</hi> riprende 
<hi rend="corsivo">s’inalza</hi> 1 suggerendo l’idea dell’ascesa alle vette
della virtù)’.
					    </p>
					    
					    <p type="par">
					    Il concetto è insomma stoico e richiama lo pseudo Seneca, <hi rend="corsivo">Herc. Oet.</hi> 1983-1988 “Nunquam
Stygias fertur ad umbras / inclita virtus. Vivite fortes / nec Lethaeos saeva per amnes / vos
fata trahent, sed cum summas / exiget horas consumpta dies, / iter ad superos gloria pandet”.
Il Tasso sembra averne precisa memoria nel finale del carme <hi rend="corsivo">Ad iuventutis Neapolitanae principes</hi>:
“ Et iuga Parnassus vobis et magnus Olimpus / Vobis pandit iter, virtus ad astra vehit”.
					    </p>
					    
					    <p type="par">
					    Il <hi rend="corsivo">gran corso de la vita e incerto</hi> 5 dovrebbe suggerire ai commentatori il rinvio alla metafora
nautica testè illustrata in <hi rend="corsivo">Rime</hi> 1409 (<hi rend="corsivo">la nave de la vita</hi> 5;
 <hi rend="corsivo">al gran corso</hi> 6); così come i vv.
7-8 del presente sonetto rimandano ai vv. 9-13 di quello: soprattutto per il <hi rend="corsivo">seggio</hi> locato <hi rend="corsivo">fra
le stelle amiche</hi> cui corrispondono là <hi rend="corsivo">i lumi</hi> e il motivo del catasterismo (persino nelle <hi rend="corsivo">gelide
parti</hi> contrapposte alle <hi rend="corsivo">parti apriche</hi> del v. 6, quali mete di una metaforica navigazione, è
possibile scorgere una eco di <hi rend="corsivo">Austro ed Aquilon</hi> evocati in 1409, 8).
					    </p>
					    
					    <p type="par">
					    Di <hi rend="corsivo">s’agguaglia</hi> 10 e del sintagma <hi rend="corsivo">giuste lance</hi> - entrambi bisognosi di chiose chiarificatrici
- già si è detto a sufficienza. Indispensabile al senso, poi, la virgola in fine di 13.
					    </p>
					    </div1>
					    
					    <div1 type="citazione">
					       <lg>
<l type="indent">La gloria e ’l grado a cui v’inalza il merto</l>
<l>d’eroi famosi, e le memorie antiche</l>
<l>d’imprese illustri, e a mille altre fatiche</l>
<l>di Parnaso e d’Olimpo il calle aperto;</l>
<l type="indent">e del gran corso de la vita e incerto</l>
<l>non in gelide parti o in parti apriche,</l>
<l>ma in ciel le mete, e fra le stelle amiche</l>
<l>locato il seggio, e ’l chiaro nome inserto;</l>
<l type="indent">troppo sono a’ miei bassi angusti carmi</l>
<l>sublime ampio soggetto, e non s’agguaglia</l>
<l>l’opra a l’ingegno o la materia a l’arte.</l>
<l type="indent">E perch’io taccia e giuste lance ed armi,</l>
<l>perde il mio stile, ove più avanzi e saglia,</l>
<l>da le virtù che il cielo ha in voi cosparte.</l>

					       </lg>
					    </div1>
				</div>
			</body>
			<back>
				<div type="note">
					<div1>
						<head>Note</head>
						<note n="1">
							<hi rend="grassetto">1. </hi>T. T<hi rend="maiuscoletto">asso</hi>, <hi rend="corsivo">Lettere</hi> ed. Guasti, Firenze, Le Monnier, 1852-1855, IV, n. 957, pp. 36-37.		   
				   </note>
				   
				   <note n="2">
							<hi rend="grassetto">2. </hi><hi rend="corsivo">Ibidem</hi>, IV, n. 1078, p. 156. Le apprensioni del Tasso non erano eccessive, stando alla lettera di don Gregorio
Capilluti al duca Vincenzo Gonzaga pubblicata dal Solerti tra le <hi rend="corsivo">Lettere di diversi</hi> nella <hi rend="corsivo">Vita di T. Tasso</hi>, Torino-
Roma, Loescher, 1895, II, n. CCXCVIII, p. 308.	   
				   </note>
				   
