La Didone
Introduzione1
Giovan Francesco Busenello (1598-1659) non è fra i librettisti
italiani più conosciuti, eppure almeno due dei suoi sei testi per musica sono
considerati dei veri capolavori: L'incoronazione di Poppea (1642),
musicata da Claudio Monteverdi, e La prosperità infelice di Giulio Cesare
dittatore (1646), musicata come gli altri restanti libretti del Busenello
da Francesco Cavalli, successore del Monteverdi a Venezia. Una sapiente organizzazione
drammatica, che dà spazio all'espressione della spiccata personalità intellettuale
dell'autore, sostiene i due libretti citati, ma anche La Didone (1641),
a tal punto che non è arbitrario porre la figura del Busenello accanto a quella
di un più noto personaggio come Ottavio Rinuccini, che abitualmente si riconosce
come il primo vero librettista creativo italiano2.
Nato e vissuto pressoché sempre a Venezia, Busenello fu allievo
del Sarpi per gli studi giuridici e del Cremonini per quelli filosofici. Esercitò
l'avvocatura con indubbio successo, impegno e onestà, in un momento per altro
difficile per l'apparato giudiziario della Repubblica, minato da una dilagante
corruzione. La sua produzione letteraria fu estremamente copiosa: idilli,
poesie civili, encomiastiche e morali, rime in dialetto veneziano, romanzi,
prose oratorie e avvocatesche, e, naturalmente, melodrammi, ove è ben riconoscibile
lo spirito libertino che animava le opere degli Incogniti e che trovava sufficiente
tolleranza nella Venezia aristocratica e repubblicana, disposta ad accogliere
spettacoli ove fosse liberamente rappresentata una concezione disincantata
e pessimistica della vita e fosse espresso l'apprezzamento dell'amore come
godimento del piacere sensuale e consolazione per le sventure dell'esistenza.
Al di là degli stretti rapporti intessuti con i membri veneti dell'Accademia
degli Incogniti, di cui anch'egli fece parte, il Busenello fu in contatto
con importanti letterati italiani, dall'Achillini, all'Aprosio, dal Bruni
al Ciampoli, allo stesso Marino, oltre che con artisti e musicisti, e con
la celebre cantante Adriana Basile3.
La Didone è il suo secondo libretto e una
delle prime opere a venir rappresentata in un teatro pubblico veneziano, il
che ha ripercussioni notevoli sullo sviluppo della trama, portando in sé l'atmosfera
libertina e gaudente del primo Seicento veneziano, che si traduce in novità
teatrale, sperimentalismo linguistico, funzione attualizzante del comico,
satira del costume veneziano e del mondo intellettuale. Il libretto, inoltre,
è notevolmente innovativo nei confronti della tradizione relativa al soggetto.
Sorprendentemente La Didone di Busenello non si conclude affatto con
il consueto finale tragico, in cui la regina si suicida per conservare la
propria castità o porre fine alla vergogna e al dolore conseguenti all'abbandono
da parte di Enea, a seconda della versione del mito cui si vuole dar credito.
Un matrimonio `riparatore' con Iarba, re dei Getuli, evita agli spettatori
qualsiasi forma di turbamento dell'animo e la presenza di personaggi comici,
come un irriverente Sinone e tre maliziose damigelle, interrompono e relativizzano
i momenti di maggior patetismo, che pure costellano la notte fatale di Troia
e l'avventura cartaginese di Enea. L'invenzione finale e la presenza di personaggi
comici è, di fatto, una questione delicata e si potrebbe dire ancora aperta:
l'opera, oggetto di recente interesse, ha visto infatti la propria trama modificata
e riadattata in una recente messinscena, il 31 dicembre 2000 al Théatre Municipal
di Losanna, nell'allestimento di Eric Vigner e con l'autorevole direzione
di Christophe Rousset alla guida dei Talents Lyriques e del Coro dell'Opera
di Losanna. Tale rappresentazione ha eliminato dall'opera i personaggi buffi
e le parti comiche. Del 1998, invece, è un'incisione discografica che si avvale
della direzione orchestrale di Thomas Hengelbrock e che taglia significativamente
proprio la XII scena del III atto e si conclude con il proposito espresso
da Didone di suicidarsi. La presenza di personaggi bassi sulla scena di una
storia conosciuta come tragica e l'improvviso cambiamento della regina, che
nel giro di pochi versi passa dalla volontà di morte al duetto d'amore, non
possono non urtare la sensibilità moderna e sicuramente appaiono inverosimili,
tuttavia, eliminare il finale trionfo di Iarba significa non tener più conto
della sua estrema rilevanza nel dramma e tradire l'atmosfera disincantata
e gaudente che accompagna l'opera. È il Re dei Getuli, infatti, l'autentico
eroe del melodramma e a lui è affidata la scena più importante e innovativa,
quella della follia (II XII):
è dunque per questo motivo che si è ritenuto utile, riproponendo una scelta
del libretto, privilegiare le scene in cui Iarba è presente; anzi, isolare
dal contesto del dramma proprio lo sviluppo della vicenda d'amore di Iarba
per Didone, tutt'altro che marginale nell'economia dell'opera come si è detto.
