La Didone

 

Introduzione1

 

Giovan Francesco Busenello (1598-1659) non è fra i librettisti italiani più conosciuti, eppure almeno due dei suoi sei testi per musica sono considerati dei veri capolavori: L'incoronazione di Poppea (1642), musicata da Claudio Monteverdi, e La prosperità infelice di Giulio Cesare dittatore (1646), musicata come gli altri restanti libretti del Busenello da Francesco Cavalli, successore del Monteverdi a Venezia. Una sapiente organizzazione drammatica, che dà spazio all'espressione della spiccata personalità intellettuale dell'autore, sostiene i due libretti citati, ma anche La Didone (1641), a tal punto che non è arbitrario porre la figura del Busenello accanto a quella di un più noto personaggio come Ottavio Rinuccini, che abitualmente si riconosce come il primo vero librettista creativo italiano2.

Nato e vissuto pressoché sempre a Venezia, Busenello fu allievo del Sarpi per gli studi giuridici e del Cremonini per quelli filosofici. Esercitò l'avvocatura con indubbio successo, impegno e onestà, in un momento per altro difficile per l'apparato giudiziario della Repubblica, minato da una dilagante corruzione. La sua produzione letteraria fu estremamente copiosa: idilli, poesie civili, encomiastiche e morali, rime in dialetto veneziano, romanzi, prose oratorie e avvocatesche, e, naturalmente, melodrammi, ove è ben riconoscibile lo spirito libertino che animava le opere degli Incogniti e che trovava sufficiente tolleranza nella Venezia aristocratica e repubblicana, disposta ad accogliere spettacoli ove fosse liberamente rappresentata una concezione disincantata e pessimistica della vita e fosse espresso l'apprezzamento dell'amore come godimento del piacere sensuale e consolazione per le sventure dell'esistenza. Al di là degli stretti rapporti intessuti con i membri veneti dell'Accademia degli Incogniti, di cui anch'egli fece parte, il Busenello fu in contatto con importanti letterati italiani, dall'Achillini, all'Aprosio, dal Bruni al Ciampoli, allo stesso Marino, oltre che con artisti e musicisti, e con la celebre cantante Adriana Basile3.

La Didone è il suo secondo libretto e una delle prime opere a venir rappresentata in un teatro pubblico veneziano, il che ha ripercussioni notevoli sullo sviluppo della trama, portando in sé l'atmosfera libertina e gaudente del primo Seicento veneziano, che si traduce in novità teatrale, sperimentalismo linguistico, funzione attualizzante del comico, satira del costume veneziano e del mondo intellettuale. Il libretto, inoltre, è notevolmente innovativo nei confronti della tradizione relativa al soggetto. Sorprendentemente La Didone di Busenello non si conclude affatto con il consueto finale tragico, in cui la regina si suicida per conservare la propria castità o porre fine alla vergogna e al dolore conseguenti all'abbandono da parte di Enea, a seconda della versione del mito cui si vuole dar credito. Un matrimonio `riparatore' con Iarba, re dei Getuli, evita agli spettatori qualsiasi forma di turbamento dell'animo e la presenza di personaggi comici, come un irriverente Sinone e tre maliziose damigelle, interrompono e relativizzano i momenti di maggior patetismo, che pure costellano la notte fatale di Troia e l'avventura cartaginese di Enea. L'invenzione finale e la presenza di personaggi comici è, di fatto, una questione delicata e si potrebbe dire ancora aperta: l'opera, oggetto di recente interesse, ha visto infatti la propria trama modificata e riadattata in una recente messinscena, il 31 dicembre 2000 al Théatre Municipal di Losanna, nell'allestimento di Eric Vigner e con l'autorevole direzione di Christophe Rousset alla guida dei Talents Lyriques e del Coro dell'Opera di Losanna. Tale rappresentazione ha eliminato dall'opera i personaggi buffi e le parti comiche. Del 1998, invece, è un'incisione discografica che si avvale della direzione orchestrale di Thomas Hengelbrock e che taglia significativamente proprio la XII scena del III atto e si conclude con il proposito espresso da Didone di suicidarsi. La presenza di personaggi bassi sulla scena di una storia conosciuta come tragica e l'improvviso cambiamento della regina, che nel giro di pochi versi passa dalla volontà di morte al duetto d'amore, non possono non urtare la sensibilità moderna e sicuramente appaiono inverosimili, tuttavia, eliminare il finale trionfo di Iarba significa non tener più conto della sua estrema rilevanza nel dramma e tradire l'atmosfera disincantata e gaudente che accompagna l'opera. È il Re dei Getuli, infatti, l'autentico eroe del melodramma e a lui è affidata la scena più importante e innovativa, quella della follia (II XII): è dunque per questo motivo che si è ritenuto utile, riproponendo una scelta del libretto, privilegiare le scene in cui Iarba è presente; anzi, isolare dal contesto del dramma proprio lo sviluppo della vicenda d'amore di Iarba per Didone, tutt'altro che marginale nell'economia dell'opera come si è detto. Il lettore noterà peraltro, all'interno di questa stessa selezione, l'estrema varietà di registri nell'alternarsi di dialoghi drammatici e di intermezzi buffi, in cui non soltanto è dissacratoria la libertà con cui si interviene a riscrivere una vicenda celebrata in testi letterari tanto alti, ma anche indubbia la licenziosità di talune situazioni, rese giustificabili dal contesto della `pazzia', in particolare nella II scena dell'atto terzo.