				   <note n="3">
							<hi rend="grassetto">3. </hi>T<hi rend="maiuscoletto">asso</hi>, <hi rend="corsivo">Lettere</hi> cit., IV, n. 1109, pp. 180-181 (ad Antonio Costantini, “Da Roma, il 18 di marzo del 1589”).
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="4">
							<hi rend="grassetto">4. </hi><hi rend="corsivo">Ibidem</hi> , IV, n. 1106, pp. 178-179. “E non avendo ardimento di chiederle in altro modo la vita, gliela chiedo
almeno con quello che mi è posto avanti da’ medici, i quali vogliono ch’io le dimandi da vivere: ma coloro, a’
quali è destinata la morte, non hanno questo pensiero. Voglio sperare ne la pietà d’Iddio, e supplicare Vostra
Eccellenza che per quelli anni o mesi di vita che m’avanzano, interponga il suo favore co ’l viceré, acciò Sua
Eccellenza si contenti che la città mi dia venticinque scudi il mese, e sottoscriva il “liceat”, come dicono essi,
ordinario. Né questi dimando con altro obligo, che di confessarmi napolitano, e servitore di Sua Maestà; perché
gli altri sarebbono troppo gravi a la mia infermità: la quale, non essendo altro male, almeno è maninconia di
molti anni; ma io dubito di peggio, e dovrei sperar meglio: e senza questo dono difficilmente saprei come trattenermi,
ed aspettare il tempo del ritorno. Il chiamerò dono, se non vogliono ch’io il chiami ricompensa per la
dote materna; ed opera di carità, se non consentono ch’io la stimi di cortesia. In tutti i modi, io ne rimarrò
obligato a Vostra Eccellenza, al vicerè, a la città, a’ medici, da’ quali aspetto la salute e la quiete de l’animo. Il
signor Ottavio Egizio [famoso medico napoletano e amico del Tasso] aggiungerà le sue a le mie preghiere, stimando
c’a lui particolarmente si faccia questa grazia. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano”. Sono da vedere
in proposito anche le lettere ai medici napoletani Ottavio Pisano e Ottavio Egizio, incaricato, quest’ultimo, di
perorare la causa <hi rend="corsivo">in loco</hi> (n. 1100, pp. 171-172; n. 1105, pp. 176-178) e al reggente Perricaro (n. 1107, p. 179).
Insomma, poiché le pratiche per il recupero dell’eredità materna con l’appoggio del Duca d’Urbino e del suo
agente a Madrid Bernardo Maschio andavano per le lunghe, Torquato non intravedeva ormai altra via d’uscita
alla sua difficile situazione economica che sollecitare - come scrive con amara ironia a Giulio Veterano, uomo
del Duca - la munificenza dei signori napoletani: “altrimenti, non consentendo la cortesia di Sua Altezza ch’io
mi risolva a lo spedale, bisogna ch’io mi risolva al parasito; e questa deliberazione è invecchiata con l’infermità.
Bene è vero, ch’io mi vo imaginando un parasito simile a Nestore, come fu opinione di Luciano; e non penso a
Gnatone, né a gli altri parasiti de le comedie” (n. 1101, p. 173).
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="5">
							<hi rend="grassetto">5. </hi><hi rend="corsivo">Ibidem</hi> , IV, n. 1099, p. 171.
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="6">
							<hi rend="grassetto">6. </hi><hi rend="corsivo">Ibidem</hi> , IV, n. 1104, pp. 175-178.
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="7">
							<hi rend="grassetto">7. </hi><hi rend="corsivo">Ibidem</hi> , V, n. 1333, pp. 50-51. Va dunque corretta l’indicazione della residenza del destinatario “Al principe
di Stigliano. - Napoli”.
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="8">
							<hi rend="grassetto">8. </hi>Si veda per esempio la lettera al Costantini del 29 di giugno 1591 (<hi rend="corsivo">ibidem</hi>, n. 1345, pp. 59-60).
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="9">