Il lettore noterà peraltro, all'interno di questa stessa selezione, l'estrema
varietà di registri nell'alternarsi di dialoghi drammatici e di intermezzi
buffi, in cui non soltanto è dissacratoria la libertà con cui si interviene
a riscrivere una vicenda celebrata in testi letterari tanto alti, ma anche
indubbia la licenziosità di talune situazioni, rese giustificabili dal contesto
della `pazzia', in particolare nella II
scena dell'atto terzo.
Si noti peraltro che nello scenario che servì per la prima
rappresentazione dell'opera4, le scene della follia
di Iarba non erano presenti; si deve quindi pensare a un'integrazione successiva,
che risulta peraltro estremamente funzionale nell'economia dello spettacolo,
mantenendolo in bilico tra toni drammatici e comici. Ad esempio la scena assai
audace tra Iarba e le due damigelle (III II)
segue una precedente, qui non riportata, che aveva il proprio fulcro nell'invito
ad amare rivolto dalla sorella Anna a Didone. L'alternanza continua tra registro
tragico e comico viene in tal modo ad amplificare il carattere ibrido che
veniva attribuito al nuovo genere, frutto della mescolanza di poesia e musica,
e vuole porsi sia come ricerca del gradimento del pubblico, presumendolo attratto
dalla varietà della rappresentazione, sia come migliore imitazione della molteplicità
del reale, raffigurato con quel superiore disincanto, tutto veneziano, del
librettista che non si perita di riscrivere un classico come il IV libro dell'Eneide
pur di soddisfare al proprio “genio”.
MONICA ANCHIERI
Dalla Didone
di Giovan Francesco Busenello
Argomento
Quest'opera sente delle opinioni moderne. Non è fatta al
prescritto delle antiche regole, ma all'usanza spagnuola rappresenta gl'anni
e non le ore. Nel Primo Atto arde Troia, et Enea, così commandato dalla madre
Venere, scampa quegli incendi e quelle ruvine. Nel Secondo egli naviga il
Mediteraneo et arriva ai lidi cartaginesi. Nel Terzo, ammonito da Giove, abbandona
Didone. E, perché secondo le buone dottrine è lecito ai poeti non solo alterare
le favole, ma le istorie ancora, Didone prende per marito Iarba. E se fu anacronismo
famoso in Virgilio che Didone non per Sicheo suo marito, ma per Enea perdesse
la vita, potranno tollerare i grandi ingegni che qui segua un matrimonio diverso
e dalle favole e dalle istorie. Chi scrive sodisfa al genio e per schiffare
il fine tragico della morte di Didone si è introdotto l'accasamento predetto
con Iarba. Qui non occorre rammemorare agl'uomini intendenti come i poeti
migliori abbiano rappresentate le cose a modo loro: sono aperti i libri e
non è forastiera in questo mondo la erudizione. Vivete felici.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Iarba solo
Per eccesso d'affetto,
Che imperioso alla ragion sovrasta,
La maestà di Re
Con il mio proprio piè calco e deprimo:795
In arnese privato
Celo il regal mio stato;
Del Regno mio, de' fidi miei vassalli
Obliato il riguardo,
Pende l'anima mia da un dolce sguardo.