Si noti peraltro che nello scenario che servì per la prima rappresentazione dell'opera4, le scene della follia di Iarba non erano presenti; si deve quindi pensare a un'integrazione successiva, che risulta peraltro estremamente funzionale nell'economia dello spettacolo, mantenendolo in bilico tra toni drammatici e comici. Ad esempio la scena assai audace tra Iarba e le due damigelle (III II) segue una precedente, qui non riportata, che aveva il proprio fulcro nell'invito ad amare rivolto dalla sorella Anna a Didone. L'alternanza continua tra registro tragico e comico viene in tal modo ad amplificare il carattere ibrido che veniva attribuito al nuovo genere, frutto della mescolanza di poesia e musica, e vuole porsi sia come ricerca del gradimento del pubblico, presumendolo attratto dalla varietà della rappresentazione, sia come migliore imitazione della molteplicità del reale, raffigurato con quel superiore disincanto, tutto veneziano, del librettista che non si perita di riscrivere un classico come il IV libro dell'Eneide pur di soddisfare al proprio “genio”.

 

MONICA ANCHIERI

 

Dalla Didone
di Giovan Francesco Busenello

 

Argomento

 

Quest'opera sente delle opinioni moderne. Non è fatta al prescritto delle antiche regole, ma all'usanza spagnuola rappresenta gl'anni e non le ore. Nel Primo Atto arde Troia, et Enea, così commandato dalla madre Venere, scampa quegli incendi e quelle ruvine. Nel Secondo egli naviga il Mediteraneo et arriva ai lidi cartaginesi. Nel Terzo, ammonito da Giove, abbandona Didone. E, perché secondo le buone dottrine è lecito ai poeti non solo alterare le favole, ma le istorie ancora, Didone prende per marito Iarba. E se fu anacronismo famoso in Virgilio che Didone non per Sicheo suo marito, ma per Enea perdesse la vita, potranno tollerare i grandi ingegni che qui segua un matrimonio diverso e dalle favole e dalle istorie. Chi scrive sodisfa al genio e per schiffare il fine tragico della morte di Didone si è introdotto l'accasamento predetto con Iarba. Qui non occorre rammemorare agl'uomini intendenti come i poeti migliori abbiano rappresentate le cose a modo loro: sono aperti i libri e non è forastiera in questo mondo la erudizione. Vivete felici.

 

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA

Iarba solo

Per eccesso d'affetto,

Che imperioso alla ragion sovrasta,

La maestà di Re

Con il mio proprio piè calco e deprimo:795

In arnese privato

Celo il regal mio stato;

Del Regno mio, de' fidi miei vassalli

Obliato il riguardo,

Pende l'anima mia da un dolce sguardo. 800

Sola Didon, l'idolo mio, conosce

Che Iarba io son, Re de' Getuli, a cui

Degnamente s'appella

L'Affrica serva, e la fortuna ancella.

Ma contro Amor tiranno 805

È impotente il mio scettro:

Ad un viso divin che m'imprigiona

È sforzata ubbidir la mia corona.

