Elegiae

Introduzione

 

Ben poco si sa di Caterina Borghini, se non per la fama che su di lei si riverbera dalla più nota zia paterna, Maria Selvaggia Borghini, alla quale non lesinarono lodi l'abate Salvino Salvini, Vincenzo da Filicaia, Francesco Redi e Piero Adriano Vanderbroecke. Selvaggia Borghini, preceduta da una fama di scrittrice diffusasi ampiamente in Italia e all'estero, corrispondente di vari letterati del tempo e ascritta a numerosissime accademie tra le quali quelle degli Stravaganti di Pisa, degli Spensierati di Rossano, degli Innominati di Bra e, soprattutto ovviamente, degli Arcadi di Roma, fu insignita dal celeberrimo custode di questi ultimi, Crescimbeni, di un titolo che mai altra donna acquisì prima o dopo di lei, quello di fondatrice della colonia arcadica Alfea di Pisa, carica alla quale si sottrasse, facendo mostra di riverente umiltà. Fu lei ad allevare Caterina, figlia del fratello Cosimo, indirizzandola alla poesia e all'erudizione.

Pisana, ritratto della zia per la fermezza nella scelta di rimanere nubile, oltre che per l'alta moralità e l'applicazione indefessa alle lettere latine e alla latina poesia, Caterina venne istruita da un finissimo conoscitore di antichi scrittori, il canonico, nonché Rettore del Seminario di Pisa, Francesco Maria Salvatori; pastorella d'Arcadia con il nome di Erato Dionea, suscitò il timore di essere superata in bravura nella più nota parente che, dopo averla iniziata all'arte del verseggiare, provvide a indirizzarne gusto e ambizioni vietandole composizioni in volgare. Portata naturalmente alla scrittura poetica, imitò con grande successo lo stile di Tibullo nelle elegie, di cui rimangono sparute testimonianze; tranne rare eccezioni si conoscono di tali composizioni soltanto i nomi (Perla, Caffè, Valle Benedetta) oppure niente più che l'assunto (un'elegia dedicata al feudo avito e all'annessa villa di Capannoli, altre rispettivamente ad un matrimonio, alla cameretta, al fratello e alla protettrice, la granduchessa di Toscana Violante Beatrice di Baviera).

Sono invece superstiti due elegie, fortunatamente conservate in una miscellanea custodita alla Biblioteca Nazionale di Firenze (Misc. Capretta 1158.27), trascritte e date alle stampe nel 1826 dall'arciprete di Postioma, tal G. Monico, in occasione delle nozze Crescini-Meneghini: Due Elegie Latine di Caterina Borghini di Pisa: Unde novo radiat lux conspicienda sereno? (Oculi nigri); Vos ego, caerulei, mea lux, meus insignis ocelli (Oculi caerulei), pubblicati per le nozze Crescini-Meneghini, Padova, Tipografia del Seminario, 1826. Nella dedicatoria dell'opuscolo il curatore lamenta la mancanza di tempo come giustificazione del fatto di non presentare opere proprie a titolo di omaggio nuziale per il "chiarissimo Signor Jacopo Crescini", ma asserisce di aver fatto una cernita fra gli scritti, che definisce splendidi, presenti in un autografo settecentesco (purtroppo ignoto) donatogli anni prima da un amico e appartenuto senz'altro a Caterina Borghini; giustifica inoltre l'opportunità della stampa delle opere ivi raccolte sostenendo che quand'anche fossero già state pubblicate, la loro diffusione sarebbe stata minima e irrilevante, non certo degna della loro bellezza. Un giudizio inoppugnabile, e che anzi, anche ad una prima lettura delle due squisite variazioni concettistiche orchestrate dalla misconosciuta poetris pisana, si può serenamente sottoscrivere anche oggi.

 

ALLEGRA ALACEVICH

 

 

Elegiae
di Caterina Borghini


I - Oculi nigri

Elegie
di Caterina Borghini

 

I - Occhi neri

Unde novo radiat lux conspicienda sereno?

Clarior assueto num micat axe dies?

An vos, nigrantes me perstrinxistis ocelli,

Ceu sol cum vitrea forte refulsit aqua?