Sola Didon, l'idolo mio, conosce
Che Iarba io son, Re de' Getuli, a cui
Degnamente s'appella
L'Affrica serva, e la fortuna ancella.
Ma contro Amor tiranno
È impotente il mio scettro:
Ad un viso divin che m'imprigiona
È sforzata ubbidir la mia corona.
Amor, sei stato sempre
Dio delle violenze,
Artefice crudel de' fatti enormi;
Or nel mio cor tu formi
Laberinti d'angoscie
E meandri di pianti, in cui pur troppo,
Con precipizii orribili e diversi,
L'alma perdei, la libertà sommersi.
Didone, ohimè, Didone
Non mi riceve amante,
E sposo mi rifiuta,
Et io, scordato del decoro mio,
Di qui non parto, oh Dio!
Ma bisogna che qui
Venga Didone, sì;
Vacilla il cor, trema il pensier, e sente
L'anima mia che vien verso di lei
L'umana Deità de' spirti miei.
Chi ti diss'io,
Lasso cor mio,
Ecco sen viene
Il nostro bene;
M'allegro teco,
Desir mio cieco,
Poiché il destino
T'ha delle glorie tue fatto indovino.
Vieni e t'affretta,
O mia diletta,
A consolarmi,
Anzi a bearmi
Con una sola
Dolce parola,
Che dar mi puoi
Ogni felicità co' labbri tuoi.
SCENA SECONDA
Didone, Iarba, Coro di Damigelle
Didone
Re de' Getuli altero,
Non fastidir de' miei pensier la pace;
Ammorza la fornace
Degl'insolenti tuoi vani desiri:
Son meco ineficaci i tuoi sospiri.
Il mio marito
Già sepelito
Seco in sepolcro tien gli affetti miei.
Se amarti anco volessi, io non potrei.
Se le tue brame
Han solo fame
Della bellezza mia, Iarba importuno,
Sia con tua pace, morirai digiuno.
Vanne se vuoi
A' regni tuoi,
E se pur pertinaci avrai le voglie,
In sogno, in fantasia sarò tua moglie.
Iarba
Didone, io sono un Re, non un plebeo.
Didone
Iarba, se Re tu sei, son io Regina.
Iarba
Sprezzato amor in odio si converte.
Didone
E vuoi ch'a forza di minaccie io t'ami?
Iarba
Vuo' che 'l merto abbia loco, e la ragione.
Didone
A meriti, a ragion non bada amore:
Egli è Dio, fa a suo modo e non conchiude
Con argomenti umani.
Iarba
Femina al suo peggior sempre s'appiglia.
Didone
Questo è ben ver, perché s'appiglia all'uomo.
Iarba
I Regi hanno del Dio più che dell'uomo.
Didone
E pur muoiono i Regi, e non i Dei.
Iarba
La possanza dei Re gli uomini affrena.
Didone
Ma il fulmine de' Dei castiga i Regi.
Iarba
Lasciam di disputar, Didon, t'adoro.
Didone
Lasciam di contrastar, Iarba, non t'amo.
Iarba
Disamato, disprezzato
Volgo il piè, ma non il core,
Che schernito e mal gradito
Tanto è fuori di se stesso,
Quanto è dentro al suo dolore.
Crudele, empia, superba,
Bestemmiar, maledirti il cor desia,
Ma al mio dispetto sei la vita mia.
Rivolgo altrove il piede,
E 'l cor mio resta qui.
D'aita e di mercede
Veder non spero il dì,
Insanabile mal m'opprime il core,
Son disperato, e pur nutrisco amore.
Derelitto, ramingo,
Didone, ahi dove andrò?
Lagrimoso e solingo
Le selci ammolirò.
Dirà pur sempre agonizzando il core:
Son disperato, e pur nutrisco amore.
La ragione, lo sdegno
Voglion ch'io gridi e al Ciel mandi i lamenti,
Né posso far ch'a fren la lingua stia,
Ma al mio dispetto sei la vita mia.
SCENA DUODECIMA
Iarba solo
O castità bugiarda,
Quanti diffetti copri,
Quanti vizii nascondi;
Co' tuoi fallaci e scelerati modi
Abbelisci le colpe, orni le frodi.