Amor, sei stato sempre

Dio delle violenze, 810

Artefice crudel de' fatti enormi;

Or nel mio cor tu formi

Laberinti d'angoscie

E meandri di pianti, in cui pur troppo,

Con precipizii orribili e diversi, 815

L'alma perdei, la libertà sommersi.

Didone, ohimè, Didone

Non mi riceve amante,

E sposo mi rifiuta,

Et io, scordato del decoro mio, 820

Di qui non parto, oh Dio!

Ma bisogna che qui

Venga Didone, sì;

Vacilla il cor, trema il pensier, e sente

L'anima mia che vien verso di lei 825

L'umana Deità de' spirti miei.

Chi ti diss'io,

Lasso cor mio,

Ecco sen viene

Il nostro bene; 830

M'allegro teco,

Desir mio cieco,

Poiché il destino

T'ha delle glorie tue fatto indovino.

Vieni e t'affretta, 835

O mia diletta,

A consolarmi,

Anzi a bearmi

Con una sola

Dolce parola, 840

Che dar mi puoi

Ogni felicità co' labbri tuoi.

 

SCENA SECONDA

Didone, Iarba, Coro di Damigelle

Didone

Re de' Getuli altero,

Non fastidir de' miei pensier la pace;

Ammorza la fornace 845

Degl'insolenti tuoi vani desiri:

Son meco ineficaci i tuoi sospiri.

Il mio marito

Già sepelito

Seco in sepolcro tien gli affetti miei. 850

Se amarti anco volessi, io non potrei.

Se le tue brame

Han solo fame

Della bellezza mia, Iarba importuno,

Sia con tua pace, morirai digiuno. 855

Vanne se vuoi

A' regni tuoi,

E se pur pertinaci avrai le voglie,

In sogno, in fantasia sarò tua moglie.

Iarba

Didone, io sono un Re, non un plebeo. 860

Didone

Iarba, se Re tu sei, son io Regina.

Iarba

Sprezzato amor in odio si converte.

Didone

E vuoi ch'a forza di minaccie io t'ami?

Iarba

Vuo' che 'l merto abbia loco, e la ragione.

Didone

A meriti, a ragion non bada amore: 865

Egli è Dio, fa a suo modo e non conchiude

Con argomenti umani.

Iarba

Femina al suo peggior sempre s'appiglia.

Didone

Questo è ben ver, perché s'appiglia all'uomo.

Iarba

I Regi hanno del Dio più che dell'uomo. 870

Didone

E pur muoiono i Regi, e non i Dei.

Iarba

La possanza dei Re gli uomini affrena.

Didone

Ma il fulmine de' Dei castiga i Regi.

Iarba

Lasciam di disputar, Didon, t'adoro.

Didone

Lasciam di contrastar, Iarba, non t'amo. 875

Iarba

Disamato, disprezzato

Volgo il piè, ma non il core,

Che schernito e mal gradito

Tanto è fuori di se stesso,

Quanto è dentro al suo dolore. 880

Crudele, empia, superba,

Bestemmiar, maledirti il cor desia,

Ma al mio dispetto sei la vita mia.

Rivolgo altrove il piede,

E 'l cor mio resta qui. 885

D'aita e di mercede

Veder non spero il dì,

Insanabile mal m'opprime il core,

Son disperato, e pur nutrisco amore.

Derelitto, ramingo, 890

Didone, ahi dove andrò?  

Lagrimoso e solingo

Le selci ammolirò.

Dirà pur sempre agonizzando il core:

Son disperato, e pur nutrisco amore. 895

La ragione, lo sdegno        

Voglion ch'io gridi e al Ciel mandi i lamenti,

Né posso far ch'a fren la lingua stia,

Ma al mio dispetto sei la vita mia.

 

SCENA DUODECIMA

Iarba solo

O castità bugiarda,

Quanti diffetti copri, 1460

Quanti vizii nascondi;

Co' tuoi fallaci e scelerati modi

Abbelisci le colpe, orni le frodi.

Didon meco si scusa

Con le polvi e con l'ossa del marito, 1465

Meschia i colori e fabbrica i pretesti,

Per escluder dal sen le preci mie.