Inde venit fulgor, qui lumina nostra lacessit, 5

Acrior inde novum pertulit aura iubar.

Virginei salvete oculi, duo lumina vultus,

Salvete innocuae, sidera bina, faces.

Nec sic nocturno collucent sidera caelo,

Vester ut ille nigro fulget ab orbe nitor. 10

Quo vos ingenio tam pulcra in sede locavit,

Qua vos naturae condidit arte manus!

Pace tua, sive arrides, seu torva minaris

Formosas inter, Pallas, habenda deas;

Non sic delectant, non sic tua lumina terrent, 15

Quae bene caerulea caesia fronte geris:

Allicit ut nigris, cum ridet Phyllis, ocellis

Et mollit duros luce vibrante sinus;

Pectora vel subito veluti perculsa tonitru,

Cum gravis obtutus asperat ira, movet. 20

Laeta videt; vivax redit in praecordia virtus:

Dura videt; trepido victa timore cadit.

At numquam non laeta videt, rutilantia numquam,

Phylli, tibi torva lumina fronte rigent.

Illa quidem gravitas componit, honorque pudorque, 25

Virgineo triviae qualis in ore decet:

Sed regit haec dulci moderamine pura voluptas,

Laetus et innocua temperat arte iocus.

Praecipue his oculis (nam deperit omnia pulcra)

Haeret inexpleto lumine fixus Amor; 30

Cumque supercilii, nigrique colore capilli

Suspicit ille rosas, suspicit ille nives.

Luminibus captum quis fingere primus Amorem

Ausus? Plus oculis omnibus ille videt.

Et videt, et sine fine nigros intentus ocellos, 35

Phylli, videns, visu non satiatur Amor.

Ut sibi formosa gavisus imagine plaudit!

Ut pulcram toto pectore pulcher amat!

Heu quae bella deis, quae praelia dura minatur,

Hos si oculos castos possit habere duces! 40

At cupidi illecebras artesque repellit Amoris,

Seque deo facilem Phyllis amata negat.

Acrius ille oculos et lumina cara tuetur,

Acrius obtutus, qua valet arte, rapit.

Iam non crystallo componit iudice formam; 45

Hoc uno formam consulit in speculo.

Carpit vernanti Phyllis de gramine florem?

Vernanti se se gramine miscet Amor.

Arte potens phrygia tenui discriminat auro

Vellera in oebalio bis madefacta cado? 50

Ecce refingit Amor celeres sua tela sagittas,

Tela et in exiles attenuantur acus.

Flabellum petit illa leves quo concitet auras?

Ecce auras tergo concita penna movet.

Denique quidquid agit, vel quo vestigia virgo, 55

Quo fert cumque gradus, imminet acer Amor.

Imminet acer Amor formosis captus ocellis,

Hac se luce ultro posse carere negat.

Tum dolet impatiens, saeva tunc uritur ira,

Taedia nec patitur quantulacumque mora; 60

Cum sibi diletosque oculos obnubit, et illas

Lethaeo mergit cum sopor imbre faces.

Ah quoties victis cum subrepsisset ocellis,

Cum fesso furtim serperet ille sinu;

Voce quiescentem pharetraque sonante Cupido 65

Irruit, et fesso compulit ire sinu!

Hoc est quod late medicata papavera vellit,

Et quaecumque levis gramina somnus amat.

Hoc est quod succos vivacis promovet herbae,

Et quocumque levis gramine, somne, fugis. 70

Parce soporifera componere lumina virga,

Somne; quiescendi tempora fata dabunt.

Parce, precor; divum per te pulcherrimus ille

Pectora tristitiae corripienda dedit.

At vos, discussa somni caligine, ocelli, 75

Aetherias vigili vincite luce faces.

Vincite: dumque videt vos, ardescitque videndo

Ignibus innocuis fervere discat Amor.

Donde s'irraggia, di novel sereno

Degna tal luce? O forse il dì più chiaro

Ne l'usato ciel brilla? O voi, voi brune

Pupille, forse mi sfioraste appena,

Del sole a guisa, allor che sul cristallo

Dell'onda splende? Ché quinci il baleno

Spiccò, che i lumi nostri offese, e nuovo

Fulgor ne trasse l'aura assai più viva.