Didon meco si scusa
Con le polvi e con l'ossa del marito,
Meschia i colori e fabbrica i pretesti,
Per escluder dal sen le preci mie.
Son gemelle le donne e le bugie.
Iarba Re, Iarba nato
A insospettir con la potenza e l'armi
E Pluto negli abissi e Giove in cielo;
Iarba Re, Iarba eletto
A stancar i trionfi,
A far sudar le glorie,
È posposto ad Enea?
A un forastier mendico,
Che scampa dalla terra,
Ch'è scacciato dal mare,
Ond'hanno l'opre sue
Penuria di elementi,
Perseguitato con ugual rigore
Dagl'incendi e dai venti:
Dalla Regina Enea mi s'antepone?
Quando nacquer le femmine, moriro
Il discorso, il giudicio, e la ragione.
O crude angoscie mie,
Son gemelle le donne e le bugie.
Gelosia venenosa,
Gelido mostro e rio,
Se cerchi il pianto mio, lo cerchi indarno.
Una lagrima sola m'esce a pena:
Disperazion ne dissecò la vena.
Et io lascio il mio Regno,
Abbandono lo scettro,
E m'induco a pregare?
Lingua nata ai commandi,
Lingua ch'a pena forma le parole,
Mentre il cenno de' Regi è imperio muto,
Discende a supplicare, et è schernita?
Ma pur anco, o Didon, sei la mia vita.
Et amo e spero ancora,
E pur in onta delle mie follie,
Son gemelle le donne e le bugie.
Qui Iarba si straccia l'abito.
Così stracciar e sviscerar potessi
Da questo sen, da questo cor, l'imago
Di quel viso assassin, che m'ha ferito,
E annullati gli amori,
Terminar i furori.
Maledetta la fiamma
Che incenerì il mio petto!
No, mi ridico5 e mento:
La natura creante
Nel partorir Didone
Non produsse un bel viso,
Ma incarnò un Paradiso.
Anzi no, che vaneggio?
È Didone un Inferno,
E in lei son io dannato al foco eterno.
Ma Didon m'ha schernito,
Et io, cieco e piangente, 1520
Vo cercando a tentoni,
A suon d'aspro martel, le mie ragioni.
Deh, grida verità, fa' ch'ognun senta
Che un ostinato amor pazzia diventa!
Non possono i poeti a questi dì
Rappresentar le favole a lor modo:
Chi ha fisso questo chiodo,
Del vero studio il bel sentier smarì6.
SCENA DECIMATERZA
Iarba, un Vecchio
Iarba
O bella oltre ogni stima,
Degna di prosa e rima,
E che il bel nome tuo sempre s'imprima
D'un bue pugliese in su la spoglia opima.
Meritevole sei
Che in suon d'f, fa, ut7
Ti canti in un l'Arcadia e 'l Calicut.
Or ascoltami tu,
Guarda un poco là su:
Se tu vedi una gabbia,
O ti venga la scabbia,
Ancor non ti se' accorto
Che v'è dentro l'augel dal becco storto?
Qui Iarba fugge via.
Vecchio
O dell'uomo infelice
Più infelici vicende!
Un bel viso innamora,
E poi tormenta e accora,
E in un breve girar d'un solo die
Passiamo dagli amori alle pazzie.
Passa l'oggetto bello
A lusingar il core,
Ma si muta il diletto
In furioso affetto;
Così dolce bevanda il gusto aggrada,
Et all'ebrietà c'apre8 la strada.
Doppo un ballo de Mori affricani, finisce il Secondo Atto.
ATTO TERZO
SCENA SECONDA
Iarba, Due Damigelle
Iarba
Pur t'ho colta, assassina.
Prima Damigella
Alle dame di corte,
Serve della Regina?
Iarba
La tua vigliaccheria, ch'è soprafina,
Che mi pone in dispreggio,
Merita questo e peggio.
Seconda Damigella
Questo è l'amor che porti, o Re fellone,
Alla nostra Didone?
Iarba
Che dici di Didone?
Didon, che nome è questo?