Son gemelle le donne e le bugie.

Iarba Re, Iarba nato

A insospettir con la potenza e l'armi 1470

E Pluto negli abissi e Giove in cielo;

Iarba Re, Iarba eletto

A stancar i trionfi,

A far sudar le glorie,

È posposto ad Enea? 1475

A un forastier mendico,

Che scampa dalla terra,

Ch'è scacciato dal mare,

Ond'hanno l'opre sue

Penuria di elementi, 1480

Perseguitato con ugual rigore

Dagl'incendi e dai venti:

Dalla Regina Enea mi s'antepone?

Quando nacquer le femmine, moriro

Il discorso, il giudicio, e la ragione. 1485

O crude angoscie mie,

Son gemelle le donne e le bugie.

Gelosia venenosa,

Gelido mostro e rio,

Se cerchi il pianto mio, lo cerchi indarno. 1490

Una lagrima sola m'esce a pena:

Disperazion ne dissecò la vena.

Et io lascio il mio Regno,

Abbandono lo scettro,

E m'induco a pregare? 1495

Lingua nata ai commandi,

Lingua ch'a pena forma le parole,

Mentre il cenno de' Regi è imperio muto,

Discende a supplicare, et è schernita?

Ma pur anco, o Didon, sei la mia vita. 1500

Et amo e spero ancora,

E pur in onta delle mie follie,

Son gemelle le donne e le bugie.

Qui Iarba si straccia l'abito.

Così stracciar e sviscerar potessi

Da questo sen, da questo cor, l'imago 1505

Di quel viso assassin, che m'ha ferito,

E annullati gli amori,

Terminar i furori.

Maledetta la fiamma

Che incenerì il mio petto! 1510

No, mi ridico5 e mento:

La natura creante

Nel partorir Didone

Non produsse un bel viso,

Ma incarnò un Paradiso. 1515

Anzi no, che vaneggio?

È Didone un Inferno,

E in lei son io dannato al foco eterno.

Ma Didon m'ha schernito,

Et io, cieco e piangente, 1520

Vo cercando a tentoni,

A suon d'aspro martel, le mie ragioni.

Deh, grida verità, fa' ch'ognun senta

Che un ostinato amor pazzia diventa!

Non possono i poeti a questi dì 1525

Rappresentar le favole a lor modo:

Chi ha fisso questo chiodo,

Del vero studio il bel sentier smarì6.

SCENA DECIMATERZA

Iarba, un Vecchio

Iarba

O bella oltre ogni stima,

Degna di prosa e rima, 1530

E che il bel nome tuo sempre s'imprima

D'un bue pugliese in su la spoglia opima.

Meritevole sei

Che in suon d'f, fa, ut7

Ti canti in un l'Arcadia e 'l Calicut. 1535

Or ascoltami tu,

Guarda un poco là su:

Se tu vedi una gabbia,

O ti venga la scabbia,

Ancor non ti se' accorto 1540

Che v'è dentro l'augel dal becco storto?

Qui Iarba fugge via.

 

Vecchio

O dell'uomo infelice

Più infelici vicende!

Un bel viso innamora,

E poi tormenta e accora, 1545

E in un breve girar d'un solo die

Passiamo dagli amori alle pazzie.

Passa l'oggetto bello

A lusingar il core,

Ma si muta il diletto 1550

In furioso affetto;

Così dolce bevanda il gusto aggrada,

Et all'ebrietà c'apre8 la strada.

 

Doppo un ballo de Mori affricani, finisce il Secondo Atto.

 

 

ATTO TERZO

SCENA SECONDA

Iarba, Due Damigelle


Iarba

Pur t'ho colta, assassina. 1680

Prima Damigella

Alle dame di corte,

Serve della Regina?

Iarba

La tua vigliaccheria, ch'è soprafina,

Che mi pone in dispreggio,

Merita questo e peggio. 1685

Seconda Damigella

Questo è l'amor che porti, o Re fellone,

Alla nostra Didone?

Iarba

Che dici di Didone?

Didon, che nome è questo?

Prima Damigella

Or t'è uscito di mente il nome amato, 1690

Pazzarel smemorato?

Iarba

Io non so di Didone, anzi pur so,

Ch'ella il sen mi piagò.