							<hi rend="grassetto">9. </hi>Cfr. S<hi rend="maiuscoletto">olerti</hi> , <hi rend="corsivo">Vita</hi> cit. I, pp. 594-595. Il biografo osserva che nel 1588, recandosi a Napoli, il Tasso elesse a
ragion veduta come propria residenza il monastero di Monte Oliveto, “una stanza quieta e sicura da ogni molestia
delle autorità spagnole”. In <hi rend="corsivo">Lettere IV</hi>, n. 1071, pp. 150-151 (a un ignoto corrispondente napoletano) il Tasso
lascia intendere che il Vicerè conte di Miranda avesse mostrato irritazione per il fatto “ch’io venissi nel regno
di Napoli senza sua licenza”. E la necessità di una autorizzazione da parte del Vicerè viene ribadita scrivendo
al Polverino il 20 di settembre 1590 “Ma s’io senza invito desiderassi di tornarvi, mi si dovrebbe aprire un munistero,
o una cappella almeno, insino a tanto ch’io avessi parlato co ’l vicerè. Vostra Signoria, di grazia, assicuri
me e gli altri; me de l’altrui intenzione, e gli altri [i signori napoletani] de la mia pronta volontà nel ricever
beneficio” (<hi rend="corsivo">ibidem</hi>, V, n. 1279, p. 7).
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="10">
							<hi rend="grassetto">10. </hi>T<hi rend="maiuscoletto">asso</hi>, <hi rend="corsivo">Lettere</hi> vol. V, n. 1370, pp. 80-81. Nella lettera, scritta da Roma il 9 gennaio 1592 alla vigilia della
partenza per Napoli, il Tasso a mio parere accenna scherzosamente all’irritazione e al cipiglio di un personaggio
potente che orazianamente (<hi rend="corsivo">Sat</hi>. I, 6, 5) aveva mostrato di <hi rend="corsivo">naso suspendere adunco</hi> il ritorno in patria del poeta
nel 1588: credo sia verosimile identificarlo con il Vicerè conte di Miranda, nel frattempo sostituito da Giovanni
de Zunica, imparentato con Matteo: “L’altra volta ch’io venni a Napoli, invitato similmente da Vostra Eccellenza,
mostrai ardire maraviglioso, seguitando il mio viaggio senz’alcun arme, e senz’alcuna paura de le minaccie d’un
terribil naso, il quale sarebbe stato soverchio ad un rinoceronte. Ora, che sono alquanto più vecchio, e più debole,
e più desideroso di comodo e di quiete, ho ceduto a lo spavento che mi davano gli occhi e le bocche; e confesso
di non esser tanto animoso, ch’io m’assicuri in questo lungo cammino, se da gli occhi e da la bocca non sono
parimente invitato […]”. <hi rend="corsivo">Fare il naso del rinoceronte</hi> è modo proverbioso per ‘fare una smorfia di disgusto’ registrato
dal GDLI con esempio di Domenico Romoli (sec. XVI), ma senza questo del Tasso. Proprio l’avversione
del Vicerè spiega d’altra parte perché Giulio Cesare di Capua avesse tassativamente proibito al figlio Matteo di
ospitare nella loro casa Torquato (S<hi rend="maiuscoletto">olerti</hi> , <hi rend="corsivo">Vita</hi>, p. 610).
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="11">
							<hi rend="grassetto">11. </hi><hi rend="corsivo">Rime inedite di Torquato Tasso</hi> / <hi rend="corsivo">Raccolte e pubblicate</hi> /<hi rend="corsivo"> da</hi> / M<hi rend="maiuscoletto">ons</hi>. Dott. M<hi rend="maiuscoletto">arco</hi> V<hi rend="maiuscoletto">attasso</hi>
							 / Scrittore della
Biblioteca Vaticana / Fascicolo primo / (con 2 tavole in fototipia) / Roma / Tipografia Poliglotta Vaticana / 1915
(Studi e Testi. 28), p. 58. Nella <hi rend="corsivo">Prefazione</hi> il Vattasso osserva che “L’errore di <hi rend="corsivo">Spolverino</hi> invece di <hi rend="corsivo">Polverino</hi> ci 
autorizza subito a escludere che il nostro codice sia stato scritto da quest’amico del Tasso: le parole adunque si
devono interpretare unicamente nel senso che il nostro manoscritto o è quello stesso che fu già del Polverino,
o è una copia fedele di quell’esemplare. Se è quello del Polverino, esso viene direttamente ed immediatamente