Prima Damigella
Or t'è uscito di mente il nome amato,
Pazzarel smemorato?
Iarba
Io non so di Didone, anzi pur so,
Ch'ella il sen mi piagò.
Ma guarda quante mosche per quest'aria
Battono la canaria9.
Seconda Damigella
È il tuo cervel che vola,
E batte con le piume una chiaccona10.
Iarba
Care le mie giovenche dolci e belle,
Amate pecorelle,
Se il Ciel vi guardi d'ogni mal le groppe,
Dite se queste sono spade o coppe.
Prima Damigella
E che ti par, sorella,
Di questo sì elegante e caro pazzo?
Seconda Damigella
In quanto a me direi,
Se contenta tu sei,
Che 'l facessimo entrar solo soletto
Nel nostro gabinetto,
Per servirsene, sai:
Tempo perduto non si acquista mai.
Prima Damigella
Pazzarello amoroso,
Forsenato vezzoso,
Vuoi tu venir con noi?
Iarba
Verrò, ma due son troppo: io non vorrei
Por fra due rompicolli i casi miei.
Prima Damigella
Vientene meco pur.
Seconda Damigella
Vientene meco omai.
Iarba
Ma giocamo alla mora
Con chi debbo venire?
Tutti tre
Cinque, sett', otto, nove.
Iarba
Ohimè, che piove!
Deh non vedete voi
Che m'entrano le nuvole nel capo?
Copritemi sorelle,
Guardatemi da' rischi!
Prima Damigella
O questa ci vorrebbe,
Che fossimo trovate in questo impaccio
Col bambozzo nel sen, col matto in braccio.
Iarba
O mirate, mirate,
Quante spade e celate
Formano il rompicollo alle brigate!
Osservate ignoranza
Che un asino cavalca,
E alla virtù, ch'è a piedi,
Dà la fuga e la calca11;
Ma nel mezzo mirate, o vista rea,
Didon ch'abbraccia il fortunato Enea.
Seconda Damigella
Infelice ei vaneggia,
E nella mente insana
L'ostinato fantasma ancor passeggia.
Iarba
Sapete voi gli avvisi di Parnaso?
Venere è uscita a trastullarsi al fresco,
Et ha incontrato per l'amene strade
Diversi beccafichi12,
Che l'han confusa in inviluppi e intrichi;
Onde non v'è dubitazione alcuna:
Tosto vedrem l'ecclissi della Luna.
Prima Damigella
O bel pensiero! O curioso avviso!
Iarba
Guardate, deh, guardate
Con quanta gravità
Riposato si sta con piedi pari
Il censor del paese,
Il gran fiuta popone Modenese13,
Che sopra del quantunque e sopra il cui
Fa del censor delle facende altrui,
E dice: questo certo io non lo voglio!
Quest'altro non mi piace!
E questo non l'ametto in alcun modo,
Ch'io non so poetar, se non al sodo!
E aggiunge il sputa tondo14:
Cotesto io nol vorrei,
Né quest'altro giamai l'apponerei.
E non s'accorge il povero meschino
Che il pesce grosso si mangia il piccino.
Seconda Damigella
Orsù finianla, pazzarel mio caro,
Vogliàn partir di qua?
Iarba
Ma dove starò meglio,
O mie citelle15, in questi caldi estivi,
Che tra gli ameni colli
De' vostri seni amorosetti e molli?
Prima Damigella
Andiamo omai, che 'l ballo si finisce.
Iarba
Al ballo eccomi pronto.
SCENA DECIMA
Iarba, Mercurio
Iarba
O che vita consolata!
O che mondo ben composto!
Mangiar stelle in insalata
E 'l Zodiàco aver arosto:
Così la complession ben si mantiene,
Né si può dubitar di mal di rene.
Deh vita mia sentite,
Non ve n'andate ancora:
Amor per voi m'accora,
E mette fuor de' gangheri il mio petto.
Sapete pur ch'io spando
Lagrime per le nari e per li orecchi,
E l'ombilico mio non può lavarsi
Nell'onda dell'oblio.
Sapete ch'io son quello
Che per farvi l'amore
Cavalco alla ridossa16 un mongibello.