Ma guarda quante mosche per quest'aria

Battono la canaria9. 1695

Seconda Damigella

È il tuo cervel che vola,

E batte con le piume una chiaccona10.

Iarba

Care le mie giovenche dolci e belle,

Amate pecorelle,

Se il Ciel vi guardi d'ogni mal le groppe, 1700

Dite se queste sono spade o coppe.

Prima Damigella

E che ti par, sorella,

Di questo sì elegante e caro pazzo?

Seconda Damigella

In quanto a me direi,

Se contenta tu sei, 1705

Che 'l facessimo entrar solo soletto

Nel nostro gabinetto,

Per servirsene, sai:

Tempo perduto non si acquista mai.

Prima Damigella

Pazzarello amoroso, 1710

Forsenato vezzoso,

Vuoi tu venir con noi?

Iarba

Verrò, ma due son troppo: io non vorrei

Por fra due rompicolli i casi miei.

Prima Damigella

Vientene meco pur. 1715

Seconda Damigella

Vientene meco omai.

Iarba

Ma giocamo alla mora

Con chi debbo venire?

Tutti tre

Cinque, sett', otto, nove.

Iarba

Ohimè, che piove! 1720

Deh non vedete voi

Che m'entrano le nuvole nel capo?

Copritemi sorelle,

Guardatemi da' rischi!

Prima Damigella

O questa ci vorrebbe, 1725

Che fossimo trovate in questo impaccio      

Col bambozzo nel sen, col matto in braccio.

Iarba

O mirate, mirate,

Quante spade e celate

Formano il rompicollo alle brigate! 1730

Osservate ignoranza

Che un asino cavalca,

E alla virtù, ch'è a piedi,

Dà la fuga e la calca11;

Ma nel mezzo mirate, o vista rea, 1735

Didon ch'abbraccia il fortunato Enea.

Seconda Damigella

Infelice ei vaneggia,

E nella mente insana

L'ostinato fantasma ancor passeggia.

Iarba

Sapete voi gli avvisi di Parnaso? 1740

Venere è uscita a trastullarsi al fresco,

Et ha incontrato per l'amene strade

Diversi beccafichi12,

Che l'han confusa in inviluppi e intrichi;

Onde non v'è dubitazione alcuna: 1745

Tosto vedrem l'ecclissi della Luna.

Prima Damigella

O bel pensiero! O curioso avviso!

Iarba

Guardate, deh, guardate

Con quanta gravità

Riposato si sta con piedi pari 1750

Il censor del paese,

Il gran fiuta popone Modenese13,

Che sopra del quantunque e sopra il cui

Fa del censor delle facende altrui,

E dice: questo certo io non lo voglio! 1755

Quest'altro non mi piace!

E questo non l'ametto in alcun modo,

Ch'io non so poetar, se non al sodo!

E aggiunge il sputa tondo14:

Cotesto io nol vorrei, 1760

Né quest'altro giamai l'apponerei.

E non s'accorge il povero meschino

Che il pesce grosso si mangia il piccino.

Seconda Damigella

Orsù finianla, pazzarel mio caro,

Vogliàn partir di qua? 1765

Iarba

Ma dove starò meglio,

O mie citelle15, in questi caldi estivi,

Che tra gli ameni colli

De' vostri seni amorosetti e molli?

Prima Damigella

Andiamo omai, che 'l ballo si finisce. 1770

Iarba

Al ballo eccomi pronto.

SCENA DECIMA

Iarba, Mercurio

Iarba

O che vita consolata!

O che mondo ben composto!

Mangiar stelle in insalata 2185

E 'l Zodiàco aver arosto:

Così la complession ben si mantiene,

Né si può dubitar di mal di rene.

Deh vita mia sentite,

Non ve n'andate ancora: 2190

Amor per voi m'accora,

E mette fuor de' gangheri il mio petto.

Sapete pur ch'io spando

Lagrime per le nari e per li orecchi,

E l'ombilico mio non può lavarsi 2195

Nell'onda dell'oblio.

Sapete ch'io son quello

Che per farvi l'amore

Cavalco alla ridossa16 un mongibello.

O bell'ore, o chiar'ore, 2200

O bene mio squartato,

Deh consolate il vostro innamorato!