dagli originali tasseschi; e non è da escludere che sia un esemplare inviato dallo stesso Poeta”. Un fondamenale
studio del compianto Luigi Poma che ho già avuto occasione di richiamare più sopra (<hi rend="corsivo">La “parte terza” delle
“Rime” tassiane</hi>, in “Studi Tassiani” a. XXVII, 1979, n. 27, pp. 5-47) dimostra ora (confermando un rilievo del
Vattasso, <hi rend="corsivo">Pref</hi>. p. 9 e pp. 11-13) che la mano secentesca del Vat. Lat. 9880 se non è quella del Foppa è però
“la stessa che si ritrova in altri manoscritti tassiani usciti dall’officina foppiana” come appunto il Vat. Lat. 10980
(contenente la “parte terza” delle <hi rend="corsivo">Rime</hi> ) e l’Ottoboniano 1132 (p. 8, n. 14; pp. 16-17 e n. 49). Ciò comprova
l’autorevolezza del testimone, senza dubbio “copiato dall’originale”: il titolo e le numerose varianti marginali e
interlineari confermano d’altra parte - nota il Vattasso - la probabile autografia del suo antigrafo; e che esso
antigrafo “possa essere stato inviato dal Poeta al Polverino si argomenta da ciò, che il Polverino vi è chiamato
Spolverino, proprio come soleva essere erroneamente appellato dal Tasso prima del 12 marzo 1593 e come, per
dimenticanza, può essere stato designato anche dopo” (p. 10). Il Vattasso fissa anche il <hi rend="corsivo">terminus ante quem</hi> del
codice nel febbraio 1595: a questa data risalgono infatti secondo il Solerti i due sonetti più tardi (<hi rend="corsivo">Rime</hi> 1582 e
1583) inclusi nella raccolta. Il Vat. Lat. 9880 reca anche a c. 39 v il sonetto <hi rend="corsivo">A la signora principessa di Stigliano</hi>
(<hi rend="corsivo">Rime</hi> 1410), con qualche variante rispetto al testo Solerti (la più significativa nell’<hi rend="corsivo">incipit</hi>: <hi rend="corsivo">Quanto versò per maraviglia
il cielo</hi>; nel marg. Ciò che, lezione accolta dal Solerti; le altre varianti sono grafiche: <hi rend="corsivo">maraviglia</hi> 1] <hi rend="corsivo">meraviglia</hi>
S; <hi rend="corsivo">gielo</hi>, 4] <hi rend="corsivo">gelo</hi>, S; <hi rend="corsivo">onestate</hi> 10] <hi rend="corsivo">onestade</hi> S).
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="12">
							<hi rend="grassetto">12. </hi>Le varianti si riducono anzi a una sola: la forma non apocopata <hi rend="corsivo">nobile alma</hi>, con l’incontro di vocali, a 7 di
contro al troncamento <hi rend="corsivo">nobil</hi>. Le differenze - comunque minime - nell’interpunzione sono infatti legate a scelte
degli editori: punto e virgola (anziché due punti) dopo <hi rend="corsivo">salma</hi> 6; nessun segno (contro virgola) dopo <hi rend="corsivo">alma</hi> 7;
punto e virgola (in luogo di virgola) dopo <hi rend="corsivo">Sono</hi> 13; virgola dopo <hi rend="corsivo">risorto</hi> 13.
Si può aggiungere che i tre sonetti ai principi di Stigliano (<hi rend="corsivo">Rime</hi> 1409, 1410, 1632) sono attestati oltre che dal
Vat. Lat. 9880, dal Vat. Lat. 10975, da Mr (ms. Mariani: S<hi rend="maiuscoletto">olerti</hi> , <hi rend="corsivo">Bibliogr</hi>. pp. 147-153); il n. 1632 anche dal
codice Torella (Tl), dove compare anepigrafo e autografo; dal Trivulziano 116 (Tr1), dal cod. <hi rend="corsivo">Rosini</hi>. e dalla
stampa 128.
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="13">
							<hi rend="grassetto">13. </hi>Cfr. M. V<hi rend="maiuscoletto">attasso</hi> , <hi rend="corsivo">Di un prezioso codice di rime tassiane fin qui sconosciuto</hi>, in “Giornale Arcadico”, Roma,
1906, p. 21. Nella <hi rend="corsivo">Prefazione</hi> alla sua edizione il Vattasso precisa: “Era allora [nel 1906] ancora in vita il valoroso
amico Solerti; ed a lui, [...] io cedeva spontaneamente l’onore d’illustrare quel cimelio e di usarne liberamente