O bell'ore, o chiar'ore,
O bene mio squartato,
Deh consolate il vostro innamorato!
Che se mi sete cruda,
Il Ciel vi metta ignuda
In arbitrio et in braccio
All'ebro popolaccio,
E vi faccia mostrar al mondo tutto
Quanto il Cielo vi diè di bello e brutto.
Mercurio
Ecco Iarba impazzito.
O natura creata
Ai casi destinata!
O caduci mortali
Calamite de' mali!
Vo' sanar la pazzia, ma non l'amore
Di questo infermo core.
Vuo' che saggio ritorni,
Ma non si scordi mai
Dell'amata Didone i dolci rai.
Iarba
Ma che panni son questi?
Che novità ved'io?
Ohimè da quali abissi
L'intelletto risorge?
Cilenio, a te prostrato,
Adoro la tua man, la tua virtute.
O somma Deità, che tutto puoi,
Il mio genio s'atterra ai piedi tuoi.
Mercurio
Vivi felice Iarba;
L'adorata da te bella Regina
Così il Cielo permette17:
Fatto ha l'influsso reo l'ultime prove,
Or il Ciel sovra te delizie piove.
Iarba
O benefico Dio,
O dator delle grazie e de' favori,
Felicità mi doni
Che soprafà
L'umanità;
Chi più lieto di me nel mondo fia,
Se Didon finalmente sarà mia?
O secreti profondi,
Non arrivati dal pensiero umano,
Per contemplarli
Forza non ha
L'umanità;
Chi più lieto di me nel mondo fia,
Se Didon finalmente sarà mia? 2245
SCENA UNDECIMA
Didone
Porgetemi la spada
Del Semideo troiano.
Ritiratevi tutte, o fide ancelle;
Apartatevi, o servi.
Io Regina, io Didone?
Né Didon, né Regina
Io son più, ma un portento
Di sorte disperata e di tormento.
Vilipesa dai vivi,
Minacciata dai morti,
Ludibrio uguale agl'uomini et all'ombre.
Pur troppo io t'ho tradito,
O infelice marito;
Pur troppo da' miei falli
La dignità real resta macchiata.
Disonorata adunque,
Come respiro, come
Movo il piè, movo il capo?
Anima mia, sei dunque un'alma infame,
Se presti il tuo vigore 2265
A chi non ha più onore.
M'additeranno i sudditi per vile
Concubina di Enea;
Mormoreran le genti
La mia dissolutezza.
Ma se fosser pur anco
Le genti senza lingua,
Le penne senza inchiostri,
Muta la fama, e i secoli venturi
Senza notizia degli obbrobrii miei,
Basta la mia conscienza,
Che sempre alza i patiboli al mio fallo.
Ho sodisfatto al senso,
Alla ragione si sodisfi ancora;
E se me stessa offesi,
Or vendico me stessa.
Ferro, passami il core,
E se trovi nel mezzo al core istesso
Del tuo padrone il nome,
No 'l punger, no 'l offender, ma ferisci
Il mio cor solo, e nella stragge mia
Sgorghi il sangue, esca il fiato,
Resti ogni membro lacerato e offeso,
Ma il bel nome d'Enea,
Per cui finir convengo i giorni afflitti,
Vada impunito pur de' suoi delitti.
Cartagine, ti lascio.
Spada, vanne coll'elsa e 'l pomo in terra,
E nel giudicio della morte mia
Chiama ogn'ombra infernal fuor degli abissi.
E tu, punta cortese,
Svena l'angoscie mie,
Finisci i miei tormenti,
Manda il mio spirto al tenebroso rio:
Empio Enea, cara luce, io moro, a Dio.
Qui Didone vuol ferirsi, e vi sopragiunge Iarba, che ne la
impedisce.
SCENA DUODECIMA
Iarba, Didone
Iarba
O Dei, che veggio? O Dei, questi non sono
Gl'essempi e gl'argomenti
Onde gl'uomini frali
Vi credono immortali!
Vesta, Giunon, Diana,
La vostra eternitade è certamente
Titolo morto, e favola dipinta,
Se la Dea delle Dee rimane estinta.