Salve, virginei globi, astri del volto,

O innocue faci, o voi, soli gemelli!

Non rifulgon così dal ciel notturno

Le stelle, come voi da negra spera.

Con quale ingegno vi pose Natura

In sì bel loco, e vi formò con arte!

Con buona pace tua, Pallade, sia

Che tu sorrida o che, truce, minacci,

Sei bella, o diva, bella tra le dive;

Ma non sì grati son, non sì tremendi

Gli occhi tuoi glauchi, che soave al guardo

Ceruleo mostri: oh quanto alletta Filli,

Allor che ride, pei suoi negri lumi,

Sfacendo i duri cuori alla lor fiamma!

O che, se l'ira le aggrondi il cipiglio,

Quasi da sùbito lampo trafitti

Conturba gli animi. Se guarda lieta,

In petto riede l'antico calore;

Se guarda torva, si spenge d'un tratto,

Vinto dal gelo di trepida tema.

Ma mai lieta non guarda: i lumi mai

T'avvampan, Filli, di cupi bagliori

Di sotto al ciglio, ma bensì li atteggia

La dignità, il pudore ed il decoro

Che della Trivia vergine s'addicono

Al volto: e pur li tempra con sue miti

Avene il puro amor, la gioia pura,

E scherzi casti coi lor lieti modi.

Proprio in questi occhi (ché beltà lo strugge)

È affiso Amor, che mai non se ne sazia,

E in fra le ciglia negre e fra le chiome

Le rose ognor rimira, e pur le nevi.

Chi mai per primo Amore osò dir cieco?

Ei vede, ed assai più che ogni occhio sano.

E vede, e pur vedendo, senza posa

Intento, o Filli, a' negri lumi tuoi,

Di tanta vista non è pago. E come

Compiàcesi di sé, nell'iri bella

Riflesso il bell'Amor; come di cuore

Ama, leggiadro iddio, la leggiadrìa!

Ahi quali guerre, e quali moverebbe

A' numi aspre contese, se quest'occhi

Pudìchi militassero per lui!

Ma d'Amor le lusinghe ispregia, e l'arti

L'amata Filli, né al bramoso nume

Concédesi. Più assorto quei rimira

E gli occhi, e i cari lumi; e più gagliardo

Tenta furarne, come puote, i rai.

Più non affida omai la sua avvenenza

Del cristallo al giudizio: ché lor soli

Son a la sua beltà verace specchio.

Coglie Filli in fra l'erba verde un fiore?

Alla verd'erba già si mesce Amore.

Intesse, nella frigia arte valente,

D'ori sottili i ricchi panni intinti

Per ben due volte nell'ebalia giara?

Ecco che l'armi Amore, i dardi suoi,

Rifoggia astuto; e l'armi ratte in aghi

S'attenuano. Richiede ella un ventaglio?

Ecco che l'ala a gli omeri sommuove

Solerti l'aure. Infin, qualunque cosa

Faccia la bella, ovunque vada, o dove

L'orma sua posi, Amore ardente incalza.

Incalza Amore ardente, da' begli occhi

Avvinto, né può viver più (lo ammette)

Orbato di tal luce. Allor si duole,

Impazïente, allor d'ira selvaggia

Infiàmmasi, incapace di patire

Pur lievi more, allor che il grave sonno

Ricuopre a lui d'innante i cari lumi,

Tingendone in Leteo licor le faci.

Ah quante volte, allor che agli occhi domi

Furtivo il sonno insìnuasi ed effòndesi

Nel petto stanco, con voce squillante

Cupido, e col turcasso fragoroso,

Riscosse la dormiente, e fe' fuggire

Dal petto suo il sopore! Acciò dai campi

Va svellendo i papaveri maliosi,

E quell'erbe che il lieve sonno apprezza;

Perciò la linfa d'erbe pur vivaci

Ritarda, e tu d'ogni erba fuggi, o sonno.

Ma di sedar con la ferula pigra

I lumi, o sonno, tu cessa; daranno

Quïete i fati, a suo tempo. Ma cessa,

Ti prego: quei che tra i numi è il più bello

Per te ha votato alla mestizia i cuori.