per la sua edizione delle rime del Tasso. In quell’occasione notavo che delle 186 poesie contenute nel nuovo
codice, 27 soltanto [in realtà 28, come l’autore corregge alla n. 2, p. 7] erano state pubblicate dal Solerti; ed
aggiungevo che appunto per ciò egli arrivava ancora in tempo per trarre il massimo profitto dalla mia scoperta.
Pur troppo però la repentina morte, che lo raggiunse alcuni giorni dopo che egli aveva ricevuto il mio opuscolo,
gl’impedì di appagare il suo ardente desiderio e di compiere la poderosa opera già condotta così lodevolmente
molto innanzi”.
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="14">
							<hi rend="grassetto">14. </hi>T. T<hi rend="maiuscoletto">asso</hi>, <hi rend="corsivo">Dialoghi</hi> ed. critica a cura di E. Raimondi vol. II, t. II p. 1114, § 233.
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="15">
							<hi rend="grassetto">15. </hi>Il riferimento alle stelle come termine di comparazione per indicare una quantità infinita è biblico e classico
insieme, a partire da Gn. 15, 5 e da C<hi rend="maiuscoletto">allimaco</hi> , <hi rend="corsivo">Hymn.</hi> 4, 175. Basti ricordare qui 
C<hi rend="maiuscoletto">atullo</hi> , <hi rend="corsivo">Liber </hi>VII, 3-10
“Quam magnus numerus Libyssae arenae / Lasarpiciferis iacet Cyrenis, / [...] / Aut quam sidera multa, cum tacet
nox, / Furtivos hominum vident amores, / Tam te basia multa basiare / Vesano satis et super Catullost, / [...]”;
P<hi rend="maiuscoletto">roperzio</hi> , <hi rend="corsivo">El.</hi> II, 32, 49-51; O<hi rend="maiuscoletto">vidio</hi> , <hi rend="corsivo">Ars amatoria</hi> I, 59 “Quot caelum stellas, tot habet tua Roma puellas”. Si
potrebbe anzi osservare che il sintagma tante ricchezze del sonetto ricalca implicitamente la correlazione <hi rend="corsivo">quam...
multa tam... multa, o quot... tot</hi>. Ma si veda anche la sestina di P<hi rend="maiuscoletto">etrarca</hi>,
 <hi rend="corsivo">R.V.F.</hi> 237, 1-6 “Non à tanti animali
il mar fra l’onde / né lassù sopra ’l cerchio de la luna / vide mai tante stelle alcuna notte, / [...] / quant’à ’l mio
cor pensier’ ciascuna sera”. Nelle <hi rend="corsivo">Rime</hi> del Tasso il motivo è anche declinato in forma di <hi rend="corsivo">adynaton</hi>: 380, 3-4;
1253, 77-78; 1547, 97-98; o nel <hi rend="corsivo">M.c.</hi> (II, 460-466; 508-509) quale esempio di <hi rend="corsivo">hybris</hi> umana nella pretesa di <hi rend="corsivo">annoverar
le stelle.</hi>
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="16">
							<hi rend="grassetto">16. </hi>Ma nell’<hi rend="corsivo">incipit</hi> del carme <hi rend="corsivo">In obitu Alphonsi Davali Marchionis et comitis</hi> si legge: “Iam patris ingentis, iam
priscae ingentia facta / Aequabas gentis [...]” (<hi rend="corsivo">Carmina Latina Torquati Taxi</hi>, editio altera cum prooemio et notis
A<hi rend="maiuscoletto">ntonii</hi> M<hi rend="maiuscoletto">artinii</hi> , Romae, Ex officina typographica Forzani et S., MDCCCXCV , p. 141).
				     				   
				   </note>
				   
				   <note n="17">
							<hi rend="grassetto">17. </hi>Sull’argomento si può ora vedere il puntuale studio di E. R<hi rend="maiuscoletto">usso</hi>,
							 <hi rend="corsivo">Su alcune tessere ‘minori’ della cultura
tassiana. 1. Le “Rime antiche”</hi>, nel vol. dello stesso autore <hi rend="corsivo">L’ordine, la fantasia e l’arte. Ricerche per un quinquennio
tassiano (1588-1592)</hi>, Roma Bulzoni, 2002, pp. 73-115. Di qui - pp. 104-105 - ricavo il testo della canzone <hi rend="corsivo">Madonna,
dir vi vollio</hi> e la postilla tassiana annotata ai vivagni dell’esemplare posseduto dal poeta.
				     				   
				   </note>
				   
					</div1>
				</div>
			</back>
		</text>
	</TEI.2>
</teiCorpus.2>