Didone, estinta giaci? Al tuo bel viso
Consacrerò piangendo
Tarde lusinghe e intempestivi baci.
Inginocchiati, o core,
Abbassatevi, o labra,
Rapisca il vostro disperato duolo
Dall'altar della morte un bacio solo.
No, che se viva fosse
Mi negarebbe la mia Dido i baci.
E non debb'io, se ben amor m'ingombra,
Noiarla in spirto e fastidirla in ombra.
Essangue anima mia, morta mia vita,
Chi ti chiuse quegl'occhi
Che m'apersero il seno?
Ohimè! Vidi ben'io, luci mie belle,
A tramontar non a morir le stelle.
Perdonami, destino,
I tuoi celesti aspetti impazienti
D'aver in terra un paragon sì bello,
Dubitando che il mondo un dì l'adori,
L'hanno estinto infelice;
Così da sua superbia il Ciel commosso
A puntigliar18 con la natura nostra
Per ragione di Stato
Sì bel corpo ha svenato.
Ma senza te
Non fie mai ver
Ch'io viva un dì:
Ciò che non puoté amor, possa la morte!
Pallida mia,
Squallida bella,
Gradisci il mio morire,
E s'odiasti già la vita mia,
Deh togli in pace almeno,
Idolo mio spirato,
Quest'ultima amarissima agonia.
Iarba si vuol ferire, ma s'arresta, vedendo rivenir Didone.
Didone
Iarba, deponi il ferro e lieto vivi.
Da me ricevi in dono
Quel che tu mi donasti:
La vita a me salvasti,
La salute e la vita a te ridono;
Finché vedrò di questa luce i giri,
Agl'obblighi vivrò più ch'ai respiri.
Ma dovria la fortuna o la natura,
Per proveder d'altari i tuoi favori,
Moltiplicarmi in questo seno i cori.
A te spiro, a te vivo,
E per giusta ragione
D'altri non fia, se non è tua, Didone.
Iarba
Santa pietà del Cielo,
A qual felicità Iarba risservi?
Occhi miei, che stancaste lagrimando
I pianti e l'amarezze,
Ora diluviate
Del cor mio l'inefabili dolcezze!
Et è vero, o bellissima Regina,
Che pietà senti e m'ami?
Didone
Iarba preservator della mia vita,
Re, vero amante, e fido amico e mio,
Gl'andati miei rigor mando in oblio,
D'averti offeso è già Didon pentita.
Le cortesie dal tuo gran genio uscite
Chiaman da me la viva ricompensa;
Brama l'anima mia d'esser immensa,
Per capir gratitudini infinite.
Sorda a' lamenti, a' preghi tuoi sdegnosa,
Gradir non volli il tuo verace affetto;
Ora disarmo d'ogni asprezza il petto:
Eccomi a' tuoi voleri ancella e sposa.
Iarba
Didon, tu preservasti i miei respiri,
La vita mia di tua pietade è dono,
E dolce ti concedono perdono
I miei già disperati aspri sospiri.
Alle tue cortesie dilato il core,
E l'alma mia negl'obblighi trasformo,
E a' tuoi pensier e a' tuoi desir conformo
La vita e i sensi in servitù d'amore.
E poi che sei de' miei martir pietosa,
E le morte speranze in me ravivi,
Qui in presenza degli uomini e dei Divi,
Per mia Regina ti ricevo e sposa.
Son le tue leggi, Amore,
Troppo ignote e profonde:
Nel tuo martir maggiore
La gioia si nasconde.
Dalle perdite sai cavar la palma,
Dalle procelle tue nasce la calma.
Didone
L'ancora della speme,
De' pianti il mare insano
Qualor ondeggia e freme,
Non mai si getta in vano,
Ch'amor nel mezzo ai casi disperati
I porti più felici ha fabbricati.
Tutti due
Godiam, dunque, godiamo
Sereni i dì e ridenti;
Né pur pronunciamo
Il nome de' tormenti.
Didone
Iarba, son tua.
Iarba
Didon, t'ho al cor scolpita.
Didone
Ben
Iarba
Gioia
Didone
Cor
Iarba
Speranza unica e vita.