Ma voi, del sonno dissipando l'ombre,

Vincete in fulgidezza il firmamento,

Occhi. Vincete: ché poi che v'ammira,

E avvampa nel vedervi, apprenda infine

Ad arder pur di caste fiamme Amore.

II - Oculi caerulei
II - Occhi azzurri

Vos ego, caerulei, mea lux, meus ignis, ocelli,

Vos video placitas exeruisse faces!

Vos niveae fronti, niveo decus additis ori,

Quale serenato sidera pulcra polo.

Caerulei salvete diu, meus ignis, ocelli. 5

O mihi felici lumina visa die!

Longa procellosae non sic post frigora noctis,

Cum rapidi versant nubila nigra noti,

Me reficit Phoebus roseo formosus eoo,

Cum matutinas afflat ab axe faces; 10

Vester uti tristes animo mihi discutit umbras,

Et penetrat victor pectora ad ima nitor.

Nec primus vestris, nec solus ab ignibus uror:

Urit forma viros, urit et ista deos.

Cum tibi te rapuit pulcherrima Neptunine, 15

His oculis, Peleu, conspicienda fuit,

His oculis victus primosque fefellit Amores,

Oenonem et potuit deseruisse Paris.

Discordes frustra convellunt aequora venti,

Et furit irato tristior aura mari: 20

Audax et ventos Leander et aequora contra

Nuda procellosis corpora fidit aquis.

Quae coniuratis securum praestet in undis,

Et trepido felix aequore monstret iter,

Caeruleis dominae se lux offundit ocellis, 25

Haec Helice in dubiis, haec Cynosura vadis.

Tu quoque, primus Amor Phoebi, Peneia Daphne,

Debita tam pulcrae praemia lucis habes.

Caeruleos genitor quos cortice texit ocellos,

Nunc quoque sub viridi cortice Phoebus amat. 30

Quo properas? Patriis, Io, te conde sub undis:

Iupiter en flavo lumine captus adest.

Captus adest, dignamque suo te censet Amore,

Dura sed immeritam coniugis ira petit.

Invidet hos oculos magni tibi sponsa Tonantis; 35

Iam mutata bovis te tibi forma rapit.

Lumina nunc damnas nimium formosa; serenis

Nunc cuperes oculis non placuisse Iovi.

Et tibi bella movent oculi, Galatea; nefandus

Caeruleos oculos, heu! Polyphemus amat. 40

Quis putet? Huic forma quaerit ferus ille placere,

His oculis se se rusticus ille parat.

Hoc est quod rastris implexos pectore crines,

Et barbam incurva caedere falce libet;

Obscenasque genas, vultusque cruore madentes 45

Fontanis cupidus tergit amator aquis.

Carpe fugam, Galatea; rapax petit aequora Cyclops;

Iam te formosam demeruisse putat.

Iam placet ipse sibi, quod torvum fronte feroci

Phoebaeae lumen lampadis instar habet; 50

Aspera quod rigidis ostentat corpora setis,

Arduaque erectum tollit ad astra caput.

Acidis et molli pictas lanugine malas,

Acidis auratas despicit ille comas.

Tuta sed insanos ridet Galatea furores; 55

Ille suo frustra percitus igne fremit.

Tu tibi, Chlori, cave: par est tibi gratia formae;

Par caelo lumen pulcher ocellus habet.

Quam vereor, ne te quaerat non dignus amator!

Ista Lycae tantum debita forma tuo. 60

Chloridos aetherios (audax ne credar) ocellos

Ipse mihi primum conciliavit Amor.

Ipse (nec abnueras, bona Chloris) lumine ab isto

Iniecit placidas in mea corda faces.

Una mihi ex illo te cernere, Chlori, voluptas; 65

Lumina dulce nihil, te nisi, nostra vident:

Te, Chlori, aspiciam dum lux, dum vita manebit;

Te quoque dum videam, nil ego fata moror.

Vi veggo, luce mia, mia dolce fiamma,

Véggovi blande accendere facelle,

O gemme cilestrine! Voi vaghezza

Crescete al niveo volto, ed alla fronte,

Quali a l'aër sereno rare stelle.