Che se mi sete cruda,

Il Ciel vi metta ignuda

In arbitrio et in braccio 2205

All'ebro popolaccio,

E vi faccia mostrar al mondo tutto

Quanto il Cielo vi diè di bello e brutto.

Mercurio

Ecco Iarba impazzito.

O natura creata 2210

Ai casi destinata!

O caduci mortali

Calamite de' mali!

Vo' sanar la pazzia, ma non l'amore

Di questo infermo core. 2215

Vuo' che saggio ritorni,

Ma non si scordi mai

Dell'amata Didone i dolci rai.

Iarba

Ma che panni son questi?

Che novità ved'io? 2220

Ohimè da quali abissi

L'intelletto risorge?

Cilenio, a te prostrato,

Adoro la tua man, la tua virtute.

O somma Deità, che tutto puoi, 2225

Il mio genio s'atterra ai piedi tuoi.

Mercurio

Vivi felice Iarba;

L'adorata da te bella Regina

Così il Cielo permette17:

Fatto ha l'influsso reo l'ultime prove, 2230

Or il Ciel sovra te delizie piove.

Iarba

O benefico Dio,

O dator delle grazie e de' favori,

Felicità mi doni

Che soprafà 2235

L'umanità;

Chi più lieto di me nel mondo fia,

Se Didon finalmente sarà mia?

O secreti profondi,

Non arrivati dal pensiero umano, 2240

Per contemplarli

Forza non ha

L'umanità;

Chi più lieto di me nel mondo fia,

Se Didon finalmente sarà mia? 2245

 

SCENA UNDECIMA

Didone

Porgetemi la spada

Del Semideo troiano.

Ritiratevi tutte, o fide ancelle;

Apartatevi, o servi.

Io Regina, io Didone? 2250

Né Didon, né Regina

Io son più, ma un portento

Di sorte disperata e di tormento.

Vilipesa dai vivi,

Minacciata dai morti, 2255

Ludibrio uguale agl'uomini et all'ombre.

Pur troppo io t'ho tradito,

O infelice marito;

Pur troppo da' miei falli

La dignità real resta macchiata. 2260

Disonorata adunque,

Come respiro, come

Movo il piè, movo il capo?

Anima mia, sei dunque un'alma infame,

Se presti il tuo vigore 2265

A chi non ha più onore.

M'additeranno i sudditi per vile

Concubina di Enea;

Mormoreran le genti

La mia dissolutezza. 2270

Ma se fosser pur anco

Le genti senza lingua,

Le penne senza inchiostri,

Muta la fama, e i secoli venturi

Senza notizia degli obbrobrii miei, 2275

Basta la mia conscienza,

Che sempre alza i patiboli al mio fallo.

Ho sodisfatto al senso,

Alla ragione si sodisfi ancora;

E se me stessa offesi, 2280

Or vendico me stessa.

Ferro, passami il core,

E se trovi nel mezzo al core istesso

Del tuo padrone il nome,

No 'l punger, no 'l offender, ma ferisci 2285

Il mio cor solo, e nella stragge mia

Sgorghi il sangue, esca il fiato,

Resti ogni membro lacerato e offeso,

Ma il bel nome d'Enea,

Per cui finir convengo i giorni afflitti, 2290

Vada impunito pur de' suoi delitti.

Cartagine, ti lascio.

Spada, vanne coll'elsa e 'l pomo in terra,

E nel giudicio della morte mia

Chiama ogn'ombra infernal fuor degli abissi. 2295

E tu, punta cortese,

Svena l'angoscie mie,

Finisci i miei tormenti,

Manda il mio spirto al tenebroso rio:

Empio Enea, cara luce, io moro, a Dio. 230

Qui Didone vuol ferirsi, e vi sopragiunge Iarba, che ne la impedisce.

 

SCENA DUODECIMA

Iarba, Didone

Iarba

O Dei, che veggio? O Dei, questi non sono

Gl'essempi e gl'argomenti

Onde gl'uomini frali

Vi credono immortali!

Vesta, Giunon, Diana, 2305

La vostra eternitade è certamente

Titolo morto, e favola dipinta,

Se la Dea delle Dee rimane estinta.