NOTE
1. Il presente contributo è frutto di uno stralcio, ampliato
e riveduto, dalla tesi di laurea - La Didone di Busenello (e di
altri autori) - da me discussa, relatore Francesco Spera, all'Università
degli Studi di Milano nell'a.a. 2000-2001.
2. Un'opposizione Rinuccini-Busenello potrebbe in verità
avere valore nel richiamare la dibattuta questione della contrapposizione
tra Firenze e Venezia come luoghi di nascita dell'opera in musica; ma è ovviamente
questione troppo complessa per poterne anche soltanto accennare in questa
sede.
3. Oltre alla voce redatta da Martino Capucci per il D.B.I.,
notizie sul Busenello si ricavano dalle seguenti pubblicazioni: A. LIVINGSTON, La vita veneziana nelle
opere di Giovan Francesco Busenello, Venezia, 1913; P. J. SMITH, La Decima Musa. Storia del libretto
d'opera, Firenze, Sansoni, 1981; P. GETREVI, Labbra barocche. Il libretto d'opera da Busenello
a Goldoni, Verona, Essedue, 1986; La Salmace e altri idilli barocchi
(Preti - Argoli - Busenello), a cura di Marzio Pieri, Verona, Fiorni,
1987 (vi è pubblicata l'Apollo e Dafne); M. G. ACCORSI, Amore e melodramma. Studi sui libretti per musica,
Modena, Mucchi, 2001.
4. Il testo qui offerto è invece tratto da La Didone di
Gio: Francesco Busenello. Opera rappresentata in Musica nel Teatro di San
Casciano nell'Anno 1641, In Venetia, MDCLVI, Appresso Andrea Giuliani;
l'opera è presente con frontespizio separato di sopra trascritto in Delle
Hore Ociose di Gio: Francesco Busenello (In Venetia, MDCLVI, Appresso
Andrea Giuliani), ovvero la raccolta completa delle opere dell'autore veneziano.
La trascrizione segue i criteri ammodernanti in uso nella rivista; singole
questioni relative alla trascrizione sono comunque discusse in nota.
5. Ritratto quanto ho prima affermato.
6. È evidente che gli ultimi quattro versi pronunciati da
Iarba sono in verità un commento del librettista; l'anomala uscita del personaggio
è in qualche modo giustificata dalla stessa situazione drammatica, ovvero
dal subentrare della follia. Si noti infine che il passo è ulteriormente enfatizzato
dal compositore Francesco Cavalli che ne musica buona parte con una serie
di note ripetute (cfr. in proposito Ellen ROSAND, Opera in seventeenth-century Venice: the creation
of a genre, Berkeley, Univ. of California Press, 1991, p. 123).
7. Curiosa scrizione per effaut, ovvero la settima
nota del primo esacordo. Si noti che la rima con Calicut (cioè Calcutta)
era già in una scena analoga della Ninfa avara di Benedetto Ferrari:
“Cantami un poco in tono d'effaut / S'è più bella l'Arcadia o il Calicut”.
8. L'inconsueta elisione del pronome sottintende la pronuncia
dolce della consonante.
9. Danza a due originaria delle Canarie.
10. La ciaccona è una danza di origine spagnola, ballata
al suono delle nacchere. La variante chiaccona è sconosciuta al GDLI.
11. `Dare la calca' significa mettere in fuga, inseguire.
12. Nel linguaggio della poesia burlesca `beccafico' designa
l'omosessuale.
13. “Fiutapopone” è epiteto modellato sul celebre “fiutastronzi”
dell'Aretino, già ripreso dal Marino; qui sta ovviamente per `critico pignolo
e incontentabile'. La connotazione “modenese” più che indicare un contemporaneo
parrebbe alludere al Castelvetro come emblematico rappresentante dell'atteggiamento
pedantesco.
14. “Sputatondo” sta abitualmente per `serioso', ma qui lo
si può intendere come una sorta di replica del precedente “fiutapopone”.
15. Ragazze, da `citto'.
16. Senza sella. L'espressione dunque significa: cavalcare
senza sella un vulcano (Mongibello è il nome antico dell'Etna).
17. Ti concede.
18. Gareggiare; tale accezione è però sconosciuta al GDLI.
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