A lungo salve, gemme cilestrine,

Mia dolce fiamma, o lumi in fausto giorno

A me dinanzi sorti! Ché non tanto,

Dopo il brivido lungo d'una notte

Procellosa, poi che le fosche nubi

Turbâr i venti ratti, il bell'Apollo

Di tra le rose dell'aurora, quando

I fuochi del mattino al ciel ravviva,

Non tanto mi ristora, quanto il vostro

Splendor invitto, che malinconia

Discaccia penetrandomi nel petto.

Né son il primo ad ardere, né il solo

Nei roghi vostri: ché tanta avvenenza

I numi arde ad un tempo, ed i mortali:

Allor che di Nettuno la radiosa

Nepote, o Péleo, ti rapì per sempre,

T'apparve con tali occhi; e da quest'occhi

Parìs pur vinto, Enone, l'amor suo

Antico, già respinse. A nulla l'onde

Da gli austri in gran tumulto fûr commosse,

Ed infierì più cruda al mare irato

La torbida tempesta: i venti audace

Leandro e i flutti a prova affronta, nudo

Le membra a' gorghi rapidi affidando;

Fra l'onde avverse un lume lo preserva,

Che in pallidi fulgori ognor dagli occhi

Cerulei della donna sua promana:

Mostrando a lui fra l'acque perigliose

La rotta non incerta, il fausto porto:

E' son la maggior Orsa, e la minore,

Fra l'onde malsicure. E tu pur, Dafne,

Figliuola di Peneo, primiera fiamma

D'amore, onde arse Febo, serbi ancora

Il vanto de' tuoi lumi sì venusti:

Ché pur occulte sotto verde scorza

Adora sempre Febo l'iri azzurre.

Dove t'affretti? Deh pur fuggi, o Io,

Fra l'onde patrie: ma dal cesio lume

Già vinto a te s'appressa il sommo Giove.

A te s'appressa, e degna ben d'amore

Ti giudica: perciò della celeste

Consorte l'ira tu, pur senza colpa,

Hai da patire. Ché quest'occhi invidia

La sposa del Tonante, ed in giovenca,

Tu già leggiadra un tempo, sei mutata.

Or maledici le pupille belle,

Ora vorresti non esser piaciuta

Per que' tuoi guardi del color del cielo

A Giove Olimpio. A te però pur guerra

Già mosser, Galatea, gli stessi lumi,

Poi che venera ancor cerulee gemme

Fin l'empio Polifemo. E chi 'l direbbe?

Per te fin egli tenta dirozzarsi,

Il barbaro, per l'occhi tuoi soltanto.

Perciò s'affanna i crini scarmigliati,

Prolissi fin sul petto, a ben ravviarsi

Co' rastri, ed a sfoltirsi poi la barba

Con la ricurva falce, allor che preso

D'amore ardente terge ne' lavacri

D'un fonte puri il sozzo mento, e 'l ceffo

Cruento. Fuggi, Galatea: il ciclope

Smanioso al mar s'affretta, già ti brama

Qual preda, o bella; già ben lo soddisfa

L'aspetto suo, poi ch'a mezzo la fronte

Un solo bieco lume reca, tondo

Siccome l'astro fulgido di Febo,

Ed irsuto qual è, sino a le stelle

Immane il capo leva. E pur sdegnoso

Del volto d'Aci egli è, ch'adorna il primo

Fior di viril beltà, delle sue chiome

Aurate. Ma, ben al sicuro, irride

Tanta follìa la bella Galatea,

Mentr'egli invano strùggesi d'amore.

Guàrdati, Clori: ché pur tu se' bella,

Han pure gli occhi tuoi color di cielo.

Ah temo che t'agogni drudo indegno,

Tu ch'al tuo Lica solo sei votata!

Amore stesso (ché non impudente

Son io) mi propiziò l'azzurre stelle

Di Clori; egli in persona, no 'l negare,

Mia Clori, dal tuo ciglio miti lampi

Scagliommi in petto. Da quel tempo, Clori,

È 'l vederti la sola gioia mia:

La vista nulla fuor di te m'alletta.

E te vedrò, mia Clori, fin che luce,

Fino a che vita mi rimane; e certo,

Pur ch'io ti veda, non m'oppongo ai fati.

 

MASSIMO SCORSONE

torna indietro

Clicca qui per scaricare l'intero numero (185 Kb)