Didone, estinta giaci? Al tuo bel viso

Consacrerò piangendo 2310

Tarde lusinghe e intempestivi baci.

Inginocchiati, o core,

Abbassatevi, o labra,

Rapisca il vostro disperato duolo

Dall'altar della morte un bacio solo. 2315

No, che se viva fosse

Mi negarebbe la mia Dido i baci.

E non debb'io, se ben amor m'ingombra,

Noiarla in spirto e fastidirla in ombra.

Essangue anima mia, morta mia vita, 2320

Chi ti chiuse quegl'occhi

Che m'apersero il seno?

Ohimè! Vidi ben'io, luci mie belle,

A tramontar non a morir le stelle.

Perdonami, destino, 2325

I tuoi celesti aspetti impazienti

D'aver in terra un paragon sì bello,

Dubitando che il mondo un dì l'adori,

L'hanno estinto infelice;

Così da sua superbia il Ciel commosso 2330

A puntigliar18 con la natura nostra

Per ragione di Stato

Sì bel corpo ha svenato.

Ma senza te

Non fie mai ver 2335

Ch'io viva un dì:

Ciò che non puoté amor, possa la morte!

Pallida mia,

Squallida bella,

Gradisci il mio morire, 2340

E s'odiasti già la vita mia,

Deh togli in pace almeno,

Idolo mio spirato,

Quest'ultima amarissima agonia.

Iarba si vuol ferire, ma s'arresta, vedendo rivenir Didone.

 

Didone

Iarba, deponi il ferro e lieto vivi. 2345

Da me ricevi in dono

Quel che tu mi donasti:

La vita a me salvasti,

La salute e la vita a te ridono;

Finché vedrò di questa luce i giri, 2350

Agl'obblighi vivrò più ch'ai respiri.

Ma dovria la fortuna o la natura,

Per proveder d'altari i tuoi favori,

Moltiplicarmi in questo seno i cori.

A te spiro, a te vivo, 2355

E per giusta ragione

D'altri non fia, se non è tua, Didone.

Iarba

Santa pietà del Cielo,

A qual felicità Iarba risservi?

Occhi miei, che stancaste lagrimando 2360

I pianti e l'amarezze,

Ora diluviate

Del cor mio l'inefabili dolcezze!

Et è vero, o bellissima Regina,

Che pietà senti e m'ami? 2365

Didone

Iarba preservator della mia vita,

Re, vero amante, e fido amico e mio,

Gl'andati miei rigor mando in oblio,

D'averti offeso è già Didon pentita.

Le cortesie dal tuo gran genio uscite 2370

Chiaman da me la viva ricompensa;

Brama l'anima mia d'esser immensa,

Per capir gratitudini infinite.

Sorda a' lamenti, a' preghi tuoi sdegnosa,

Gradir non volli il tuo verace affetto; 2375

Ora disarmo d'ogni asprezza il petto:

Eccomi a' tuoi voleri ancella e sposa.

Iarba

Didon, tu preservasti i miei respiri,

La vita mia di tua pietade è dono,

E dolce ti concedono perdono 2380

I miei già disperati aspri sospiri.

Alle tue cortesie dilato il core,

E l'alma mia negl'obblighi trasformo,

E a' tuoi pensier e a' tuoi desir conformo

La vita e i sensi in servitù d'amore. 2385

E poi che sei de' miei martir pietosa,

E le morte speranze in me ravivi,

Qui in presenza degli uomini e dei Divi,

Per mia Regina ti ricevo e sposa.

Son le tue leggi, Amore, 2390

Troppo ignote e profonde:

Nel tuo martir maggiore

La gioia si nasconde.

Dalle perdite sai cavar la palma,

Dalle procelle tue nasce la calma.

Didone

L'ancora della speme,

De' pianti il mare insano

Qualor ondeggia e freme,

Non mai si getta in vano,

Ch'amor nel mezzo ai casi disperati 2400

I porti più felici ha fabbricati.

Tutti due

Godiam, dunque, godiamo

Sereni i dì e ridenti;

Né pur pronunciamo

Il nome de' tormenti. 2405

Didone

Iarba, son tua.

Iarba

Didon, t'ho al cor scolpita.

Didone

Ben

Iarba

Gioia

Didone

Cor

Iarba

Speranza unica e vita.

 

NOTE

 

1. Il presente contributo è frutto di uno stralcio, ampliato e riveduto, dalla tesi di laurea - La Didone di Busenello (e di altri autori) - da me discussa, relatore Francesco Spera, all'Università degli Studi di Milano nell'a.a. 2000-2001.

2. Un'opposizione Rinuccini-Busenello potrebbe in verità avere valore nel richiamare la dibattuta questione della contrapposizione tra Firenze e Venezia come luoghi di nascita dell'opera in musica; ma è ovviamente questione troppo complessa per poterne anche soltanto accennare in questa sede.

3. Oltre alla voce redatta da Martino Capucci per il D.B.I., notizie sul Busenello si ricavano dalle seguenti pubblicazioni: A. LIVINGSTON, La vita veneziana nelle opere di Giovan Francesco Busenello, Venezia, 1913; P. J. SMITH, La Decima Musa. Storia del libretto d'opera, Firenze, Sansoni, 1981; P. GETREVI, Labbra barocche. Il libretto d'opera da Busenello a Goldoni, Verona, Essedue, 1986; La Salmace e altri idilli barocchi (Preti - Argoli - Busenello), a cura di Marzio Pieri, Verona, Fiorni, 1987 (vi è pubblicata l'Apollo e Dafne); M. G. ACCORSI, Amore e melodramma. Studi sui libretti per musica, Modena, Mucchi, 2001.

4. Il testo qui offerto è invece tratto da La Didone di Gio: Francesco Busenello. Opera rappresentata in Musica nel Teatro di San Casciano nell'Anno 1641, In Venetia, MDCLVI, Appresso Andrea Giuliani; l'opera è presente con frontespizio separato di sopra trascritto in Delle Hore Ociose di Gio: Francesco Busenello (In Venetia, MDCLVI, Appresso Andrea Giuliani), ovvero la raccolta completa delle opere dell'autore veneziano. La trascrizione segue i criteri ammodernanti in uso nella rivista; singole questioni relative alla trascrizione sono comunque discusse in nota.

5. Ritratto quanto ho prima affermato.

6. È evidente che gli ultimi quattro versi pronunciati da Iarba sono in verità un commento del librettista; l'anomala uscita del personaggio è in qualche modo giustificata dalla stessa situazione drammatica, ovvero dal subentrare della follia. Si noti infine che il passo è ulteriormente enfatizzato dal compositore Francesco Cavalli che ne musica buona parte con una serie di note ripetute (cfr. in proposito Ellen ROSAND, Opera in seventeenth-century Venice: the creation of a genre, Berkeley, Univ. of California Press, 1991, p. 123).

7. Curiosa scrizione per effaut, ovvero la settima nota del primo esacordo. Si noti che la rima con Calicut (cioè Calcutta) era già in una scena analoga della Ninfa avara di Benedetto Ferrari: “Cantami un poco in tono d'effaut / S'è più bella l'Arcadia o il Calicut”.

8. L'inconsueta elisione del pronome sottintende la pronuncia dolce della consonante.

9. Danza a due originaria delle Canarie.

10. La ciaccona è una danza di origine spagnola, ballata al suono delle nacchere. La variante chiaccona è sconosciuta al GDLI.

11. `Dare la calca' significa mettere in fuga, inseguire.

12. Nel linguaggio della poesia burlesca `beccafico' designa l'omosessuale.

13. “Fiutapopone” è epiteto modellato sul celebre “fiutastronzi” dell'Aretino, già ripreso dal Marino; qui sta ovviamente per `critico pignolo e incontentabile'. La connotazione “modenese” più che indicare un contemporaneo parrebbe alludere al Castelvetro come emblematico rappresentante dell'atteggiamento pedantesco.

14. “Sputatondo” sta abitualmente per `serioso', ma qui lo si può intendere come una sorta di replica del precedente “fiutapopone”.

15. Ragazze, da `citto'.

16. Senza sella. L'espressione dunque significa: cavalcare senza sella un vulcano (Mongibello è il nome antico dell'Etna).

17. Ti concede.

18. Gareggiare; tale accezione è però sconosciuta al GDLI.

torna indietro

Clicca qui per scaricare l'intero numero (185 Kb)